giovedì 30 ottobre 2008

La polemica sugli emendamenti alla Finanziaria. L'onorevole Carlucci e l´archeotruffa

La polemica sugli emendamenti alla Finanziaria. L'onorevole Carlucci e l´archeotruffa
LA REPUBBLICA, 30 OTTOBRE 2008

ROMA

Dopo la denuncia di Repubblica sull´archeo-condono, la Carlucci tenta la smentita. Eppure gli emendamenti ci sono. Due emendamenti, quelli presentati dalla parlamentare del Pdl alla legge Finanziaria in discussione in Parlamento, che avrebbero aperto la porta ad una mega sanatoria a vantaggio di tutti coloro che hanno in casa anfore, vasi e piatti di età precedente al 476 dc e che, con una modica somma, e soprattutto senza denunciare la provenienza dei reperti archeologici, avrebbero potuto mettersi in regola. Un regalo ai pochi fortunati con il vaso etrusco in casa, ma soprattutto un lasciapassare per tombaroli e trafficanti.
La denuncia di Salvatore Settis ha alzato il velo sulla manovra e ieri l´onorevole Carlucci ha inviato a Repubblica una lettera con una secca smentita: «Niente di più falso. I due emendamenti di cui si parla non esistono e ovviamente non sono mai stati presentati. Sfido chiunque a produrre documenti che attestino il contrario». La risposta di Settis non si è fatta attendere: «E´ bello che l´on. Carlucci sia così indignata di fronte all´accusa di aver ri-presentato nel 2008 una norma identica a quella da lei stessa presentata nel 2004: vuol dire che ci ha ripensato e che, a differenza di molti, è capace di vergognarsi».
E l´archeo-condono? La Carlucci nega addirittura l´esistenza degli emendamenti in questione: sul sito Internet della Camera, scrive, «non c´è traccia di alcuna proposta di modifica in materia, presentata dalla sottoscritta». Una rapida ricerca tuttavia ha consentito di appurare, come dimostrano le fotocopie che pubblichiamo, che gli emendamenti, con tanto di firma, ci sono: sono il 2.077 e il 2.076. Sono stati presentati prima della scadenza dei termini, avvenuta giovedì 23 alle ore 12 e figurano nel fascicolo provvisorio di fotocopie allestito dalla segreteria della Commissione Bilancio della Camera. Poi è arrivato il ripensamento della Carlucci ? avvenuto prima della mattina del 28 ? quando gli emendamenti sono stati stampati, distribuiti ai deputati e immessi ufficialmente nel sito. Dunque il tentativo c´è stato, come pure il dietrofront: del resto martedì 28 il presidente Giancarlo Giorgetti ha esplicitamente riferito in Commissione Bilancio del ritiro degli emendamenti Carlucci.
E così Settis ironizza: «E´ bello che l´onorevole Carlucci abbia deciso di ritirare i suoi emendamenti. Resta solo un piccolo appunto da farle: dopo aver presentato e ritirato questi emendamenti, l´on. Carlucci se ne è velocemente dimenticata».

mercoledì 29 ottobre 2008

Torna l´archeo-condono per i ladri dell´arte antica

Torna l´archeo-condono per i ladri dell´arte antica
SALVATORE SETTIS
MERCOLEDÌ, 29 OTTOBRE 2008 la Repubblica
La polemica

