sabato 31 maggio 2008

Il mito euroasiatico di Alessandro Magno

Il Manifesto, 30 maggio 2008
A Salonicco
Il mito euroasiatico di Alessandro Magno
Mostre Al museo archeologico, opere dalla Macedonia e dall'Italia
Francesco Stella

Qualche anno fa in un convegno sulla traduzione letteraria un poeta milanese cominciò il suo intervento esaltando Alessandro Magno come «il più grande dei traduttori». Lì per lì parve una trovata scenica, ma se è vero che la traduzione è strumento primario di conoscenza fra culture diverse allora quella di Alessandro il Macedone fu veramente una grandiosa opera di traduzione: le sue travolgenti conquiste diffusero l'uso del greco in quasi tutto il mondo conosciuto, dal Danubio all'Amu-Darja, ponendo le premesse perché la rielaborazione araba ritrasmettesse poi la cultura greca all'Europa medievale. Questo ruolo di mediatore culturale ha dato alla leggenda di Alessandro un alone esotico che proietta il tipo dell'eroe nella dimensione dello scopritore di mondi nuovi, e ha generato una produzione infinita di narrazioni, iconografie e riscritture, dal mosaico della Casa del Fauno al film di Oliver Stone, dalla menzione nel Corano ai manga giapponesi alle canzoni di Veloso o Vecchioni.
Secondo il geografo Strabone «tutti coloro che scrissero di Alessandro preferirono il meraviglioso al vero», perché l'essenza di Alessandro è il meraviglioso, l'incontro col diverso che si traduce in epica dell'impossibile. Le tante versioni medievali del Romanzo di Alessandro riflettono infatti il fascino di questa figura nei racconti fantastici di imprese che anticipano i progetti di Leonardo, i romanzi di Verne o i sogni degli alchimisti: la discesa sotto il mare col batiscafo di vetro illuminato dall'interno, la salita in cielo con un apparecchio trainato da grifoni, la visita alla Fontana dell'eterna giovinezza sorvegliata da serpenti crestati e dragoncelli volanti. Ma gli episodi che più rivelano lo spirito del viaggiatore instancabile come esploratore attratto dall'ignoto sono quelli che toccano il confine fra umano e sovrumano, come nell'Alessandreide di Walter di Châtillon, dove la Natura rimprovera ad Alessandro la mancanza di un senso del limite, che lo trascina ad assediare il Paradiso e il Caos, gli antipodi e il sole di altri universi: «Fin dove si spinge, Grande Alessandro, la tua fame? Qual è il limite / al possesso, alla ricerca? Che misura, che fine hanno le tue fatiche? / Pazzo, nulla realizzi! Quand'anche avrai racchiuso tutti i regni / sotto un solo potere, e sottomesso il mondo, / resterai povero. Una mente che non ha bisogno di nulla / non la producono le cose, ma il bastare a se stesso». Questa tensione esercita un fascino transculturale che emerge in termini quasi identici nella Persia del X secolo: qui il poeta Firdusi immagina il re che arriva a una casa di luce rossa in cima a un monte rosso, con due troni vuoti.
Il mito medievale di Alessandro trova il suo vertice iconografico nel celebre mosaico della cattedrale di Otranto, che rappresenta il grande albero della vita ai cui rami sono appesi animali fantastici e non, e personaggi biblici e storici. Fra questi, accanto a re Artù, un Alessandro vestito di porpora, col diadema bianco e azzurro, seduto su un trono portato in volo da grifoni alati: una presenza enigmatica il cui significato è stato interpretato come simbolo del peccato di superbia oppure (paradossalmente) come prefigurazione dell'azione unificatrice della Chiesa. Una riproduzione su tela a grandezza naturale di questo grandioso mosaico è ora visitabile al Museo Archeologico di Salonicco nell'ambito della mostra Alessandro Magno: Opere dalle Collezioni dei Musei della Macedonia e Iconografia del Mito in Italia, inaugurata il 28 maggio e aperta fino al 15 novembre.
L'allestimento e il bel catalogo di Gangemi espongono dunque al pubblico greco in riproduzione fotografica le «traduzioni» italiane di questo mito eurasiatico, in un gioco di rielaborazioni e di ricerche che ne esplora le tracce, dal monumento equestre di Lisippo (trafugato da Cecilio Metello) fino ai tanti reimpieghi rinascimentali o neoclassici, concludendo con le decorazioni di Villa Torlonia riaperta nel 2006. Il documentario di Michele Fasano, riportato in catalogo come saggio, ipotizza nell'Alessandro del mosaico idruntino una traccia della cultura monastica greca in Terra d'Otranto: un segno di quella cultura del dialogo che portava a San Nicola di Casole manoscritti greci, arabi, ebraici e latini. Ma la presenza di Artù rende più probabile l'influenza della cultura normanna, e dunque sovrappone a questo idillio mediterraneo la reintepretazione del mito macedone da parte delle culture nordeuropee.
Un vero groviglio interculturale che la mostra scioglie con eleganza nella giustapposizione di due serie di opere: da una parte le memorie italiane, fra cui l'anfora di Ruvo, la statuetta di Ercolano, il mosaico e i dipinti di Pompei, la sognante testa vaticana; dall'altra i capolavori dei musei macedoni, comprese le fantastiche corone auree delle tombe reali, una delle quali è stata restituita recentemente alla Grecia dal Getty Museum di Los Angeles.

