lunedì 28 luglio 2008

NAPOLI - Memorie del sottosuolo perduto

NAPOLI - Memorie del sottosuolo perduto
GIULIO PANE
LUNEDÌ, 28 LUGLIO 2008 LA REPUBBLICA Pagina I - Napoli

L´analisi

Le notizie recentemente pubblicate sui ritrovamenti archeologici, veramente sorprendenti al di là delle stesse ovvie aspettative, per una città così intensamente stratificata come la nostra, inducono a qualche ulteriore considerazione. E ciò anche in rapporto a quanto scrive opportunamente Sergio Stenti sulla necessità non rinunciabile di un´attività di progettazione trasparente e duttile. Poiché infatti l´attività prevalente, negli scavi della metropolitana, è stata finora quella della documentazione e del rilievo delle emergenze archeologiche, sembra quasi che la problematica architettonica, e di restauro, non sia stata affatto affrontata. In altre parole, mentre le esigenze meccaniche e funzionali della progettazione ferroviaria hanno fissato determinati tracciati e individuato i punti di utilizzo delle linee della metropolitana, la relativa progettazione architettonica sembra averne seguito i dettami in modo passivo, ignorando quasi del tutto sia le inevitabili, prevedibili emergenze sotterranee, nella loro non rimovibile identità e localizzazione, sia ogni possibile variazione che, in seguito ai ritrovamenti, fosse necessario approntare e perseguire, attraverso una progettazione in progress, che si facesse carico della realtà dei luoghi così come essi venivano via via riconoscendosi e identificandosi, attraverso quella che è stata definita «la più estesa prospezione archeologica mai compiuta nel sottosuolo napoletano» (ingegner Silva).

domenica 27 luglio 2008

CAMPANIA - Contro - "Le esigenze archeologiche non si possono ignorare"

CAMPANIA - Contro - "Le esigenze archeologiche non si possono ignorare"
(p.c.) intervista a Salvatore Settis
DOMENICA, 27 LUGLIO 2008 LA REPUBBLICA - Napoli

«Le faccio io subito una domanda: il commissario scelto è un archeologo?», replica il professor Salvatore Settis, archeologo, direttore della Scuola Normale di Pisa, presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali e paesaggistici, alla domanda se considera una buona soluzione l´invio di un commissario per velocizzare i lavori della metropolitana di Napoli.

«Sarebbe bene che lo fosse – risponde Settis alla sua stessa domanda – per prendere le decisioni necessarie, altrimenti dovrebbe richiedere una consulenza a un esperto della materia, a cominciare dal soprintendente che opera sul territorio. In linea di principio, penso che sia un dovere primario conservare questi reperti in modo molto accurato e studiarli. Non dubito che il ministro abbia nominato un tecnico capace di tenere nel debito conto le esigenze dell´archeologia, così come per Pompei ha distinto le funzioni del prefetto Profili da quelle del sovrintendente Guzzo».


Ma quando gli scavi rallentano e intralciano i lavori della Metropolitana, infrastruttura necessaria come il pane per Napoli, perennemente stretta nella tenaglia del traffico?

«È fatale che si crei il contrasto tra le esigenze di organizzazione di una città e le ragioni di una cultura astratta e arcaica. Ma questo è un modo di ragionare che non corrisponde alla realtà. I ritrovamenti di Napoli hanno un potenziale culturale ed economico incomparabilmente più grande delle ragioni delle linee metropolitane. A Napoli ci sono cose che non si trovano altrove nel mondo. Per l´importanza e la continuità degli insediamenti, dall´età greca a quella bizantina, è seconda soltanto a Roma. Le cose non vanno viste in contrasto con le esigenze della modernizzazione, ma armonizzate».

Per esempio, studiando soluzioni alternative in corso d´opera?

«Perché no? In nessun caso la soluzione può essere quella di ignorare le esigenze dell´archeologia. Anche a Napoli, se una rimozione frettolosa dovesse provocare danni per la conoscenza, si potrebbe pensare di spostare una stazione o altro».

sabato 26 luglio 2008

E alla fine Pisa si ricordò di Galileo

PISA - E alla fine Pisa si ricordò di Galileo
Irene Bagni
SABATO, 26 LUGLIO 2008 IL TIRRENO - - Pisa

Progetto per celebrare il 4º centenario delle osservazioni col cannocchiale

PISA. Riparte il progetto per le celebrazioni dell’anno galileiano. In occasione del 2009, in cui ricorre il quarto centenario delle prime osservazioni astronomiche con cannocchiale, le iniziative si svolgeranno tra Pisa, Firenze e Padova, le città tra cui si è svolta l’opera di Galileo.
E’ quanto emerge dal colloquio che si è tenuto tra il deputato toscano Ermete Realacci, firmatario dell’unica proposta di legge giacente in parlamento per l’organizzazione delle celebrazioni del 2009, e il ministro dei beni culturali Sandro Bondi, dichiaratosi interessato alla ripresa dei lavori parlamentari per organizzare un evento che, sottolinea Realacci, «merita di essere trattato con cura, vista la grande attenzione che una figura come quella di Galileo può esercitare a livello internazionale». La proposta di legge ha lo scopo di dedicare l’anno 2009 alla celebrazione e allo studio della vita e delle opere di Galileo, che ha inciso in maniera decisiva, sull’evoluzione del pensiero moderno, tanto da esserne ritenuto da molti il padre.
La data del 2009 è stata scelta, come indicato nell’articolo 1 della proposta di legge, poiché proprio quattro secoli fa lo scienziato pisano compiva i principali studi astronomici con un cannocchiale, che gli consentirono di osservare la natura montuosa della Luna, i quattro satelliti di Giove e stelle prima sconosciute, e di dimostrare così la validità del sistema copernicano. Il progetto inoltre, come sancito dal secondo articolo, prevede che le celebrazioni si svolgano, in un’ottica unitaria e coordinata, principlamente nelle città di Pisa, Padova e Firenze, i luoghi in cui si è snodata la vita dello scienziato. L’organizzazione dell’evento sarà affidata ad un apposito comitato di cui faranno parte rappresentanti delle università di Pisa, Firenze e Padova, delle regioni Veneto e Toscana e dell’unione astronomica internazionale. Per quel che riguarda la città natale dello scienziato, in cui l’evento vedrà coinvolti principlamente il sindaco Filippeschi, la professoressa Tommasi dell’università di Pisa e il professor Vasentini del comitato promotore, le iniziative previste sono molte: eventi culturali, mostre, dimostrazioni scientifiche che coinvolgeranno tutti, progetti con le scuole e altro ancora, come la già annunciata regata delle repubbliche marinare, che per l’occasione si svolgerà a Pisa. In cantiere c’è anche la realizzazione di una “notte bianca galileiana”, in cui la città potrà guardare le stelle collaborando con gruppi di astrofili che metterannoa disposizione i loro strumenti. Il dipartimento di fisica, inoltre, si sta attivando per organizzare la proiezione del film “Galileo”, a cui seguiranno incontri e dibattiti, mentre potrebbero essere realizzati anche esperimenti galileiani nei luoghi simbolo della vita pisana dello scienziato. Per i più piccoli, poi, sono previsti campi solari ispirati ai temi dell’astronomia e della scoperta del cielo. Un contributo viene anche dall’associazione cinema teatro Lux, che propone un museo interattivo sulla biografia dello studioso dal titolo “La casa di Galileo”; a partire da questi spunti saranno poi proposti itinerari turistici che tocchino i luoghi pisani legati al grande pensatore. Si preannuncia infine la realizzazione della mostra “Il cannocchiale e il pennello”, ricca di opere prestate dai più grandi musei del mondo e frutto della collaborazione tra Regione, Provincia, Comune, università e fondazione cassa di risparmio.

A Volterra operai al lavoro: si rompe il piatto etrusco

VOLTERRA. A Volterra operai al lavoro: si rompe il piatto etrusco
SABATO, 26 LUGLIO 2008 IL TIRRENO -

Un piatto di epoca etrusco-romana risalente al II-I secolo avanti Cristo, custodito al museo Guarnacci di Volterra, uno dei più antichi d’Europa, con una notevole collezione di opere etrusche, tra cui la famosa Ombra della sera, è stato rotto da alcuni operai che stavano montando degli altoparlanti per uno spettacolo della rassegna “Volterra teatro”. L’ episodio, confermato dal museo, è avvenuto lunedì scorso. Il piatto sarà ricostruito in poche settimane. La Soprintendenza di Firenze ha effettuato l’ispezione raccogliendo i resti del reperto, un piattello di sigillata italica, trasportandoli al proprio laboratorio di restauro a Firenze.
Secondo la ricostruzione dell’incidente che ha portato alla rottura del piatto, un macchinario per l’audio sarebbe caduto a terra creando vibrazioni che avrebbero fatto volare sul pavimento il piatto, conservato all’interno di una teca. «Non sappiamo ancora l’esatto valore commerciale del reperto rotto - ha detto Alessandro Furiesi, responsabile del museo - ma pensiamo che si aggiri attorno a poche migliaia di euro. Il danno sarà risarcito, comunque, dall’assicurazione del soggetto che materialmente ha causato l’episodio».

giovedì 24 luglio 2008

A Gela il recupero del più grande relitto del Mediterraneo

SICILIA - A Gela il recupero del più grande relitto del Mediterraneo
Il tempo 24/07/2008

E' fissato per lunedì, a largo di Gela, il recupero del più grande relitto del Mediterraneo a cura della Soprintendenza di Caltanissetta. Intorno al 500 a.C. l`imbarcazione, carica di mercanzie e in procinto di approdare a Gela passaggio obbligato per tutto il commercio navale del Mediterraneo - a soli 800 metri dalla costa fu colta da una tempesta a poca distanza dall`Emporio di Bosco Littorio.
Lo schianto delle onde fece reclinare la barca su un lato e la zavorra produsse un grosso squarcio nella fiancata: la nave "cucita" - tecnica antichissima attestata nel secondo libro dell`Iliade - inghiottita dai flutti e dai fondali argillosi, sparì velocemente non lasciando traccia. Una storia che, dopo 25 secoli, è stata raccontata grazie a due sub - Gino Morteo e Gianni Occhipinti - che nel 1988 denunziano la spettacolare scoperta alla Soprintendenza. Custodita nel mare di Gela, non c`era soltanto un`imbarcazione di 21 metri ma anche una considerevole quantità di reperti archeologici, tra cui vasellame attico a vernice nera e due rarissimi askoi a figure rosse. Dopo anni di scavi e lavori di archeologia marina (con diverse operazioni di recupero gia` effettuate), la parte più «imponente», formata dalla ruota di poppa e la chiglia della nave lignea (oltre 11 metri), verrà finalmente portata a galla. I resti dello scafo giacciono su un fondale di 4-5 metri, a 800 metri dalla costa, l`appuntamento - per le autorità e i giornalisti - è fissato per giorno 28 luglio alle 10, presso il porto di Gela (banchina mezzi navali), per salpare con le motovedette della Guardia Costiera e raggiungere lo specchio di mare in cui avverrà l`operazione. Il relitto sarà recuperato grazie all`intervento di Eni-Raffinerie di Gela e Saipem che - con l`ausilio della ditta Eureco forniranno per l`occasione un moto pontone polivalente.
L`imbarcazione verrà successivamente trasportata in Inghilterra, nel laboratorio Mary Rose Archeological Services di Portsmouth nella regione dell`Ampshire - dove si trovano già gli altri
pezzi lignei recuperati nel 2003, per il lavoro di restauro per tornare a Gela dove si sta già lavorando al progetto di musealizzazione - il Museo della Navigazione a Bosco Littorio - che, oltre a "restituire" a Gela i suoi tesori, assumerebbe un significato importantissimo per il rilancio del territorio.

mercoledì 23 luglio 2008

La vita ci appartiene!