Ripresentato un emendamento che sana il possesso illegale

Non è vero che, dopo il blitz estivo della legge 133, la Finanziaria di fine anno non possa riserbarci più sorprese.
Una ce n´è, almeno stando alle intenzioni dell´onorevole Gabriella Carlucci, che ha presentato due versioni di uno stesso emendamento (nrr. 2076 e 2077), pudicamente etichettato «Riemersione di beni culturali in possesso di privati». Basta una scorsa per accorgersi di che si tratta.
una riedizione "dell´archeo-condono" già proposto dall´on. Gianfranco Conte, dalla stessa Carlucci e da altri deputati nel 2004 (nr. 5119), poi ritirato e ripresentato come emendamento alla Finanziaria 2005 (nr. 30.068), ma sconfitto, dopo una denuncia di questo giornale, anche per il deciso intervento di esponenti di spicco del governo Berlusconi di allora, come il ministro ai Beni Culturali Giuliano Urbani e il sottosegretario all´Economia Giuseppe Vegas. Vediamo di che si tratta: secondo la proposta Carlucci, «i privati possessori o detentori a qualsiasi titolo di beni mobili di interesse archeologico antecedenti al 476 d. C., non denunciati né consegnati a norma delle disposizioni del Codice dei Beni Culturali, ne acquisiscono la proprietà mediante comunicazione alla Soprintendenza competente per territorio».
Qualche documentazione che attesti la provenienza? Non c´è bisogno: basta che il dichiarante «attesti il possesso o la detenzione in buona fede», e paghi un piccolo balzello per le «spese di catalogazione». Ma niente paura, le spese di catalogazione non rovineranno nessuno, visto che vanno («in relazione al numero dei beni oggetto di comunicazione», e non al loro valore storico, artistico o archeologico) da un minimo di 300 euro a un massimo di 10.000. Non basta: con l´eccezione di quegli oggetti che la Soprintendenza dichiari di particolarissimo interesse culturale, tutti gli altri «possono essere oggetto di attività contrattuale a titolo gratuito o oneroso, e la loro circolazione è libera, in deroga alle disposizioni del Codice», e in particolare del Capo IV, sez. I (circolazione nel territorio nazionale) e del Capo V, sez. I e II (uscita dal territorio nazionale).
Inoltre, «il censimento è esteso a tutti gli oggetti che i collezionisti detengono all´estero, purché li facciano rientrare all´interno dei confini nazionali», e naturalmente sulla base di un generale «principio di depenalizzazione», che si applica anche ai «non cittadini italiani che detengono i beni suddetti all´interno dei confini italiani».
Poiché questa proposta null´altro è se non la fotocopia di quella del 2004, possiamo commentarla con le parole usate allora alla Camera da due esponenti del Pdl. Il senatore Giuseppe Vegas, allora come ora sottosegretario all´Economia, definì la proposta «una sanatoria per i tombaroli» e invitò l´onorevole Conte a ritirarla. L´onorevole Gioacchino Alfano espresse «il timore che la norma finisca di fatto con l´incentivare il saccheggio del sottosuolo alla ricerca di reperti dei quali legittima l´appropriazione».
Questa è infatti la ratio della proposta Carlucci: in deroga (o in barba) al Codice dei Beni Culturali firmato da Giuliano Urbani, che è, o dovrebbe essere, fra i massimi vanti del governo Berlusconi (anche perché consolidato in una logica bipartisan dai piccoli ritocchi dei ministri Buttiglione e Rutelli), si propone qui di sanare migliaia di reati con un sol colpo di spugna, e si invitano tombaroli, depredatori e trafficanti di antichità, collezionisti finti e mercanti disonesti a mettere in vendita in Italia e all´estero i beni archeologici che fino a ieri avevano dovuto nascondere, tremando al pensiero di esser colti in castagna dai Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio.
Questa "licenza di uccidere" il patrimonio archeologico, senza alcun limite e alcun discrimine se non la dichiarazione che tombaroli e ricettatori operano "in buona fede" non contrasta solo con le leggi e col Codice, ma anche con l´azione intrapresa dal ministro onorevole Sandro Bondi in favore del patrimonio archeologico. Giustamente egli può vantarsi di aver continuato l´opera intrapresa dai suoi predecessori Buttiglione e Rutelli nel recupero dei beni archeologici trafugati all´estero. Giustamente abbiamo celebrato nella grande mostra Nostoi, nelle nobili sale del Quirinale, il ritorno in Italia di pezzi illegalmente esportati e finiti nelle collezioni di grandi musei a New York, Boston, Los Angeles.
Ma il principio etico e giuridico in base al quale i musei stranieri hanno cominciato a restituire all´Italia il maltolto si fonda sul fatto che essi, dopo enormi fatiche della magistratura, del Ministero, dell´Avvocatura dello Stato e dei Carabinieri, hanno finito col riconoscere la solidità giuridica e culturale del principio normativo secondo cui in Italia i beni archeologici, in quanto testimonianza di civiltà che forma contesti non segmentabili, sono di pertinenza dello Stato. Se passasse la proposta Carlucci, che legittima ogni possibile traffico e consacra la clandestinità come una virtù, con quale faccia potremmo insistere per la restituzione di altri oggetti da parte dei musei stranieri?
Non è pensabile che il Governo, e in particolare il ministro Bondi, possa accogliere, in nessuna forma nemmeno truccata o mitigata, un principio che cancellerebbe di colpo ogni regolamentazione o prerogativa statale nella conduzione dell´attività di ricerca archeologica, aprendo su tutto il territorio nazionale una gigantesca caccia al tesoro. Non è possibile che un Ministero preposto alla tutela venga (come vuole la proposta Carlucci) obbligato per legge ad «assicurare la più sollecita ed ampia diffusione della conoscenza della presente legge presso l´opinione pubblica, avvalendosi anche dei mezzi di comunicazione di massa», cioè a spendere i pochi spiccioli che restano dopo i giganteschi tagli d´estate per reclamizzare il commercio di reperti illegali. E´ sperabile che l´onorevole Carlucci, dopo aver distrattamente ripescato nei suoi cassetti del 2004 una proposta già allora bollata come impraticabile dai suoi colleghi di partito, sappia comprendere che non è il caso di insistere. Non può che andare in questo senso, lo scriviamo con fiducia, l´azione del Governo e in particolare del ministro Bondi, che tanto si sta prodigando per dare respiro e progettualità al suo Ministero pur nelle gravi difficoltà di bilancio. Ogni forma di "archeo-condono" non solo delegittimerebbe in modo irreparabile il Ministero e i suoi funzionari, e dunque anche il ministro), ma offenderebbe la secolare storia della tutela in Italia e violerebbe la Costituzione.
Nel 2004, un´identica norma fu bocciata (nonostante la fievole opposizione delle sinistre) proprio per la sensibilità istituzionale di membri del Governo. Non si vede perché non dovrebbe accadere anche adesso.

lunedì 27 ottobre 2008

CAMPANIA - CASTELLAMMARE. Una vasta parte dell’area archeologica è ancora da recuperare.

