venerdì 29 febbraio 2008

Quando essere vecchi significava saggezza

La Repubblica 29.2.08
James Hillman sostiene che bisognerebbe proibire la chirurgia cosmetica e considerare il lifting come un crimine contro l´umanità. La faccia del vecchio è un bene per il gruppo
Il passaggio dal tempo ciclico a quello lineare. Il mito errato della giovinezza
Quando essere vecchi significava saggezza
di Umberto Galimberti

La vecchiaia non è solo un destino biologico, ma anche storico-culturale. Quando il tempo era ciclico e ogni anno il ritmo delle stagioni ripeteva se stesso, chi aveva visto di più sapeva di più. Per questo "conoscere è ricordare", come annota Platone nel Menone, e il vecchio, nell´accumulo del suo ricordo, era ricco di conoscenza. Oggi con la concezione progressiva del tempo, non più ciclico nella sua ripetizione, ma freccia scagliata in un futuro senza meta, la vecchiaia non è più deposito di sapere, ma ritardo, inadeguatezza, ansia per le novità che non si riescono più a controllare nella loro successione rapida e assillante. Per questo Max Weber già nel 1919 annotava: «A differenza delle generazioni che ci hanno preceduto, oggi gli uomini non muoiono più sazi della loro vita, ma semplicemente stanchi».
Per questo la vecchiaia è dura da vivere, non solo per il decadimento biologico e il condizionamento storico-culturale, ma anche per una serie di destrutturazioni che qui proviamo ad elencare. La prima è tra l´Io e il proprio corpo: non più veicolo per essere al mondo, ma ostacolo da superare per continuare a essere al mondo, per cui a far senso non è più il mondo, ma il corpo che la vecchiaia trasforma da soggetto di intenzioni a oggetto d´attenzione. Siccome poi nessuno riesce a identificarsi con un vecchio, anzi tutti si difendono spasmodicamente da questa identificazione, si crea quella seconda destrutturazione tra l´Io e il mondo circostante che impoverisce le relazioni e rende convenzionale e perciò falsa l´affettività. Nel vecchio, infatti, l´amore, che Freud ha indicato come antitesi alla morte, non si estingue. E con "amore" qui intendo eros e sessualità, di cui c´è memoria, ricordo e rimpianto. I vecchi cessano di essere riconosciuti come soggetti erotici e questo misconoscimento è la terza destrutturazione che separa il loro Io dalla pulsione d´amore.
Nel suo disperato tentativo di opporsi alla legge di natura, che vuole l´inesorabile declino degli individui, chi non accetta la vecchiaia è costretto a stare continuamente all´erta per cogliere di giorno in giorno il minimo segno di declino. Ipocondria, ossessività, ansia e depressione diventano le malefiche compagne di viaggio dei suoi giorni, mentre suoi feticci diventano la bilancia, la dieta, la palestra, la profumeria, lo specchio.
Eppure nel Levitico (19,32) leggiamo: «Onora la faccia del vecchio», perché se la vecchiaia non mostra più la sua vulnerabilità, dove reperire le ragioni della pietas, l´esigenza di sincerità, la richiesta di risposte sulle quali poggia la coesione sociale? La faccia del vecchio è un bene per il gruppo, e perciò Hillman può scrivere che, per il bene dell´umanità, «bisognerebbe proibire la chirurgia cosmetica e considerare il lifting un crimine contro l´umanità» perché, oltre a privare il gruppo della faccia del vecchio, finisce per dar corda a quel mito della giovinezza che visualizza la vecchiaia come anticamera della morte.
A sostegno del mito della giovinezza ci sono due idee malate che regolano la cultura occidentale, rendendo l´età avanzata più spaventosa di quello che è: il primato del fattore biologico e del fattore economico che, gettando sullo sfondo tutti gli altri valori, connettono la vecchiaia all´inutilità, e l´inutilità all´attesa della morte. Eppure non è da poco il danno che si produce quando le facce che invecchiano hanno scarsa visibilità, quando esposte alla pubblica vista sono soltanto facce depilate, truccate e rese telegeniche per garantire un prodotto, sia esso mercantile e politico, perché anche la politica oggi vuole la sua telegenìa. La faccia del vecchio è un atto di verità, mentre la maschera dietro cui si nasconde un volto trattato con la chirurgia è una falsificazione che lascia trasparire l´insicurezza di chi non ha il coraggio di esporsi con la propria faccia.
Se smascheriamo il mito della giovinezza e curiamo le idee malate che la nostra cultura ha diffuso sulla vecchiaia potremmo scorgere in essa due virtù: quella del "carattere" e quella dell´"amore". La prima ce la segnala Hillman ne La forza del carattere (Adelphi): «Invecchiando io rivelo il mio carattere, non la mia morte», dove per carattere devo pensare a ciò che ha plasmato la mia faccia, che si chiama "faccia" perché la "faccio" proprio io, con le abitudini contratte nella vita, le amicizie che ho frequentato, la peculiarità che mi sono dato, le ambizioni che ho inseguito, gli amori che ho incontrato e che ho sognato, i figli che ho generato.
E poi l´amore che, come ci ricorda Manlio Sgalambro nel Trattato dell´età (Adelphi), non cerca ripari, non si rifugia nella "giovinezza interiore" che è un luogo notoriamente malfamato, ma si rivolge alla "sacra carne del vecchio" che contrappone a quella del giovane, mera res extensa buona per la riproduzione. «L´eros scaturisce da ciò che sei, amico, non dalle fattezze del tuo corpo, scaturisce dalla tua età che, non avendo più scopi, può capire finalmente cos´è l´amore fine a se stesso». Una sessualità totale succede alla sessualità genitale. Qui si annida il segreto dell´età, dove lo spirito della vita guizza dentro come una folgore, lasciando muta la giovinezza, incapace di capire.
Forse il carattere e l´amore hanno bisogno di quegli anni in più che la lunga durata della vita oggi ci concede per vedere quello che le generazioni che ci hanno preceduto, fatte alcune eccezioni, non hanno potuto vedere, e precisamente quello che uno è al di là di quello che fa, al di là di quello che tenta di apparire, al di là di quei contatti d´amore che la giovinezza brucia, senza conoscere.

giovedì 28 febbraio 2008

Bonnefoy nel corpo infinito del Louvre

l’Unità 28.2.08
Bonnefoy nel corpo infinito del Louvre
di Yves Bonnefoy

IL POETA FRANCESE narra in un racconto poetico «a quadri» una visita al museo parigino: dallo stupore per la sua grandezza al perdersi nel guazzabuglio dei capolavori: la Nike di Samotracia, la Gioconda, i visitatori, le luci, le ombre

Il Museo
Avrei voluto entrare da bambino in un luogo così.
Non perché io sapessi e neppure presentissi le opere che sono esposte al Louvre o negli altri musei del mondo.
Ma è che lo spirito di un bambino è ossessionato da immagini ancora incompiute benché intense. Non sono le parole che hanno valore per lui, sono le immagini che vi intravede oltre. Di immagini non ne incontra mai che non lo turbino, lo spaventino, oppure che non lo attirino, che non lo seducano. E vorrà andare là dove - gli si dice - vi sono immagini, come oltre se stesso.
Salendo le grandi scale contro corrente a queste ombre che vengono giù per i gradini.
E andando su come sarebbe stato bello per lui sedersi vicino alle ginocchia di una grande Isis sorridente, che gli avrebbe aperto un libro di segni e di figure, tutto a colori, con le pagine innumeri di ciò che è.
Dunque è stata splendida, al Louvre, questa intuizione: collocare in cima alle scale d’accesso la Vittoria di Samotracia, e le sue ali spiegate al di sopra del mondo.
In piedi sulla prua di una nave conquistata, saccheggiata. Ma è parimenti la giovane madre dalla veste leggera e aderente al corpo. La dolcezza in persona, la pace.
Sulla spalla il fermaglio si è aperto, la stoffa è gonfiata dal vento. Il grande segreto già quasi detto.

La Grecia, 1
Mallarmé ha scritto che la Venere di Milo è la bellezza completa, unica, immutabile, ma senza ancor coscienza di sé. Lei sorride - ci dice - «eternamente serena» poiché l’umanità di cui si fa immagine nello specchio del bel marmo levigato, non è stata «morsicata al cuore» dal cristianesimo, che fu la grande chimera.
Ma è possibile parlare di incoscienza davanti a un’opera di questo genere? Ciò che questo scultore dalla suprema attenzione fece, fu di verificare che la forma - del viso o del torso, forma della spalla, forma dei ventri, talora gravidi - può liberarsi dai corpi senza incontrare ostacolo nella materia, mentre i vuoti seguono ai pieni, alla superficie di una vita così fedelmente imitata, con una modulazione tanto perfetta e infinita quanto agevole. Fidia, Prassitele, Scopa hanno riflettuto, e hanno concluso: l’essere sensibile, anche se offuscato dal caso, anche se privato - nei nostri sguardi - della sua ricchezza a causa della cecità smaniosa e frettolosa del desiderio, può essere un luogo di risoluzione, di armonia. Essi pensano che per accedere al nostro culmine basterebbe contemplare la forma che alberga in noi come si fa con quei cieli notturni d’estate quando le nuvole svaporano da ogni sguardo.

La Gioconda
Questo quadro è il più famoso dei quadri, ma è anche il massimo enigma. Infatti ecco un artista che ha sognato, grazie alla sua scienza finalmente veritiera, di rappresentare in maniera perfetta, senza niente che turbi l’illusione, la giovane donna che ha accettato di sedersi davanti a lui per tutto il tempo necessario, le mani a riposo, lo sguardo pieno di attenzione al suo gesto, a questo strano lavoro di cui lei intuisce soltanto l’intensità silenziosa. Leonardo da Vinci voleva liberare la natura da ogni pregiudizio, da ogni mito che ne ha velato la figura. Ma noi, cosa vediamo su questo viso dai colori leggermente crinati?
Solo questo strano sguardo, che ci dice come la figura dove compare sia anche lei solo un velo; che ci fa capire come questi occhi, questa bocca, e queste due mani incrociate, e queste montagne in lontananza, e questo cielo, non siano che dipinti sulla notte di un sottile sorriso che viene da altrove, quale prova di un altro mondo.
Ecco dunque la pittura! Più si va avanti con l’illusione, più il simulacro parla di assenza. Più è precisa l’apparenza, e più profondamente si rivela il velame nelle sue pieghe che appena si muovono.

Salone quadrato
Delacroix, Manet, Cézanne, Van Gogh, Matisse con Picasso, Giacometti, quanti altri, sono passati, hanno indugiato in questa sala.
E anche Baudelaire, e Apollinaire. E ancora questi giovani d’oggi, che tengono in mano foglietti sui quali il pensiero di ieri è disconosciuto, insultato; ma è perché quel quadro o quella statua dell’altro ieri o del fondo dei secoli permangono come assoluti, e non si smette di amarli.
Quanti appuntamenti! È da uno di questi, con Tiziano, o Giorgione, che è nata la pittura moderna, nel 1863, con Manet.
È da un altro, di Giacometti con la Madonna in maestà, circondata da angeli di Cimabue, che si è formato L’oggetto invisibile.
Questo Tiziano che noi tutti amiamo, il Concerto campestre: Poussin avrebbe accettato un appuntamento davanti a lui con Cézanne giovane per una conversazione che l’entusiasta debuttante, irruente, maldestro, avrebbe, lì per lì, giudicata deludente.
Dopo di ciò, chiaritisi al giorno d’oggi i loro malintesi, li immaginiamo sotto un pergolato ai bordi dello Stige, mentre bevono in eterno un po’ di vino rosso scuro che reca loro un’ancella.

Essere al Louvre
Essere al Louvre, sapere che là ci sono tante di quelle sale che non si visiteranno né oggi né mai. E più lontano ancora, al termine di percorsi nascosti, questi depositi, uffici dei conservatori o dei fotografi, queste scale di cemento con tubi verso le sale macchine, questi armadi per scope o sacchi di gesso, queste cripte, questi sotterranei ora a contatto con la terra grezza informe, senza coscienza di sé, cieca ai nostri progetti, ai nostri sogni.
Perché si è voluto un secolo dopo l’altro questo luogo che ci stupisce e a volte ci spaventa, proprio quando noi cerchiamo di confidare il nostro desiderio di essere e di verità a pensieri benigni come quelli che ci promettono gli occhi attenti del Castiglione di Raffaello, o il corpo infinito della Venere di Correggio? Vado nel museo, ho l’impressione di scendere dentro le immagini, più giù del pensiero che ha loro assicurato la vita, anche più giù, in assoluto, del pensiero stesso. Credo di toccare nel guazzabuglio dei capolavori la stessa materia nera, impenetrata, che urta al di sotto del museo contro le acque del grande fiume.

Per favore...
Per favore, dove si va per la Morte della Vergine di Caravaggio, dove per il San Sebastiano di Mantegna, dove per l’Astronomo di Vermeer, la Battaglia di San Romano? Dove per Botticelli, da che corridoio si arriva a Georges de La Tour?
Per favore, lei saprebbe da che parte si deve andare per questo dipinto? Sì, dove le fiamme si agitano nella cornice, con ovunque del fumo sin nella sala attigua e l’inebriante odore dell’erba che brucia?