Il dibattito vita/morte, testamento biologico, accanimento terapeutico e eutania diviene ogni giorno sempre più attuale.
Abbiamo sempre pensato che la vita appartenga alle persone, e che ogni persona possa disporre liberamente della sua esistenza. Le religioni monoteistiche, oltre ad aver inventato un dio creatore, follemente sostengono che la vita appartine al loro inventato dio. Noi non siamo dei burattini in loro mano. Per questo motivo, e per seguire il dibattito su a chi appartenga la vita è nato il blo:
http://lavitaciappartiene.blogspot.com
Il blog informerà su quanto viene scritto su questo tema.

martedì 22 luglio 2008

Pozzuoli mette in mostra le sue meraviglie

CAMPANIA - Pozzuoli mette in mostra le sue meraviglie
STELLA CERVASIO
la Repubblica (Napoli) 22/07/2008

Più che un tour, un Re-tour. Il nuovo percorso che porterà turisti e viaggiatori attraverso la storia e l´archeologia dei Campi Flegrei ha fatto un giro di prova ieri con la stampa a bordo del bus a due piani Citysightseeing, che cura l´iniziativa collaborando con l´assessorato regionale al Turismo. L´archeologa Costanza Gialanella ha presentato il Museo dell´Opera dell´anfiteatro flavio, lo stadio di Pozzuoli e la villa di Livia, un singolare esempio di restauro per uso non museale di un sito su suolo privato.
Questi luoghi erano meta del Grand Tour si è cercato di ricreare un viaggio alle radici della cultura occidentale
L´imperatore Adriano era stato sepolto nello stadio di Pozzuoli Antonino Pio gli aveva dedicato dei giochi poi fu portato a Roma
Si è pensato di chiamarlo Re-tour Campi Flegrei, per ricordare che anche Goethe venne da queste parti e quando andò via sapeva qualcosa di più sull´antichità, sul paesaggio, sulla bellezza. Il tempo e la mano dell´uomo sono stati impietosi con i Campi Flegrei, ma si tenta la riscossa. Pozzuoli si riprende il suo posto al fianco di Roma, grazie a molti scavi archeologici e lavori di riqualificazione. I litorali riacquistano dignità. Bagnoli è ancora una ispida distesa ormai svuotata dell´Ilva, ma c´è il pontile, una immensa "prua" in mare, da cui si vede un´angolazione diversa del golfo. Tutto questo e molto altro si potrà vedere con la guida sonora di un "Virgilio" e un archeologo nel percorso di "Re-tour Campi Flegrei, un lento viaggiare tra mito, storia e cultura", ogni fine settimana a bordo degli alti bus di Citysightseeing: «Un tentativo di ri-creare un viaggio alle radici della cultura occidentale», spiega il presidente del Parco dei Campi Flegrei architetto Francesco Escalona.
Re-tour è un progetto cofinanziato dall´Unione europea con il Por Campania 2000-2006, promosso dall´assessorato al Turismo e Beni culturali della Regione con la soprintendenza speciale per i Beni archeologici di Napoli e Pompei, la Provincia, l´Ente Parco e i Comuni dell´area, la realizza Scabec con il consorzio Pegaso. Le visite partono questo venerdì, e fino al 20 settembre saranno ogni venerdì e sabato con due diversi itinerari: 1 Puteoli e 2 Cuma. Dal 20 settembre al 16 novembre si aggiungeranno: 3 Discesa agli Inferi e 4 Baiae. Il biglietto costa 10 euro e non include l´ingresso ai siti (info e prenotazioni 081 19305780, le partenze da Capo Posillipo sono alle 10.30; 13.30 e 16.30. I collegamenti da Napoli largo Castello a Capo Posillipo alle 9.45, 12.30 e 15.30; ciascuno può costruirsi il proprio itinerario con fermate ai monumenti, riprendendo il prossimo bus dopo la visita).
L´itinerario Puteoli prevede fermate alla Solfatara, Basilica di San Gennaro, Anfiteatro Flavio, Rione Terra, Tempio di Serapide e da settembre al Foro Transitorio e allo Stadio di Antonino Pio. Quest´ultimo, che sarà inaugurato il 29 settembre dopo una campagna di scavo durata tre anni, è stato mostrato ieri in anteprima da Costanza Gialanella, direttore archeologo alla soprintendenza archeologica di Napoli e Caserta e responsabile degli uffici di Pozzuoli (competente anche su Quarto, Procida e Vivara) e Ischia. Pozzuoli aveva il suo stadio (è in via Campi Flegrei, vicino al Tivoli Café) e ce n´erano solo altri due nelle provincie dell´impero, a Napoli e a Marsiglia e quello di Roma è sotto piazza Navona, invisibile. L´imperatore l´aveva costruito per tenerci gli Eusebeia, i giochi in onore del padre adottivo Adriano, morto a Baia nel 138 e sepolto proprio qui, prima di essere traslato dov´è Castel Sant´Angelo a Roma.
Gli scavi diretti dalla Gialanella non finiscono di scoprire novità: «Vicino alla stazione della metropolitana di Pozzuoli (Parco Bognar) abbiamo trovato resti di un pavimento a mosaico di sei metri per quattro raffigurante due coppie di lottatori del II secolo dopo Cristo con i nomi. C´è anche quell´Alexander che compare nei reperti di Ostia: un Maradona dell´antichità». Una novità anche nella visita all´anfiteatro Flavio: si visitano anche i sotterranei della càvea, da dove arrivavano belve e scenografie, nei suggestivi ambienti è stato allestito un Museo dell´Opera dell´anfiteatro, dove è ricostruito anche un posto con decorazioni marmoree e numerazione originale. A due passi dalla Olivetti c´è uno dei rarissimi esempi in Italia di recupero di villa storica in area di proprietà di privati con utilizzo non museale. La Villa di Livia occupa un posto sicuramente di riguardo nella mappa della Beverly Hills dei potenti romani che villeggiavano nei Campi Flegrei. I proprietari l´hanno fatta restaurare a spese loro e ora la usano come spazio convegni.

USA/ MOLESTA MINORENNE IN AEREO, INCRIMINATO PRETE POLACCO

USA/ MOLESTA MINORENNE IN AEREO, INCRIMINATO PRETE POLACCO
Sacerdote libero su cauzione di 10.000 dollari
APCOM
New York, 18 lug. (Apcom) - A pochi giorni dall'ultimo risarcimento milionario pagato dalla diocesi di Denver alle vittime di abusi sessuali subiti da parte dei preti americani, un altro sacerdote è stato accusato negli Stati Uniti di molestie nei confronti di una minorenne. Un prete cattolico è stato infatti incriminato per aver molestato una ragazza di sedici anni a bordo di un aeroplano diretto nel New Jersey.

Tomasz Adam Zielinski, il sacerdote di origini polacche al centro della vicenda, rischia ora due anni di carcere con l'accusa di aver abusato sessualmente della ragazza seduta accanto a lui, toccandola ed accarezzandola durante il volo.

L'episodio è avvenuto una settimana fa a bordo di un aereo diretto nel New Jersey sul quale la ragazza sarebbe stata costretta a cambiare sedile a seguito dell'insistenza del sacerdote trentunenne che si sarebbe poi scusato con lei.

Ora l'uomo è stato rimesso in libertà dopo aver pagato una cauzione di 10.000 dollari, ma non può avvicinare minori per ordine del tribunale.

lunedì 21 luglio 2008

ARCHEOLOGIA. GELA Il mare restituisce una nave greca di 2.500 anni fa

ARCHEOLOGIA. GELA Il mare restituisce una nave greca di 2.500 anni fa
Domenica 20 Luglio 2008 BRESCIA OGGI

Lunga 21 metri, era simile a quella descritta da Omero

Dal fondale argilloso del mare di Gela, in provincia di Caltanissetta, lunedì 28 luglio riemergeranno la chiglia e la ruota di poppa del più importante relitto greco del Mediterraneo, datato intorno al 500 a.C. Si tratta di un’imbarcazione di 21 metri di lunghezza e 6,50 metri di larghezza, del tipo «cucito» come la nave di Cheope e quelle alle quali Omero fa cenno nel secondo libro dell’«Iliade». È unica nel suo genere per tipologia e stato di conservazione.
La parte del relitto di oltre 11 metri - che riemergerà dai fondali che lo hanno custodito per 2.500 anni grazie al fango che ha impedito ai batteri di divorare il fasciame - verrà recuperata con una lunga «barella» di rete metallica e con i mezzi che saranno messi a disposizione dalla Capitaneria di Porto di Gela.
Nell’ottobre 2003 era stata riportata a galla la prua e ciò aveva permesso il recupero di un vasto carico di coppe, lucerne, crateri attici, ceramiche di fattura greca e persino canestri in fibra vegetale per il trasporto delle merci.
L’insieme delle scoperte a terra e in mare dimostrano come Gela fosse un centro commerciale e di smistamento di primaria importanza tra il VI e il V secolo a.C.
I materiali ritrovati nella nave greca, come i vasi attici a vernice nera, a figure nere o rosse, i piatti, le ciotoline, le arulette e le anfore da trasporto, di tipo chiota, massaliota, samio, attico, corinzio, lesbio, attestano che Gela era un punto di riferimento di prim’ordine. Era infatti al centro delle rotte e commerciava con altre importanti e grandi città del bacino del Mediterraneo, rivestendo un ruolo di primo piano nell’ambito dei traffici marittimi.
Verso la fine del VI secolo a.C., la nave commerciale greca carica di mercanzie, proveniente da Siracusa, era in procinto di arrivare sulla costa di Gela, passaggio obbligato per tutto il commercio navale del Mar Mediterraneo, quando vi fu un imprevisto: un fortunale la affndò bel volgere di pochi minuti, senza che il suo equipaggio potesse cercare di salvarla. Il posizionamento dei reperti attesta che la nave si inavissò "di piatto".
Nel 1988, dopo ben 25 secoli, i resti della nave sono stati ritrovati casualmente da due subacquei, Gino Morteo e Gianni Occhipinti, che ne hanno subito denunciato la scoperta alla Soprintendenza. Era una nave da trasporto a propulsione mista, remi e vela quadrata, costruita con la tecnica a guscio (ovvero col fasciame inserito sulla chiglia e con l’ossatura di rinforzo inserita nello scafo), e con le tavole del fasciame, oltre che incastrate col sistema del tenone-mortasa, rafforzate da cuciture vegetali, che garantivo una resistenza maggiore rispetto alle tecniche tradizionali. Unico esempio, questo, scoperto fino ad oggi.

sabato 19 luglio 2008

Modena, la filosofia è un menù del Pensiero

l’Unità 18.7.08
Festival. A Carpi e Sassuolo, oltre che nel capoluogo di provincia emiliano, il Festival di tre giorni sulla« fantasia»
Modena, la filosofia è un menù del Pensiero
di Bruno Gravagnuolo

La kermesse organizzata dai tre comuni presentata ieri a Roma alla «Stampa Estera»
Tra gli ospiti Marramao, Augé, Givone, Galimberti, Stenger e Rizzolato

Fantasia a prima vista è termine banale. A tutti si richiede fantasia per vivere, scrivere un articolo, dipingere, giocare al calcio, progettare una vacanza etc. Eppure, a guardar bene, non c’è parola più intimamente filosofica di questa paroletta logora. Stante che l’etimo ha a che fare con «phainomai», fantasma, apparire, apparenza, fenomeno, epifania e quant’altro.
La fantasia insomma è l’arte di produrre immagini, e come tale sta tra l’esperienza immediata e il pensiero vero e proprio. Anzi, per molti filosofi era l’anima del pensare stesso. «Facoltà dell’immaginazione per Kant», «memoria dilatata e composta» per Vico, autoriflessione rammemorante per Hegel (e per Heidegger) e «presupposto» del Logos per Aristotele. Dunque è ben scelta la parola per il Festival della filosofia di Modena Carpi e Sassuolo, in scena dal 19 settembre al 21 nelle tre città. Per la supervisione di Remo Bodei, e con oltre 200 appuntamenti gratuiti in piazza, al coperto, in teatro, persino in treno, con filosofi e scienziati vaganti su rotaia, in dialogo col pubblico.
Certo ci vuole la «spiega» per illustrare il senso dell’iniziativa, giunta ormai all’ottava edizione. Per evitare - e il rischio c’è col «turismo filosofico» e liquido diffuso - che il Festival appaia o divenga una specie di sagra. Come quella della melanzana o della salama da sugo (siamo in Emilia). Ma gli emiliani ci sanno fare, e hanno organizzato le cose per benino. Con percorsi e personaggi di tutto rilievo. Dalla scienza, all’arte, all’utopia, ai deliri ideologici dell’immaginazione (la Padania celtica!), alle creature fantastiche del mito e delle favole. E con gente come Isabelle Stenger, allieva di Prigogine, il neurologo Giacomo Rizzolato, quello dei «neuroni a specchio», Giacomo Marramao, Roberto Esposito, Marc Augé, Sergio Givone, Carlo Sini, Emanuele Severino, l’immancabile Galimberti, Jean-Luc Nancy, Silvia Vegetti-Finzi, il grande mitografo dei Greci Marcel Detienne, e tanti altri ancora. Idea di fondo, ci pare, «il potere dell’immaginazione». Indagato come costituente di base del pensare. E propellente dell’agire, delle relazioni umane. Nel bene e nel male. Nella convinzione che tutto quel che esiste è frutto di quel potere immaginifico. Demiurgico e connaturato all’uomo come animale progettante. Del resto, lo spiegava bene nel 900 il grande antropologo conservatore Arnold Gehlen. L’uomo è animale debole, con scarsa coordinazione naturale tra istinto e reattività operativa. Al contrario degli animali. Sicché per reagire l’uomo deve inventarsi delle protesi, degli strumenti progettanti. A cui delegare lo sforzo, e su cui scaricare la fatica, nel differire il perseguimento delle mete. Differimento che Gehlen chiamava «Entlastung», esonero. Qui dunque si apre la sovranità della fantasia: simulare un altro mondo, per afferrare quello reale. Senza artigli veri e propri, ma con artigli inventati. E allora ci si potrebbe anche chiedere: che il pensiero sia nient’altro che una protesi o un artiglio? Qualcosa che nasce dal vuoto, dalla debolezza, e in fondo dalla morte, esperita o temuta? Grande tema questo per la psicoanalisi, presente in forze negli attrezzi scientifici dei relatori, oltre che nella relazione dalla Vegetti-Finzi, che parlerà delle «proiezioni inconsce e immaginative che riempiono l’attesa della maternità». Nonché della generazione di «senso» in termini più ampi.
Domanda: ma non c’è il rischio che così il mondo sia tutto ridotto a simulazione? Oltretutto in un momento in cui non ci si salva proprio dalle simulazioni virtuali, divenute di fatto la sostanza vera e propria di un mondo ormai ridotto a «immaterialità». Speriamo che i 200 incontri ci offrano qualche antidoto a riguardo. Evitando che il Festival si riduca a mimesi allegra di un reale già privato di senso, e ridotto a spazio del festoso consumo omologato. Nel frattempo possiamo gustare, virtualmente, i menù filosofici di Tullio Gregory, gran studioso di Cartesio: 40 ristoranti e 9 liste. Protagonista il maiale, «animale encinclopedico» di cui non si butta niente. E tanti fritti misti. Dai quali distillare «universali categoriali» sarà dura, anche per i fegati filosofici più allenati.