CAMPANIA - CASTELLAMMARE. Una vasta parte dell’area archeologica è ancora da recuperare.
Maria Elefante
26/10/2008 IL MATTINO

Una vasta parte dell’area archeologica è ancora sepolta a Castellammare e dovrà essere recuperata. Lo sostengono gli esperti che hanno già riportato alla luce l’entrata secondaria di villa San Marco e il grande peristilio di villa Arianna, recuperati dopo scavi e ricerche. Dalla teoria alla pratica per ammirare da vicino le colonne e i porticati. Così dopo il «Workshop nazionale sul patrimonio archeologico di Stabiae», sostenuto dalla Fondazione «Restoring Ancient Stabiae», in molti hanno potuto ammirare il risultato dei nuovi scavi archeologici. «La novità si può vedere alla destra dell’entrata di villa San Marco – spiega Gennaro Iovino, responsabile dello scavo archeologico - si tratta di un ingresso secondario accessibile dal lato Nord da una scalinata che proseguiva su un sentiero pedonale. Da studi geofisici abbiamo scoperto che questo lato della villa prosegue, altri resti di villa San Marco sono sepolti sotto un campo DI ortaggi». A percepire per primi l’esistenza di questi ambienti furono i Borbone, che con le loro ricerche disegnarono le piantine tutt’ora in uso. «Non erano segnati sulle carte - continua l’archeologo - la scala, il sentiero, i plutei e il giardino, con al centro un grosso olmo, trovato ricolmo di lapillo bianco e scoperto all’interno del piccolo peristilio dell’ingresso secondario della villa». Visibili anche i locali adibiti a depositi, due latrine (in una, l’iscrizione «Cacavi et culo non extersi», lasciata forse da un uomo recatosi in bagno dopo il terremoto per l’eruzione del Vesuvio) e un piccolo ambiente dove è stato individuato un incastro per il letto, un lavabo e un banco di cottura con una griglia in ferro. Ed è all’interno di questo piccolo ambiente che sono stati trovati alcuni oggetti, dentro una cassetta con la chiave in bronzo: due monete, una spatolina e un bottone in osso; oltre a tre brocche in restauro. Gli scavi a villa Arianna, che ne portarono alla luce una parte, furono condotti alla fine degli anni ’50 da Libero D’Orsi ma solo oggi si può ammirare la grandezza di quello che all’epoca romana era un giardino che dava sul mare. «Le ricerche hanno svelato il lato breve del grande peristilio - spiega Maria Vallifuoco, che ha seguito i lavori per la ditta Caccavo - sono così emersi tre ambienti, nove colonne due finestre e una porta. Così come a villa San Marco anche a villa Arianna le decorazioni appartengono al quarto stile, che dal punto di vista temporale non va oltre l’epoca di Nerone». Punta lontano la ricerca archeologica e il lavoro di tecnici, ma come spiega il soprintendente Pietro Giovanni Guzzo a margine del «Workshop» svoltosi con il contributo della Fondazione Ras «per scavare a Stabia occorrono molte risorse economiche». Magari, per alzare il numero di turisti dagli attuali 10mila annui a oltre 250mila, come prevede Thomas Noble Howe, coordinatore scientifico delle attività della Ras.

lunedì 20 ottobre 2008

Ercolano. Cinque sezioni di una grande mostra con 150 sculture recuperate in tre secoli di scavi.

Ercolano. Cinque sezioni di una grande mostra con 150 sculture recuperate in tre secoli di scavi.
18/10/2008 IL MATTINO

Una interessante appendice dedicata ai tessuti rinvenuti a Ercolano e Pompei. La mostra è inserita nel circuito Campania Artecard. Fino al 13 aprile 2009.

Orari: da lunedì a sabato ore 9-19,30. Martedì chiuso. Museo Archeologico Nazionale, piazza Museo Nazionale 19.

I colori del gusto. La civiltà della tavola nella pittura napoletana: un evento espositivo dedicato all’evoluzione del gusto e alla raffigurazione della cultura gastronomica partenopea con 35 dipinti e altrettanti pannelli celebra, da ieri a Villa Pignatelli, la Giornata mondiale dell’alimentazione indetta dall’Onu.

In mostra accurate riproduzioni fotografiche e numerosi dipinti di collezioni pubbliche e private, che dagli affreschi pompeiani attraverso il ’500-’600, fino al ’700-’800, tra tavole imbandite, ritratti, nature morte e composizioni allegoriche ricostruiscono una raffinata civiltà gastronomica e artistica. Fino al 16 novembre. Orari: tutti i giorni ore 8.30-13.30. Martedì chiuso. Museo Principe Aragona Pignatelli Cortes (Villa Pignatelli), Riviera di Chiaia 200. Museo Nitsch. Un’ex centrale elettrica ristrutturata nel cuore del centro storico: è la Stazione Bellini, ora sede del Museo Hermann Nitsch-Archivio Laboratorio per le Arti Contemporanee, che celebra l’artista con la mostra «Opere Recenti».