Il centro dov’è?
Il centro del Louvre, dov’è? Questo rettangolo dove i lati sono ovunque e le diagonali non si incrociano da nessuna parte, non nasconde comunque un punto dove si condensa il suo infinito, forse in un quadro o in un aspetto di un quadro?
Si può pensare così, e cercare. Si possono fare ipotesi, per il piacere di formularne altre.
Per un attimo mi dico che il centro metafisico del Louvre è il carro del sole come l’ha dipinto Delacroix: infatti il dio delle arti vi sta eretto a combattere i fantasmi vuoti di senso, emanazioni del caos, con questo fulmine di cui è baleno la bellezza delle opere.
Il dio frena i suoi destrieri ma al contempo li sprona. Sembra che gli sia necessario essere scosso da discordanti forze se vuol lanciare con precisione i suoi dardi contro l’abisso.

Tra poco si chiude
Tra poco chiudono, sarò chiamato in avanti, guidato, spinto, la folla mi si pigerà intorno, il rumore diverrà più intenso, la galleria grande, le sale innumerevoli, i corridoi, tutto ciò sarà come un fiume dentro di me.
E queste rive che scivoleranno sempre più veloci, il tempo oramai sta toccando la sua fine in questo crepuscolo ove si spengono i rossori delle immagini. Tiziano, Rubens, Poussin, Delacroix, riflessi nell’acqua dell’altro grande fiume. E sopra di loro queste stelle che saranno per sempre solo il polverio del loro semplice numero.

mercoledì 27 febbraio 2008

«Non torneremo indietro su testamento biologico e Dico»

«Non torneremo indietro su testamento biologico e Dico»

QN del 27 febbraio 2008, pag. 12

di Giorgio Gazzotti

Mezzo mondo cattolico è insorto contro il vostro ingresso nelle liste del Partito de­mocratico, Famiglia cristiana spara a zero su Veltroni e Pannello. I teodem chiedono garanzie. Come farete a convivere con Kala cattolica del Pd?

«Sgombriamo il terreno — risponde Marco Cap­pato, dirigente e parlamentare europeo radicale — una volta per tutte da questa storia della con­trapposizione tra cattolici e radicali. Ci sono anche radicali cattolici e non ci sarebbero state le grandi maggioranze sul divorzio e sull'aborto e la vicinanza alla lotta di Welby senza i cattolici. Noi siamo in sintonia profonda con la società italiana e anche con i cattolici, che spesso sono stati dalla parte delle nostre battaglie civili. Poi c'è una parte del mondo cattolico, quello orga­nizzato e più vicino alle gerarchie ecclesiastiche, con il quale ci sono delle differenze, ma l'importante è che ci sia un confronto aperto».

Il confronto va bene, ma su questioni co­me l'eutanasia, le unioni di fatto, la dro­ga, il Concordato, le posizioni sono inconci­liabili.

«Anche nel Partito democratico americano sui diritti civili ci sono posizioni molto articolate. E comunque, da quando abbiamo pensato all'al­leanza con il Pd, abbiamo sempre detto che per noi prioritarie sono le riforme in senso liberale in campo economico, istituzionale e della giustizia. Sui diritti civili crediamo ci siano anticorpi laici sia nella Chiesa sia nella società che ci ga­rantiscono».

Insomma metterete la sordina alle vostre battaglie storiche?

«Non ho detto questo, ho detto che ci sono delle priorità. Naturalmente purché non ci siano arre­tramenti sui temi civili, che non potremmo ac­cettare. E che nel programma del Pd non ci so­no, mentre l'altra coalizione mi sembra proietta­ta a compiere grandi passi indietro. Nel programma del Pd ci sono impegni sul testamento biologico e sulle unioni di fatto, che sono obiet­tivi più avanzati di ciò che questa legislatura ha prodotto».

Craxì e Boselli si chiedono in cambio di co­sa avete rinunciato al simbolo e alle vostre battaglie...

«Craxi e Boselli hanno scoperto a parole le batta­glie laiche da un anno e mezzo, non credo possa­no darci lezioni. Quando eravamo insieme nel­la Rosa nel Pugno ci rimproveravano di non avere abbastanza attenzione al sociale. Oggi si scoprono neofiti della laicità».

Voi dunque garantite che andrete d'amo­re e d'accordo e la coesione del Pd sarà salva?

«Noi radicali abbiamo dimostrato nella legisla­tura in corso una lealtà sugli impegni presi, co­me nessun altro. Abbiamo lavorato con serietà sul testamento biologico assieme al cattolico Marino e sui Dico con la cattolica Bindi. Noi non facciamo politica per fare risse e polemi­che».

Ma candiderete anche il ginecologo Silvio Viale, bestia nera del Vaticano e di molti cattolici?

«Non abbiamo ancora deciso le nostre candida­ture, ma penso che non ci saranno problemi».

Adesso il Vaticano scavalca i partiti

Adesso il Vaticano scavalca i partiti

La Stampa del 27 febbraio 2008, pag. 8

di Marcello Sorgi

Rifiuto dell'aborto e dell'eutanasia; promozione della famiglia fondata sul matrimonio monogamico tra uomo e donna; tutela della vita fin dal concepimento; libertà di edu­cazione»: in quattro punti, l'«Osservatore Romano», organo ufficioso della Santa Sede, elenca così i «valori irrinunciabili per i cattolici, e dunque per i cattolici impegnati in politica e per i cat­tolici chiamati alle urne». Valori contenuti in un do­cumento della Congregazione della dottrina del 2002 firmato, ri­corda ancora l'«Osservatore», da Ratzinger e Bertone, oggi Pa­pa e Segretario di Stato. Una ragio­ne di più per tener­ne conto. L'edito­riale del giornale del Vaticano coincide con l'av­vio di una campagna elettorale in cui per la prima volta dopo tanti anni si riparla di partito o partiti cattolici e si presenta una «lista di scopo», quella promossa da Ferrara, contro l'aborto.



Da tempo, ormai, diciamo dalla caduta della Prima Repubblica e dallo scioglimento della Dc, il ruolo dell'ex-partito cattolico co­me unico o prevalente riferimen­to degli elettori credenti era sta­to soppiantato da una sorta di competizione tra centrosinistra e centrodestra a proporsi come rappresentanti dei valori. Anche se poi, sui temi sensibili (come ad esempio la legge sulla fecondazione assistita) il tradizio­nale spazio di mediazione che aveva consentito ai dc di opporsi, ma riducendo al minimo i dan­ni in termini di rapporti politici con gli alleati laici, al divorzio e all'aborto, si era via via ristretto, aprendo soprattutto all'interno del centrosinistra polemiche e spaccature.


Sul punto, partito o partiti cattolici, l'«Osservatore» non si pronuncia. E si può intendere questo come una conferma del fatto che il tentativo dell' Udc e della Rosa Bianca, di rico­struire al centro qualcosa che assomigli a un par­tito cattolico, può essere o no in­coraggiato da singole personali­tà della Gerarchia, ma non può in alcun modo essere interpretato come un ripensamento sul modo diretto, senza deleghe, della Chiesa e dei pastori, di rivol­gersi direttamente, senza più mediazioni, al gregge dei fedeli. Ricordandogli, appunto, quali sono i valori su cui giudicare. E raccomandandogli, implicita­mente, di non lasciarsi inganna­re dalle apparenze.

Legge sulla fecondazione assistita, non facciamo finta di nulla

Legge sulla fecondazione assistita, non facciamo finta di nulla
Liberazione del 27 febbraio 2008, pag. 3

di Grazia Zuffa
Il clamore intorno all'aborto rischia di far passare sotto silenzio o quasi l'altro contenuto importante della presa di posizione della Federazione degli Ordini provinciali dei medici: la denuncia delle linee guida della legge 40, sulla fecondazione assistita, che «intervengono nella relazione di cura - si legge - definendo atti e procedure diagnostico terapeutiche non fondate sulle migliori evidenze scientifiche disponibili...onde non è consentito al medico di compiere il proprio dovere agendo secondo scienza». E' una denuncia forte di una normativa e di una regolamentazione che in nome di un'ideologia calpestano il diritto alla salute. Su questa base, il documento si dichiara a favore della diagnosi pre impianto degli embrioni e contro l'obbligo di impiantare nell'utero materno tutti gli embrioni prodotti, sulla scia delle sentenze della magistratura.
E' un pronunciamento quanto mai opportuno perché la questione della legge 40 rischiava di finire nel dimenticatoio, tanto che neppure della modifica delle linee guida si parlava più. Eppure va ricordato che la sentenza del Tar del Lazio, dopo quelle del tribunale di Cagliari e di Firenze, ha rinviato la normativa sulla fecondazione assistita alla Consulta per sospetta incostituzionalità, in violazione del diritto alla salute dei bambini e delle donne.
C'è da chiedersi con sgomento il perché di tanta inerzia nonostante l'intervento dei giudici e ora anche la discesa in campo dei medici. Anche perché già nell'ottobre dello scorso anno la relazione al parlamento sull'applicazione della legge 40 tracciava un quadro sconsolante, mostrando che l'era post legge è assai peggiore di quella pre legge, a suo tempo (sconsideratamente) bollata come il far west della fecondazione assistita. Vale la pena ricordarla a tutti gli smemorati: diminuiscono le gravidanze e i bambini nati; crescono i parti plurimi, con conseguente aumento del rischio per i neonati (mentre negli altri paesi diminuiscono); si conferma la migrazione verso i centri esteri di moltissime coppie, alla ricerca dei trattamenti più efficaci e più rispettosi del bene salute. Dunque la relazione già indicava una via: avviare un confronto a tutto campo e di più lungo periodo sull'impianto complessivo della legge, e intervenire d'urgenza con modifiche circoscritte ma significative: permettendo la diagnosi pre impianto; allargando l'accesso alle tecniche anche alle coppie con patologie geneticamente trasmissibili, che solo in tal modo possono evitare di mettere al mondo bambini malati; cancellando l'impianto forzato degli embrioni, permettendone la crioconservazione. Più o meno la strada tracciata dalle sentenze, richiamandosi a principi generali della Costituzione.
Eppure questi principi non sono bastati a smuovere un governo paralizzato (su questo come su altri temi "eticamente sensibili" o meno, dalla regolamentazione delle coppie di fatto, alle droghe, all'immigrazione e così via).
E' vero che iniziative parlamentari lodevoli ci sono state, come il disegno di legge presentato in Senato da Maria Luisa Boccia; ma c'è da dubitare che avrebbe raccolto l'attenzione e i consensi necessari, anche senza il precipitare della fine della legislatura. E' un giudizio amaro, che va tenuto presente per capire il da farsi e muoversi di conseguenza. E' chiaro che anche nella prossima legislatura, la legge e la battaglia parlamentare saranno l'approdo, più che l'inizio, di un percorso politico che va intrapreso con determinazione.
Due le direttrici: la prima è lo sviluppo del discorso intorno alla "miseria" della politica (ben altro - si badi bene - dalla denuncia generica sui misfatti della casta, atta solo a solleticare la piazza e a mantenerla allo stadio prepolitico di impotenza e livorosità). Va invece posta e imposta alle forze politiche una riflessione sul rapporto fra la politica e i temi "eticamente sensibili" (cominciando col mettere in discussione il perché alcuni sono declinati come tali ed altri no). La crescente enfasi su questi ultimi, per i quali si rivendica "libertà di coscienza", va di pari passo col restringersi degli orizzonti e dell'efficacia della politica. Nella legge di cui stiamo discutendo, la sacralità dell'embrione, come "valore non negoziabile", calpesta, come si è visto, il "valore" della tutela della salute, senza che la politica batta un colpo: non più in grado - parrebbe - di riconoscere la dimensione etica del diritto alla salute. Eppure si tratta di un principio di civiltà, che si è affermato come tale nelle società moderne dopo una lunga storia di conflitti politici che hanno attraversato i secoli scorsi. E' un principio riconosciuto, non a caso, nella carta costituzionale, e ciò consente oggi di limitare i danni della legge 40. Ma i principi della Carta hanno bisogno di vivere nel discorso pubblico pena la loro decadenza nella consapevolezza dei cittadini e delle cittadine.
La seconda direttrice passa dall'individuare il terreno innanzi tutto simbolico entro cui si dispiegano i problemi della fecondazione assistita. Contrariamente alla vulgata che si è imposta nello scontro referendario, e che ha convinto anche molte donne, al centro non sono le tecnologie e la divisione non è tanto fra credenti e non credenti nelle sorti progressive della scienza; in scena è la riedizione virulenta del conflitto fra uomini e donne sul controllo del corpo femminile capace di generare, cui le tecnologie offrono nuovi appigli e nuove angolature. La rappresentazione dell'inizio della vita è il filo che unisce la fecondazione assistita al riaccendersi della polemica sull'aborto: la madre che mette al mondo si capovolge nella madre boia della invocata moratoria, o in quella che minaccia i piccolissimi prematuri, "salvati" - si dice - dalle nuove frontiere della scienza. Sui "miracoli" quasi sempre mancati, sul corredo di sofferenze inflitte ai piccoli e dunque alle madri, sui danni gravi spesso provocati ai corpicini dall'accanimento tecnologico, i castigatori delle madri opportunamente tacciono. Nel clamore intorno alla vita, siamo immerse in un silenzio assordante.

I cattolici americani perdono colpi

I cattolici americani perdono colpi

Il Riformista del 27 febbraio 2008, pag. 1

di Federico Romero

Fluidità e mutamento sono le principali caratteristiche del panorama delle religioni tra i cittadini statunitensi. Lo dice un'ottima, ampia indagine svolta dal Pew Reseach Center tra 35.000 americani adulti (reperibi­le a: http://religions.pewforum.org/reports) che conclude: «il mercato religioso america­no è segnato da un costante movimento, perché ogni gruppo principale guadagna e perde simultaneamente aderenti».