giovedì 17 luglio 2008

Figli in provetta, tra speranze e pregiudizi

l’Unità 17.7.08
Figli in provetta, tra speranze e pregiudizi
di Carlo Flamigni

Quando nacque Louise Brown, nel 1978, Robert Edwards aveva già patito tre delusioni: una gravidanza era terminata spontaneamente, una seconda era stata interrotta per una anomalia genetica del feto; della terza non so niente, immagino che si sia trattato di un altro aborto. Poi il primo successo, destinato a cambiare la storia della medicina della riproduzione e non solo quella. Sia Edwards che Steptoe si aspettavano discussioni e critiche, ma sono convinto che pettegolezzi e malignità che salutarono l’annuncio della nascita della prima bambina concepita in vitro li abbia sorpresi.
Ci fu chi scrisse che si erano inventato tutto, ci fu chi alluse a sperimentazioni immorali e illegali di vario tenore. Pochi anni dopo i coniugi Jones, negli Stati Uniti, dovettero difendersi in tribunale da analoghe accuse infamanti.
Per avere un’idea delle reazioni italiane alla notizia basta scorrere i giornali del 27 luglio 1978 (Louise era nata intorno alla mezzanotte del 25). A eccezione di Adriano Buzzati Traverso, che sul Corriere della Sera salutava l’evento come «Un grande passo avanti della scienza», tutti gli altri giornali mettevano in primo piano le perplessità e i timori, lasciando senza repliche le critiche subito mosse dai cattolici a Buzzati Traverso. Questi era stato molto esplicito nel lodare la nuova tecnica e aveva detto, tra l’altro: «Purtroppo molte persone colte di questo scorcio di XX secolo sono tuttora vittime della irrazionale “sacralità” di tabù d’antichissima origine. Il sacerdote o lo stregone che influenzano il comportamento sessuale dei loro simili lo fanno perché consapevoli del potere che essi possono così esercitare».
Ma lo stesso Corriere della Sera - il giornale che dovrebbe essere espressione della «borghesia illuminata» - subito moderava gli entusiasmi con un articolo di cronaca che era tutto teso a dar voce alle preoccupazioni e alle riserve suscitate dalla nuova tecnica. Gli aspetti critici erano preminenti anche nel Giornale di Indro Montanelli, dove Geno Pamploni, studioso cattolico, dopo qualche positiva affermazione di rito, sottolineava i pericoli: «E se nella provetta si volessero “programmare” gli uomini “alfa” o altri tipi di selezionati prodotti umani, sovvertendo il misterioso equilibrio della natura, condizione e limite della nostra libertà? E se un nuovo Hitler ordinasse che alle donne ebree fossero iniettate uova fecondate di donne ariane, attuando un raffinato e lento genocidio razziale?». Il giorno seguente veniva dato grande risalto alle critiche di James Watson, premio Nobel, che non condivideva «alcun entusiasmo: il mondo è sovrappopolato. Altre dovrebbero essere le applicazioni del progresso scientifico». Nel servizio si registrava anche l’atteggiamento «possibilista» di un alto prelato cattolico ed era esposto il ragionamento sostanzialmente favorevole di molti anglicani: «Dio ci ha creati intelligenti e responsabili: è naturale che impieghiamo queste qualità per vincere la sterilità». Ma il messaggio dato dal Giornale era complessivamente negativo.
Ancora più dura e critica era l’uscita della Repubblica, che nella pagina della cultura titolava: «Piacerebbe anche a Hitler questa fecondazione». Nel servizio, avevano grande rilievo le posizioni di Leo Abse, esponente della sinistra laburista, fortemente impegnato contro le discriminazioni sociali: «insieme a una settantina di parlamentari (Abse) sta lanciando una grande offensiva contro la cosiddetta fabbricazione artificiale dei bambini», perché convinto che «questo metodo sia incompatibile con i “diritti civili”». Un’intervista al teologo cattolico romano Dionigi Tettamanzi sottolineava il grave rischio di arrivare «alla totale e radicale separazione tra l’esercizio della sessualità nel contesto matrimoniale e la trasmissione della vita».
Più duro ancora il Tempo di Roma, che in prima pagina, sotto il titolo «Non è lecito violare la natura», offriva un commento del gesuita Virginio Rotondi in cui si affermava che «la fecondazione artificiale - anche quando non raggiunge quest’ultimo grado di aberrazione - è assolutamente e indiscutibilmente immorale».
Rispetto a questi toni accesi, il quotidiano cattolico Avvenire manteneva una buona dose di sobrietà. Il 27 luglio dava in prima pagina la notizia con un misurato commento di Tettamanzi che poneva le seguenti domande: non è la fecondazione artificiale una «sostituzione indebita» del potere che l’uomo ha sulla vita umana? Dio ha affidato agli sposi la missione di trasmettere la vita «perché l’avessero a realizzare solo mediante l’incontro coniugale o anche mediante il ricorso a procedimenti artificiali? Sono interrogativi che chiedono di essere ampiamente approfonditi». Il 28 luglio, sempre in prima pagina, sotto un occhiello che sottolineava l’aspetto commerciale della vicenda («Grossi e loschi affari dietro la nascita “in provetta”») e un titolo grande più conciliante («Ma la bimba almeno è innocente»), veniva inserita una secca replica a Buzzati Traverso: mentre tutti sono perplessi, «uno solo non ha dubbi», e ciò sebbene proprio il giornale che gli ha dato spazio sottolinei che «nella spartizione del largo bottino si sono impigliati i due scienziati e gli stessi genitori». Nessuno scese in campo a difesa di Buzzati Traverso e della nuova tecnica, avallando implicitamente la generale condanna comminata dai critici.
Nemmeno l’Unità scelse di farlo, anche se il 28 luglio pubblicava un breve e pacato commento del genetista pisano Nicola Loprieno: «Il successo di questa realizzazione dipenderà dall’uso che la società sarà in grado di fare, rendendola possibile in tutti i casi ed accessibile a tutte le coppie. Non credo che quanto realizzato in Inghilterra costituisca un pericolo per l’umanità».
Sin dall’inizio, in Italia c’è stato dunque un atteggiamento di condanna della Fivet, sebbene questa posizione fortemente critica non sia riuscita a fermare la diffusione della tecnica.
In realtà, la procreazione medicalmente assistita ha fatto giustizia di queste critiche e di queste perplessità in tutto il mondo civile, ma non nel nostro Paese: inutile chiedersi perché.
Oggi, 17 luglio, il sottosegretario Roccella farà ricordare i 30 anni di PMA da un gruppo di eccellenti esperti, che vale la pena di citare: l’Onorevole Renato Farina (proprio lui, non vi stupite); due giornalisti che scrivono su quotidiani (Il Foglio e Libero) noti per il loro laicismo; Francesco D’Agostino, egli stesso noto laicista. C’è poi Josephine Quintavalle, che ascolterei volentieri, ma che parla di compra-vendita di oociti senza contraddittorio. La perla del convegno è rappresentata da Massimo Moscarini, punto di riferimento costante della ginecologia italiana, che in una intervista ad Avvenire (17/6/2008) ha dichiarato nell’ordine che:
- la legge 40 ha consentito al nostro paese di mantenere gli stessi risultati del sud d’Europa:
- le coppie sono soddisfatte del trattamento ricevuto in Italia;
- il turismo procreativo riguarda una minima percentuale di coppie;
- gli operatori del settore sono finalmente soddisfatti;
- le diagnosi pre-impianto si possono fare anche da noi, ricorrendo allo studio del globulo polare.
Temo che siano tutte dichiarazioni non corrispondenti alla verità, il prof. Moscarini è stato mal informato. Del resto basta leggere la relazione del ministro Turco: i dati non migliorano, nascono 1000 bambini in meno rispetto al passato, siamo il fanalino di coda dell’Europa.
E quanto al turismo, tutti i centri europei contattati ci confermano che è in continua crescita rispetto all’ultimo censimento (2005), che riguardava 29 laboratori che ricevevano circa 5000 coppie all’anno; le indagini sui globuli polari sono pura fantasia, gli addetti ai lavori - tranne le poche pinzocchere in attività eticamente discutibile - sono sempre più arrabbiati. Per il resto, sono compassionevole, lascio perdere.
Questo è quanto ci offre la signora Roccella, e se le dico che dovrebbe vergognarsi mi risponde che manco di stile. In realtà, ho finito il senso dell’umorismo: e poi 30 anni di fecondazioni assistite meritavano qualcosa di più serio.

mercoledì 16 luglio 2008

EMOZIONI & LUOGHI ANTICHI Ai margini del dibattito di questi giorni sul destino dei beni archeologici

EMOZIONI & LUOGHI ANTICHI Ai margini del dibattito di questi giorni sul destino dei beni archeologici
VINCENZO CERAMI
16 luglio 2007, LA REPUBBLICA

C´è un rapporto profondo con i segni lasciati dagli avi un senso di appartenenza che sarebbe vanificato dalla gestione di società private

Giorni fa il Giappone si è scusato con la città di Firenze perché un suo cittadino ha lasciato una scritta sulle mura della Basilica di Santa Maria del Fiore: nome, cognome e data. Quindi è stato subito identificato. Eppure le scale che si arrampicano verso la cupola del Duomo sono tempestate da un rosario di firme e di numeri, quasi una lista anagrafica. Da noi è una consuetudine, nessuno si scandalizza del radicato e irrispettoso vezzo di imbrattare i luoghi storici. Il reo giapponese si sarà sentito autorizzato a compiere il gesto irriverente, visto che è abitudine di molti visitatori italiani. Tokyo ha condannato l´atto, considerandolo vandalico. Ma non si tratta di puro, gratuito vandalismo: l´impulso a incidere sulle antiche mura la propria firma scaturisce da un meccanismo profondo e naturale.
Questo piccolo fatto di cronaca mi suggerisce una divagazione ai margini del dibattito di questi giorni sul destino dei nostri beni archeologici. Uscendo per un momento dagli argomenti con i quali si affronta di solito la questione, cioè l´opportunità o meno di cedere la loro gestione ai privati, vorrei porre l´attenzione su un dettaglio del problema apparentemente irrisorio, secondario, ma che a mio avviso è invece di sostanziale importanza. Mi riferisco al rapporto, tanto solido quanto sfuggente, che noi abbiamo con gli oggetti testamentari, con i segni tangibili lasciati intorno a noi dai nostri avi.
Parto proprio dall´incontrollabile moto istintivo che hanno molti visitatori quando sono in vicinanza di un sito antico. Dopo l´escursione, prima di andarsene, essi sentono il bisogno di scrivere da qualche parte il proprio nome e la data di quel giorno. Anche intorno ai templi siciliani, ad esempio, si notano questi graffiti, perfino sulle foglie grasse dei cactus. In altri luoghi nomi e date sono riportati sulla corteccia degli alberi o sui ruderi.
In verità, se ci avviciniamo a questa sorta di autografi datati, ci accorgiamo che sono soprattutto di persone italiane. La spiegazione è semplice: c´è un rapporto di appartenenza tra testimonianza del passato e i viventi. In quel che resta delle antiche opere, i contemporanei italiani trovano il sigillo dell´eternità, del tempo che tutto cancella lasciando in piedi soltanto qualche traccia della realtà passata. Come reazione impulsiva al sentimento di assenza, di evanescenza del tempo, si fa forte il desiderio di lasciar traccia, non lontano dalle rovine, della propria esistenza, del passaggio su questo mondo. E´ un modo di omologarsi alla testimonianza del monumento: «anch´io farò parte del passato!». A differenziare le emozioni del visitatore italiano da quelle dello straniero, è il territorio. I nostri antichi padri hanno costruito glorie e generato figli: noi siamo nati dal loro seme, il nostro incanto davanti alle millenarie bellezze italiane è struggente, perché provocato da un´alchimia antropologica che mette insieme il senso della morte e dell´eternità. Lo spirito con cui un australiano o un americano osserva il Foro romano è ben altro, ovviamente. Egli non può giovarsi del nostro stesso orgoglio.
L´italiano che varca l´ingresso di un sito archeologico ben tenuto (non certo Pompei), nota che esso è presidiato e curato da custodi in divisa, sparsi qua e là con il compito di far rispettare il luogo carismatico. Sono come sacerdoti del tempio. Gli diamo uno stipendio affinché ci garantiscano l´integrità e l´immortalità del monumento. Ne cogliamo il ruolo sacro quasi senza accorgercene.
Sono lì, muti e guardinghi. E´ proprio la loro presenza istituzionale a ricordarci che quel sito è pubblico, appartiene a qualsiasi italiano lo visiti. Essi sono lì perché ce li abbiamo messi noi, in nostra rappresentanza, e hanno una grande responsabilità nella preservazione del nostro passato e della nostra memoria.
A questo punto mi chiedo se la sostituzione dello Stato con una società privata nella funzione sacerdotale di ministro del bene comune, non vanifichi il nostro senso di appartenenza. Non siamo più noi direttamente ad aver cura della nostra eternità, ma una ignota società privata che percepiamo come dissociata rispetto al complesso meccanismo mimetico che si mette in moto quando ci muoviamo tra i resti dell´antichità. Temo che ci sentiremmo in qualche modo orfani, ospiti e non più possessori del nostro passato. I guardiani non sono al nostro servizio, ma al servizio di altri proprietari del monumento. E questo finisce per privarci di un bene spirituale, essenziale al nostro rapporto con il sentimento del tempo presente. Paradossalmente, quelle tracce sui muri della Basilica fiorentina sono segni di una relazione viva, iconica, con le testimonianze del passato, anche se indubbiamente d´inciviltà. Questa vitalità del reperto archeologico, o artistico, pur scoraggiando lo sfregio delle firme sui muri, va difesa e conservata, affinché tanta bellezza non diventi un sasso morto.
Un proverbio sanscrito ci ricorda che gli umani dicono che il tempo passa, e il tempo dice che gli umani passano. E´ una massima che non avrebbe senso se non vivessimo più come nostro lo spiazzo dove si ergeva la basilica giudiziaria del Foro Traiano.