L’antico sodalizio tra Peppe Morra, ideatore del progetto e l’artista austriaco, famoso per le sue sperimentazioni, ha dato vita a uno spazio multimediale di documentazione e approfondimento dedicato alle arti plurime. Orari: da lunedì a domenica ore 10-19; martedì chiuso. Museo Hermann Nitsch, vico lungo Pontecorvo, 29/d. Camera con vista. «Camera con vista. Uno sguardo sulla videoarte a Napoli» è la mostra in corso al Palazzo delel Arti di Napoli nella nuova video-room. In rassegna le opere e i lavori di oltre venti artisti napoletani selezionati a cura di Eugenio Viola e Adriana Rispoli. Fino all’8 dicembre. Orari: da lunedì a domenica, ore 9-19 (domenica fino alle 14). Martedì chiuso. Pan-Palazzo Roccella. Via dei Mille 60

Parco di Veio, discariche ad ogni angolo

Parco di Veio, discariche ad ogni angolo
ELENA PANARELLA
Il Messaggero 20/10/2008

Un nuovo insulto nel Parco di Veio. Dopo le discariche a cielo aperto, gli abusi edilizi, gli scavi archeologici lasciati incustoditi, quest`area immensa di quindicimila ettari, e ricoperta
in gran parte da rifiuti di ogni genere. Materassi, frigoriferi, carcasse di auto, motorini, bombole del gas, divani. Ma anche mobili, reti, resti di cucine e pali della luce accatastati accanto alle tombe etrusche e alle bellezze naturali del Parco regionale di Veio. Montagne di rifiuti abbandonati persino all`ingresso della
strada che porta alla chiesa più significativa del parco, il Santuario della Madonna del Sorbo, tra Campagnano e Formello.
«E` veramente un peccato vedere questo luogo trasformarsi sempre più in una gigantesca discarica. Qualcuno salvi il parco», raccontano Marco e Sandra F., a passeggio all`interno del parco. «Non è bastato tutto lo scempio fatto negli anni - si sfogano entrambi - ora mentre cammini invece di imbatterti nelle splendide
necropoli, trovi solo rottami. E` una vergogna; nessuno interviene». C`è anche chi segue dei percorsi fai-da-te, in
bicicletta. «Questo patrimonio lo stiamo distruggendo - si
sfoga, Carlo Servi, che ogni domenica, percorre chilometri con la sua bici - Il valore storico, archeologico e paesaggistico deve fare purtroppo i conti con lo stato cronico di abbandono e con i continui scempi ambientali. Ma lo stato di abbandono di questo luogo sta anche nella completa mancanza di cartelli, di punti di riferimento».
L`attuale stato di abbandono e di degrado all`interno del Parco «impone una seria riflessione su come l`Ente di gestione intende perseguire i suoi scopi fondamentali di tutela e valorizzazione
dei territorio», ribadisce Luigi Camilloni, Presidente dell`Osservatorio Sociale.
«Il fenomeno dell`abbandono indiscriminato dei rifiuti sia speciali che ingombranti prosegue Camilloni - non risparmia neanche l`area archeologica di Veio (area urbana e necropoli monumentali circostanti) dove addirittura interi sentieri sono lastricati di calcinacci e a pochi passi dalla necropoli di Monte Michele si possono vedere carcasse di motorini, sedili e rottami di autoveicoli. Per non parlare dei frigoriferi, delle bombole del gas e di altro vario genere di rifiuti abbandonati all`interno dei sistemi di cunicoli di drenaggio e captazione che risalgono alla metà del VI secolo a.C. e che costituiscono ancora una peculiare e suggestiva caratterizzazione del paesaggio agrario antico della zona». E una vergogna a cielo aperto «che tonnellate e tonnellate di rifiuti di vario genere siano abbandonati ovunque all`interno del Parco ed anche in un`area di grande interesse nazionale come quella archeologica dell`antica città di Veio - continua il presidente dell`Osservatorio sociale - che la vede in gran parte ancora da scavare e studiare ma soprattutto da rendere fruibile in tutte le sue parti, perché in tutto il territorio sono state individuate una fitta maglia d`insediamenti antichi». Il Parco di Veio era sorto al fine di salvaguardare gli habitat naturali e la biodiversità delle aree a Nord di Roma, oltre che per tutelare e valorizzare i beni archeologici e le zone di valore storico artistico. I cittadini non vogliono ragsegiarsi, e sperano in un cambiamento. «Ogni tanto fanno piccoli interventi ma a poco servono,
visti i risultati. Non possiamo abbandonare il parco nelle mani
di chi vuole distruggerlo e far finta di niente», racconta un gruppo di anziani. Lo scorso maggio è stata scoperta dai guardiaparco nella zona di Pisciacavallo, in prossimità del torrente Fosso della Torraccia, all`altezza del ventunesimo chilometro della via Flaminia, una grossa discarica.
I guardiaparco avevano visto due camion in procinto di scaricare altro materiale. La scoperta della enorme discarica è avvenuta in seguito ad un controllo su un`area di circa 4 ettari che aveva già subito in passato sei sequestri cautelativi per opere abusive, All`origine dell`intervento c`era stato un esposto. Qualcuno aveva notato lavori abusivi, la modifica del livellamento del terreno. Nell`area sequestrata c`era anche una piazzola per il ricovero di autocarri, oltre ad una montagna di rifiuti costituita soprattutto da materiale proveniente da demolizioni: asfalto, cemento, calcinacci, traversine ferroviarie, ferro. Tutto materiale che avrebbe dovuto essere stoccato in una discarica per rifiuti speciali.