Questo studio consente però di quantifi­care tali spostamenti e quindi ci dà sia una mappa aggiornata del presente che indicazioni sui trend futuri. Il primo dato, che non stupisce, è la crescente moltiplicazione e frammentazione delle appartenenze religiose derivante dall'afflusso di migrazioni molto di­verse, che stanno ad esempio introducendo nel paese l'islam e l'induismo. Ne consegue il calo del peso relativo delle religioni tradi­zionali. I protestanti sono ora appena il 51% e cesseranno presto di rappresentare la maggioranza della popolazione. I cattoli­ci sono il 24% e il totale dei cristiani arriva al 78,4%.



Cospicua è la quota - prevalentemente maschile - di chi non dichiara alcuna affilia­zione (16%): essa include minoranze di atei e agnostici, ma soprattutto persone che si di­cono in ugual misura religiose o secolari ma senza riconoscersi in nessuna chiesa. È il gruppo che è cresciuto di più: oltre metà di loro aveva nell'infanzia un'affiliazione reli­giosa - ovviamente quella della famiglia d'o­rigine - in cui non si identifica più. Siccome tra loro c'è un alta percentuale di giovani è facilmente prevedibile che questo gruppo si espanderà ulteriormente in futuro.



Nella galassia del protestantesimo sono in calo battisti, metodisti e luterani mentre aumentano gli aderenti a chiese senza deno­minazioni specifiche. Ciò fa sì che non sia particolarmente aumentato il numero degli evangelici (ora al 26% del totale, con una più accentuata presenza nel Sud e una spic­cata maggioranza femminile) ma che stia segmentandosi la loro composizione inter­na. Mentre nelle denominazioni protestanti tradizionali, più rappresentate nel Mid-West e nelle fasce anziane d'età, s'identifica il 18% degli americani. Se la mobilità interna tra tutte queste chiese è piuttosto alta, so­prattutto in relazione ai matrimoni, più sta­bili sono ovviamente le denominazioni pro­testanti tradizionalmente radicate nella po­polazione afro-americana, che ne riproduco­no la distribuzione geografica nel Sud e nel­le grandi aree urbane con un 7% del totale.



Nel complesso ben il 28% degli america­ni ha cambiato affiliazione rispetto all'infan­zia (un dato che sale al 44% se si calcolano i movimenti entro le varie denominazioni protestanti). Qui spicca in particolare il for­te calo dei cattolici. Quasi un terzo degli in­tervistati che erano cattolici da bambini non si dichiarano infatti più tali da adulti, por­tando al 10% di tutti gli americani il nume­ro degli ex-cattolici.



Vi contribuisce soprattutto un dato sociologico, visto che le tradizionali comu­nità principali - irlandesi, italiani e polacchi - hanno perso omogeneità territoriale, si sono aperte a matrimoni misti, hanno conosciuto una forte mobilità sociale e si so­no in certa misura secolarizzate. Forse influisce anche la sfiducia in alcune diocesi, se non nella chiesa americana nel complesso, per la scarsa o tardiva rispondenza ai fe­deli - emersa nell'ultimo decennio - rispetto agli scandali di pedofilia. Il cattolicesimo è anche la denominazione che attrae il minor numero di convertiti da altre religioni.



Nonostante ciò il cattolicesimo americano resta pressoché ugualmente numero­so e ben distribuito nella nazione (anche se radicato soprattutto nelle aree urbane e nel Nord-est, e tra ceti poveri con bassi livelli d'istruzione) grazie alla ampia immi­grazione ispanica che ne rimpiazza le perdite in altri settori della popolazione. Se tra i nati negli Usa i cattolici sono solo il 21 %, tra i nati all'estero la loro quota sale ad­dirittura al 46% del totale, mentre i protestanti arrivano appena al 24%.


Giustifica
Questo schiude orizzonti futuri di ampio e continuo cambiamento del cattoli­cesimo americano. Gli ispanici sono ora circa un terzo di tutti i cattolici, e ben il 45% di quelli sotto i trent'anni. Bastano quindi i trend demografici, oltre a quelli migratori, per dirci che essi continueranno ad aumentare il loro peso relativo in una chiesa che sta evidentemente attraversando una lenta ma poderosa meta­morfosi storica.

Le religioni non amano le donne

Corriere della Sera 27.2.08
Saggi La tesi nel libro della «femminilista» Vittoria Haziel
Le religioni non amano le donne
di Marisa Fumagalli

Un'idea per lo slogan del prossimo 8 marzo? «Non da sola».
Fa a pugni, certo, con le anticaglie del femminismo separatista che non c'è più. Ben s'accorda, invece, con il nuovo «femminilismo », sostantivo coniato dalla scrittrice Vittoria Haziel. Sue, infatti, sono le tre parole-manifesto, contenute nell'ultima riga del saggio E dio negò la donna.
Sottotitolo: Come la legge dei padri perseguita da sempre l'universo femminile (Sperling & Kupfer, pp. 154, e 18). Il richiamo alla nuova battaglia di liberazione, che richiede lo sforzo comune dei due sessi, è la missione dichiarata del libro. Che, tuttavia, pone al centro il j'accuse, esplicito e testimoniato da storie vere a tinte forti, contro le violenze di ieri e di oggi, inflitte alle donne di tutto il mondo, nel nome delle tre grandi religioni monoteiste. Ebraismo, cristianesimo, islamismo. Excursus storico, corredato da riflessioni personali e annotazioni che rimandano ad altre analisi, impresse con il tratto deciso di una matita rossoblù. Nel mirino, dunque, ci sono le religioni dei padri. Mai «aggiornate», nonostante tutto. L'autrice, citando testi sacri, encicliche papali, discorsi, dimostra la sua tesi: il razzismo divino consumato ai danni delle donne.
Il fondamentalismo religioso (e non solo quello islamico di cui si parla molto, di questi tempi), che fa rima con maschilismo, umilia e colpisce tutto il genere femminile. Si può ancora sperare, allora? Si può. Il filo rosso che lega il variegato «documentario » (la Haziel è anche regista e sceneggiatrice), percorso da fughe nel sogno, ravvivato da sorprendenti artifici linguistici (si veda la sostituzione della parola dio con io, in alcune frasi), rivela un fine ambizioso: unire ciò che apparentemente è diviso e contrapposto. È questa, infatti, la missione dei «pontefici» (coloro che costruiscono ponti), a cominciare da lei: pacificare i due sessi, attraverso una nuova alleanza che offra dignità piena all'uomo e alla donna. «Non da sola », quindi. Gli uomini nuovi ci sono, basta trovarli, discutere e confrontarsi. In appendice al saggio, ecco l'elenco di gruppi maschili e misti, sparsi sul territorio nazionale e «accomunati dall'obiettivo di cambiare una Storia logora e sterile».
La «femminilista» Vittoria Haziel ha deciso anche di lanciare il nuovo fiore della «ricorrenza »: l'8 marzo, niente mimose. Al loro posto, tanti non-ti-scordar- di-me, simbolo di quel ponte d'amore tra femminile e maschile. Con la proposta di un'iniziativa forte: l'istituzione della «Giornata della memoria» (delle donne) «per ricordare il genocidio e la violenza che nella storia e nel mondo fanno ogni giorno milioni di vittime, più di qualsiasi olocausto».

Silvio Viale ha sperimentato la Ru486 a Torino

La Repubblica 27.2.08
Silvio Viale ha sperimentato la Ru486 a Torino
"Un grande giorno per le donne ma abbiamo 20 anni di ritardo"
di Sara Strippoli

TORINO - - Silvio Viale, l´Aifa dà il suo primo via libera alla pillola Ru 486. Un epilogo atteso. Ritiene che la battaglia sia stata troppo lunga?
«Un grande giorno per le donne. Arriviamo però con 20 anni di ritardo rispetto alla Francia, 8 rispetto agli Stati Uniti. E dopo sette anni di battaglie in Italia».
Crede che la battaglia sia finita?
«Per il momento diciamo che il bluff è stato svelato. Di tutti quelli che parlavano di "pesticida umano" o "diserbante chimico" o ripetevano il ritornello dell´aborto a domicilio e dell´aborto facile. Si comincerà ad applicare la Ru486 per gli aborti nell´ambito della 194 e finalmente si potranno condurre le sperimentazioni di questo farmaco anche in altri campi della medicina, come in oncologia».
Per questa battaglia lei è stato indagato dalla Procura di Torino perché le donne lasciavano l´ospedale durante la sperimentazione che si è svolta al Sant´Anna. Adesso che la pillola arriverà, si tornerà a parlare di "ricovero sì, ricovero no"?
«Basta leggere il testo della 194 nella sua interezza. Si parla sempre di intervento ed eventuale ricovero. Non c´è l´obbligo del ricovero ma si dice solo che le azioni finalizzate ad interrompere la gravidanza si devono svolgere in ospedale o nelle strutture autorizzate. Sta al medico decidere quando la donna può andare a casa. Il ricovero coatto non è previsto in nessun Paese europeo».
Non prevede che la querelle su questo punto riprenderà?
«Mi aspetto che gli oppositori della Ru486 scatenino una guerriglia a tutto campo, ma l´importante è cominciare sulla base di protocolli comuni. La Ru 486 implica una nuova organizzazione perché dopo l´assunzione delle pastiglie non sarà più possibile invocare l´obiezione di coscienza, trattandosi di semplice assistenza. Sarà possibile coinvolgere di più i consultori come già prevede la 194».
Quelli contrari alla Ru sostengono che ci sono effetti collaterali e complicazioni per la salute della donna. Come la pensa?
«La Food and drug administration, l´agenzia farmacologica americana e L´Emea, quella europea, nel 2007 hanno confermato la sicurezza del farmaco. L´Oms, l´organizzazione mondiale della sanità sostiene la stessa tesi. Io che l´ho usata non temo la prova del 9».
La battaglia per la Ru486 con lo sberleffo a Storace le costerà la candidatura in Parlamento nei Radicali?
«Non posso pensare che dipenda da questo».

Via libera alla pillola Ru486

l’Unità 27.2.08
Via libera alla pillola Ru486
Entro 90 giorni è previsto l’ok alla commercializzazione della Ru486. Solo in ospedale
di Anna Tarquini

Primo via libera per la commercializzazione in Italia della pillola abortiva Ru486. La commissione tecnico-scientifica (Cts) dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha dato il proprio parere favorevole alla richiesta di autorizzazione al commercio, attraverso la procedura di mutuo riconoscimento (che coinvolge anche altri Paesi europei), per la RU486. Si tratta del primo passo sulla strada che potrebbe rendere la RU486 disponibile in Italia, come farmaco utilizzabile esclusivamente in ospedale, e dunque classificato in fascia H.

È UN PRIMO PASSO, ma ci sono voluti più di 17 anni, i primi quindici passati in colloqui, inutili, con il Vaticano e un cardinale che si chiamava Ratzinger. Etienne Baulieu, il padre della pillola Ru486, alla fine ha avuto ragione. Ieri è arrivato il primo via li-
bera anche in Italia per la commercializzazione del farmaco che fa abortire senza intervento chirurgico. La commissione tecnico-scientifica dell'Agenzia italiana del farmaco, l’Aifa, ha ha concluso la procedura europea di estensione dell’autorizzazione alla vendita a quattro paesi rimasti ultimi a farne richiesta: e cioè Italia, Portogallo, Ungheria e Lituania. Da questo momento l’iter per l’entrata in commercio del farmaco è di 90 giorni. E la sua utilizzazione dovrà essere coerente e compatibile con la 194, ossia dovrà essere assunta solo in ospedale.
La notizia arriva a poco più di una settimana dall’avviso di chiusura indagini per violazione della 194 a Silvio Viale e altri tre medici torinesi accusati di non aver rispettato la legge nella sperimentazione della pillola abortiva. Inchiesta partita con la denuncia di Storace allora ministro della Sanità che cercava di fermare la sperimentazione e che ora si sta avviando verso il processo. Ieri il ginecologo torinese ha esultato: «Oggi è un grande giorno per le donne italiane. La Ru486 permetterà anche ai medici italiani di partecipare alle ricerche in altri campi della medicina. Che fosse un farmaco - ha poi concluso - era chiaro e da oggi siamo più vicini all'Europa». Ma l’ok dei tecnici dell’Aifa arriva per noi in pieno vento di polemiche, oltre che in piena campagna elettorale, e proprio ieri Radio Vaticana aveva intervistato il vicepresidente dei medici cattolici italiani Franco Balzaretti per dire che è un farmaco pericoloso, con rischi di mortalità elevati. «Sulla Ru486 - aveva detto Balzaretti - c'è molta confusione, perché viene propagandata come una sorta di aborto fai da te. Invece può avere dei gravi effetti collaterali ed anche una certa mortalità, in quanto favorisce infezioni ed emorragie». Rischi evidentemente ben calcolati se arriviamo buon ultimi nella sua utilizzazione. Attualmente la pillola RU486 è già commercializzata in Francia, Austria, Belgio, Germania, Danimarca, Grecia, Spagna, Finlandia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Regno Unito, Svizzera e anche negli Stati Uniti, in Australia e in Cina.
La domanda era stata avanzata a fine novembre dalla Exelgyn, la ditta farmaceutica francese produttrice del farmaco. Ma la battaglia è stata lunga. Anche perché all’inizio la stessa casa produttrice non era affatto interessata a chiedere la registrazione del farmaco anche nel nostro Paese per una presenza, diciamo, ingombrante. Quella del Vaticano. Non eravamo considerato un mercato attraente, diciamo. Lo raccontava Etienne Baulieu a un convegno di medici nel 2005: «Quindici anni fa cominciai a parlare della pillola col Vaticano, con l'allora cardinal Ratzinger. E i contatti sono andati avanti, ma il dialogo non ha fatto passi in avanti perché dalla Santa Sede ci è sempre stato detto che la vita va salvaguardata fin dal primo istante. Noi abbiamo cercato di far capire che questo era un modo per far soffrire meno le donne...». Poi la Exelgyn ha chiesto la registrazione del farmaco anche in Italia. Mentre a Torino come a Pontedera la pillola veniva sperimentata in ospedale acquistando il farmaco in Francia. Adesso si dovrà negoziare il prezzo e soprattutto le condizioni di utilizzo del medicinale. La procedura poi si concluderà definitivamente, secondo le norme internazionali, dopo un parere del comitato tecnico scientifico, seguito dalla ratifica da parte del consiglio di amministrazione dell'Aifa e con la pubblicazione del provvedimento di registrazione in Gazzetta Ufficiale.