domenica 13 luglio 2008

Itinerario romano sulle tracce delle opere del pittore.

La Repubblica Roma 13.3.08
Itinerario romano sulle tracce delle opere del pittore. Un´antologia della sua pittura in mostra a Perugia E un libro lo racconta nella Città Eterna
Pinturicchio. Tour fra i capolavori di un maestro del Rinascimento
di Carlo Alberto Bucci

I suoi interventi dalla Cappella Sistina a Santa Maria del Popolo e all´Aracoeli

Infilarsi tra le colonne di turisti che, seguendo la bandierina sventolata dalla guida microfonata, attraversano in fila per uno la Città Eterna inanellando luoghi sacri e monumenti famosi. E riannodare il filo rosso - tra ori d´Oriente e prospettive classiciste - che ricuce l´arte di un piccolo gigante della pittura del Rinascimento: Bernardino di Betto, detto Pinturicchio o, come vuole l´antica-nuova dizione rilanciata dalla mostra di Perugia, prorogata fino al 31 agosto, Pintoricchio. Un pittore che va liberato dal giudizio poco lusinghiero del Vasari (lo definì «fortunato» piuttosto che «talentuoso»). E dalla coabitazione con Alex De Piero, Pintoricchio per volere dell´avvocato Agnelli che sposò così la potenza e l´eleganza del calciatore juventino.
Il tour artistico - proposto lungo le poco battute strade dell´arte del Quattrocento romano, poi asfaltate dalla quantità delle voluminose volute del Barocco ma rilanciate fino al 7 settembre dalla mostra al Museo del Corso sul XV secolo a Roma - è proposto dal nuovo libro di Claudia La Malfa. Pintoricchio. Itinerario romano, è stato pubblicato dalla Silvana Editoriale in occasione dei 550 anni dalla nascita del pittore di Perugia, spentosi a Siena nel 1513 dove era giunto a lavorare dopo i grandi successi nella città dei papi.
A voler seguire alla lettera, o alla data, le tappe indicate dalla studiosa del Warburg Istitute, si dovrà partire da Santa Maria del Popolo. Per concludere il percorso nella stessa chiesa degli agostiniani dove, intorno ai corpi di Pietro e Paolo, brilla la luce di Caravaggio. La Malfa ha ipotizzato nuove date per le opere del Pintoricchio. Liberando così la cultura antiquariale, sciorinata da Bernardino, dal magistero di Andrea Mantegna con il quale nel 1487-89 l´umbro lavorò nel Casino del Belvedere.
L´antico, secondo la La Malfa, Pintoricchio lo conosce già dal 1477 - e non nel 1490, sostiene la studiosa - quando realizza la cappella di San Girolamo in Santa Maria del Popolo, una delle rare - anche iconograficamente - Natività della pittura a Roma. E poi si passa quindi alla Galleria Borghese per l´epilogo di quella nascita, la Crocefissione del 1477 circa. Quindi, di corsa al palazzo dei Penitenzieri a Borgo, con la magnifica decorazione della Sala dei Semidei, del 1481-83 (e non 1490). Marci indietro fino al capolavoro prospettico sul Campidoglio, con gli affreschi nella cappella Bufalini. Per andare successivamente in Vaticano ad ammirare gli interventi nella Sistina (tra i familiares del Perugino, partecipò alla Circoncisione) e contemplare il ciclo degli anni Novanta, lo sfavillante appartamento di Alessandro VI Borgia, ma anche l´Incoronazione della Vergine in Pinacoteca.
Riattraversato il Tevere (magari proprio al ponte di Castel Sant´Angelo, dove dipinse perduti affreschi nella loggia della Torre), rieccoci a Santa Maria del Popolo: Bernardino organizzò, ma fece realizzare ai suoi, la decorazione, anche con grottesche mutuate dalla Domus Aurea, della cappella Basso della Rovere (circa 1484); dipinse affreschi, distrutti, nel chiostro; e nel 1510 salì sulla volta del coro per lasciare lassù l´Incoronazione della Vergine.

venerdì 11 luglio 2008

Tutti pazzi per il David

La Repubblica 11.7.08
Tutti pazzi per il David
"Mi sono innamorato di una statua" Uno studio di Graziella Magherini
Gli shock da capolavoro
di Luciana Sica

Nel nuovo volume i commenti al "nudo più bello del mondo"
Vent´anni fa il libro dell´autrice su "La Sindrome di Stendhal"

Se è vero - come pensa, ad esempio, Jean-Luc Nancy - che la grande arte rimette in gioco il senso del mondo, è ancora più probabile - come sostiene la psicoanalisi - che la bellezza metta in crisi l´identità di chi la "fruisce": difficilmente si osserva un capolavoro rimanendo distaccati, passivi, freddi, imperturbabili, uguali a sé stessi. L´arte incanta ma spiazza, tende a destrutturare la personalità, è estraniante e a volte pericolosa: il potere evocativo delle immagini sempre rivela, anzi svela qualcosa - rompe equilibri, scardina certezze, apre squarci sulle dimenticanze, dando scacco ai trucchi della mente.
L´esperienza estetica può fare "ammalare", di una malattia tra le più nobili, ci ha detto ormai vent´anni fa Graziella Magherini - psichiatra e psicoanalista fiorentina - in un libro che è stato un gran successo: La sindrome di Stendhal è uscito nel 1989, ha avuto tre diverse edizioni, molte ristampe, più traduzioni, ispirando anche il film omonimo di Dario Argento. Senz´altro un caso editoriale, almeno per la saggistica in genere inchiodata ai piccoli numeri, destinata a un pubblico inevitabilmente ristretto.
Da allora non ha smesso le sue ricerche la Magherini, oggi una libera professionista sui settantacinque anni, analista "didatta" e presidente dell´International Association for Art and Psychology (con un gruppo di studio anche a New York). Da tempo ha lasciato la direzione del reparto psichiatrico dell´ospedale di Santa Maria Nuova a Firenze e il lavoro ambulatoriale nel centro della città, luoghi privilegiati di osservazione in cui per anni ha visto arrivare turisti stranieri in preda a scompensi psichici anche molto acuti, episodi clamorosi che colpivano i viaggiatori in una delle città d´arte per eccellenza, costringendoli spesso al ricovero - tra crisi depressive e terrore di morire, nostalgie violente ed euforie immotivate, pensieri onnipotenti e sentimenti di estraniazione, percezioni confuse di realtà minacciose, a tratti persecutorie: "casi" stupefacenti che la Magherini ha poi racchiuso - con vena elegantemente narrativa - nella Sindrome di Stendhal.
Ma perché il nome di Stendhal? Perché fu lo stesso autore francese a scrivere - in un diario di viaggio in Italia - di un improvviso e misterioso malessere che lo colse proprio nel capoluogo toscano, durante una visita nella basilica di Santa Croce. Troppe emozioni dentro quella chiesa, con tutto il carico di quella storia e quelle tombe di personaggi smisurati... Stendhal fu preso da qualcosa di simile a un attacco di panico, una specie di vertigine che lo costrinse a uscire nella piazza («la vita in me era esaurita, camminavo col timore di cadere»). Si mise allora seduto su una panchina, tirò fuori dal portafoglio i versi dei Sepolcri di Foscolo che da uomo colto aveva provvidenzialmente portato con sé e quella lettura risultò terapeutica, ebbe il potere di riportarlo alla calma («avevo bisogno della voce di un amico che condividesse la mia emozione»).
Nel corso del tempo, la Magherini ha via via allargato il campo dei suoi interessi: non si è occupata più soltanto di quel che succede nella testa dei turisti particolarmente fragili, inclini all´esperienza di una "pazzia" fortunatamente provvisoria di fronte all´eccesso del Bello, ma dei turbamenti più comuni che in vario modo colpiscono i viaggiatori attratti dalle opere d´arte. E cioè, di quale sia il funzionamento normale della mente nella circostanza particolare della fruizione artistica, aldilà dei casi-limite, di quella che l´autrice definisce "la punta dell´iceberg". Da qui è nato il suo nuovo libro che curiosamente si chiama Mi sono innamorato di una statua ed è scritto in italiano e in inglese, sin dall´inizio pensato e pubblicato per un pubblico internazionale (sottotitolo "Oltre la Sindrome di Stendhal", foto di Luciana Majoni, Nicomp L. E., pagg. 360, euro 24).
"Mi sono innamorato di una statua": intanto è un uomo che parla, non proprio un dettaglio. Più precisamente è il commento di un ragazzo dall´incerta identità psicosessuale che ha appena visto il David di Michelangelo, "il nudo più bello del mondo", alla Galleria dell´Accademia di Firenze. La Magherini e la sua équipe hanno svolto un´indagine per analizzare le reazioni dei visitatori nel corso di un anno (autunno 2004 - autunno 2005) raccogliendo diciassette registri e tredicimila impressioni e commenti ora sintetizzati nell´ultimo capitolo del volume.
Fra le decine di frasi che si leggono, alcune si riferiscono alla corporeità della scultura, nel segno del desiderio ma anche della competizione: «Il David è grandioso... mi attira il fondo schiena», «E´ caricato di una tensione quasi insopportabile», «Pene troppo piccolo», «Sono più bello io». A tratti si riconoscono turbamenti espliciti («È un´opera che ti sopraffa», «Lo struggimento ti rende pazzo»), plateali dichiarazioni d´amore («Mi ha aperto il cuore e tolto il fiato»), riferimenti sessuali («Sono allibito dal corpo fallico»). Neppure mancano le identificazioni («Io sono il David) come le manifestazioni di ostilità («Se ti tiro un pugno ti smonto»).
Dice la Magherini: «Abbiamo assistito a un concerto di voci con segnali diversi: attrazione, sorpresa, sconcerto, abbandono, esaudimento del proprio ideale dell´Io. A volte gli stati d´animo si fanno più intensi: dall´incantamento al fastidio, dal rapimento all´impulso vandalico: un laboratorio di emozioni fortemente esercitate che indica come ognuno viva le opere d´arte secondo gli stimoli provenienti dalle profondità della realtà psichica».
Scorrendo le pagine del volume, è intanto chiarissimo che siamo nella celebre dimensione freudiana dell´unheimlich, termine tedesco tradotto in italiano con perturbante: il contrario di quel che è confortevole, familiare, abituale, tranquillo. Nel contatto con l´arte, può tornare nel teatro della mente un elemento rimosso ma che ci era da sempre familiare, un déjà-vu con un che di angoscioso: è comunque un "qualcosa" che doveva rimanere nascosto e che invece all´improvviso si ripresenta alla coscienza.
Non solo, però. Può esserci anche il riaffiorare di elementi più grezzi e arcaici dell´inconscio, o per dirla meglio con la Magherini: «L´incontro con un´opera d´arte può "mettere in forma" un´esperienza emozionale che non aveva ancora conseguito un´immagine nella vita mentale, non tradotta in simboli, non rappresentata, non pensabile, non dicibile e tuttavia fortemente attiva, significativa e disturbante: è quello che si può definire il perturbante psicotico».
Come a dire: in certi casi la bellezza non solo entra in risonanza con aspetti conflittuali del nostro mondo interno, ma può renderli riconoscibili e tollerabili, come se il linguaggio dell´arte fosse capace di contenere gli aspetti più estremi di noi, forse proprio quei "nuclei psicotici" (non solo nevrotici) che affondano nell´inconscio ma a tratti possono riemergere - così la pensa, ad esempio, anche Salomon Resnik.
Ma c´è anche un altro elemento su cui la Magherini insiste non poco, citando peraltro diversi autori, dalla Klein a Bion, da Gaddini a Meltzer: l´esperienza estetica riattualizza la dimensione estatica tra madre e neonato, «nell´incontro con la bellezza, l´oggetto estetico richiama l´oggetto primario perduto, viene liberata un´energia fino a quel momento incapsulata, una fonte di piacere, con un´immissione di parti di sé nell´operazione visiva, che non è affatto solo contemplativa, ma radicalmente partecipativa».
Senz´altro, quando ci si trova davanti a un capolavoro assoluto come il David di Michelangelo, al "troppo bello per essere vero", la reazione più comune è un sentimento d´insolita vivificazione del mondo interno, accompagnato da una leggera dispercezione della realtà che può avere forme molto diverse ma trae la sua origine da un passato remoto mai del tutto cancellato: con tutta probabilità è la nostalgia di un tempo pervaso dal principio del piacere, quando c´era "tutto" e il desiderio non dipendeva ancora dalla mancanza.