venerdì 10 ottobre 2008

Tarquinia. Ricostruito il Tempio di Apollo

La Repubblica Roma 10.10.08
Al Palazzo delle Esposizioni la grande mostra a cura di Mario Torelli e Anna Maria Moretti
Appuntamento martedì 21 ottobre con i capolavori da Veio, Cerveteri, Vulci e Tarquinia. Ricostruito il Tempio di Apollo
Le metropoli etrusche
di Carlo Alberto Bucci

Nell´ottagono di Piacentini che al palazzo delle Esposizioni evoca il Pantheon di Roma, sta prendendo forma il tempio di Portonaccio a Veio. Lo stanno realizzando gli scenografi in vista dell´apertura, il 21 ottobre, della grande mostra "Etruschi, le antiche metropoli del Lazio". Il tempio è di cartapesta. Ma non si tratta delle prove generali per il parco a tema sulla romanità (archeologia virtuale e d´intrattenimento nella città che trabocca di antichità vere). Bensì della ricostruzione filologica, uno a uno, di parte dell´edificio, del VI secolo a. C., che sintetizza al meglio la peculiarità artistica di Veio, la coroplastica. Furono infatti plasmate nell´argilla le figure di Apollo, di Eracle e di Latona, condivise dagli etruschi, dai greci e dai romani. E i tre capolavori in terracotta policroma del museo di Valle Giulia, forse realizzati dallo stesso maestro cui Tarquinio il Superbo commissionò la quadriga in cima al tempio di Giove Capitolino, saranno esposti all´ingresso della mostra. Ma per terra perché saranno le copie delle tre divinità a salire sul tetto del tempio tuscanico.
Neanche il Mediterraneo riuscì a tenere separati i popoli che vi s´affacciavano. Tantomeno il Tevere fu un limite al confronto, in pace come in guerra, tra gli Etruschi, i Latini, i Sabini e gli Umbri. Ed è un fiume ricco di contaminazioni - e carico di importanti di riflessioni intrecciate tra aspetti culturali e cultuali, economici ed estetici - il percorso espositivo ideato da Mario Torelli (autore del progetto scientifico) e da Anna Maria Moretti (fino al 6 gennaio, biglietto 12,50 euro, ma il martedì 9 per i cittadini del Lazio). Una mostra promossa dalla Regione Lazio per raccontare le grandi città dell´Etruria meridionale: Veio, Cerveteri, Vulci e Tarquinia, ma nel loro rapporto, di amore e odio, con la metropoli nascente, Roma. E sono questi gli elementi caratterizzanti l´esposizione romana rispetto a quella veneziana, altrettanto grande, del 2001 a Palazzo Grassi.
Se Veio fu la perla nell´arte della terracotta policroma, Cerveteri - scomparsa l´architettura civile - è grande per la sua città dei morti scavata nel tufo: e la mostra proporrà la ricostruzione «di una delle più singolari realizzazione di questa architettura funeraria», spiega il professor Torelli, la stanza che ha dato il nome alla tomba delle Cinque sedie. Legata a Cerveteri per l´esibizione del lusso e della cultura proveniente dalla Grecia (e lo sfarzo ellenistico è documentato in mostra da monili, gioielli, metalli preziosi per le cerimonie delle nozze e del simposio) è Vulci la cui peculiarità fu però la scultura monumentale (come la "Testa di leone ruggente" che arriva da Berlino) scavata nel duro tufo locale, il nefro.
Infine Tarquinia, il regno della pittura. Dall´area sacra di Gravisca arrivano decine di ex voto che narrano dei riti di morte e resurrezione di Adone, il giovane amato e straziato da Afrodite, poi venerato dalle prostitute. Spazio anche agli affreschi, con scene di banchetto, strappati all´inizio del �900 dalla tomba di Tarantola: sparirono dopo il disastro dell´alluvione di Firenze ed è la prima volta che vengono proposti in pubblico (né mai sono stati fotografati), per di più nella disposizione originaria. Opera fondamentale per raccontare la monarchia etrusca che regnò sui sette colli - tema finale della mostra - è la tomba François da Vulci. Gli organizzatori avevano chiesto ai proprietari il prestito del ciclo con le storie di Mastarna (così gli etruschi chiamavano Servio Tullio) e dei due Vibenna. Ma i Torlonia non hanno neanche risposto alla lettera. E così sarà la ricostruzione virtuale (schermi/pareti con immagini proiettate sul retro) a portare il pubblico tra le storie e i fasti della Roma etruschizzata.