martedì 26 febbraio 2008

UN FARMACO PER L’ALTRA METÀ DEL CIELO

La Nuova Sardegna 7 Giu. ’07

UN FARMACO PER L’ALTRA METÀ DEL CIELO

Medicine al femminile, oggi un incontro alla Fiera di Cagliari: parla Flavia
Franconi

CAGLIARI. «Negleted Women», intitolava il saggio di una rivista scientifica americana nel 1993. Si riferiva alla pratica comune della farmacologia di applicare alle donne i risultati ottenuti dalla sperimentazione sugli uomini. In pratica, di operare secondo una pretesa neutralità di genere che con la realtà ha sempre avuto poco a che spartire. È allora che nasce, soprattutto grazie alle lotte delle femministe americane, la farmacologia di genere. Oggi, a quindici anni di distanza, non c’è chi dubiti che anche i farmaci - meglio, le loro risposte sull’organismo - sono “sessualmente orientati” e continuare ad ignorarlo costituisce, oltre che una simulazione, una grave danno alla salute di tutti. In Europa e in Italia la questione è piuttosto recente sebbene, in questi ultimi anni, le iniziative si moltiplichino e la Sardegna si stia facendo laboratorio all’avanguardia. Ne è un esempio la tavola rotonda di oggi alle 15 alla Fiera, nell’ambito del 33º Congresso nazionale della Società Italiana di Farmacologia (si terrà sino a sabato) cui parteciperà la sottosegretaria ai diritti e alle pari opportunità Donatella Linguiti. Tra le moderatrici dell’incontro «Farmacologia di genere: dal laboratorio alla società», Flavia Franconi, docente del Dipartimento di Scienze del Farmaco dell’Università di Sassari dove è stato attivato il primo dottorato europeo di Farmacologia di genere.
- Professoressa Franconi, cosa si intende per farmacologia di genere?
«La Farmacologia di genere fa parte di una branca della medicina che studia le risposte ai farmaci in funzione del genere. Uso il termine genere piuttosto che sesso per ricomprendere anche le variazioni sociali che influenzano il sesso: il modo di rapportarsi della società verso un essere di sesso femminile varia, rispetto a quello maschile, fin dalla culla; dunque la risposta biologica varia anch’essa in funzione dell’apporto culturale che giunge dalla società in risposta all’essere maschio e femmina. Per capirci meglio, anche le mamme degli animali hanno un comportamento diverso di fronte a un figlio maschio o femmina».
- Perché è importante distinguere tra i generi?
«Innanzitutto perché le donne sono le più grandi consumatrici di farmaci. Soffrendo più di malattie dolorose, anche per via delle mestruazioni, consumano più antidolorifici; inoltre un terzo delle donne in età fertile pratica la contraccezione orale mentre il venti per cento delle donne in menopausa si sottopone alla terapia ormonale sostitutiva. Sono vere e proprie terapie i cui effetti interagiscono con quelli di altri farmaci. E anche con i rimedi botanici di cui le donne fanno largo uso. Basti pensare che l’iperico, che è il rimedio più venduto al mondo, può portare alla perdita dell’efficacia degli antifecondativi orali. Man mano che proseguiamo negli studi ci accorgiamo di quanto aumentino anche le differenze di genere e del rilievo che assume l’intero ciclo riproduttivo della donna».
- Quali sono le differenze più evidenti?
«Sono legate al metabolismo dei farmaci e dunque dipendenti dagli enzimi, più espressi nella donna rispetto all’uomo; inoltre tendenzialmente la donna metabolizza meglio degli uomini».
- Come la società influenza il comportamento farmacologico?
«Quando le donne vanno dal medico vengono loro prescritti più medicinali che agli uomini, per esempio. E ancora, il modo che la donna ha di riferire al medico è diverso da quello che usa l’uomo e da ciò seguono prescrizioni diverse.
Le donne - sempre da uno studio americano - non riescono a soggettivizzare i sintomi, dicono “sto male” e il medico ha più difficoltà a capire la sintomatologia del caso. Inoltre la donna si esprime con più emotività».
- Perché i farmaci sono meno studiati nelle donne?
«Intanto perché l’analisi di genere è costosa. Bisognerebbe non solo raddoppiare i casi, ma moltiplicarli in funzione della complessità del ciclo riproduttivo della donna e dell’età. Oggi il numero di donne reclutato nella terza fase della sperimentazione è aumentato, ma è inutile se vengono mischiate agli uomini e le statistiche non vengono redatte secondo il genere. Bisogna anche dire che le donne entrano con più difficoltà negli studi clinici, perché hanno da fare: andare tre volte al mese e farsi controllare per chi lavora, ha figli e una casa da gestire è più che difficile. L’impegno, anche secondo le direttive della Organizzazione mondiale della sanità e del Ministero della Salute, deve essere quello di trovare nella società civile il modo migliore perché le donne abbiano accesso alle miglior cure possibili».
- C’è anche una questione etica.
«Certo, se non si studiano i farmaci nella donna, è etico somministrare quei farmaci alla donna?»
- Quale metodologia si propone, allora?
«È uno dei punti di grande discussione quello delle linee guida per la sperimentazione di genere. I modelli sperimentali sono da inventare. Sono uscite però le prime linee guida da un recente incontro a Maastricht per le quali bisogna indicare se nella ricerca vengono usate cellule di maschio o di femmina e in quale fase del ciclo estrale, eventualmente, è stato fatto il trapianto.
Mentre per ciò che riguarda le donne si richiede un accurato studio del metabolismo dei farmaci nel ciclo mestruale e nelle eventuali terapie contraccettive o della menopausa».
- Ancora non abbiamo parlato di gravidanza.
«Già, il buco nero. In realtà non sono mai stati studiati i farmaci in relazione alla gravidanza che pure è momento centrale nella vita della donna e per giunta anche di frequente associato alla depressione. In linea generale è giusto evitare i farmaci, ma molte patologie come l’ipertensione o la depressione non lo consentono. Purtroppo oggi si va un po’ alla cieca e non è giusto. Ogni farmaco in gravidanza è una storia a sé per le enormi trasformazioni del corpo della donna e gli effetti sul nascituro. La verità è che curando meglio le donne si curano meglio tutti quanti».
Giulia Clarkson

IL GENOMA UMANO CONTINUA A CAMBIARE

The NewYork Times 3 lug. ’07

IL GENOMA UMANO CONTINUA A CAMBIARE

di NICHOLAS WADE
Gli storici credono di non dover prestare troppa attenzione all'evoluzione umana
in quanto il processo si è fermato in un passato ormai lontano. Alla luce delle nuove scoperte basate sulla decodificazione del Dna, questa ipotesi appare sempre meno certa.
L'uomo ha continuato a evolversi sin da quando, circa 50.000 anni fa, abbandonò le terre ancestrali dell'Africa nord-orientale, sia per un processo casuale noto come genetic drift (riassorbimento casuale dei geni ad ogni generazione), che attraverso la selezione naturale. I ricercatori hanno scoperto che il gonorna porta impresse diverse impronte in quei luoghi in cui la creta umana è stata riplasmata dalla selezione naturalein tempi recenti, man mano che l'uomo si è andato adattando a nuove malattie, nuovi climi, nuove diete e, forse, a esigenza comportamentali diverse nei vari continenti.
Un aspetto sorprendente di gran parte di questi cambiamenti è che hanno un
carattere locale. I geni ancora in mutazione attraverso la selezione naturale
ritrovati nella popolazione o nella razza che vive in un dato continente, sono
per lo più differenti da quelli riscontrabili presso altre popolazioni. Questi
geni ancora in evoluzione sono soltanto una piccola frazione dell'intero
patrimonio genetico umano.
Un esempio di recente selezione naturale è la comparsa, circa 5.000 anni fa,
della tolleranza ai lattosio -cioè la capacità di digerire il lattosio in età
adulta- che si è sviluppata tra i pastori dell'Europa del Nord. La lattasi,
l'enzima che metabolizza il principale zucchero del latte, il lattosio, perde la
sua efficacia dopo lo svezzamento. Nei pastori del Nord Europa la capacità di
continuare a metabolizzare il lattosio è stato un grande vantaggio nutritivo e
per questo tra quella popolazione si è diffusa una mutazione genetica che
mantiene l'efficacia della lattasi anche in età adulta. La tolleranza al
lattosio non riguarda solo le popolazioni europee. L'anno scorsa Sarah Tishkoff
dell'Università del Maryland e alcuni colleghi hanno esaminato 43 gruppi etnici
dell'Africa Orientale e hanno individuato tre mutazioni diverse da quella
europea in grado di mantenere attiva la lattasi in età adulta. Una di queste,
scoperta nelle popolazioni del Kenya e della Tanzania, potrebbe aver fatto la
sua comparsa non più tardi di 3.000 anni fa.
La tolleranza al lattosio è un esempio di evoluzione convergente. La selezione
naturale ha usato le diverse mutazioni presenti tra le popolazioni europee e tra
quelle dell'Africa Orientale per sviluppare, attraverso vie diverse, una
tolleranza al lattosio. In Africa quelli che presentavano tale mutazione, erano
in grado di riprodursi 10 volte più degli altri, creando un evidente vantaggio
selettivo.
I ricercatori che studiano altri geni singoli, hanno scoperto un recente
mutamento evolutivo nei geni che controllano il colore della pelle, la
resistenza alla malaria e la ritenzione di sale.
Gli esempi più sorprendenti sono emersi da un nuovo filane di studi in cui il
genoma è analizzato ricercando le pressioni selettive e considerando poche
centinaia di migliaia di specifiche porzioni in cui le variazioni sono
frequenti.
L'anno scorso Benjamin Voight, Jonathan Pritchard e altri colleghi
dell'Università di Chicago hanno cercato i geni che stanno subendo una selezione
naturale tra gli africani, gli europei e le popolazioni dell'Asia Orientale.
Presso ciascuna razza circa 200 geni hanno dimostrato segni di selezione, ma
senza che vi fosse sovrapposizione, inducendo così a ritenere che le popolazioni
di ogni continente si siano adattate alle condizioni locali.
Un altro studiodi Scott Williamson, della Cornell University, e di alcuni
colleghi, pubblicato sul numero di giugno di Plos Genetics, ha scoperto 100 geni
oggetto di selezione naturale in soggetti cinesi, afroamericani e europei-
americani.
In questo esame sono stati individuati molti geni coinvolti nella resistenza
alle malattie, confermando che la patologia è una potente forza selettiva.
Un'altra categoria di geni sottoposta a pressione selettiva é quella coinvolta
nel metabolismo, suggerendo che le persone rispondono ai cambiamenti della
dieta, forse associati con il passaggio dalia fase in cui l'uomo viveva di
caccia e di raccolta a quella dell'agricoltura.
Sia tra gli europei che tra gli est-asiatici, molti geni coinvolti nella
determinazione del colore della pelle sono stati sottoposti a pressioni
selettive; ma le ricerche di Pritchard hanno individuato i geni responsabili del
calore della pelle solo tra gli europei, mentre Williamson ne ha scoperti
soprattutto tra i cinesi. La ragione di questa differenza sta nel fatto che il
vaglio statistico dì Pritchard individua le varianti genetiche diventate comuni
in una popolazione ma non ancora universali. Williamson seleziona varianti già
diffuse in una popolazione e ormai diventate patrimonio di quasi tutti.
Le conclusioni suggeriscono che gli europei e le popolazioni dell'Asia Orientale
hanno acquisito la pelle chiara attraverso differenti percorsi genetici e, nel
caso degli europei, questo è avvenuto forse circa 7.000 anni fa. L'elenco dei
geni umani selezionati può aprire nuovi squarci nell'interazione tra storia e
genetica. "Se ci chiediamo quali siano i principali eventi evolutivi degli
ultimi 5.000 anni, questi sono culturali, come la diffusione dell'agricoltura o
come l'estinzione di popolazioni a causa di guerre o di malattie", dice Marcus
Feldman, genetista delle popolazioni a Standford. E' probabile che questi eventi
abbiano lasciato segni profondi nel genama umano.
Un' indagine del genoma della popolazione mondiale effettuata nel 2002 da
Feldman, Noah Nosemberg e altri colleghi ha dimostrato che la popolazione è
divisa geneticamente sulla base di lievi differenze del Dna in cinque gruppi
corrispondenti alle popolazioni dei cinque continenti: africani, aborigeni
australiani, est-asiatici, indiani d'America e caucasici, un gruppo di cui fanno
parte gli europei, i mediorientali e le popolazioni del subcontinente indiano.
La suddivisione riflette "serial founder effects", dice il dottor Feldman,
intendendo che quando l'uomo migrò in tutto i3 mondo, ogni nuova popolazione
portò con sé soltanto una parte del patrimonio genetico originario.
La ricerca dimostra che le popolazioni di ogni continente si sono evolute,
almeno per alcuni aspetti, in modo indipendente e rispondendo al clima, alle
malattie e, forse, a situazioni comportamentali. Almeno alcuni dei mutamenti
evolutivi emersi si sono rivelati convergenti, il che significa che la selezione
naturale ha utilizzato le diverse mutazioni disponibili in ogni popolazione per
raggiungere lo stesso adattamento.