Scoperta un' orma umana che forse ha 15 milioni di anni

Liberazione, 31 Maggio 2008
Scoperta un' orma umana che forse ha 15 milioni di anni
Sorpresa: Adamo ed Eva
probabilmente erano Indios

Non c'è ancora una conferma ufficiale, ma se quello che si è saputo sull'impronta pietrificata in Bolivia fosse vero, si tratterebbe di riscrivere la storia dell'evoluzione umana e della civiltà occidentale. Quel piede andino di un uomo che camminò eretto fra 5 e 15 milioni di anni fa lungo l'altipiano andino in Bolivia sarebbe di gran lunga l'orma più antica del mondo. Di gran lunga più vecchia quella scoperta nel 2007 da archeologi egiziani su una roccia nell'oasi di Siwa e risalente a circa due milioni di anni fa. È una orma chiara di 29,5 centimetri (taglia 39) corrispondente ad un uomo alto circa 1,70 metri e pesante 70 chili. In quel periodo - miocene dell'epoca terziaria - la cordigliera delle Ande era ancora in formazione. Ma un essere umano forse già si aggirava da quelle parti, camminava probabilmente sulla spiaggia di quello che all'epoca doveva essere un lago che poi si seccò, pietrificandosi. Forse non si poneva le grandi questioni di Pera sulla civiltà cristiana, forse camminava pensieroso su quella spiaggia dicendosi: «Prima o poi questa Europa la scopro». Ma poi pensò di lasciar perdere e vivere serenamente i suoi ultimi giorni senza prendendersi la responsabilità di aver dato i "natali" a La Russa, Bertolaso e Berlusconi.