mercoledì 8 ottobre 2008

Botticelli e la «vera identità» di Pallade

Corriere della Sera 8.10.08
La donna che doma il Centauro sarebbe in realtà la vergine Camilla
Botticelli e la «vera identità» di Pallade
di Wanda Lattes

La notizia sorprenderà gli studiosi del Rinascimento e i milioni di pellegrini che vengono agli Uffizi per Botticelli: la donna biancovestita che doma il Centauro nella grande tela (due metri per un metro e 47, nella foto) dipinta da Sandro per la famiglia Medici, non è la dea Minerva ma Camilla, un'eroina celebrata da Virgilio nell'Eneide e ben conosciuta nella Firenze del Quattrocento.
Il quadro, esposto non lontano dalla «Venere » e dalla «Primavera», dovrebbe dunque cambiare il proprio titolo («Pallade e il Centauro »). L'ipotesi, già formulata in ambito accademico, trova ora ulteriori conferme che saranno illustrate venerdì prossimo a Firenze da Barbara Deimling, durante la prima giornata del convegno internazionale dedicato a Botticelli e a Herbert Horne, suo massimo studioso, dalla Harvard University, dalla Syracuse University e dalla stessa Fondazione Horne (l'occasione è il centenario della pubblicazione della fondamentale monografia sul Botticelli firmata da Horne).
Molti i temi che saranno affrontati durante il convegno (www.museohorne.it). Ma la relazione di Barbara Deimling, storica dell'arte e direttrice della Syracuse, sembra destinata a provocare vera emozione. Riassumendo i fatti bisogna ricordare come il titolo di «Pallade e il Centauro» sia stato attribuito soltanto nel 1895 da William Spencer, un amatore inglese, dopo che la tela, abbandonata a lungo in un corridoio di Palazzo Pitti, era stata riportata ai dovuti onori. La storia, narrata da Horne, ricorda come il riconoscimento di Pallade nella donna fino ad allora chiamata «Allegoria» fosse legata a un arazzo nel quale Botticelli riprendeva la leggenda di Minerva vittoriosa.
Ma la Deimling adesso porta elementi probanti. Camilla, il personaggio dell'«Eneide», la vergine combattente dei Volsci, è raffigurata con veste, acconciatura, armi, ornamenti, piante simboliche simili a quelle dipinte da Botticelli, in decine di cassoni, affreschi, ceramiche dell'epoca. E il suo gesto di dominio sul Centauro corrisponde alla leggenda di una donna che vince gli istinti bestiali.

venerdì 3 ottobre 2008

La Terra dei ghiacci torna verde

La Terra dei ghiacci torna verde
Il Messaggero del 3 ottobre 2008, pag. 19

di Riccardo De Palo

I primi vichinghi che la colonizzarono - alla fine del primo millennio dopo Cristo - la chiamarono "terra verde" perché d’estate, a quel tempo, era ricoperta di prati e di alberi come la Norvegia. Oggi la Groenlandia è una terra inospitale e sommersa dai ghiacci per buona parte dell’anno. Ma qualcosa, grazie al surriscaldamento globale, sta cambiando. Lo spesso strato gelato che la ricopre da secoli comincia a scomparire. Le balene, le foche e gli uccelli tradizionalmente cacciati dagli Inuit cambiano rotta, in cerca di climi più freddi. Ma, paradossalmente, sarà proprio grazie a questo rivolgimento epocale che, il prossimo 25 novembre i 57 mila abitanti dell’isola più grande del mondo potranno votare senza timori la propria indipendenza dalla Danimarca.



«Finora - spiega Alega Hammond, ministro groenlandese delle Finanze e degli Esteri - abbiamo rinunciato alla sovranità per ragioni economiche». Il Paese, infatti, dipende totalmente dagli aiuti di Copenaghen, che ogni anno versa nelle casse di Nuuk - la capitale - l’equivalente di 400 milioni di curo l’anno. E anche le derrate alimentari, in primis frutta e verdura fresca, sono sempre arrivate via mare da qualche Paese lontano.



Oggi questo popolo antico abituato a pescare tra i ghiacci e a correre su slitte trainate da cani ha capito che il surriscaldamento globale è un vero guaio che comporterà l’abbandono di tante sue tradizioni. Ma i pescatori hanno appena scoperto che banchi di merluzzi abituati a nuotare in acque ben più calde di queste cominciano a popolare le coste meridionali dell’isola. I negozi della capitale iniziano a offrire patate e broccoli di produzione locale, miracolosamente forniti da campi dove un tempo crescevano - si fa per dire soltanto gli igloo.



La sorpresa più grande è stata la ricchezza del sottosuolo, delle aree finalmente sgombre dai ghiacciai. Vicino alla città di Uummannaq, sono state scoperte miniere di piombo e di zinco. Specialisti nelle prospezioni di oro e diamanti hanno invaso il Sud dell’isola. La compagnia Alcoa sta per costruire un grande impianto per l’estrazione di alluminio. E, ciliegina sulla torta, i prezzi di queste materie prime stanno crescendo in maniera rilevante e su scala globale. Quando anche il restante ottanta per cento del territorio sarà (se lo sarà) disponibile per le ricerche minerarie, le casse del nuovo Stato potranno godere di entrate ingenti e ininterrotte.