RICERCA: LITIGATE E SARETE CREATIVI

TST 20 feb. ’08

RICERCA: LITIGATE E SARETE CREATIVI

Ricerca. Soltanto tra il 15 (o il 10 per cento dei progetti innovativi raggiunge l'obiettivo stabilito, Se non si combinano professionalità diverse e saperi contrastanti, il fallimento è quasi certo
In un team ci si deve sfidare: è il conflitto delle idee a generare decisioni coraggiose
SUSAN JUSTESEN
COPENHAGEN RUOLO: E'CONSULENTE NELLA SOCIETA'IDANESE «INNOVERSITY» ATTIVIIM: STACREANDO UNASERIE Di LABORATORI PER L'INNOVAZIONE IN 10 SOCIETA'USA INSERITE NELLA LISTA DELLETOP 500 Di «FORTUNE»

La maggior parte dei progetti innovativi fallisce. Tra il 90 e il 95% non raggiunge l'obiettivo prestabilito e si considera un tasso così alto molto sorprendente. In realtà, dopo aver studiato questo tipo di progetti in sette multinazionali per tre anni devo ammettere di essere stupita che tra il 5 e il 10% dei casi vada comunque a buon fine.
Primo. L'innovazione è difficile e richiede moltissimo lavoro, sebbene sappia anche essere divertente. Quando è davvero «di rottura», può dare fastidio. Se un'idea è nuova, richiede cambiamenti e spesso decisioni dolorose, non solo da parte C chi è direttamente coinvolto, ma anche di chi avrà i minori benefici da una rivoluzione dello status quo, vale a dire i capi.
Secondo. E’ sorprendente notare quanto omogenei sia no i gruppi che si focalizzano sull'innovazione, soprattutto quando si pensa al cambiamento come una fonte di conflitto, come una serie di prospettive contrastanti e come scontro di conoscenze, ruoli e opinioni. E' noto che gli umani tendano a circondarsi di persone simili a noi. Perché? Perché è più facile. Il problema, però, è che così diventa difficile aprire la porta all'innovazione.
Se vogliamo la novità - ho spiegato alla manifestazione Innovaction a Udine - dobbiamo lavorare con individui diversi da noi, con tanti back ground culturali e professionali. Dobbiamo accettare gli alternativi, chi non si integra e chi dice sempre la sua, incoraggiando così la creatività.
lo definisco l'innovazione come il risultato combinatorio di saperi diversi, provenienti da tante discipline e sensibilità, con i quali si crea un nuovo prodotto, un nuovo processo o un nuovo servizio. La diversità, d'altra parte, può essere interpretata in molti modi, ma è importante definirla come la disponibilità e allo stesso tempo come l'utilizzo di tante realtà conoscitive, basate su un'estrema varietà sia sociale sia professionale sia culturale.
E' significativo, però, anche un altro aspetto: si tende a pensare che ogni volta che si fanno cooperare gruppi con un alto livello di varietà questa caratteristica venga sfruttata al massimo. In realtà i team la usano soltanto per una frazione minima. Ecco perché, se si vuole utilizzarla al meglio per l'innovazione, è necessario dedicare il giusto tempo e le giuste risorse per tre aspetti. Primo: identificare i saperi disponibili all'interno di un gruppo. Secondo: elevare la consapevolezza tra tutti i partecipanti delle reciproche possibilità. Terzo: enfatizzare gli scambi multipli di conoscenze.
Nelle squadre che hanno successo ogni membro sfida apertamente gli altri, continuamente e con grande convinzione, e tutti i partecipanti non smettono di scambiarsi informazioni e punti di vista, fino a quando si raggiunge un adeguato livello di consapevolezza reciproca. Soltanto a quel punto è possibile combinare insieme gli elementi in gioco e questo è esattamente ciò che significa innovazione. In uno dei gruppi che ho studiato, per esempio, la sfida è stata quella di fondere in modo intelligente i saperi altamente specializzati di scuola giapponese con quelli altrettanto sofisticati, ma diversi, di scuola americana. Il processo ha significato far avvicinare conoscenze che fino ad allora erano rimaste separate, creando nuove soluzioni nel settore del biotech.
Nelle squadre meno innovative, invece, gli individui tendono a trattarsi con un rispetto quasi eccessivo e la disciplina è sempre molto alta. Le conversazioni seguono un ritmo preordinato e ci si ascolta sempre con esagerata attenzione. E' inoltre raro che qualcuno osi sfidare qualcun altro, perché, in genere, si tende a raggiungere subito un accordo sulle questioni fondamentali. Ma come è possibile mettere in forse le certezze del presente, se tutti sono sempre d'accordo?
Per essere certi che i processi decisionali diventino innovativi ci si deve provocare reciprocamente. Così non soltanto si rendono disponibili tanti tipi alternativi di sapere, ma si dà anche vita a un contesto in cui la discussione diventa un'esigenza permanente e spontanea. Solo la diversità, infatti, garantisce conflitti, discussioni e decisioni coraggiose. Tutti e tre gli elementi sono necessari, se si vuole essere veramente innovativi, inoltrandosi nel futuro.

Ma cosa ci fanno i radicali insieme alla Binetti?

Ma cosa ci fanno i radicali insieme alla Binetti?

La Voce Repubblicana del 26 febbraio 2008, pag. 1

L’editoriale di Angelo Panebianco sul "Corriere della Sera" sottolinea che "da molti, e giustamen­te, è stata apprezzata, del segretario del Pd, la volontà, più volte affermata, di farla finita con l'eterna guerra civile italiana". E' vero. L'idea, finalmente, di una competizione politica basata sulla necessità di una convi­venza nazionale e non sulla demonizzazione dell'avversa­rio, è oggettivamente un balzo in avanti che può dare sollie­vo al paese. Tanto che Panebianco sottolinea come "quel nuovo stile e il nuovo clima politico che ha contribuito a suscitare abbiano anche reso possibile ai leader dei due schieramenti di parlarsi fra loro con linguaggi nuovi. E fanno ben sperare, in linea di principio, anche per le future relazioni fra maggioranza e opposizione". Peccato però che tali splendide speranze incontrino un osta­colo non indifferente sul loro cammino, visto che lo stesso Panebianco è costretto a scrivere come "l'alleanza del Partito democratico con l'Italia dei Valori mette a rischio tutto ciò". E questo perché il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, "rappresenta l'antipolitica nella variante giudiziario - giustizialista. I suoi elettori tutto possono vole­re meno che la fine della guerra civile italiana. D'altra parte, nemmeno era ancora stato siglato l'accordo che già Di Pietro chiariva a tutti il senso della sua presenza politica proponendo, in pratica, l'e­sproprio proletario di alcune reti televisive". Per cui Panebianco, giustamente preoccupato da questa contraddizione, si chiede: "come si concilieranno, nel prossimo Parlamento, lo stile nuovo e quella presenza?".



Gli possiamo rispondere con estre­ma tranquillità: non si conciliano. Non solo, ma dobbiamonotare che questa contraddizione palese, che Panebianco ritiene dirimente sulla possibilità stessa "di chiudere l'e­terna transizione italiana" - perché impedisce di fatto un accordo bipartisan sulla giustizia - non è certo l'unica del Partito democrati­co di Veltroni. Basta leggere l'in­tervista al ministro Bindi sull'ac­cordo ancora non controfirmato con i radicali. Cosa dice l'esponen­te popolare sui candidati radicali? Sostanzialmente di firmare il programma del Partito democratico e di rinunciare alle loro idee. "Se sono coerenti - dice la Bindi - non dovrebbero fir­mare e non dovrebbero candidarsi". E questo perché "nel programma del Pd, a proposito di testamento biologico, sui diritti dei conviventi, sulla 194, sono scritte alcune cose e sono stati messi punti e virgole pesanti. Non è che se uno si candida con noi può permettersi di firmare quel documento e il giorno dopo in Parlamento presenta robe che non hanno niente a che fare con quanto stabilito o ricomincia a porre il veto su punti del programma quando vengono attuati". Le parole della Bindi teniamole di conto, perché, nel caso di un governo Veltroni, vorremmo davvero vedere come si compongono gli umori della Binetti e di Veronesi sull'euge­netica, e ancor dì più fra le cattolicissime anime del Pd e i pasdaran pannelliani. Pensiamo alle coppie di fatto, al popo­lo del Family Day e quello del Gay Pride, chiusi nella stessa stanza a discutere di famiglia.



Allora è vero che è cosa grave, come nota Panebianco, pro­porre una conciliazione con l'avversario e allo stesso tempo imbarcare un elemento di provocazione. Ma lo stesso non consola aprire un fronte interno, nello stesso partito, su temi come quelli etici. Anche perché Veltroni sostiene che non ci sono ragioni di divisioni fra laici e cattolici, ed ecco che invece il suo schieramento è il primo a presentarle e ad evi­denziarle. Anche l'idea di candidare monsignor Paglia e di proporre contemporaneamente la Bonino ministro, non pare offrire una qualche compatibilità. Veltroni è uomo di buone letture e certamente ricorda bene Hegel: "il reale è contrad-dittorio", o "il vero è l'intero". Ma Hegel non faceva politi­ca, faceva filosofia. La politica, se presuppone di tenere insieme gli opposti e le contraddizioni, di non farsi parte, ma di essere tutto, si arroga una pretesa assolutista, totalita­ria. Veltroni deve stare molto attento a questo proposito, perché scivolare nell'autoritarismo non è impossibile quan­do si mostra una così ampia disponibilità ad assorbire le dif­ferenze.


Il Partito democratico è una grande idea ed una grande rea­lizzazione. Esserci arrivati segna sicuramente una svolta profonda nella vita politica italiana. Non a caso tradizioni come quella socialista e quella cattolica sono di fatto interdette nel momento in cui non trovano più il loro nome ed il loro simbolo in un tale contenitore. Ma intanto non è detto, e lo si vede, che vogliano rinunciare alla loro identità. Quanto ai radicali, non vi rinunciano affatto, ed è chiaro a tutti. E non è detto che, nel momento in cui si intraprende tale cammino, il percorso sia agevole. Soprattutto quando il processo appare più dettato dalla necessità di superare equi­libri compromessi, che da un'aspirazione autentica coltivata per tutta la propria esistenza politica.

In difesa dell'aborto, 40.000 persone chiamano Veltroni. Lui non risponde

Liberazione 26.2.08
Flores D'Arcais aveva invitato lui e Bertinotti a un confronto pubblico. Bertinotti ha risposto di sì
In difesa dell'aborto, 40.000 persone chiamano Veltroni. Lui non risponde

Ancora silenzio del leader del Pd sull'appello contro la «crociata clericale» lanciato da 13 donne, esponenti della cultura italiana
Il «Si può fare» di Walter non arriva...

La settimana scorsa 13 donne, dai nomi piuttosto famosi, hanno scritto una lettera a Bertinotti e Veltroni per chidere loro di prendere posizione sull'aborto e sulla crociata clericale contro le donne. All'appello (lanciato attraverso la rivista Micromega, e firmato da Simona Argentieri, Natalia Aspesi, Adriana Cavarero, Cristina Comencini, Isabella Ferrari, Sabina Guzzanti, Margherita Hack, Fiorella Mannoia, Dacia Maraini, Valeria Parrella, Lidia Ravera, Rossana Rossanda, Elisabetta Visalberghi) si sono aggiunte le firme di altre 40 mila persone. Una quantità enorme. E continuano ad arrivare firme ad un ritmo assolutamente inaspettato.
Nei giorni scorsi Paolo Flores D'Arcais, direttore di Micromega, ha invitato Bertinotti e Veltroni a un confronto pubblico con le firmatarie dell'appello. Bertinotti ha rispsoto subito di sì. Veltroni, fino a ieri, non ha risposto per niente. Eppure un appello di 40 mila persone, promosso da persone piuttosto importanti e rispettabili, meriterebbe almeno un cenno. Non vi pare? Noi speriamo che questo cenno arrivi nelle prossime ore, e che il confronto si possa svolgere.
Nell'appello si diceva, tra l'altro che «L'offensiva clericale contro le donne - spesso vera e propria crociata bigotta - ha raggiunto livelli intollerabili. Ma egualmente intollerabile appare la mancanza di reazione dello schieramento politico di centro-sinistra, che troppo spesso è addirittura condiscendenza.
Con l'oscena proposta di moratoria dell'aborto, che tratta le donne da
assassine e boia, e la recente ingiunzione a rianimare i feti ultraprematuri anche contro la volontà della madre (malgrado la quasi certezza di menomazioni gravissime), i corpi delle donne sono tornati ad essere "cose", terreno di scontro per il fanatismo religioso, oggetti sui quali esercitare
potere...».