BIOTERRORISTI CON I MONTONI I MAESTRI FURONO I GENERALI ITTITI

Tst tutto Scienze e tecnologia 14-05-2008

BIOTERRORISTI CON I MONTONI I MAESTRI FURONO I GENERALI ITTITI

Usarono il batterio della Tularemia per difendere il proprio impero

EUGENIA TOGNOTTI UNIVERSITA'DI SASSARI
La prima arma biologica della storia sarebbe stato un batterio, il Francisella arensis: responsabile di una zoonosi, la Tulare è tuttora considerato come una possibile e micidiale arma utilizzabile dai fanatici del bioterrorismo.
La suggestiva teoria - corredata di dati e cronologie - ha trovato ospitalità nella prestigiosa rivista «Journal of Medical Hypotheses». La storia della guerra batteriologica avrebbe avuto inizio più di 3 mila anni fa con gli ittiti, abitanti del potente impero che, all'epoca, dall'attuale Turchia stava estendendo il proprio dominio e affrontando una lunga serie di guerre con popoli di varia provenienza. Proprio in uno di questi conflitti avrebbero utilizzato contro i loro nemici pecore e montoni affetti da Tularemia - o febbre dei conigli - una malattia estremamente contagiosa e in grado di trasmettersi dagli animali agli uomini: questi, infatti, possono infettarsi sia ingerendo acque o carni contaminate sia inalando materiale infetto sia, ancora, maneggiando animali malati oppure attraverso punture di zecche, zanzare e tafani.
ANTICHI DOCUMENTI
Rara, ma ancora presente in alcuni Paesi dell'Europa dell'Est come la Bulgaria,
l'infezione - che presenta una grande varietà di manifestazioni cliniche legate
alla via di introduzione e alla virulenza del ceppo - può essere fatale nel 15
per cento dei casi senza un adeguato trattamento antibiotico.
Ammesso che sia corretta l'interpretazione degli antichi documenti da parte
dell'autore, Siro Trevisanato, un ex microbiologo (studioso di Oakville,
Ontario, Canada) e con la passione della storia,
tutto sarebbe cominciato con una devastante epidemia scoppiata in Medio Oriente
nel XIV secolo a.C., ricordata come «La peste ittita». Da quanto si evince dalle
lettere al faraone egiziano Akhenaton (1359 a.C. - 1342 a.C. circa), il
perdurare della pestilenza, che infieriva nella città fenicia di Simyra, ai
confini tra il Libano e la Siria, aveva consigliato alle autorità di vietare che
nelle carovane che entravano in città fossero utilizzati gli asini (tra i 150
mammiferi soggetti all'infezione): è una decisione che farebbe pensare proprio a
un collegamento tra questi animali e la vasta crisi epidemica provocata dalla
Tularemia. Dieci anni più tardi gli ittiti attaccarono quella città e con il
bottino si portarono dietro anche l'infezione degli animali razziati. Quasi
subito, infatti, la popolazione fu colpita dalla malattia, che uccise anche il
loro sovrano. Fu un periodo di emergenza: delle condizioni di debolezza che si
crearono nell'impero approfittarono i popoli confinanti di Arzawa, stanziati
nell'Anatolia occidentale, e intenzionati ad estendere i loro confini.
Negli scontri che seguirono, tra il 1320 e il 1318 a.C, cominciarono ad
apparire, misteriosamente, in molte zone del loro territorio dei montoni. Furono
catturati, trasportati nei villaggi, macellati o inseriti negli allevamenti. Ma
questi animali - secondo Trevisanato - erano i micidiali vettori della prima
arma biologica della storia, proprio il batterio Francisella tularensis.
Trasmessa per contatto diretto con gli animali infetti o per mezzo di insetti,
la Tularemia si diffuse quindi rapidamente tra la p"obáu ne, che cominciò a
collegare la strana comparsa degli animali, intenzionalmente inviati nelle loro
terre, con la diffusione della malattia.
Il risultato fu quello sperato dagli ittiti: riuscirono a battere i nemici.
Loro, perciò, potrebbero fregiarsi del titolo di primi bioterroristi: avevano
avuto l'intuizione di indebolire il nemico con un'epidemia, inducendolo ad
abbandonare la guerra di aggressione.
Ripresi da innumerevoli giornali, d'informazione e scientifici, i risultati
dello studio hanno fatto il giro del mondo, sebbene con i limiti che ricercatori
ed esperti di armi chimiche e biologiche non hanno mancato di segnalare. Per
esempio il microbiologo Mark Wheelis: professore all'Università della California e autore di un libro sulla guerra biologica prima del 1914 («Biological warfare before 1914») ha osservato che per considerare i montoni una possibile arma «alternativa» si dovrebbe trovare la prova che l'intento degli ittiti fosse esattamente quello di trasmettere la malattia.
Fino a che questo obiettivo non sarà dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio, si resta ancora nel campo della teoria e della speculazione. E questa - aggiungono altri ricercatori - presta il fianco a una serie di critiche, anche riguardo all'interpretazione retrospettiva dei documenti storici e all'identificazione della «peste ittita» con la Tularemia, che presenta almeno sei forme cliniche, tra cui quelle polmonare e tifoidea, che possono essere confuse con quelle di altre patologie. E infatti si deve tenere conto degli enormi problemi correlati alla difficoltà d'identificazione delle malattie del passato solo sulla base di fonti storico-letterarie, con tutte le incertezze derivanti da successive traduzioni di sintomi e segni.
MANUALE DEI CINQUECENTO
In attesa di nuove informazioni dovremmo forse restare, per quanto riguarda le prime prove delle guerre batteriologiche, a un manuale di guerra italiano del Cinquecento: descriveva come preparare «misture» atte a produrre gravi malattie nel nemico attraverso l'avvelenamento di acque e alimenti.