Più in là, sotto le acque dell’Atlantico lasciate libere dai ghiacci, ci si aspettano sorprese ancora più ghiotte. L’Istituto geologico americano stima che al largo delle coste nordoccidentali della Groenlandia si trovino 31 miliardi di barili di petrolio e di gas non ancora scoperti. E da Ovest, tra le acque che dividono l’isola dal Canada, potrebbero arrivare altri miliardi di barili. Alcune multinazionali, Exxon e Chevron in testa, stanno già effettuando prospezioni petrolifere.



In novembre, il referendum sarà solo una formalità. Il piano che porrà porre fine alla sovranità "limitata" in vigore dal 1978, dovrebbe garantire al governo locale 16 milioni di dollari di entrate grazie ai giacimenti di petrolio e di minerali. Quando i proventi cresceranno, saranno divisi in parti uguali tra Danimarca e Groenlandia, fino al giorno in cui i sussidi dì Copenaghen non saranno più necessari. E Nuuk, la città del "Senso di Smilla per la neve" diventerà la capitale di uno Stato indipendente, sette volte più grande dell’Italia.

Venere, Apollo e la sua ninfa storie di straordinaria tutela

ROMA - Venere, Apollo e la sua ninfa storie di straordinaria tutela
RENATA MAMBELLI
VENERDÌ, 03 OTTOBRE 2008 LA REPUBBLICA - Roma

In mostra nell´Anfiteatro Flavio sessanta pezzi arrivati da tutto il mondo. In occasione del centenario del regolamento ministeriale
Le metope dei templi di Selinunte E un Canova mai visto

Sono capolavori che hanno attraversato i continenti, quelli esposti da ieri al Colosseo nella mostra "Rovine e rinascite dell´arte in Italia", organizzata dal Ministero per i Beni Culturali e in particolare dalla Soprintendenza speciale per i Beni Archeologici di Roma. C´è la Venere de´ Medici, uno splendido marmo di Antonio Canova, di cui Napoleone si era innamorato: fu nascosta a Palermo per sottrarla alle sue brame, ma invano. L´imperatore si decise alla fine a pagare una fortuna per portasela via. Nel 1815, però, la statua, tornò finalmente a Firenze, e per sempre. Ci sono le Metope dei templi di Selinunte, del 500 a. C., scoperte da due architetti inglesi nel 1823 mentre compivano uno scavo clandestino: non riuscirono a portarle a Londra, com´era loro intenzione, furono bloccati dalla polizia del Regno di Napoli e ora le Metope sono nel Museo archeologico di Palermo. Rubate, nascoste, vendute - Goethe si rimproverò per tutta la vita di non aver acquistato una statua di ninfa del 140 d. C., nota, appunto, come Ballerina di Goethe, anch´essa in questa mostra-, trafugate come bottino di guerra, soprattutto da Napoleone durante la campagna in Italia, ma anche dalle SS tra il ?40 e il ?45, che riempirono treni con statue, reperti, quadri. Oppure lasciate in eredità, regalate a qualche principe che non si fece remore di donarle a sua volta, mettendole a rischio in paesi poi travolti da guerre e rivoluzioni. Molti di questi capolavori hanno passato infinite dogane, abilmente nascoste, oppure sono finite nello zaino di qualche turista intraprendente. Avventurosa, in particolare, la storia dell´Apollo Citarista, splendido bronzo del I secolo a. C., nascosto durante la guerra nell´abbazia di Cassino, trafugata dai paracadutisti della Divisione Hermann Goering che volevano farne omaggio al loro maresciallo, nascosta dai nazisti prima della caduta in una miniera di sale presso Salisburgo dove alla fine fu trovata dagli Americani e restituita all´Italia.
C´è poco da stupirsi, d´altra parte, se si pensa che fino a un secolo fa - il primo regolamento organico di tutela, che si celebra con questa mostra, è del 1909 - le opere d´arte erano di chi se ne appropriava, e c´era già da ringraziare il cielo se chi lo faceva era un collezionista. Il capolavoro fuggiva all´estero, ma restava ben custodito. La storia dei secoli passati, per quanto riguarda l´arte, è piena di distruzioni. Basta pensare a quello che avvenne dopo la caduta dell´Impero Romano: quanto veniva risparmiato dalle distruzioni delle incursioni dei barbari - e spesso anche dei saraceni - veniva usato per fare calce, come toccò a molti marmi di pregio. I cristiani si intestardirono, per di più, a cancellare le tracce delle divinità "idolatre". In seguito, ci pensarono i bottini di guerra a fare piazza pulita dei capolavori.
Col Rinascimento, però, se le nuove scoperte attirarono a Roma torme di mercanti affamati di opere d´arte, cominciò anche un´attenzione diversa verso le antichità. E anche l´ingordigia dei francesi dell´età Napoleonica, per assurdo, insegnò ai popoli italici che quei marmi e quei bronzi erano un patrimonio. Da difendere, appunto. Le sessanta opere riunite nel Colosseo e provenienti dai maggiori musei italiani e stranieri, sono la testimonianza dei diversi livelli raggiunti nel nostro paese nella tutela del patrimonio storico e artistico del paese. Ed è interessante che il secolo che ha fatto di più, in questo senso, sia stato proprio il ?900, che ha visto anche tante ruberie e tanti furti. Ma c´è una statua, in questa mostra, che avrebbe dovuto esserci e invece non c´è, non a caso: è la Venere di Cirene, che è stata da poco restituita dall´Italia alla Libia. Un´altra preda di guerra che ha ripreso la strada del paese da dove era venuta.