Tintoretto e gli altri: «Capolavori che ritornano», per ricostruire la cultura di un territorio

Corriere della Sera Roma 26.2.08
Tintoretto e gli altri: «Capolavori che ritornano», per ricostruire la cultura di un territorio
di Lauretta Colonnelli

In mostra a Palazzo Ruspoli oltre cento opere dal Quattrocento al primo Novecento

Il bel «Ritratto di gentiluomo con cappa bordata di ermellino» del Tintoretto, la «Testa di vecchio orientale» di Giandomenico Tiepolo, una delicata Madonna di Filippo Lippi, un consistente gruppo di tele di Jacopo, Francesco e Leandro Bassano, tra le quali la Madonna col Bambino e San Giovannino, appartenuti alla collezione Spencer. Capolavori che fanno parte delle oltre cento opere esposte nella mostra che si inaugura domani a Palazzo Ruspoli, allestita con i lavori di grandi maestri raccolti da circa un decennio dalla Banca popolare di Vicenza. Opere che hanno come destinazione stabile il palazzo Thiene della cittadina veneta, sede storica dell'istituto, dove già esisteva un piccolo nucleo di dipinti, sporadicamente acquistati dal dopoguerra in poi.
Con «Capolavori che ritornano», la Banca ha avviato un'operazione che mira a riportare in Italia opere che negli ultimi due secoli sono emigrate altrove, sradicandosi per molteplici e spesso ignote ragioni dal luogo d'origine. I maestri scelti per il «ritorno» sono stati all'inizio quelli che operarono nel territorio veneto tra Cinquecento e Ottocento, ai quali si sono aggiunti - in anni più recenti e dopo l'inserimento nel gruppo bancario vicentino della Cassa di Risparmio di Prato - gli artisti toscani acquisiti da quest'ultima ed esposti fino ad oggi nella sede centrale di Prato.
Anche questa seconda collezione, recentemente valorizzata da un riallestimento espositivo, ha avuto come riferimento il proprio territorio, privilegiando autori compresi fra il Trecento e il Novecento. La rassegna presenta per la prima volta al grande pubblico le due collezioni riunite e offre la possibilità agli studiosi di fare comparazioni anche con altre opere dello stesso periodo e della stessa area geografica che sono collocate in mostra virtualmente. Il percorso è organizzato secondo criteri cronologici: dalle prime sale, che presentano le opere del Cinque e Seicento divise per aree territoriali, rispettivamente toscana e veneta, si passa al settore centrale, denominato «Tesoro». È questo il nucleo centrale dell'esposizione, con un gruppo selezionatissimo di dipinti, notevoli per rarità e problematicità di datazione o di attribuzione e impreziositi dal fondo dorato ideato dallo scenografo Ezio Frigerio.
Si passa poi a una duplice quadreria, toscana e veneta, relativa al periodo compreso tra Sei e Settecento. Qui la comparazione è arricchita dal recupero (in prestito) di disegni preparatori di alcuni importanti dipinti. Tra le opere notevoli, da segnalare una «Madonna col Bambino» di Bartolomeo Montagna assisa su un trono di marmi policromi, riccamente decorato. E una «Madonna col Bambino» del Bonconsiglio, recuperata in Gran Bretagna e qui idealmente ricongiunta a due Santi che appartenevano alla stessa pala d'altare veneziana, datata 1497, smembrata e dispersa dopo la caduta della Serenissima. Il viaggio si conclude con una selezione di opere dell'Ottocento e del primo Novecento distribuite tra un ambiente che ricrea un piccolo pantheon di sculture dedicato soprattutto a Lorenzo Bartolini, artista pratese allievo di Antonio Canova - e una sala che dal vedutismo tardo- romantico giunge fino alle sperimentazioni formali dei primi decenni del Novecento.

Il segreto dei numeri, la matematica, gli uccelli e le rane

La Repubblica 26.2.08
Il segreto dei numeri, la matematica, gli uccelli e le rane
di Freeman Dyson

Come i volatili che scrutano dall´alto, alcuni studiosi prediligono i concetti. Come gli anfibi, altri osservano gli oggetti nei loro particolari
Abbiamo bisogno sia degli uni che degli altri. Perché questa disciplina, ricca e affascinante, è insieme grande arte e grande scienza

Alcuni matematici sono uccelli, altri sono rane. Gli uccelli volano alto nell´aria e scrutano le vaste distese della matematica spingendo lo sguardo fino all´orizzonte. Prediligono i concetti che unificano i nostri modi di pensare e partendo da punti diversi del paesaggio riuniscono una molteplicità di problemi. Invece le rane vivono nel fango e vedono solo i fiori che crescono nei pressi. Preferiscono osservare i singoli oggetti nei loro minuti particolari e risolvono i problemi uno alla volta. Personalmente, io sono una rana, ma molti dei miei migliori amici sono uccelli.
La matematica ha bisogno sia degli uccelli, sia delle rane. La matematica è così ricca e affascinante proprio perché gli uccelli assicurano l´ampiezza della prospettiva e le rane l´attenzione alla complessità del dettaglio. La matematica è insieme grande arte e grande scienza, perché unisce la generalità dei concetti alla profondità delle strutture. È sciocco sostenere che gli uccelli siano migliori delle rane perché vedono più lontano, o che le rane sono migliori degli uccelli perché vedono più da vicino.
Il mondo della matematica è vasto e profondo al tempo stesso, e per esplorarlo serve che uccelli e rane sappiano lavorare insieme. All´inizio del XVII secolo, due grandi filosofi - l´italiano Galileo Galilei e il francese René Descartes - annunciarono la nascita della scienza moderna. Descartes era un uccello e Galileo era una rana. Ciascuno dei due presentò una sua visione del futuro, l´una molto diversa dall´altra. Galileo disse: «Il gran libro della Natura è scritto in simboli matematici». Descartes disse: «Penso, dunque sono». Secondo Galileo, lo scienziato deve osservare e misurare accuratamente ciò che vede finché la somma di tutte queste misurazioni non rivela il funzionamento della Natura.
A quel punto, partendo dai dati di fatto, lo scienziato induce le leggi cui obbedisce la Natura. Invece secondo Descartes lo scienziato deve restare a casa sua e dedurre le leggi della Natura per mezzo del puro pensiero. Per dedurre correttamente le leggi della Natura non gli occorre altro che le regole della logica e la conoscenza dell´esistenza di Dio.
Ora, nei quattro secoli trascorsi da quando Galileo e Descartes hanno aperto la via, la scienza è corsa avanti seguendo ambedue le piste contemporaneamente. Né l´empirismo galileiano, né il dogmatismo cartesiano hanno da soli il potere di svelare i segreti della Natura, ma insieme hanno realizzato conquiste sbalorditive.
Da quattro secoli, gli scienziati inglesi sono tendenzialmente galileiani e gli scienziati francesi cartesiani. Faraday, Darwin e Rutherford erano galileiani: Pascal, Laplace e Poincaré erano cartesiani. La scienza è stata grandemente arricchita dall´ibridazione di queste due opposte culture nazionali, rimaste entrambe operanti in ambedue i paesi. In fondo, Newton era un cartesiano: ha usato il puro pensiero nel modo in cui lo intendeva Descartes, e lo ha usato per demolire il dogma cartesiano dei vortici. In cuor suo, Marie Curie era una galileiana, e ha fatto "cuocere" tonnellate di minerale di uranio grezzo per demolire il dogma dell´indistruttibilità degli atomi.
Nella storia della matematica del XX secolo spiccano due avvenimenti decisivi, l´uno appartenente alla tradizione galileiana, l´altro a quella cartesiana. Il primo fu il Congresso Internazionale dei Matematici tenutosi a Parigi nel 1900, dove Hilbert pronunciò un memorabile discorso in cui propose un famoso elenco di ventitré grandi problemi rimasti irrisolti, tracciando così la rotta della matematica per il secolo a venire. Hilbert era un uccello che volava alto sopra l´intero territorio della matematica, ma affidò i suoi problemi alle rane perché li risolvessero uno alla volta. Il secondo evento decisivo fu la costituzione, nella Francia degli anni Trenta, di un gruppo di matematici, riuniti sotto lo pseudonimo di Bourbaki, i quali pubblicarono una serie di libri di testo che stabilissero un quadro unificante per l´insieme della matematica.
I problemi di Hilbert sono stati di enorme utilità nell´orientare la ricerca matematica in direzioni proficue. Alcuni di quei problemi sono stati risolti, per altri non si è ancora trovata una soluzione, ma quasi tutti hanno stimolato il sorgere di nuove idee e di nuovi ambiti della matematica. Il progetto Bourbaki è stato altrettanto influente: ha cambiato il modo di fare matematica per i cinquant´anni successivi, imponendo una coerenza logica quale non si era mai vista e spostando l´attenzione dagli esempi concreti alle generalità astratte.
Nello schema adottato dal gruppo Bourbaki, la matematica è la struttura astratta proposta nei testi del gruppo stesso. Ciò che non è nei testi non è matematica; gli esempi concreti, poiché non compaiono nei testi, non sono matematica. Insomma, il programma del gruppo Bourbaki è l´espressione estrema del modo cartesiano di fare matematica. Ha circoscritto la portata della matematica escludendone i bei fiori che un viaggiatore galileiano avrebbe potuto raccogliere lungo il cammino. Ciò che più manca nel programma Bourbaki, per me che sono galileiano, è l´elemento sorpresa. Quando ripenso alla storia della matematica, vedo una successione di salti illogici, di coincidenze improbabili, di scherzi della natura. Uno degli scherzi della natura è l´esistenza dei quasicristalli.
Nel xix secolo, lo studio dei cristalli ha condotto all´enumerazione di tutti i possibili gruppi discreti di simmetria dello spazio euclideo. Sono stati dimostrati teoremi che stabiliscono che nello spazio tridimensionale i gruppi discreti di simmetria possono contenere soltanto rotazioni di ordine 3, 4 o 6.
Poi, nel 1984, sono stati scoperti i quasicristalli, oggetti solidi reali che nascono da leghe di metallo liquido e mostrano la simmetria del gruppo icosaedrico che comprende rotazioni quintuple. Intanto il matematico Roger Penrose aveva scoperto la tassellatura del piano che reca il suo nome. Si tratta di uno schema di parallelogrammi che coprono al limite il piano con un ordine pentagonale. I quasicristalli di lega sono analoghi tridimensionali delle tassellature di Penrose, che sono bidimensionali. Dopo queste scoperte, i matematici hanno dovuto ampliare la teoria dei gruppi cristallografici così da includervi i quasicristalli, dando avvio a un grande programma di ricerca che è tuttora in corso.
Un altro scherzo di natura è costituito da un´analogia di comportamento fra i quasicristalli e gli zeri della funzione zeta di Riemann. I matematici si appassionano tanto agli zeri della funzione zeta perché sono situati su una linea retta e nessuno capisce perché. Secondo la famosa "ipotesi di Riemann", tutti questi zeri, a eccezione di quelli banali, sono situati su una linea retta. Da oltre un secolo, dimostrare l´ipotesi di Riemann è il sogno di ogni giovane matematico. Voglio ora suggerire un´idea scandalosa: potremmo usare i quasicristalli per dimostrare l´ipotesi di Riemann. Quanti di voi sono matematici potranno anche considerarla futile; agli altri, cioè ai non matematici, potrà sembrare priva d´interesse. Io però vi chiedo di prenderla in seria considerazione.
In gioventù, il fisico Leo Szilard decise che non era soddisfatto dei dieci comandamenti di Mosè e al loro posto ne scrisse altri dieci. Il secondo comandamento di Szilard dice: «Fa´ che le tue azioni siano dirette verso uno scopo degno, ma non chiederti se possano raggiungerlo: dovranno essere modelli ed esempi, ma non mezzi rivolti a un fine». Szilard ha posto in pratica ciò che predicava: è stato il primo fisico a immaginare le armi nucleari, e il primo a impegnarsi attivamente nella campagna contro il loro uso. Ebbene, il suo secondo comandamento fa perfettamente al caso nostro: dimostrare l´ipotesi di Riemann è uno scopo meritevole, e non sta a noi domandarci se possiamo raggiungerlo. (...)
Il problema di classificare i quasicristalli unidimensionali è di una difficoltà spaventosa. Ma la storia della matematica, se la guardiamo dal punto di vista galileiano, è fatta di problemi spaventosamente difficili che sono stati risolti da giovani troppo ignoranti per sapere che erano insolubili. La classificazione dei quasicristalli è uno scopo meritevole e chissà, potrebbe persino rivelarsi raggiungibile. Ma non è certo un vegliardo come me che può risolvere un problema di questo grado di difficoltà. Lascio quindi questo esercizio ai giovani ranocchi che mi leggono.
Traduzione di Marina Astrologo

lunedì 25 febbraio 2008

Addio al porcellino-salvadanaio «Non vogliamo offendere l'Islam»

Addio al porcellino-salvadanaio «Non vogliamo offendere l'Islam»

Corriere della Sera del 25 febbraio 2008, pag. 15

di Luigi Offeddu

Addio, Knorbert. Sparito, nascosto, man­dato in esilio, con il suo ber­rettino rosso e le orecchie che sventolavano all'indietro, di sotto alla visiera rivoltata. Knorbert, come lo chiamava­no tutti, era un porcellino-sal­vadanaio o piggy bank: il porcellino mascotte della banca belga-olandese Fortis — una delle più importanti d'Europa — il maialino che da 7 anni veniva regalato ai ragazzi che aprivano un conto corrente, o ai figli di molti correntisti. Un grande successo di marke­ting. E precisamente per que­ste ragioni, è stato ritirato dal mercato: perché, essendo un maiale, dunque un animale che alcune religioni — Islam ed Ebraismo — considerano impuro, «non corrispondeva ai requisiti che la società multiculturale ci impone». Que­sta la versione fornita da un portavoce della banca ai giornali olandesi, con una signifi­cativa aggiunta: «Vi sono sta­te alcune reazioni al porcellino, ora stiamo progettando un altro dono-mascotte che potrà divertire i bambini di qualunque orientamento»; in via provvisoria ai titolari di EuroKids, i conti per clienti minorenni, verrà regalata un'enciclopedia. Precisano di­verse fonti ufficiose: quelle «reazioni» di cui vagamente si parla, sono in realtà le pro­teste sollevate dai clienti mu­sulmani della banca e forse anche da gruppi organizzati. C'è infine una terza versione assai più diplomatica, fornita alla stampa da un'altra porta­voce della banca, Marianna Honnkoop: «Dopo 7 anni, Knorbert aveva semplicemen­te raggiunto la fine del suo ci­clo vitale, e lascia il posto a un nuovo regalo: bisogna sod­disfare sempre la gente, i no­stri clienti».