TRA I CHIP È SBOCCIATA UN'ANIMA

La stampa, tutto scienze, TST 14 mag. ’08

TRA I CHIP È SBOCCIATA UN'ANIMA

LUIGI GRASSIA
«Non fate innervosire quel robot, che è tanto sensibile». E magari è anche un po' permaloso, come il computer Hal 9000 di «Odissea nello spazio». Entro questa generazione l’emotività delle macchine farà parte della nostra vita quotidiana.
Ci sono due programmi dell'Ue che consorziano le migliori università del continente per un obiettivo a prima vista un po' stravagante: produrre automi capaci di essere compagni interattivi degli esseri umani, in grado di cogliere le sfumature di umore di uomini e donne e di adattarvisi - sperando che non debba succedere il contrario.
Uno dei due programmi, avviato nel 2006, si chiama «Feelix Growing» ed esplora
l’intelligenza sociale e come questa possa essere creata nei sistemi
artificiali. Tl secondo, lanciato e finanziato in questi giorni da Bruxelles,
mobilitando 10 università
Tra i rischi ci sono
(coordinate dalla Queen Mary University di Londra), è stato battezzato «Lirec»,
cioè «Living with robots and interactive companions», e si baserà su una serie
di esperienze tratte da «Feelix Growing» per esaminare «come si possano creare
dei rapporti duraturi in situazioni sociali reali», per usare le parole del capo
del progetto, Peter McOwan. In particolare, «con "Lirec" creeremo delle entità
identificabili e socialmente consapevoli, che mantengono le loro caratteristiche
quando migrano, ad esempio, dal corpo di un robot alla vostra casa per apparire
come avatar sul vostro palmare». Insomma, la persistenza di una precisa e
complessa personalità sarà il valore aggiunto rispetto agli studi da pionieri
condotti finora, che miravano a scorporare, analizzare e riprodurre le singole
funzioni elettronico-psicologiche.
Sappiamo tutti che avere una psicologia, una personalità, è fonte di possibili
problemi; e allora perché inserirle nel cervello elettronico delle macchine,
rendendolo meno stabile e prevedibile?' Perché rischiare di scatenare crisi di
identità cibernetiche, come quelle in «Blade Runner», o tentativi di ribellione
individuale, come in «Electric Dreams», o coIlettiva, come in «Terminator»7
Il fatto è che per avere il massimo di flessibilità e personalizzazione nelle
prestazioni delle macchine bisogna renderle capaci di interagire con noi, ma
interagire sul serio, non in base a risposte stereotipate. In un mondo
occidentale che ha tanto bisogno di colf e di badanti, il progetto «Lirec» si
propone, ad esempio, di creare degli assistenti domestici che facciano un po' di
tutto: lavare i piatti, e im qui non ci vuole una grande sensibilità, ma anche
tenere compagnia. E questo richiede una tecnologia amichevole molto sofisticata.
«Vogliamo sviluppare anche una prospettiva critica e porre problemi etici e psicologici rispetto a questo tipo di compagnia - spiega Kerstin Dautenhahn, un altro dei coordinatori -. Non vogliamo che i robot diventino sostitutivi delle persone in ogni aspetto. Quale che sia il modo in cui un robot si comporti, non dovremo mai confondere macchine e umani. Vorremmo evitare situazioni in cui una persona si leghi troppo a un robot».
Per quanto cauti siano i propositi dei ricercatori del «Lirec», il confine fra uomo e macchina pare destinato a sfumare. Nell'intelligenza artificiale è stato elaborato il test di Touring che ha questa caratteristica: anche una persona non disposta a riconoscere filosoficamente che una macchina sia intelligente si può trovare in condizione di non saper distinguere, all'atto pratico, l’intelletto di un essere umano da quello di una macchina. Sogno o incubo, non si può escludere che fra qualche anno i robot superino l’equivalente emotivo del test di Touring, così che non li si possa distinguere, in questo, dagli umani.
le crisi di identità cibernetiche, come in «Blade Runner» Gli assistenti domestici di silicio non soltanto laveranno i piatti, ma ci terranno compagnia

CATANZARO,SCOPERTA NECROPOLI GRECA IN CANTIERE SEDE REGIONE

CATANZARO,SCOPERTA NECROPOLI GRECA IN CANTIERE SEDE REGIONE
Catanzaro, 30 mag. (Apcom) -

Una necropoli magno-greca risalente al V secolo A.C., con tombe e reperti, e' stata portata alla luce alla periferia di Catanzaro, nell'area del cantiere per la costruzione della nuova sede della Regione. La scoperta è stata resa nota dal presidente della Regione Agazio Loiero, secondo cui si tratta di "ritrovamenti archeologici di grande importanza posizionati nella zona che va dall'antica Terina a Skilletion". Terina, secondo l'archeologo Paolo Orsi, fu una città posta nell'attuale piana di Sant'Eufemia (Lamezia). Skylletion fu una città greca sulle cui rovine sorse la più nota Scolacium, colonia romana i cui resti si trovano da Roccelletta di Borgia a Catanzaro, nel quartiere Lido.

CATANZARO. Ritrovamento archeologico a Germaneto

CATANZARO. Ritrovamento archeologico a Germaneto
31 maggio 2008, IL giornale di Calabria

Nell’area di costruzione della Cittadella regionale è venuto alla luce un insediamento di epoca ellenistica