giovedì 10 luglio 2008

«Autostrada» a Paestum: botta e risposta col Soprintendente

CAMPANIA - «Autostrada» a Paestum: botta e risposta col Soprintendente
Bruno Gravagnuolo
10 LUGLIO 2008, l'Unità

Paestum: il tratto di strada contestato lungo le mura antiche. Prima dell’intervento, e dopo in corso di realizzazione
Ci scusiamo per i piccoli tagli inessenziali alla lunga lettera. E restiamo del nostro parere. Come infatti si vede perfettamente dalle due foto che pubblichiamo, la quota di rialzo per il pareggio della strada ha comportato il riempimento di parte del fossato con la realizzazione di un muro di contenimento in cemento. Fra il previsto percorso ciclabile e pedonale sotto le mura e la strada, insiste un paracarri di acciaio ricoperto da assi di legno che danno alla strada la caratteristica di una superstrada.
Per quanto riguarda il fossato la stessa Soprintendenza sostiene in una pubblicazione del 2005 dal titolo «Vivi le mura» che l’area tra la torre 28 e Porta Sirena era occupata da un fossato posto a distanza variabile dalle mura.
In un’altra pubblicazione del 1995 «Parco archeologico di Paestum - prima fase» si legge: «A Porta Giustizia sono evidenti i resti di un ponte che doveva scavalcare il fossato nel quale scorrevano le acque del Capodifiume lambendo tutto il lato meridionale delle mura» (il lato meridionale è dove si sta realizzando la strada). In altri termini, in coerenza con la legge 220 (Zanotti Bianco) finalizzata ad una valorizzazione e conservazione dell’area archeologica, a partire dalla cinta muraria, la strada avrebbe dovuto essere tutta pedonalizzata. Il progetto invece interviene pesantemente laddove per il passato si poneva molta più attenzione all’effetto di disturbo nella fruizione degli elementi archeologici indotti dai segni anche piccoli dei interventi urbanistici. A dimostrazione di quanto si dice, basta valutare le sezioni tecniche della strada che sono state determinate senza alcun riferimento alla presenza delle mura, e i continui interventi correttivi, ancora in corso, che tradiscono la consapevolezza della giustezza della critica rivolta dal nostro articolo del 5 luglio, e che stanno peggiorando lo stato delle cose. In qualsiasi altro luogo, specie in un sito come quello in questione, un intervento di tale natura sarebbe stato ipotizzato e concepito non sulla base di un presunto piano di fattibilità, ma sulla base di una valutazione di impatto ambientale verificata nei suoi punti più critici. In conclusione ribadiamo che la strada in costruzione va cancellata o modificata profondamente, come del resto Il Soprintendente stesso ipotizza e concede sul finire della sua lettera, quando allude a «ulteriori passaggi» e «prove preliminari in situ».

«Autostrada» a Paestum: botta e risposta col Soprintendente

CAMPANIA - «Autostrada» a Paestum: botta e risposta col Soprintendente
di Maria Luisa Nava *
10 LUGLIO 2008, l'Unità

POLEMICHE La Soprintendenza per i Beni Archeologici delle provincie di Salerno e Avellino ci scrive, dopo l’articolo de «l’Unità» che aveva denunciato un intervento invasivo

In merito all’articolo a firma di Bruno Gravagnuolo: «Paestum: quell’ “autostrada” lungo le mura è uno sfregio», apparso su l’Unità del 5 luglio 2008 la Soprintendenza per i Beni Archeologici di Salerno, tiene a precisare quanto segue. I lavori cui si fa riferimento fanno parte di un progetto elaborato ed in attuazione da parte del Comune di Capaccio, nell’ambito del POR Campania 2000-2006, e costituiscono il primo stralcio di un più ampio programma di lavori di «Recupero delle strade di accesso alla città antica -mobilità ed accoglienza». Esso, nelle linee generali, recepisce quanto previsto in una delle ipotesi progettuali dello Studio di Fattibilità fatto predisporre dalla Soprintendenza nel corso del 2001e teso, tra l’altro, a riconsiderare l’intero sistema della mobilità di accesso all’area archeologica, con il fine ultimo della eliminazione della strada borbonica che taglia da Nord a Sud la città antica e con la predisposizione di più corretti accessi alla realtà archeologica urbana attraverso gli ingressi antichi. Funzionale a questa ipotesi è stata anche la progettazione di aree di parcheggio attrezzate, esterne alla cinta muraria, di cui, allo stato attuale, due, dopo l’accurata esplorazione archeologica preliminare, sono in avanzato corso di realizzazione.
Ciò che preme precisare è che l’intervento contestato nell’articolo riguarda esclusivamente un tratto di circa 580 mt., effettuato interessando la esistente strada veicolare realizzata negli anni ‘30 dalla Provincia di Salerno, lungo il settore sud-orientale delle mura. Si tratta, nello specifico, dell’adeguamento di un tratto stradale esistente da oltre 70 anni che ha previsto la creazione di un percorso ciclabile e pedonale presso le mura e che ha comportato l’allontanamento della carreggiata veicolare da esse fino ad un massimo di 8 metri, unitamente ad una semplice regolarizzazione delle quote stradali ben lontano dal metro e mezzo segnalato dall’articolo di Gravagnuolo. Tale adeguamento ha comportato l’abolizione, nel tratto in questione, dell'esistente e impattante manto stradale di asfaltato, sostituito da un battuto di materiali inerti che certamente non presenta caratteristiche autostradali. L’asserzione dell’avvenuta presunta occlusione del fossato antico è completamente inesatta: non solo in questo tratto della cinta di mura non ne è assolutamente provata l’esistenza,ma, il dislivello erroneamente interpretato come fossato è originato dalla diversità di quota tra il piano di campagna al piede delle mura ed il rilevato stradale realizzato negli anni‘30.
L’attenzione dell’estensore dell’articolo non è stata invece catturata né dalle accurate e complesse attività di scavo e restauro che, a cura di questa Soprintendenza, stanno restituendo splendore e imponenza all’intero settore orientale delle mura, né dai lavori che il Comune di Capaccio sta conducendo a completamento dell’opera in corso di realizzazione: dalla torre d’angolo n. 28, oltrepassando la porta della Sirena per circa 200m. in direzione nord, la strada veicolare è stata definitivamente eliminata ed allontanata dal circuito murario, allo scopo di restituire alla sola fruizione pedonale e ciclabile il tratto di cinta restaurato da questa Soprintendenza. In conclusione,nel ribadire che questa Soprintendenza ha in parte già fatto apportare correttivi agli interventi in corso, ed altri ne sta valutando per l’eventuale approvazione formale, solo dopo previe prove preliminari in situ, come d’altronde chiaramente espresso nella nota di parere relativa all’intero progetto, peraltro sottoposto a suo tempo al Superiore Ministero, si sottolinea l’opportunità che esso vada letto e valutato nella sua globalità e nelle sue finalità generali, miranti in prospettiva alla eliminazione del traffico veicolare dall’interno della città antica ed alla ricomposizione del suo continuum spaziale, nonché al parziale e progressivo allontanamento della circolazione automobilistica dal complesso difensivo della città.
* Soprintendente
per i Beni Archeologici delle
province di Salerno e Avellino

mercoledì 9 luglio 2008

Vogliono licenziare Settis dai Beni culturali

TOSCANA - Vogliono licenziare Settis dai Beni culturali
MARCO BARABOTTI
MERCOLEDÌ, 09 LUGLIO 2008 IL TIRRENO Pagina 3 - Pisa

Oggi l’incontro con Bondi. Ma dal Pdl anche solidarietà

Vogliono licenziare il presidente del Consiglio superiore per i beni culturali, Salvatore Settis. Se la sua poltrona di direttore della Normale è sempre più salda anche per i grandi risultati ottenuti dalla sua Scuola negli ultimi anni a livello internazionale, quella ministeriale è messa a rischio dagli attacchi non tanto del ministro ai Beni culturali Bondi, ma del sottosegretario Francesco Giro che non gli perdona di aver denunciato dalle colonne del Sole 24 Ore di venerdì scorso i continui tagli alla cultura (circa 1 miliardo fino al 2011) e il conseguente rischio di messa in linquidazione del ministero. «Settis - ha dichiarato Giro - deve dimettersi, il rapporto di fiducia con il ministero è lacerato».
Il ministro aveva replicato al direttore del Consiglio superiore spiegando che i tagli «sono necessari». Di più Bondi non si era spinto, se non criticando larvatamente l’intervento dal punto di vista formale e fissando un appuntamento per stamani con Settis a Roma, per un chiarimento.
Ma intanto ieri sera Settis se ha incassato due altre critiche - quelle della presidente della commisione cultura della Camera, Valentina Aprea e quella di Gabriella Carlucci di Forza Italia -, dall’altra ha avuto dalla sua un significativo attestato di solidarietà dal capogruppo del Pdl in commissione cultura alla Camera, nonché responsabile culturale di An, Fabio Granata. «Settis - ha detto Granata - è insostituibile. La sua critica alla decurtazione dei fondi del ministero e all’azzeramento del fondo per il ripristino del paesaggio sono assolutamente condivisibili e rappresentano un punto di forza per il ministero, non un attacco. Su questo nel Pdl occorre avere le idee chiare».
Ma c’è di più. Il presidente di Italia Nostra Giovanni Losavio ha subito scritto a Bondi affermando che la presidenza di Settis al Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici «è garanzia di una “tutela” conforme al principio fondamentale dell’articolo 9 della Costituzione». «Il presidente del Consiglio superiore non è legato - ha detto Losavio - da un rapporto di fiducia politica al governo in carica e neppure il ministro ha il potere di rimuoverlo. Ebbene, i drastici tagli al bilancio ordinario del ministero contraddicono obiettivamente i propositi di potenziamento dell’azione di tutela enunciati dal ministro Bondi alla Camera e nelle dichiarazioni alla stampa».
Stamani il chiarimento, con la poltrona di Settis che traballa un po’ meno.

domenica 6 luglio 2008

La terra ci torna tombe longobarde e simboli aquileiesi: un Friuli senza futuro se decide per la loro copertura

La terra ci torna tombe longobarde e simboli aquileiesi: un Friuli senza futuro se decide per la loro copertura
di Andrea Valcic
06 luglio 2008, Il gazzettino online

LA CJACARADE

Si scopron le tombe... la strofa dell'Inno di Mameli continuava a risuonare mentre leggevo le quasi contemporanee notizie d'agenzia che annunciavano ritrovamenti di resti archeologici prima ad Aquileia e subito dopo a Cividale.

Entrambe le scoperte sono avvenute durante alcuni lavori non di scavo e non grazie agli esperti, ma per la pavimentazione di piazza Capitolo, nel primo caso e per la ristrutturazione di un negozio nelle adiacenze di piazza Diacono nel secondo. Va dato atto che la Sopritendenza regionale controlla i cantieri, nell'eventualità di scoperte come queste e che da subito ha saputo interpretare, riconoscere quanto gli operai avevano portato alla luce.

Un riaffacciarsi al mondo, ai posteri che potrebbe anche essere di breve durata. A Cividale infatti le tombe longobarde sono già state ricoperte, nella città del patriarca invece la situazione si presenta più complessa e per certi versi imbarazzante. Ad Aquileia è risaputo che basta piantare un albero in giardino, perchè riaffiori una moneta, un utensile romano. L'edilizia progressista, intesa come case popolari, degli anni '60 ha ampiamente dimostrato come il "metterci una pietra sopra" possa diventare molto di più che un semplice modo di dire. L'ultima scoperta però di piazza Capitolo comporta qualche problema in più sia per lo strato di basilica che è affiorato, ma soprattutto per il particolare mosaico, un fiore a otto petali, originale e rara forma di simbologia cristiana delle origini. Se ancora ce ne fosse bisogno, e alle volte sembra proprio di sì, una testimonianza precisa delle particolarità della prima chiesa aquileiese e dell'originalità universale del suo messaggio.