Sia come sia, la scomparsa repentina del porcello ha fat­to notizia. E viene comune­mente interpretata come una sorta di misura di «sicurezza» preventiva, in un momento di grande tensione per tutta l'Olanda. Proprio l'altro ieri, in un'intervista, il primo mini­stro Jan Peter Balkenende si è detto molto preoccupato per il clima dei rapporti fra alcu­ne comunità. Nel paese vive circa un milione di musulma­ni, in genere ben integrati, ma vi sono frange integraliste e gli ultimi anni sono stati un continuo succedersi di allar­mi: 2002, viene assassinato il populista Pim Fortuyn; 2004, Mohamed Bouyeri sgozza in una strada di Amsterdam il re­gista Theo Van Gogh, autore di «Submission»; 2006, la deputata di origine somala Ayaan Hirsi Ali, coautrice di «Submission», si rifugia negli Usa per sfuggire alle minacce sempre più pesanti degli inte­gralisti; 2006, il «Partito per la libertà» del populista Geert Wilders conquista 9 seggi in Parlamento; autunno 2007, mentre in diverse periferie scoppiano tumulti a sfondo et­nico, lo stesso Wilders chiede la messa al bando del Corano e annuncia un suo film con­tro il libro sacro dei musulma­ni. Quel film non è stato anco­ra diffuso, né alla Tv né su Internet. Ma Wilders, protetto da una scorta, promette che andrà fino in fon­do. E perciò da mesi, tra le for­ze di sicurezza, vige uno stato di pre-allarme non ufficiale e non dichiarato. Non solo qui, del resto: giungono anche ad Amsterdam gli echi delle sca­ramucce notturne nelle stra­de di alcune città danesi, do­ve sembra montare un'altra ondata di rivolta contro i dise­gni satirici che ritraggono Ma­ometto.


In conclusione, anche il pic­colo Knorbert sarebbe stato una vittima del clima genera­le in questa parte d'Europa. Nonostante la potenza del­l'istituzione che lo aveva crea­to e adottato: la Fortis è infat­ti una delle 20 maggiori istitu­zioni finanziarie europee, con 60.000 dipendenti, con sedi in 50 diversi paesi e con un capitale di circa 43 miliar­di di euro. E' anche la prima banca belga che abbia lancia­to, nello scorso dicembre, una società di investimento modellata secondo i principi della sharia, la legge islamica che vieta fra l'altro la riscos­sione di interessi. Il «Fortis B Fix 2008 Islamic Index 1», che ha rac­colto investimenti fino al 31 gennaio, si basa­va sulla Borsa Halal: cioè sul­l'elenco di società, seleziona­te dall'indice Dow Jones, che non trattano alcol, tabacco, armi, giochi d'azzardo. Né, ap­punto, carni di maiale.

La sottile differenza tra Zapatero e Veltroni

il Riformista 25.2.08
La sottile differenza tra Zapatero e Veltroni
di Tommaso Labate

Narrano le cronache che Zapatero, aprendo a Madrid la campagna elettorale, ha riscaldato i cuori dei militanti ricordando che da 130 anni il Partito socialista operaio di Spagna si batte per gli stessi obiettivi. Le cose, si capisce, non stanno proprio così, il Psoe zapaterista del "socialismo dei cittadini" è ben diverso non solo, che so, dal Psoe classista di Largo Caballero, "il Lenin spagnolo", ma anche, per restare in tempi recenti, da quello rampante di Felipe Gonzalez, che la Spagna la ha governata, e bene, per dodici anni, prima del doppio mandato di Aznar. E però nelle parole di Zapatero c'è una verità di fondo, incontrovertibile. Il Psoe è cambiato, ha rinnovato in profondità, e non senza rotture, gruppi dirigenti e cultura politica: lo stesso Zapatero ha detto di considerarsi più un "democratico sociale" che un socialdemocratico nel senso classico del termine. Mai e poi mai, però, sono stati chiamati in causa né il nome né l'identità del partito. E questa scelta (che, dalle parti nostre, verrebbe probabilmente considerata conservatrice) a quanto pare non ha impedito ai socialisti spagnoli e soprattutto alla Spagna, di mietere successi di qualche rilievo.
Le elezioni del 9 marzo non sono affatto vinte in partenza. Questo giornale, che è stato dalla parte di Zapatero quando tutto o quasi il centrosinistra italiano, e proprio mentre stava andando a sfracellarsi, virtuosamente assicurava che mai e poi mai sarebbe caduto nella "deriva zapaterista", per la vittoria del Psoe e del suo leader fa intensamente e apertamente il tifo. Vorrei essere chiaro. Non è soltanto questione di difesa della laicità e di allargamento dei diritti civili, ma con il nostro tifo la difesa della laicità e dei diritti civili c'entrano molto, anzi, moltissimo. Se il 9 marzo, come speriamo e crediamo, Zapatero vincerà le elezioni, sarà anche perché ha dimostrato, e dal governo, che il socialismo liberale e democratico ha un futuro (in Spagna, ma non unicamente in Spagna) solo se è capace di rinnovarsi in profondità restando fedele ai suoi principi di fondo, così da stare sul filo del cambiamento della società per interpretarlo e per guidarlo; e che di questo rinnovamento la capacità di declinare con coraggio il grande e modernissimo tema dei diritti di cittadinanza è parte essenziale. Può darsi pure, tocchiamo ferro, che perda: non solo i socialisti spagnoli, ma tutti i riformisti europei si leccheranno le ferite, ma il Psoe resterà lo stesso un grande partito socialista.
Fin qui Zapatero, la Spagna, l'appuntamento del 9 di marzo. Poi naturalmente ci sono Veltroni, l'Italia, l'appuntamento del 13 aprile. Lì, un antico partito socialista che, cambiando, cambia il Paese. Qui, dove (lo so, lo so, non rinnoviamo discussioni antiche) un grande partito socialista non c'è mai stato, e quando ha cercato di prendere forma un po' si è schiantato, molto è stato schiantato, si cerca, e in poche settimane, di mettere su qualcosa di assolutamente inedito, non solo in Italia, ma in Europa, perché di questo si parla quando ci occupa del Partito democratico. Tutto sta, naturalmente, a capire di quale novità si tratti. Abbiamo perso qualche giorno a discutere, sul Riformista, tra chi, come me, lo considera (e non è certo un'accusa) alla stregua di un moderno partito di centro, e chi sostiene che viceversa è un partito riformista di centrosinistra non dissimile dai grandi partiti socialisti europei, e si chiama diversamente solo per problemi di storia patria. A metterla giù così, mi rendo conto, la discussione magari è anche dotta, ma è pure un po' oziosa, anche se, al fondo, resto delle mie opinioni, perché i socialisti europei (il Psoe, ma non solo il Psoe) sono un'altra cosa. In ogni caso: basta guardare un attimo alla trama degli accordi fatti e di quelli falliti, o al dosaggio delle candidature, pardon, delle nomine, tra laici e clericali, o tra imprenditori e operai (ma si potrebbe continuare) per il Parlamento prossimo venturo, per prendere atto che le definizioni su cui ci siamo affettuosamente accapigliati sono roba del passato. Non sembra propriamente nuovissimo nemmeno il Pd: di partiti pigliatutto (catch-all party) Otto Kirchheimer cominciò a parlare tanti anni fa, e a ragione, perché questa è divenuta la forma prevalente del partito politico moderno. Solo che da noi, come spesso ci capita, siamo andati più avanti, molto più avanti. Almeno nelle aspirazioni. Perché vincere, e mettere radici salde anche in caso di sconfitta (e certo non auguro a Veltroni di perdere), è un altro discorso.

domenica 24 febbraio 2008

Zero in condotta a Marco Pannella: «Il Partito Democratico non riuscirà a portare Oltretevere lo scalpo dei radicali»

Liberazione 24.2.08
Zero in condotta a Marco Pannella
Aveva detto: «Il Partito Democratico non riuscirà a portare Oltretevere lo scalpo dei radicali»

«Il Partito Democratico non riuscirà a portare Oltretevere lo scalpo dei radicali. E' difficile
scioglierci». Soltanto pochi giorni fa Marco Pannella sembrava intenzionato a vendere cara la pelle. Anzi, a non venderla affatto. E invece sul prezzo, come sempre, si può trattare. Anche se nel negoziato è rimasto nell'ombra, affidandosi ai suoi ambasciatori, non c'è dubbio che dietro il patto siglato tra i radicali e il Partito democratico ci sia il benestare del grande capo. Del resto è stato proprio lui ad ufficializzare l'intesa. Ora, c'è da credergli quando dice che a volte «bisogna avere l'umiltà di subire delle condizioni oggettive» e che quella con il piddì sarà una «convivenza faticosa, laboriosa, difficile». Ed è pur vero che correre da soli sarebbe equivalso ad suicidio («dopo 52 anni, riescono ad ammazzarci definitivamente»). Certo, però, in questa occasione il leader radicale ha fatto mostra di una pavidità inconsueta, quasi stonata rispetto alla caratura del personaggio. L'abbandono a una realpolitik che offusca il suo profilo di uomo passionale, battagliero e solitario. Che non ha mai digerito nulla e oggi è disposto ad incassare un accordo elettorale, diciamolo pure, sfacciatamente venale e di basso profilo. Per un pugno di seggi (nove), una poltrona di ministro (Bonino) e i tanto vituperati rimborsi elettorali (il 10%) i radicali hanno rinunciato al proprio simbolo, alla propria lista e forse - dati gli equilibri di forza nel piddì e la folta rappresentanza dell'area cattolica - anche un po' alle loro battaglie. L'appendice grottesca è che Pannella ha rinunciato a Pannella. E sì, perché statuto "democratico" alla mano, chi ha già tre legislature alla spalle non sarà candidato e dunque il lider maximo è fuori dai giochi. Ancora una volta, dopo la beffa della mancata attribuzione dei seggi alla Rosa nel pugno al Senato. Roba da Tapiro, più che da zero in condotta.
Una parabola che forse il carismatico condottiero radicale poteva indirizzare a miglior sorte, se solo avesse dato corso ai suoi sospetti anziché inseguire con pervicacia la corte di Walter. Perché se è vero che del partito democratico (ma non sub specie veltroniana) Pannella è sempre stato un caldo sostenitore - forse addirittura un precursore - è altrettanto vero che il cammino incidentato degli ultimi mesi, lastricato di veti e ripicche, sembrava condurre altrove. Se non allo splendido isolazionismo radicale, almeno al ruolo di disturbatori del manovratore. E sì, perché senza correre troppo indietro nel tempo, vale la pena ricordare il trambusto che si scatenò quando Pannella propose la sua candidatura alle primarie di ottobre. Apriti cielo. Le reazioni fra i puristi dell'Ulivo oscillarono tra la malcelata diffidenza e la più smaccata ostilità. Lo stesso Veltroni (pacatamente, serenamente) liquidò la faccenda alla stregua di una boutade: «Marco ogni tanto si diverte, è simpatico, e coglie le occasioni in cui i riflettori sono accesi per esserci». Quando infine il comitato lo escluse per incompatibilità lui iniziò a sparare bordate contro il «veltrusconismo», contro il «partito bulgaro» che non valeva molto di più di quello berlusconiano: «due gemelleari, estreme imposture». Vocabolario che Pannella ha continuato a declinare fino all'altro ieri, quando dal loft di Santa Anastasia continuavano a piovere i niet dei centristi: «una reazione anticonciliare e controriformista». Ma oggi le sue colorite repliche ai brontolii dei cattolici del piddì (ne sono tanti, sia i brontolii che i cattolici) suonano di maniera. Il gigante radicale appare "sedato". E si chiede perché mai ci sia il «vade retro Satana» nei confronti di «un vecchio ottantenne che perde il filo dei suoi discorsi». Noi confidiamo che non sia l'inizio della rassegnazione. E però gli domandiamo: ora che i suoi sono della partita, siglerà il codice etico? sbraiterà ancora contro l'informazione di regime? Siederà agli stessi tavoli dei « crociati della legge 40», magari al fianco di Binetti, una delle «immagini più oltranziste delle posizioni vaticane»?.
Coraggio, Marco, adelante ma con cilicio.