“Il ritrovamento archeologico più importante negli ultimi trenta anni”. Così il presidente della Regione, Agazio Loiero, ha annunciato il ritrovamento di un insediamento di epoca ellenistica nell’area dove si sta realizzando la cittadella regionale, nella zona di Germaneto di Catanzaro. Nel corso dei lavori sono state, finora, scoperte sei tombe con scheletri e diversi oggetti, tra i quali alcune anforette in perfetto stato di conservazione. “Si tratta di un ritrovamento di grande importanza - ha aggiunto il presidente Loiero dopo un sopralluogo nella zona - e sono contentissimo di questa scoperta, ma anche del fatto che i lavori non saranno interrotti, ma subiranno solo un piccolo rallentamento”. Per il 15 settembre prossimo è stata già fissata la data per iniziare la palificazione per realizzare un’ala della struttura che ospiterà tutti gli uffici della Regione Calabria. Al sopralluogo di questa mattina hanno partecipato, oltre a Loiero, il dirigente del dipartimento Lavori pubblici, Isola, e il funzionario della Sovrintendenza, Roberto Spadea, che seguirà gli scavi di recupero dei reperti. “La natura dei ritrovamenti - ha sottolineato il presidente Loiero - ancorché di grande rilievo, non pone a rischio il progetto della Cittadella, in quanto tutti i reperti trovati sono delocalizzabili. Lo stretto coordinamento con la Soprintendenza - ha aggiunto il Presidente - permetterà di ottenere a breve il nulla osta per l’esame dei lavori delle aree già completamente investigate, quali quelle verso la strada. In tali aree è stato possibile eseguire due campi prova delle palificate portanti l’edificio, che permetteranno di tarare al meglio il progetto delle fondazioni. È quindi previsto, concordando con il Contraente Generale ed il Direttore dei lavori, che le lavorazioni per la realizzazione delle palificate del corpo degli edifici che si affaccia sulla strada/280 inizino il quindici settembre prossimo. Inoltre - ha concluso Loiero - al completamento della campagna dei rilievi archeologici sarà possibile sviluppare il progetto di uno specifico museo da ospitare nella Cittadella, che testimonierà dove sono allocati i ritrovamenti più importanti della lunga storia delle terre di Calabria”. “I ritrovamenti fatti sul cantiere della costruendo Cittadella - ha spiegato Spadea - dimostrano la validità della previsione scientifica che pone la via dell’Itsmo, attestata da Aristotele, lungo la sponda settentrionale della valle del Corace. È stato infatti ritrovato un insediamento greco collegato allo sfruttamento agricolo della zona, e sicuramente comune alle attività della vicina Skylletion, con la restituzione di un impianto di tombe grande ascrivibili alla prima metà del V° secolo, con importanti corredi di ceramica antica a figure nere ben conservati”. Ad oggi sono state identificate e scavate sei tombe, con alcuni scheletri in stato di buona conservazione, e reperti che testimoniano la presenza di un gruppo familiare di condizioni abbienti. L’area, inoltre, è interessata di altre significative vestigia archeologiche, databili sempre in epoca greca al III secolo a.C. (insediamenti rustici) ed in epoca romana (villa rustica del II secolo d.C.). Spadea ha sottolineato come le indagini si stiano svolgendo con la massima collaborazione della Giunta regionale, che ha dimostrato grande sensibilità alla problematica archeologica.

Un inedito di Giotto in mostra agli Uffizi

FIRENZE - Un inedito di Giotto in mostra agli Uffizi
31 maggio 2008, LA REPUBBLICA - Firenze

La scoperta

Proprietà della Fondazione Cini, l´opera è stata attribuita dallo studioso Miklòs Boskovits

Un inedito uscito dalla bottega di Giotto tra il 1325 e il 1335 arriva agli Uffizi per la mostra a cura di Angelo Tartuferi L´eredità di Giotto. L´arte a Firenze tra il 1340 e il 1375, simultanea a quella, curata da Daniela Parenti e diretta da Franca Falletti, su Giovanni da Milano all´Accademia (10 giugno-2 novembre; www.firenze2008.it). Di proprietà della Fondazione Cini di Venezia, è una tempera su legno di 42,5 per 32 centimetri, frammento di una tavola che in origine collegava una teoria di apostoli a un Cristo o a una Madonna col Bambino in trono. Firma l´attribuzione uno dei massimi esperti del periodo, il professor Miklòs Boskovits, docente di Storia dell´arte medievale all´Università di Firenze. L´opera, spiega, deve essere stata realizzata nella bottega di Giotto, come confermano stile, gestualità dei personaggi, eleganza e grandiosità del disegno, ma anche dettagli quale la decorazione delle aureole, conformi ai modi del Giotto tardo. Zeri, ricorda Boskovits, supponeva che fosse appartenuta alla celebre raccolta viennese del conte Karol Lanckoronski. «Un´attribuzione molto importante - commentano la soprintendente al Polo Museale Fiorentino Cristina Acidini e il direttore degli Uffizi Antonio Natali - Sarà senz´altro una delle attrazioni di questo doppio evento espositivo che per la prima volta documenta l´influenza di Giotto sugli artisti delle generazioni successive».

giovedì 29 maggio 2008

Sesso incerto Correggio come Botticelli e Leonardo: figure che fondono anima ed eros

Corriere della Sera 29.5.08
Sesso incerto Correggio come Botticelli e Leonardo: figure che fondono anima ed eros
Angeli, putti, adolescenti Il fascino ambiguo dell'innocenza