Questo segno straordinario del nostro passato, delle nostre radici oggi si scontra contro un progetto urbanistico, contro la pavimentazione. Ci sono oggettive difficoltà tecniche. Ma la domanda agli amministratori è in qualche modo più semplice delle opposizioni. Abbiamo sopportato in silenzio, in quegli stessi spazi, una presenza ingombrante e imposta come la colonna che sorregge la lupa capitolina, con gemelli annessi e che nulla ha a che fare con l'estetica e la storia di questa basilica, e oggi potremmo permettere che la pavimentazione di una piazza, ci possa privare di quanto Aquileia torna a donarci.

Si spera di non dover sfiorare l'assurdo, di sentir bestemmiare in un luogo sacro.

II sito archeologico minacciato. II governo e Pompei «E' stato di emergenza» Arriva il commissario

POMPEI - II sito archeologico minacciato. II governo e Pompei «E' stato di emergenza» Arriva il commissario
Alessandra Arachi
CORRIERE DELLA SERA 05-07-2008

II governo ha dichiarato lo stato di emergenza per il sito archeologico di Pompei: troppa incuria, assedio dei rifiuti, una folla di ambulanti e guide abusive. Ora si attende la nomina di un «commissario straordinario» che, ha detto il ministro Bondi, sarà un «uomo di istituzione».

Stato d'emergenza a Pompei Un commissario per gli Scavi
Passa il decreto. Bondi: «Poteri a una personalità autorevole» In lizza il prefetto Mori Le forze dell'ordine a tutela dell'area
Palazzo Chigi interviene per salvare Pompei. Il ministro per i Beni culturali: «II degrado è intollerabile»

ROMA—II provvedimento di Palazzo Chigi ieri è stato un decreto, espresso: dichiarazione dello stato di emergenza per gli scavi di Pompei. Non era mai successo. Che un governo italiano trattasse un sito archeologico come fosse uno tsunami.
«Ma non si poteva più tollerare oltre la situazione di degrado di un bene incommensurabile come quello di Pompei», garantisce Sandro Bondi, ministro per i Beni Culturali. Che ha persino faticato a credere a quanto scritto e documentato proprio sulle pagine del Corriere, qualche giorno fa.
«Sono grato alla denuncia del Corriere sullo stato deprimente in cui versano le rovine», dice Bondi, spiegando che ieri mattina il provvedimento dello stato di emergenza per gli scavi archeologici di Pompei non ha avuto soltanto l'unanimità del Consiglio dei ministri: «È stata un'approvazione entusiastica».
Incuria, degrado, furti, sfregi, danneggiamenti: bisogna girarli gli scavi di Pompei per crederci e capire. Un patrimonio dell'Umanità (e dell'Unesco) che il mondò ci invidia, sta andando alla deriva come una zatterina in preda al maremoto. Ed ecco lo stato di emergenza: durerà per un anno. Ecco l'arrivo di un commissario straordinario. Sarà nominato mercoledì prossimo dal ministro Bondi, insieme con i sottose-gretari alla presidenza Gian-ni Letta e Guido Bertolaso, con un decreto che ne preciserà anche le competenze.
Il nome che è più circolato in questi giorni è quello del prefetto Mario Mori, ex capo dei Ros e del Sisde. «Vogliamo una personalità autorevole che abbia poteri di emergenza concreti, reali», dice il ministro Bondi. E spiega: «H commissario dovrà occuparsi della gestione e dell'amministrazione. Ma anche, e soprattutto, delle questioni legate all'ordine pubblico e alla sicurezza. Verranno impiegate le forze dell'ordine per tutelare l'intera area. Ci sono anche le mani della criminalità organizzata sopra gli scavi di Pompei».
Quarantaquattro ettari di scavi e altri ventidue ettari di beni archeologici mai portati alla luce che oggi sono in balìa dei tombaroli. Ma non solo: sopra quei 22 etta-
ri mai scavati di Pompei, negli anni, si sono accumulate discariche abusive e, in più, sono state costruite le serre di contadini che con acqua e concimi potrebbero aver definitivamente deteriorato il patrimonio rimasto ancora sotto terra.
«Questo commissariamento è stato concordato con la Regione Campania, con Antonio Bassolino, con il quale c'è assoluta condivisione», garantisce il ministro dei Beni Culturali. E aggiunge: «Ho anche telefonato al soprintendente Giovanni Guzzo, al quale va la mia stima personale e che rimarrà a Pompei a ricoprire il suo ruolo, quello di archeologo».
Convenevoli a parte, il ministro Bondi è molto molto deciso: «Voglio lavorare su Pompei come il presidente Berlusconi sta lavorando su Napoli».
Non mancano certo le cose da fare. E anche, o soprattutto, le cose da capire. Come quei 70 milioni di euro nel bilancio degli scavi: come mai non sono stati mai spesi? Ce ne erano altri 30 di milioni di euro: nel 2006 l'al-lora ministro ai Beni Culturali Buttiglione decise di riprenderli indietro, chissà se infastidito dagli sperperi.
Ma adesso si cambia registro. L'attuale titolare dei Beni Culturali non ha dubbi: «Questo grande interesse del governo su Pompei deve servire a dirottare sulle rovine tutte le risorse possibili. Quelle private, innanzitutto, anche straniere. Per questo andrò io, di persona: il prossimo 18 luglio sarò alle rovine di Pompei insieme con il nuovo commissario straordinario».
Anche Claudio Velardi, assessore regionale al Turismo, aveva pensato di aprire gli scavi di Pompei ai privati. E dalle colonne del Corriere del Mezzogiorno aveva annunciato di aver già preso contatti con colossal come Google e Microsoft per sponsorizzazioni e partnership.
Non c'è molto tempo da perdere: tra le rovine di una delle Sette meraviglie del mondo se ne è già perso fin troppo. Basti pensare ai trent'anni che non sono stati sufficienti per ultimare i restauri dell'Antiquarium, il museo. O ai ventuno trascorsi senza che venissero conclusi gli ultimi scavi fatti a Pompei, quelli della Casa dei Casti Amanti.
Tutto questo è bastato a Roman Polanski per fuggire a gambe levate dalle rovine. Con un paradosso davvero triste: il suo film su Pompei, il regista lo sta girando in Spagna.

POMPEI: Il governo ha deliberato lo stato di emergenza per il sito.

CAMPANIA - POMPEI: Il governo ha deliberato lo stato di emergenza per il sito.
CARLO AVVISATI
05/07/2008 IL MATTINO

Bondi: è uno spettacolo insostenibile

«Vedere una delle aree archeologiche più importanti al mondo, sito dell'Unesco e patrimonio dell'umanità, che versa in condizioni che definire orribili, è dire poco …» Si ferma un attimo, Sandro Bondi, ministro per i Beni Culturali italiani da quasi due mesi, mentre chiarisce al Mattino i perché del provvedimento, da lui suggerito, con il quale il Consiglio dei Ministri ieri ha stabilito di dichiarare «per un anno lo stato d'emergenza dell'area archeologica di Pompei», disponendo poi l'invio nella città degli scavi di un commissario straordinario con compiti ben precisi in materia di ordine, sicurezza pubblica e di controllo sull'attività amministrativa del sito. Commissario che sarà scelto martedì o mercoledì prossimi tra un prefetto e un generale. Quindi, riprende: «La nostra è una misura resa necessaria dal perdurante stato di incuria in cui versa ormai da lungo tempo il sito. Nel corso di questi ultimi mesi ci sono state denunce, articoli e inchieste che hanno fatto emergere lo stato di degrado in cui si trovava e si trova l'area archeologica di Pompei, che appare assolutamente non tutelabile». Il fatto è che la città si sta letteralmente sfarinando: le pitture perdono lucentezza, si scollano dalle pareti e cadono sui pavimenti; i mosaici, per lo stress termico derivato dagli sbalzi di temperatura, spesso si gonfiano e si spaccano; le stesse murature accusano problemi di fragilità statica. Insomma per Pompei è continuo allarme. Occorrerebbe, dicono i tecnici pompeiani, una manutenzione a tappeto perché qualsiasi muro che crolla, qualsiasi reperto che si rompe è una traccia che si perde. Se a questo si aggiunge, come segnalato nel dossier inviato al ministro, che l'ingresso e l'uscita dei turisti è incontrollabile, che di notte ci sono continui tentativi di furto, che manca una mappatura esatta dell'area, che occorrerebbe una maggior vigilanza per motivi di sicurezza degli scavi: la salvaguardia dei reperti è affidata a poco meno di trecento custodi tra tutti i siti, allora ben si comprende la tragedia che vive di continuo la città. Per non dire di quei custodi che incassano «in proprio biglietti» per far vedere alcune aree ai turisti. Altro problema è il blocco dei finanziamenti pubblici perché non appare chiaro come gestire i fondi che la Regione potrebbe rendere disponibile. «È vero - conferma Salvatore Nastasi, capo gabinetto del ministro e commissario del Teatro San Carlo, che ha sostenuto il provvedimento di commissariamento assieme all'ufficio legislativo della Protezione civile e al Prefetto Pansa - Pompei vede ogni giorno proteste di turisti; la biglietteria spesso resta chiusa. Questa è la mossa dello Stato per riprendere il controllo sul più importante sito archeologico del mondo». «Quando ho indicato la necessità di un cambio di rotta nella gestione di uno dei siti archeologici più importanti del mondo - sottolinea Claudio Velardi, assessore al Turismo della Giunta Bassolino - mi hanno attaccato, c'è chi ha ironizzato, qualcuno mi ha preso per matto: bacchettoni di ogni genere sono scesi in campo per difendere una situazione insostenibile, fatta di sciatterie, corporativismi, piccole e grandi illegalità. Oggi il governo ha preso una decisione importante e coraggiosa». Nella mancanza di dialogo tra Soprintendenza e Amministrazione cittadina. il sindaco Claudio D'Alessio intravede una delle cause del degrado di Pompei. Mentre per i sindacati «la situazione di incuria e di abbandono era palese a tutti, ma tutti hanno sempre fatto finta di non vedere», sottolineano Cisl e Uil-Beni culturali. «Sono un servitore dello Stato - precisa il Soprintendente Pietro Giovanni Guzzo - certo che vado avanti. Aspettiamo solo di leggere nei dettagli il provvedimento del ministro, del quale assicuriamo la piena osservanza». Anche perché l'azione del ministro non pare andare contro di lui. Anzi. «Ribadisco - sottolinea infatti Bondi - che il provvedimento non riguarda la Soprintendenza i cui compiti sono rimasti assolutamente nelle mani del professor Guzzo, una persona a cui rinnoviamo tutta la stima, l'ammirazione e la fiducia. Ma riguarda tutta la sfera dei servizi amministrativi, quella dell'ordine pubblico e della sicurezza».

CAMPANIA - Pompei sempre più in rovina: arriva il commissario

CAMPANIA - Pompei sempre più in rovina: arriva il commissario
di Stefano Miliani
05 LUGLIO 2008, L'Unità

NOMINE L'unico bar chiuso, problemi alle fogne, case restaurate ma alcune non visitabili perché mancano i custodi oppure perché pochi sorveglianti, rappresentati da sindacati minori (una sigla pesa solo qui), possono bloccare molto, incuria e degrado costanti e di lunga data, un anno fa una colonna crollata e fu un avvertimento, non il vento. Per questo il sito archeologico di Pompei viene commissariato. Per un anno almeno. Su proposta del ministro dei beni culturali Sandro Bondi accolta in pieno ieri dal consiglio dei ministri. Questo mentre, denuncia la Uil, grazie al decreto legge112 Brunetta-Tremonti il ministero vede dimezzare la dotazione finanziaria 2008 (a 279 milioni di euro) e nel triennio 2009-11 subirà «tagli vicini al miliardo».
Un disastro. Il provvedimento su Pompei incontra il plauso dell'assessore campano al turismo Velardi, Pd («Decisione coraggiosa, mi sono preso rimbrotti quando ho indicato la necessità di un cambio radicale nella gestione del sito»), e del sindaco Claudio D'Alessio, Margherita, il quale rimprovera alla soprintendenza un totale «rifiuto» alle sue proposte di collaborazione. Il commissario sarà nominato a giorni e dovrà risistemare la gestione amministrativa e l’ordine pubblico del sito. Un provvedimento senza precedenti per un luogo culturale, tanto più clamoroso perché riguarda il «museo a cielo aperto» statale più visitato del nostro paese con 2 milioni e mezzo di ingressi l'anno, benché nei primi sei mesi del 2008 siano scesi a 1 milione 243mila rispetto al milione 424mila del primo semestre 2007, causa la non proprio invitante pubblicità nel mondo del caso-rifiuti. Eppure la rete di abitazioni romane, di vie in pietra, di resti di templi e anfiteatro soffre anche per i tanti turisti: l’ingresso costa 11 euro, il giro di soldi intorno alla città distrutta dal Vesuvio nel 79 d.C., dove pullulano bancarelle e vendita abusiva di guide, fa gola anche alla criminalità organizzata.
«Ferme restando le competenze in materia di tutela del soprintendente Guzzo, avrà compiti in materia di ordine, sicurezza pubblica e controllo sull'attività amministrativa », recita una nota del ministero. Che così vuole «proteggere» Guzzo, archeologo tra i più competenti in circolazione, al quale Bondi rinnova piena fiducia.
Il soprintendente si rallegra della decisione, da sempre denuncia problemi, e però viene «commissariato». Va spiegato che Pompei ha una struttura particolare: è una soprintendenza autonoma con 20 milioni d’incasso l’anno e ha, o dovrebbe avere perché così aveva stabilito a suo tempo Veltroni quando era ministro, un city manager. Un amministratore per gli aspetti amministrativi qui più complicati che altrove (si parlò anche di ingressi non sempre regolari). Quello nominato da Veltroni, Gherpelli, funzionò bene e risolse diversi problemini. Poi arrivarono, voluti da Urbani, il generale dell’aeronautica Lombardi e Crimaco, e funzionò meno bene: i rapporti con il soprintendente non sono stati idilliaci (così come non lo sono stati con l’archeologo De Simone, scelto da Rutelli nel 2007, durato un soffio e contestato da Guzzo) e senza un’intesa ai vertici non si procede. «Mi auguro che il commissario non sarà un mero ragioniere, serve una gestione ordinaria, nelle casse giacciono 70milioni di euro inutilizzati», denuncia il presidente dell’Osservatorio campano sul patrimonio culturale Antonio Irlando.