Una mostra al Colosseo celebra 100 anni di tutela del patrimonio nazionale

l'Unità 3.10.08
Tesori sottratti al saccheggio
Una mostra al Colosseo celebra 100 anni di tutela del patrimonio nazionale
di Adele Cambria

LE EMOZIONI si sprigionano subito, appena comincia la visita-guidata da Adriano La Regina e dalle giovani archeologhe (e curatrici del catalogo) Elena Cagiano de Azevedo e Roberta Geremia Nucci. La prima sosta è a un meraviglioso altorilievo marmoreo che costituiva la fronte di un sarcofago romano del I°-II° sec.d.C. Si intrecciano, in una plastica raffigurazione quasi carnale, i giovani corpi dei figli e delle figlie di Niobe,(i Niobidi) mentre si consuma su di loro, fra loro, la strage provocata dall'invidia di Latona/Giunone: che invia sulla terra i propri figli, Apollo ed Artemide, con il compito di ucciderli tutti,7 maschi e 7 femmine, per punire Niobe di essersi vantata di una prole più numerosa, e più ardita e splendente, di quella della Dea. Il mito che Ovidio ci trasmette nelle Metamorfosi contiene un monito primario: avverte i mortali di non suscitare mai l'invidia degli Dei..
Quest'opera d'arte sta qui, a documentare la prima sezione della mostra e ha come titolo: «Alle origini della tutela». Infatti la sorte di questo capolavoro si intreccia attraverso i secoli con quella di un altro rilievo con scena di sacrificio (qui rappresentato da un calco): che, nonostante esaltasse il rito pagano del sacrificio di un toro, decorava la porta della Biblioteca di San Marco a Venezia. Ma l'originale fu prelevato dai francesi nel 1797, e mai più restituito.(Si trova al Louvre). In compenso, tuttavia, Venezia, nel 1816 inclusa nell'impero austro-ungarico, si ebbe, dai francesi, lo splendido altorilievo della strage dei Niobidi, murato su una porta del "gran salone" della Villa Borghese, ed anch'esso asportato dai francesi, in periodo napoleonico. «Perché secondo il gusto dell'epoca, nella prima metà dell'Ottocento - spiega La Regina - il sarcofago Borghese era ritenuto di minor valore.
Sosta successiva, davanti alla incantevole statua della Ninfa (anch'essa databile alla fine del I° sec.d.C., ma la testa è più antica), ritrovata nel cortile di Palazzo Carafa Colubrano, a Napoli: i Borboni tentarono di far restare quel capolavoro a Napoli senza riuscirci. La statua fu offerta in vendita J.Wolfang Goethe. E lui seppe resistere alla tentazione di impossessarsi del capolavoro, passato alla storia come "La ballerina di Goethe", accettando il prudente consiglio dell'amica pittrice Angelica Kaufmann. Rivedendo poi la sua "ballerina" nel Museo Pio Clementino in Vaticano(dove si trova tuttora), Goethe espresse rimpianto per «non essere riuscito a portarla in Germania, per associarla a qualche grande raccolta patria».
Recentissime invece le avventure della delicata «Divinità femminile in trono», in argilla rosata, di produzione etrusca del III-I sec. a.C., ritrovata nel corso degli scavi a Luco dei Marsi(L'Aquila), e che è stata scelta come logo della mostra. La dea madre - forse Angizia(Demetra-Cerere) - fu prelevata (e salvata dai tombaroli) al lume delle torce elettriche, dagli archeologi della Soprintendenza d'Abruzzo, scortati dai carabinieri, nella notte del 18 luglio 2003. Ora si trova nel Museo Archeologico "La Civitella" di Chieti.
Tutt'altro capitolo, e drammatico, quello delle esportazioni in Germania fra il 1937 e il 1944. Scrive, nel catalogo, Roberta Geremia Nucci: «Il saccheggio cominciò nel 1937, quando giunse in Italia la prima Commissione del governo tedesco, presieduta dal principe Filippo d'Assia, per la selezione delle opere da 'acquistare', con l'assenso del ministro degli Esteri Ciano o di Mussolini, nonostante i pareri negativi del Ministro dell'Educazione Nazionale Bottai. Singolare la sorte del "Dioniso", una statua gigantesca che fu consegnata all'Ambasciata tedesca il 15 gennaio 1944, e trasferita a Weimar per servire al culto di Nietzsche-Dionysos. Recuperata nel 1991, si trova ora nel Museo Nazionale Romano a Palazzo Massimo alle Terme. Ma la testa originale di "Dioniso" è, dal 1966, nel Ashmolean Museum di Oxford.