Un angelo o un amorino? Un innocente adolescente o un fanciullo compiacente? Difficile distinguere tra purezza e peccato nell'arte del Correggio: la linea di demarcazione non è per nulla netta e, bisogna pur dirlo, quella sua sensualità scoperta, quei soffici corpi che sembrano dipinti con un pennello di piume, certe epidermidi che hanno il colore del miele e la morbidezza della cera fusa, parlano di un erotismo rivolto ai fanciulli e alle fanciulle che oggi giudichiamo malato, ma che era normale nel mondo classico ammirato dal Rinascimento. Non che tutti i pittori rinascimentali avessero inclinazioni pedofile, sia chiaro: la sensualità di Tiziano è sana e felice; quella di Michelangelo robusta e omosessuale. Quella di Correggio, più tenera e languida, potrebbe invece richiamare alla mente quella di un Gustav von Aschenbach infatuato dall'efebico Tadzio.
Basta guardare il quadro di Giove e Ganimede dove il dio, invaghitosi del pastorello e assunto l'aspetto di un'aquila, lo trasporta nell'Olimpo e ne fa il coppiere degli dei. Correggio — che è il primo nel Rinascimento a riprendere questo mito classico, poi seguito da Michelangelo — dipinge un bimbo di circa otto anni, con l'espressione furbetta, per nulla spaventato da quell'aquila che lo ha rapito e che apre persino il becco per leccargli con la lingua il tenero braccio.
E che dire del Cupido, un ragazzino di circa dieci anni, che vestito di un solo paio di magnifiche ali sta aiutando Giove, questa volta trasformatosi in una pioggia d'oro, a sedurre una Danae/Lolita che sembra la sua sorellina maggiore? E come se non bastasse, a questa scena fra le più erotiche della pittura, partecipano altri due bambinetti che, ai piedi del letto di Danae giocano a provare sulla pietra le frecce d'oro e di piombo, cioè quelle d'attrazione e di repulsione.
Eccola dispiegata tutta la confusione che il Rinascimento — pagano e neoplatonico — riuscì a creare fra angeli e putti, fra adolescenti e santi, fra mito e religione al punto che anche del rapimento di Ganimede gli umanisti fecero un'allegoria dell'ascesa dell'anima umana verso Dio.
La figura chiave di questo corto circuito spiritual carnale è l'angelo che in greco significa «messaggero». Già nel pantheon greco romano l'angelo aveva il compito di trasmettere la volontà degli dei agli uomini e nell'iconografia è un essere asessuato, più femminile che maschile, in ogni caso adolescente o addirittura un bambino di due o tre anni.
Il punto di incontro fra gli angeli cristiani e i putti pagani sono le ali: gli erotes erano spiriti alati messaggeri degli dei, rappresentati come fanciulli che accompagnavano l'uomo nel corso dell'intera vita e nella religione romana si fusero con la figura del genio, spirito guardiano che proteggeva l'anima di un uomo. I primi cristiani adottarono questa immagine nelle catacombe e nei sarcofagi, ma nel Medioevo passarono a figure più adulte, ispirate per esempio alla Vittoria romana, alata come gli altri messaggeri Mercurio e Iris, per poi tornare ai putti a partire dal Rinascimento. Anche Cupido, il dio dell'amore, nonché strumento per riconquistare la dimensione spirituale e divina perduta dall'anima nel momento dell'incarnazione (in perfetta analogia con il compito dell'angelo cristiano), era alato e rappresentato come un giovane efebico o un putto derivato dagli erotes.
Gli angeli di Botticelli, Parmigianino, Leonardo da Vinci, tutti efebi adolescenti dal sesso incerto, sono una sintesi di questa tradizione che fondeva l'amore con l'anima, l'eros con l'angelo. Luchino Visconti aveva ben chiaro il collegamento e non a caso nella scena finale di «Morte a Venezia» fa ripetere all'adolescente Tadzio il gesto della Pointing lady, la fanciulla angelica disegnata da Leonardo mentre indica un punto imprecisato e infinito. Da Correggio parte dunque un'iconografia, quella dell'adolescente divino, metà Eros metà Angelo, che fissa un gusto arrivato fino a oggi e passato dall'arte, per esempio attraverso le foto di Pierre et Gilles, alla moda dove ambigui modelli adolescenti, in bilico tra femminile e maschile, fungono da moderni messaggeri del lato oscuro della bellezza.
Francesca Bonazzoli Furbetto
«Il ratto di Ganimede» (1531-32) è il primo dei quattro dipinti della serie «Amori di Giove» ispirata alle «Metamorfosi» di Ovidio.
Correggio dipinge il giovane Ganimede con un'espressione furbetta, per nulla spaventato dall'aquila che lo rapisce

Eventi fino al 2015: tra gli altri, Tiziano, Cranach e Bernini

Corriere della Sera 29.5.08
Eventi fino al 2015: tra gli altri, Tiziano, Cranach e Bernini
Galleria Borghese, la rinascita è un omaggio alle sue star
I tesori «di casa» richiamano altri capolavori dall'estero
di Lauretta Colonnelli