CAMPANIA - Un prefetto per Pompei Il ministro Bondi annuncia l´invio di un commissario straordinario.

CAMPANIA - Un prefetto per Pompei Il ministro Bondi annuncia l´invio di un commissario straordinario.
OTTAVIO LUCARELLI
SABATO, 05 LUGLIO 2008 LA REPUBBLICA - Napoli

Lettieri: d´accordo con l´assessore. Il sindaco di Pompei contro la Soprintendenza: non collabora - Velardi applaude la decisione di Roma

Tra i favoriti Mori, ex capo dei Ros

Degrado e incuria: stato di emergenza per gli scavi

Basta con incuria, rifiuti, ambulanti e guide abusive. Per Pompei, annuncia il governo, è stato di emergenza. Il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi ha deciso di inviare un commissario straordinario: circola il nome di Mario Mori, ex capo dei Ros. Il commissariamento è accolto con favore dall´assessore regionale al Turismo, Claudio Velardi. Il sindaco di Pompei, Claudio D´Alessio, accusa il soprintendente Guzzo: «Non collabora».
OTTAVIO LUCARELLI

«Una decisione importante da parte del governo. Una decisione coraggiosa, un aiuto per lo sviluppo dell´area archeologica. Direi anche una mia vittoria, che ora apre la strada all´ingresso dei privati nella gestione». Esulta Claudio Velardi, assessore regionale del Partito democratico con delega al turismo che del caso Pompei in pochi mesi ne ha fatto una crociata.
Esulta e non dimentica i suoi nemici: «Ho incassato molti rimbrotti per le mie idee quando ho indicato la necessità di un cambio di rotta radicale nella gestione di uno dei siti archeologici più importanti del mondo. Mi hanno attaccato, c´è chi ha ironizzato, qualcuno mi ha preso per matto. Bacchettoni di ogni genere sono scesi in campo per difendere una situazione insostenibile fatta di sciatterie, corporativismi, piccole e grandi illegalità».
Esulta Velardi. E accusa i «bacchettoni di ogni genere» riferendosi soprattutto a professori e opinionisti che su diversi giornali lo hanno attaccato a ripetizione: «Il governo ha preso una decisione importante e coraggiosa proclamando lo stato d´emergenza nell´area e scegliendo di intervenire seriamente in difesa della legalità e del decoro di Pompei. Ma non solo. Con questa scelta si gettano anche le basi per una gestione innovativa e moderna del sito».
Intesa Governo-Regione che, del resto, è indicata esplicitamente nel comunicato ufficiale di Palazzo Chigi dove si legge: «Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo stato di emergenza nell´area archeologica di Pompei (come richiesto dal ministro per i beni culturali Sandro Bondi, dal prefetto e dalla Regione) per intervenire con mezzi e poteri straordinari in difesa dell´immenso patrimonio artistico, minacciato da crescenti e gravi criticità».
«Ad un´azione indispensabile di ripristino della civiltà - conclude l´assessore Velardi che ha commentato la vicenda sul suo blog battezzato "Mission impossible" - dovrà poi seguire un grande progetto di sviluppo in cui coinvolgere importanti risorse pubbliche e private, italiane e internazionali. Se si lavorerà bene insieme sarà possibile fare di Pompei in pochi anni un sito in grado di accogliere degnamente milioni di turisti con informazioni adeguate, servizi efficienti, percorsi fruibili. Per l´intera area che va da Pompei a Stabia si presenta una grande occasione di crescita e sviluppo del turismo. Non ce la dobbiamo fare sfuggire. Istituzioni centrali e periferiche, imprenditori, operatori turistici».
Spazio ai privati, dunque. Claudio Velardi rilancia e Gianni Lettieri, presidente degli industriali napoletani, raccoglie l´assist: «Sono d´accordo con l´assessore. Se Pompei, in queste condizioni, è uno dei siti più visitati al mondo, figuriamoci cosa si potrebbe fare coinvolgendo i privati. Sono d´accordo con Velardi. È evidente che con i privati la gestione degli Scavi funzionerebbe molto meglio e io credo che a Pompei ci siano tutti i presupposti per questo passo in avanti. Un discorso che, ovviamente, vale per l´archeologia così come per tanti altri campi dell´economia».
Il governo di destra dichiara lo stato di emergenza e non solo l´assessore regionale Velardi ma anche il sindaco di Pompei Claudio D´Alessio, esponente del Partito democratico di area Margherita, approva la decisione presa dal Consiglio dei ministri: «Il degrado dell´area archeologica di Pompei è di tale evidenza da giustificare un provvedimento mai adottato nella storia d´Italia quale la dichiarazione dello stato di emergenza. Sulla deprecabile situazione dell´area archeologica, del resto, la nostra amministrazione comunale ha più volte espresso da tempo una posizione critica, sottolineando la pervicace volontà della Sovrintendenza nel rifiuto di qualsiasi collaborazione utile a valorizzare il patrimonio culturale del territorio cittadino».
Secondo il sindaco Claudio D´Alessio «Il degrado degli Scavi incide negativamente anche sull´aspetto della città moderna, come dimostrano i lavori senza fine lungo il margine meridionale della città antica con l´ingombro di impalcature lungo i marciapiedi di via Plinio, estesi fino a piazza Anfiteatro, da dove si ammirano gli ingombranti volumi di costruzioni moderne edificate sul suolo archeologico, immediatamente a ridosso delle antiche mura». Per non parlare della «carenza dei servizi minimi essenziali, quali punti di accoglienza e di ristoro».
Un luogo che comunque, tra degrado e assenza di servizi minimi essenziali, continua ad avere un richiamo fortissimo. Pompei, nonostante un calo dovuto all´emergenza rifiuti che ha penalizzato tutta la Campania, resta infatti il primo sito al mondo per numero di visitatori.
Un´area in cui ha lavorato a lungo il giornalista Luigi Necco, amministratore dal 2002 al 2006 dell´azienda di Soggiorno e turismo di Pompei, che è però molto scettico sulle reali possibilità di ripresa legate alla decisione del Consiglio dei ministri: «Non credo che questa decisione del governo vada verso la privatizzazione della gestione degli Scavi e, a mio parere, l´assessore Velardi in queste ore esprime solo la gioia che il presidente della Regione Antonio Bassolino gli ha detto di esprimere. Il punto è che il male di Pompei è negli Scavi ma non si esaurisce negli Scavi. I nomi dei custodi di Pompei, quelli che non aprono i cancelli ai turisti, che non tutelano il sito e fanno ammucchiare torme di cani selvaggi anche per disturbare gli spettacoli notturni, sono gli stessi nomi dei bancarellari che serrano in una morsa gli Scavi e che strozzano il turismo».
Luigi Necco rispolvera quindi un piano di sviluppo per rilanciare Scavi e turismo. Un piano messo a punto negli anni scorsi e mai decollato: «Stavamo per avviare un grande progetto con un palazzo messo a disposizione dalla Curia e con fondi delle Regione stanziati dall´ex assessore Marco Di Lello per realizzare il grande Museo di Pompei, Ercolano, Stabia e Oplonti che, con 15 milioni di euro, avrebbe fatto compiere un salto di qualità enorme all´intera area. In più, puntavamo a trasformare in hotel a cinque stelle il "Seminario" e l´albergo "Rosario" chiuso ormai da decenni e di proprietà della Curia che era d´accordo. Tutto sembrava pronto, poi dalla sera alla mattina fui mandato a Napoli in un´altra azienda, un´azienda di turismo carica di debiti e quel progetto svanì».

POMPEI - Settis: svolta giusta, era una catastrofe

POMPEI - Settis: svolta giusta, era una catastrofe
Lorenzo Salvia
05 LUGLIO 2008, Corriere della Sera

iL direttore della Normale: uso massiccio delle forze dell'ordine. Sì a sponsor se investono

ROMA — «Fa un certo effetto sentir parlare di stato d'emergenza per gli scavi di Pompei. Ma quella del governo è una buona idea». Prima di essere direttore della Normale di Pisa, Salvatore Settis è soprattutto archeologo, uno dei massimi studiosi del mondo antico.
Professore, di solito lo stato d'emergenza viene dichiarato per una zona colpita da una catastrofe. Era proprio necessario?
«Proprio per questo dico che la decisione del governo fa un certo effetto. Ma purtroppo intorno agli scavi la situazione è molto simile a quella di una catastrofe: bancarelle abusive, guide abusive che sono anche molto insistenti, furti ripetuti, immondizia dappertutto. Non è possibile trattare così un patrimonio che ci invidia il mondo intero».
E serve lo stato d'emergenza per togliere le bancarelle abusive e tenere pulito?
«Bisognava dare il segnale di una svolta. E credo che anche l'arrivo di persone nuove, in nessun modo legate a quella zona, possa essere d'aiuto».
C'è chi legge in questa scelta un commissariamento del soprintendente Pietro Guzzo.
«Non credo proprio, sarebbe un errore. Al soprintendente devono restare sia la ricerca scientifica sul luogo sia l'organizzazione dei percorsi di visita. E sono sicuro che andrà cosi».
Pensa che il soprintendente Guzzo abbia lavorato bene?
«Lo conosco da 40 anni, da quando eravamo insieme in Grecia per alcuni scavi. Era l'anno del golpe dei colonnelli, il '67, lui allievo della scuola di Atene, io con una borsa di studio dell'Università. Potrei essere accusato di conflitto d'interesse ma è la comunità internazionale a dire che è uno studioso di grande autorevolezza. Un archeologo, però, non ha strumenti da usare contro le bancarelle e le guide abusive. Fa un altro mestiere».
E cosa può fare, invece, un commissario straordinario?
«Far rispettare la legge con l'uso severo e massiccio delle forze dell'ordine, che può utilizzare come meglio crede».
Lei è uomo del sud, sa che non sarà facile. Magari durerà qualche mese e poi tutto tornerà come prima.
«Certo, c'è questo rischio. Arriveranno i cortei delle guide abusive, gli striscioni dei bancarellari, i lacrimoni davanti alle telecamere, io tengo famiglia, lo faccio per i miei figli e via seguendo».
Ecco, appunto.
«Bisogna tener duro. Se invece si decide di calare le brache sarà la rovina».
Un'altra idea del ministro Bondi è quella di aprire agli sponsor privati.
«Sono d'accordo, ma solo se la parola sponsor viene intesa in senso etimologico».
Etimologico?
«Lo sponsor è chi regala qualcosa ed, economicamente, ci rimette. Pompei ha un numero così alto di visitatori che i suoi conti sono in attivo. Allora, se c'è un privato che vuole aggiungere altri soldi ai ricavi dei biglietti senza pretendere nulla in cambio, va bene. Se invece si pensa ad un ingresso nella gestione sono assolutamente contrario. Tanto più in un momento come questo, con lo Stato che ha tagliato un miliardo di euro per i beni culturali, quasi fosse un settore che può andare in malora nell'assoluto disinteresse generale».
Ma in altri Paesi l'aiuto dei privati funziona.
«Tutta colpa della mitologia dei musei americani. Io sono stato al Get-ty, negli Stati Uniti, per cinque anni. Il museo spende ogni anno 230 milioni di dollari e ne incassa solo 12. La differenza viene coperta dal patrimonio privato del signor Getty. Mi si trovi in Italia qualcuno che è disposto a fare una cosa del genere».
Non è facile.
«No, non esiste proprio».
Professore, tornerà presto a Pompei?
«Presto ma non troppo».
Perché, le danno fastidio tutte quelle guide abusive?
«No, anche con gli abusivi Pompei resta uno dei posti più belli del mondo. È che adesso fa troppo caldo».