Religione e politica. La caccia ai "voti del cielo"

La Repubblica 24.2.08
Religione e politica. La caccia ai "voti del cielo"
di Filippo Ceccarelli

L’elettore cattolico e la sua prossima scelta sono al centro di una battaglia senza esclusione di colpi tra teo-con, teo-dem, pro-life, atei devoti, post-clericofascisti... Uno scontro dalle radici antiche che riecheggia il 18 aprile 1948 con le sue Madonne pellegrine, i frati volanti e il motto inventato da Guareschi: "Nell´urna Dio ti vede, Stalin no"

Suggestione meta-elettorale per gli aspiranti teocrati delle varie e numerose specie, teo-con, teo-dem, pro-life, atei devoti, cattolicanti centristi, post clericofascisti, tradizionalisti padani: rimboccarsi le maniche e costruire tutti insieme una grande chiesa, una basilica, «pegno solenne di perpetua pace fra l´Italia e la Chiesa, nuova testimonianza della profonda cattolicità della nazione». Perché nelle pieghe della storia, meglio se in quella minore e perfino in quella incompiuta, non di rado pare di cogliere barlumi di attualità.
E così, come ha scoperto anni orsono uno studioso attento come Giovanni Tassani, l´idea di erigere un tempio alla Conciliazione fu effettivamente lanciata nel 1954, con tanto di bozzetti e sopralluoghi, da una compagine di cattolici che le sacre immagini e i valori della Cristianità avevano messo sui loro stendardi. O forse sarebbe meglio dire gagliardetti, dal momento che l´animatore dell´iniziativa, il giovane e brillante conte Vanni Teodorani, fondatore della Rivista Romana, era certamente stato e forse a quei tempi continuava a ritenersi fascista. Ma dietro di lui c´erano soprattutto cattolici, e anche ecclesiastici illustri e già influenti come il padre gesuita della Civiltà cattolica Tacchi Venturi.
Strano a dirsi, ma l´enorme basilica nazionale e teocratica sarebbe sorta a Saxa Rubra, «la località in cui Costantino ebbe la visione della Santa Croce, sicuro auspicio di vittoria», si legge, tipo depliant, sulla Rivista Romana. Il progetto fu affidato alla cupa esuberanza baroccheggiante dell´architetto, nonché accademico d´Italia, Armando Brasini che certo non trascurò il motto apparso all´imperatore: «In hoc signo vinces», e infatti alla sommità del tempio svetta una colossale croce di marmo. Quella che si affacciava dallo scudo della Dc, evidentemente, non bastava a soddisfare l´esigenza dei valori religiosi nella vita pubblica.
Ora, a volte si è tentati di raffigurare la storia come una grande scala nella quale ogni nuovo pianerottolo raggiunto evoca inesorabilmente non quello appena lasciato, ma il penultimo. E questo un po´ vale anche per la partecipazione e il consenso elettorale dei cattolici, di cui per mezzo secolo almeno la Chiesa e in seguito la Dc si sono ritenute esclusive depositarie. Ma prima? Ecco: anche "prima", che poi non è mai un "prima" assoluto, l´antica caccia affannosa ai «voti del cielo», come li ha designati Massimo Franco (I voti del cielo, appunto, Baldini&Castoldi, 2000) ricorda per fuggevoli lampi e arcane corrispondenze questa di oggi, Casini, Ruini, Veltroni, Berlusconi, Bagnasco, Giulianone Ferrara: voti che ora come agli albori della Repubblica «vivono nel limbo di una terra di nessuno - come scrive Franco - volatili, volubili, percorrono strade misteriose, si dividono fra astensionismo e trasformismo, pattinano lungo tutto l´arco delle nuove ideologie». E delle vecchie e nuove mistificazioni, viene anche da pensare.
Questo spiega come mai, al di là degli anniversari, sulle elezioni del 1948 si concentri l´attenzione non solo degli storici, ma anche dei più evoluti studiosi di comunicazione politica, come Edoardo Novelli che in un libro di prossima uscita per Donzelli, Te lo ricordi quel 18 aprile, ha riletto «parole, immagini e strategie» di quella fatidica campagna nella quale l´intervento variegato e massiccio della Chiesa fu determinante tanto nel risultato quanto nelle forme espressive della ricerca del consenso.
La grande epopea di Gedda e dei suoi Comitati civici, simboleggiati da due mani che s´intrecciavano sullo sfondo di un campanile e il motto: «Pro aris et focis», per gli altari e i focolari. In poco meno di due mesi, senza mai chiedere esplicitamente il voto per la Dc la Chiesa riuscì autonomamente a mettere in piedi una vera e propria "crociata" - «Con Cristo o contro Cristo», aveva del resto intimato Pio XII - realizzando uno sforzo ideativo e organizzativo ancora più sorprendente di quello che consentì a Berlusconi di conquistare per la prima volta l´Italia nel 1994.
Tassani ha studiato l´"Ufficio psicologico" dei Comitati civici, laboratorio d´archetipi, fucina d´immaginario. Perché ci furono, sì, le madonne pellegrine, sia pure d´importazione francese, e il "microfono di Dio", come venne chiamato il missionario gesuita Lombardi; e se è per questo ci furono anche i baschi verdi dell´Azione cattolica, «Siam gli araldi della Fede» echeggiava nelle piazze il loro inno, e perfino i "frati volanti", in giro con certi furgoni dotati di altare e megafono, pronti a interrompere i comizi del Pci. Ma il vero salto nel futuro fu l´uso di scrittori come Longanesi, cui si deve l´opuscolo Non votò la famiglia De Paolis o Guareschi, suo il motto «Nell´urna Dio ti vede, Stalin no»; così come decisivo fu il lancio di illustratori e vignettisti che produssero manifesti un po´ pulp, ma indimenticabili. O filmati abbastanza ricattatori come La verità sulla scomunica: una bimba sta per fare la prima comunione, ma il papà comunista non vuole, né può entrare in chiesa (alla fine si converte).
Quello cattolico era a quei tempi un elettorato d´ordine, conservatore, anche reazionario. Più che al Pci si trattava di strapparlo all´Uomo qualunque, che nel 1947 a Roma aveva superato la Dc. Gedda ci riuscì: e dal Papa, per ringraziamento, ebbe in dono un orologio. Il paradosso del personaggio è che all´apice della vittoria cominciò la sua sconfitta. Non credeva all´unità politica dei cattolici e invece, oltre al pericolo comunista, bene o male la Dc fu anche capace di contenere, attizzare e neutralizzare questo elettorato timoroso della modernità, questo popolo di destra naturale ed inespressa. Lo fece vellicandone gli istinti conservatori, ma anche la paura, talvolta in modo gaglioffo.
Alle elezioni del 1953, per dire, venne organizzata una mostra itinerante sull´"Aldilà", cioè sulle persecuzioni ai lavoratori e ai credenti "schiavizzati" nei paesi dell´Est. Solo che si trattava di immagini false: come si legge ne I cattolici nella storia d´Italia di Libero Pierantozzi (Edizioni del calendario, 1970) un operaio di Roma, a nome Nardecchia, si riconobbe tra i perseguitati: «Quello so´ io!», disse. Non che all´Est per i cattolici fossero rose e fiori, tutt´altro, ma insomma la mostra era più che altro un servizietto "dell´aldiquà".
Per tutti gli anni Cinquanta e oltre, anche perché timorosi di uno sbocco spagnolo, alla Franco, a partire da De Gasperi i democristiani cercarono con successo di liberarsi dell´occhiuta tutela ecclesiastica. La basilica a Saxa Rubra non si fece mai. Vennero piuttosto individuati dei bastioni intoccabili: istruzione, sanità, carattere sacro di Roma, controllo della cultura, dei costumi e della tv. È una storia lunga, piena di tappe, sfumature e contraddizioni, ma in estrema sintesi si può azzardare che il pontificato di Giovanni XXIII, il Concilio e la lunga stagione di Paolo VI, che i capi dello scudo crociato conosceva uno a uno avendoli anche difesi dall´integralismo di Gedda, funzionarono come una specie di benedizione. Intanto, i voti del cielo erano pur sempre al sicuro.
Ci rimasero si può dire fino al 1974, sconfitta referendaria sul divorzio. Ma a quel punto nuove generazioni cattoliche buttavano decisamente a sinistra. Cattolici del No, dissenso, preti operai, scelta di classe, teologia della liberazione, terzomondismo. Richiami delle gerarchie, moniti anche dal Sacro Soglio. Insieme con Moro, la Dc perde l´anima. Dura ancora una dozzina d´anni, quindi si scioglie. Questa è storia di ieri. Quella di oggi non è nemmeno storia. L´altro giorno Famiglia Cristiana ha pubblicato un sondaggio da cui emerge che i cattolici - se ancora è congrua la definizione - vogliono più soldi in busta paga, meno tasse per le famiglie, un po´ più di moralità. Ed è molto difficile per chiunque non riconoscersi in questi desideri.

E Baget Bozzo fustigò "il santone" La Pira
Scherza coi fanti e lascia stare i santi. I problemi semmai, nelle schermaglie politiche e religiose fra cattolici, cominciano quando i santi non sono ancora tali. Nel 1961 Giorgio La Pira, oggi candidato agli altari, era sindaco di Firenze e da Palazzo Vecchio aveva messo in piedi un´ardente e diffusa attività a sostegno della pace nel mondo: discorsi, viaggi, cerimonie, convegni, anche missioni e mediazioni segrete presso i «nemici» dell´occidente, sovietici, cinesi.
A quel tempo Gianni Baget Bozzo, che oggi è una specie di cappellano di Forza Italia e come altri ecclesiastici di rango non disdegna di inscrivere il berlusconismo in un disegno provvidenziale, non era ancora sacerdote, ma una ex giovane promessa del dossettismo clamorosamente pentitosi, più che dubbioso ormai sulla possibilità della Dc di fronteggiare la minaccia comunista, ideologo e fautore di un risoluto gollismo, prima nell´orbita di Gedda e poi di Tambroni. C´è anche da dire che La Pira e Baget si conoscevano bene ed erano anche stati amici ai tempi della "Comunità del Porcellino", il mitico appartamento delle sorelle Portoghesi a piazza della Chiesa Nuova nel quale erano vissuti Dossetti, Fanfani e gli altri «professorini» eletti alla Costituente.
Ma le amicizie, si sa, possono a volte risolversi nel loro contrario. Così lo storico dei movimenti cattolici Giovanni Tassani ha scovato tre «discorsi controcorrente» che nel 1961 il trentaseienne Baget Bozzo in qualità di segretario dei "Centri per l´ordine civile", che nel loro simbolo recavano il motto «Vox clamantis», pronunciò uno all´hotel Bristol di Genova, uno al teatro Eliseo di Roma e uno al Baglioni di Firenze. Li pubblica nel prossimo numero la rivista Nuova Storia Contemporanea e un po´ fanno impressione per la sottigliezza e insieme per la virulenza con cui Baget Bozzo attacca il «falso carisma» di La Pira dandogli del «santone», del «fariseo», del falsificatore; sostenendo che è ammaliato da Kruscev e per questo, mistificando le Sacre Scritture, si è fatto strumento e complice dell´offensiva comunista a livello mondiale.
Il pretesto di questa resa dei conti a sfondo politico-teologico è la pubblica proiezione fragorosamente organizzata da La Pira del film del regista francese Claude Autant-Lara Non uccidere, nonostante fosse stato proibito dalla censura per apologia di reato in quanto favorevole all´obiezione di coscienza. Accusa Baget Bozzo: «Si è creato attorno a La Pira uno stato di privilegio insopportabile. Debbo dire, come cristiano: quello farisaico; cioè quello che viola la legge non in nome della santità, ma della santonità. Cioè del fatto che uno, per il fatto che parla di San Paolo, si crede autorizzato, contro le parole di San Paolo, a disobbedire all´autorità». Chi fa la parte del santone, come nel caso di Danilo Dolci, «ci guadagna sempre - accusa Baget Bozzo - applausi, sostegni di stampa, fama di eroe. Il regime del rotocalco ci consente questi eroi a buon mercato che sono poi dei grandi opportunisti».
Vedi anche il modo in cui La Pira, sulla scorta del profeta Isaia, considera Kruscev una figura di pace, pure richiedendo a un convegno la presenza del cosmonauta sovietico Yuri Gagarin. Al quadro internazionale è dedicato interamente il discorso di Firenze dal titolo: «La Pira o la tecnica mistica del potere». Nel senso che il sindaco di Firenze, «nuova Gerusalemme» degli illusi, si sente investito da una rivelazione che lo porta a considerare il kruscevismo come «il comunismo che si integra nei tempi messianici». Questa visione è tanto più pericolosa in quanto, secondo Baget Bozzo, influenza la politica estera di Fanfani che non a caso cerca sponde non solo in Russia, ma anche nel mondo arabo.
Tutto torna insomma in politica, anche con qualche risonanza nel presente. Mentre per quello che riguarda la religione, beh, varrà giusto la pena di ricordare, come fa Tassani, che il 17 dicembre del 1967, quando Baget Bozzo fu ordinato sacerdote dal cardinale Siri erano presenti Luigi Gedda, Giuseppe Dossetti e anche Giorgio La Pira, santo o santone che sia stato. (f.cec.)