È costruita sul presunto viaggio a Roma di Antonio Allegri (1489-1534), detto il Correggio dal paesino in cui era nato, la mostra che la Galleria Borghese dedica a quello che la storia del-l'arte ha definito il pittore più erotico e al tempo stesso il più lieve, per la sua capacità di dipingere l'indipingibile, ovvero l'aria, i vapori, le nebbie e tutto ciò che è impalpabile e inafferrabile. Un viaggio che secondo gli storici del passato, Vasari per primo, Correggio non fece mai, che «se l'ingegno di Antonio fosse stato a Roma avrebbe fatto miracoli e dato delle fatiche a molti che nel suo tempo furono tenuti grandi». Oggi invece la critica, rintracciando nelle sue opere innumerevoli indizi di «romanità» è quasi unanime nel dare per certo che Correggio a Roma ci sia stato, forse intorno al 1518. A tale proposito non si sono tuttavia trovati documenti, solo il fatto che il suo nome fu associato dai contemporanei a quello dei sommi artisti rinascimentali, Raffaello e Michelangelo, i quali nella classicità di Roma avevano trovato gli ingredienti per rivoluzionare la storia dell'arte. Anna Coliva, che dirige la Galleria e ha curato la mostra, ribalta il problema e parte proprio da Roma, raccogliendo una sessantina tra dipinti, disegni e opere dell'antico per cercare nei lavori del pittore la risposta alla domanda non se Correggio fosse arrivato in città, ma quanto cambiò, grazie al contatto con la Roma di inizio Cinquecento, la sua visione dello spazio, della composizione, delle forme. Si deve ad Anna Coliva e al soprintendente del polo museale romano Claudio Strinati anche l'idea del programma espositivo che prevede dieci grandi mostre in dieci anni, organizzate dalla società MondoMostre. Si è cominciato nel 2006 con la monografica su Raffaello, seguita nel 2007 da quella su Canova. L'idea nasce dalla constatazione che al Museo Borghese sono conservati capolavori assoluti dei maggiori artisti del Cinquecento e Seicento, fondamentali per il catalogo di ciascun autore, che però sono inamovibili dalla propria sede a causa della fragilità o perché sono troppo grandi per essere spostati. Quindi è impossibile trasferirli a quelle mostre temporanee che, in giro per il mondo, vogliono approfondire l'attività di questi artisti. La Galleria Borghese ha pensato di colmare la lacuna programmando le dieci mostre monografiche, dedicate ciascuna ad un artista del quale il museo conserva nelle proprie collezioni uno o più capolavori. A questi vengono accostati, per la prima volta, prestigiosi prestiti dai più grandi musei del mondo, che vengono inseriti, nel percorso della Galleria, al piano corrispondente all'attuale collocazione dell'autore stesso. Il pubblico potrà ammirare sia la collezione che le opere in prestito con un sovrapprezzo sul biglietto d'ingresso. L'apertura dei depositi al terzo piano del museo permette inoltre di ammirare tutte le opere qui ospitate. Con Correggio viene ricostruito, per la prima volta dalla sua creazione, il ciclo degli «Amori di Giove» cantato da Ovidio. Un confronto inedito è previsto nel 2009 fra due pittori «maledetti»: Bacon e Caravaggio. Il programma degli anni successivi propone mostre dedicate a Dosso Dossi, Tiziano, Cranach, Bernini, Domenichino. Per concludere, nel 2015, con la grande esposizione sui Borghese e l'Antico.

Ariosto, il «picaro» moderno che anticipò Cervantes

l'Unità 29.5.08
SAGGI Una nuova interpretazione di Giulio Ferroni che fa del poeta un assertore «gioioso» della finzione come antidoto al «tragico» del mondo
Ariosto, il «picaro» moderno che anticipò Cervantes
di Roberto Gigliucci