"Stato d´emergenza per gli Scavi di Pompei"

CAMPANIA - "Stato d´emergenza per gli Scavi di Pompei"
PATRIZIA CAPUA
SABATO, 05 LUGLIO 2008 LA REPUBBLICA

Un commissario del governo contro il degrado, fra i nomi il prefetto Mori

Il ministro Bondi: "Un atto d´amore" Polemica fra soprintendenza e comune

DAL NOSTRO INVIATO
POMPEI - Un commissario straordinario per Pompei, basta con l´incuria e il degrado. Il governo annuncia lo stato di emergenza per la Città degli scavi, il sito archeologico più visitato al mondo. Per una situazione che «definire intollerabile è poco». Un provvedimento, spiega il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, che è «un atto d´amore nei confronti della cultura». Arriverà un commissario straordinario, precisa il ministero, che dovrà occuparsi dei conti, ma anche dell´ordine pubblico e della sicurezza.
Chi sarà non è ancora deciso, anche se nel dicastero di via del Collegio Romano circola il nome del prefetto Mario Mori. «Decideremo in settimana», taglia corto Bondi, e sarà una decisione, spiega, presa di concerto con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e il sottosegretario all´emergenza rifiuti Guido Bertolaso. Nessun commissariamento per il soprintendente archeologico Pietro Guzzo, assicura, che rimane responsabile della tutela e le cui competenze non vengono toccate. «Mi ha assicurato che collaborerà con il commissario». Da Pompei, Guzzo conferma: «Mi sento rafforzato e grato». Ma dietro le quinte sono in molti a leggere in questa decisione del governo un giudizio non proprio positivo dell´operato del soprintendente. Dai sindacati al sindaco di Pompei, Claudio D´Alessio, del Pd, che sottolinea «la pervicace volontà della soprintendenza nel rifiuto di qualsiasi collaborazione utile nella complessa azione della valorizzazione del patrimonio culturale presente nel territorio cittadino». Nella cerchia dei collaboratori più vicini a Guzzo, invece, la decisione suscita preoccupazione e sdegno: «È un´ingiustizia, qui lavoriamo per sopperire alle mancanze del ministero, che non integra il personale che va in pensione e della Regione Campania, che promette soldi per le aperture straordinarie e non mantiene». E azzardano: «C´è un disegno che va verso la privatizzazione. Pompei fa gola, ci sono grossi interessi, specie da quando la sovrintendenza è stata unificata a quella di Napoli. Guzzo sta facendo uno sforzo enorme per ripristinare anche la legalità».
Con il commissariamento, i riflettori si accendono ancora sull´incuria, l´inefficienza, il degrado nell´area della città romana, un´estensione di 66 ettari di cui 44 già riportati alla luce e 22 ancora da scavare. L´emergenza sono i servizi igienici insufficienti e mal tenuti, come scrivono i turisti nel libro blu dei reclami all´ufficio informazioni. Protestano perché le audio guide non funzionano, non ci sono le mappe per visitare il sito, mancano i custodi, non c´è il posto di guardia medica, e troppi cani randagi che invadono il percorso dei visitatori. «Quello che fa più arrabbiare i turisti», dice Mattia Buondonno, che ha guidato i Clinton a spasso tra le rovine, «è trovare i cancelli chiusi delle più belle case di Pompei». L´ultima casa aperta, dopo il restauro, è quella dei Ceii, una conquista di maggio. Chi arriva in questi giorni, in maggioranza turisti spagnoli e russi, trova chiusa per restauro la Casa dei Vettii, nel Foro, l´edificio di Eumachia, dove c´era il mercato della lana. Lavori di iniezioni di cemento sul tetto pericolante, nel Macellum, che conserva le teche con i calchi dei fuggiaschi in cerca di salvezza dall´eruzione. Chiusa, ma visitabile con prenotazione on line la Casa degli Amorini Dorati. Restano sempre aperte al pubblico le case del Fauno, della Caccia antica, della Fontana piccola, le Terme, gli edifici del grandioso Foro, il piccolo e il grande teatro, Villa dei misteri.

Pompei sempre più in rovina: arriva il commissario

CAMPANIA - Pompei sempre più in rovina: arriva il commissario
di Stefano Miliani
04 LUGLIO 2008, L'Unità

NOMINE L'unico bar chiuso, problemi alle fogne, case restaurate ma alcune non visitabili perché mancano i custodi oppure perché pochi sorveglianti, rappresentati da sindacati minori (una sigla pesa solo qui), possono bloccare molto, incuria e degrado costanti e di lunga data, un anno fa una colonna crollata e fu un avvertimento, non il vento. Per questo il sito archeologico di Pompei viene commissariato. Per un anno almeno. Su proposta del ministro dei beni culturali Sandro Bondi accolta in pieno ieri dal consiglio dei ministri. Questo mentre, denuncia la Uil, grazie al decreto legge112 Brunetta-Tremonti il ministero vede dimezzare la dotazione finanziaria 2008 (a 279 milioni di euro) e nel triennio 2009-11 subirà «tagli vicini al miliardo».
Un disastro. Il provvedimento su Pompei incontra il plauso dell'assessore campano al turismo Velardi, Pd («Decisione coraggiosa, mi sono preso rimbrotti quando ho indicato la necessità di un cambio radicale nella gestione del sito»), e del sindaco Claudio D'Alessio, Margherita, il quale rimprovera alla soprintendenza un totale «rifiuto» alle sue proposte di collaborazione. Il commissario sarà nominato a giorni e dovrà risistemare la gestione amministrativa e l’ordine pubblico del sito. Un provvedimento senza precedenti per un luogo culturale, tanto più clamoroso perché riguarda il «museo a cielo aperto» statale più visitato del nostro paese con 2 milioni e mezzo di ingressi l'anno, benché nei primi sei mesi del 2008 siano scesi a 1 milione 243mila rispetto al milione 424mila del primo semestre 2007, causa la non proprio invitante pubblicità nel mondo del caso-rifiuti. Eppure la rete di abitazioni romane, di vie in pietra, di resti di templi e anfiteatro soffre anche per i tanti turisti: l’ingresso costa 11 euro, il giro di soldi intorno alla città distrutta dal Vesuvio nel 79 d.C., dove pullulano bancarelle e vendita abusiva di guide, fa gola anche alla criminalità organizzata.
«Ferme restando le competenze in materia di tutela del soprintendente Guzzo, avrà compiti in materia di ordine, sicurezza pubblica e controllo sull'attività amministrativa », recita una nota del ministero. Che così vuole «proteggere» Guzzo, archeologo tra i più competenti in circolazione, al quale Bondi rinnova piena fiducia.
Il soprintendente si rallegra della decisione, da sempre denuncia problemi, e però viene «commissariato». Va spiegato che Pompei ha una struttura particolare: è una soprintendenza autonoma con 20 milioni d’incasso l’anno e ha, o dovrebbe avere perché così aveva stabilito a suo tempo Veltroni quando era ministro, un city manager. Un amministratore per gli aspetti amministrativi qui più complicati che altrove (si parlò anche di ingressi non sempre regolari). Quello nominato da Veltroni, Gherpelli, funzionò bene e risolse diversi problemini. Poi arrivarono, voluti da Urbani, il generale dell’aeronautica Lombardi e Crimaco, e funzionò meno bene: i rapporti con il soprintendente non sono stati idilliaci (così come non lo sono stati con l’archeologo De Simone, scelto da Rutelli nel 2007, durato un soffio e contestato da Guzzo) e senza un’intesa ai vertici non si procede. «Mi auguro che il commissario non sarà un mero ragioniere, serve una gestione ordinaria, nelle casse giacciono 70milioni di euro inutilizzati», denuncia il presidente dell’Osservatorio campano sul patrimonio culturale Antonio Irlando.

GOVERNO PROGRAMMI E PRIMI ATTI - Beni culturali in liquidazione?

GOVERNO PROGRAMMI E PRIMI ATTI - Beni culturali in liquidazione?
Salvatore Settis
Il Sole 24 Ore 04/07/2008

Il ministro Sandro Bondi ha reso alle Camere e alla stampa dichiarazioni encomiabili sul futuro dei beni culturali e del paesaggio. Si è impegnato a un rigoroso rispetto dell`articolo 9 della Costituzione («La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione») sottolineando, come già hanno fatto dal Quirinale Ciampi e Napolitano, lo stretto nesso fra i due commi e il ruolo dello Stato. Ha considerato il Codice dei Beni culturali e del paesaggio, dopo i tre "passaggi" coi suoi predecessori Urbani, Buttiglione e Rutelli, il frutto positivo di un lavoro genuinamente bipartisan, e si è impegnato ad attuarlo attivando un tavolo di coordinamento ministero-Regioni.
Ha insistito sulla necessità di potenziare le Soprintendenze mediante nuove assunzioni, di ripristinare i paesaggi degradati, di migliorare la capacità di spesa del ministero, di rilanciare la cultura italiana del restauro.
Con questi lodevoli propositi, della cui sincerità non c`è motivo di dubitare, contrasta tuttavia in modo stridente la politica economica del Governo. Il decreto sull`esenzione dell`Ici per la
prima casa (Dl 93/2008) azzera i 45 milioni che la Finanziaria aveva destinato al ripristino dei paesaggi degradati; inoltre, accantonamenti di bilancio dei Beni culturali per oltre 15 milioni
dal 2008 al 2010 sono utilizzati a copertura dei mancati introti Ici, e 9o milioni nel triennio confluiscono nel «Fondo per interventi strutturali di politica economica». A questi tagli già cospicui (in totale 150 milioni) si aggiungono le misure ancor più drastiche del recentissimo Dl 112, che sottrae ai Beni culturali 228 milioni nel 2009, 240 milioni nel toto e 423 milioni nel 2011: un taglio complessivo di quasi un miliardo che, aggiungendosi ai 150 milioni già menzionati, infliggerà un colpo mortale a un`amministrazione già in grande sofferenza per mancanza di risorse (invano Prodi aveva promesso di portare il bilancio dei Beni culturali dal misero 0,28% all`1% del bilancio dello Stato). Di più, come ha scritto Luigi Lazzi Gazzini sul Sole 24 Ore del 26 giugno, il Dl 112 capovolge d`autorità, «stiracchiando la Costituzione», la gerarchia delle fonti normative, demandando al Governo (anzi al ministro dell`Economia) il potere di modificare
per decreto gli stanziamenti approvati dalle Camere per legge.
I tagli ai Beni culturali non vengono operati su attività marginali né su progetti opzionali: la maggior parte della riduzione di spesa prevista per il triennio 2009-11 grava infatti sulla voce «Tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici», cuore e "ragione sociale" del ministero. I tagli
alla tutela sono 198 milioni su 228 nel 2009, 207 milioni su 240 nel 2010, 366 milioni su 423 nel 2011. Se prendiamo come anno di riferiménto il 2011, in cui al taglio più massiccio si sommerà
l`effetto incrementale del decurtamento 2008-2010, si può dire che resteranno sul bilancio del ministero solo gli stipendi per il personale residuo, del resto in via di esaurimento visto che l`età media dei funzionari tecnico-scíentifci ha ormai varcato la soglia
di guardia dei 55 anni, e che le pochissime nuove assunzioni in vista non bastano nemmeno a coprire il 10% del turn over.
In queste condizioni, non solo non sarà possibile ripristinare i paesaggi degradati, ma neppure proteggere quel poco che ancora c`è di intatto. Non solo non si potrà promuovere il restauro, ma si stenterà a lasciare aperti musei e monumenti. Forse migliorerà
la capacità di spesa: ma solo perché resterà ben poco da spendere.
Il disegno politico sotteso a questi provvedimenti del Governo appare diametralmente opposto a quello che l`onorevole Bondi ha delineato alla Camera. Tagli di tale entità configurano la messa in mora del ministero fondato da Spadolíni, che ereditò la gloriosa tradizione italiana di tutela e l`ha fatta sopravvivere con dignità fino ad oggi.
Si può avanzare l`ipotesi che alla messa in mora debba seguire, nell`intenzione del Governo odi una sua parte, l`abolizione del ministero (o, che è lo stesso, la sua riduzione allo stato larvale) e forse la devoluzione della tutela alle Regioni, secondo la proposta avanzata nel 2007 dalla Lombardia e dal Veneto. Un progetto come questo presupporrebbe un`interpretazione assai forzata del Titolo V della Costituzione (articolo 116), infelicemente riformato nel 2ooi con esigua maggioranza. Se questo è il progetto, il Codice dei Beni culturali, che prevede una forte interazione fra Soprintendenze e Regioni, è già lettera morta, e
il "tavolo di coordinamento" Stato Regioni voluto da Bondi segnerebbe la resa incondizionata di un ministero in via di liquidazione.
L`articolo 9 della Costituzione, che assegna alla competenza esclusiva dello Stato la tutela dei beni culturali e del paesaggio (come la Corte Costituzionale ha ribadito da ultimo nella sentenza
367/2007), verrebbe in tal modo svuotato, anzi capovolto. Ma se questo è il disegno, perché non dirlo subito?
E se il disegno non è questo, chi ci spiegherà come potrà mai funzionare la tutela in Italia con le casse vuote e il personale in costante decremento?