Quando Astolfo giunge sulla Luna per recuperare il senno di Orlando, incontra Giovanni l’evangelista il quale gli dice cose davvero sconcertanti. Fra cui la più inquietante riguarda i poeti e la poesia. Di poeti autentici ce n’è pochi, e più o meno tutti mentono per necessità e per natura. La storia della poesia è storia di menzogne pazzesche: Enea in realtà non fu affatto pietoso, Achille era un debole, Ettore un pusillanime, Augusto non era benigno, di Nerone non sapremo mai se sia stato effettivamente ingiusto - lecito il dubitarlo - e poi, clamoroso davvero, a Troia non vinsero i Greci di Agamennone bensì i Troiani, Penelope era una meretrice mentre al contrario Didone, tanto biasimata, era la più pudica di tutte. Tuttavia, conclude San Giovanni, non è che io ce l’abbia con gli scrittori, perché fui scrittore anch’io e scrissi le lodi di Cristo.
Possiamo allora addirittura pensare che l’evangelista arrivi ad affacciare «una sorta di dubbio ironico sulla stessa verità della Sacra Scrittura, anche se poi il suo discorso si conclude con una rivendicazione del valore dei veri scrittori e della forza civilizzatrice della poesia». Sono parole di Giulio Ferroni, dal suo volume Ariosto, appena uscito per la Salerno editrice. Parole pesanti quelle di Ariosto in bocca a Giovanni, parole pesanti quelle di Ferroni. Certo, per noi abituati alla letteratura come menzogna intesa in senso manganelliano, o semplicemente derivante dalla mistificazione del realismo in senso barthesiano, tutto questo non è grande scandalo. Ma per chi crede all’Ariosto come tranquillo poeta oraziano dedito all’armonia e alla bellezza, sentirsi dire che il Furioso è un monumento all’umanesimo della menzogna, o per meglio dire all’umanesimo paradossale della crisi di tutte le verità, può essere uno choc.
Intendiamoci, la visione anti-crociana dell’Ariosto che mostra la luce per indicare ambiguamente l’ombra, ovvero dell’Ariosto pessimista e amaro (l’Ariosto ad esempio dei Cinque canti e della bitter harmony, come suona un saggio del critico americano Ascoli, titolo che fa pensare alla bitter Arcadia di cui Jan Kott a proposito di Shakespeare) è una visione ormai proposta già più volte, da molti, anzi quasi sul punto ormai di logorarsi. Ed infatti non è propriamente questa la prospettiva che offre Ferroni, il quale invece recupera la complessità della crociana «armonia» traducendola però in una poetica ariostea della contraddizione. Cito ancora: «Ariosto sembra voler estrarre dall’intero patrimonio culturale una possibilità di bellezza, una configurazione felice della parola e della vita, che pur comprende entro sé l’eco, in parte attutita ma pur sempre lacerante, del fondo cupo e negativo del mondo, del nesso di violenza e di estraneità che lo regge». Insomma, la bellezza che l’Ariosto mette in gioco attraverso l’ironia è bellezza che include il suo contrario disarmonico ma «come per bruciarlo in un esito assoluto». La smaterializzazione di tutte le illusioni e i dogmi, simili alle vane apparenze del castello di Atlante, non arriva a smaterializzare del tutto l’aspirazione alla felicità. Ferroni, innamorato di Stendhal e di Mozart, pone elegantemente un poeta come Ariosto all’origine di una famiglia di artisti come quelli, e svela la propria sensibilità di classicista critico, pensoso, inquieto, di adorniano e insieme di settatore dell’equilibrio che sia sempre affacciato sul disequilibrio. In tal senso l’evocazione della dapontiana-mozartiana Così fan tutte come «opera esplicitamente ariostesca» coglie nel segno: qui infatti i protagonisti danzano sull’orlo dell’abisso fornendo balenamenti di un classicismo demistificato e pure nitidamente impareggiabile («sei tu Palla o Citerea?»…).
Ma la menzogna strutturale che San Giovanni squaderna ad Astolfo? Non ci riporta a una idea di letteratura immorale, tutta finzione e scarto dal reale, beffarda al limite del nichilismo? Posto che comunque "il meraviglioso ariostesco si afferma in un ironico confronto con i limiti del reale», e quindi non lo dimentica affatto, anzi, resta il dato che questo meraviglioso «è la configurazione in cui il desiderio si affaccia davanti alla mente dell’uomo: e nel suo libero dilatarsi è implicito sempre un elemento di artificio e di simulazione, tra magia e costruzione teatrale». Insomma, Ferroni insiste sulla natura «aperta» del Furioso e, potremmo insinuare, sulla sua dialettica negativa, senza sintesi.
Ariosto è moderno? Per rispondere a questa domanda l’operazione preliminare imprescindibile è il confronto, arduo ma lecito, con il Chisciotte, e Ferroni non si sottrae alla sincrisi, anzi le dedica alcune fra le pagine più belle del libro. Per dirci che sì, Ariosto passa il testimone a Cervantes, ma precisando che la pazzia di don Chisciotte «proprio perché follia del lettore di romanzi, trascina la contraddizione nella banalità e nella volgarità del mondo quotidiano, mette a confronto l’improbabilità dell’eroico e tutto l’immaginario di cui il lettore è nutrito con la violenza, la brutalità, la casualità, la mediocrità e la finitudine della vita “normale”, scopre sotto di essa una più radicale e inestirpabile follia». In tal senso, aggiungeremmo, il momento del primo barocco, cioè della scoperta del realismo (dal picaresco a Vélasquez, da Caravaggio a Bacone), si pone come il vero incunabolo del moderno. Dissoluzione e riformulazione della bellezza, sguardo impietoso ed entusiasta sull’imperfezione, per scoprire magari qualche perfezione altra, o qualche metafisica più o meno stabile. Ariosto è così superato, e la sua denuncia della menzogna bruciata e assunta in nuova consapevolezza.
E Ariosto oggi? Ferroni, critico aspro della contemporaneità e dei postmodernismi, vede nel poema ariostesco una possibile forza per «snidare una bellezza che la nostra costipata cultura non è più capace di concepire». Un Ariosto non leggero, ludico, virtuale, decostruzionista, ma perfettamente tranquillo e insieme turbato. Il paradigma stesso di ciò che è classico.

mercoledì 28 maggio 2008

Le «porte chiuse» dei musei. Pochi servizi per i visitatori. Ignorati i bimbi Mancano anche guardaroba e audioguide

Le «porte chiuse» dei musei. Pochi servizi per i visitatori. Ignorati i bimbi Mancano anche guardaroba e audioguide
Annachiara Sacchi
27 MAGGIO 2008, il corriere della Sera

Focus Turismo e beni culturali


Cliccando su www.villaromanadelcasale.it si trova un numero di cellulare. Risponde Giuseppe Di Vita, il webmaster. Con tono gentile dà informazioni su uno dei siti archeologici più importanti al mondo: come arrivare a Piazza Armerina, se ci sono variazioni sugli orari, se piove. Giuseppe è un volontario, non dipende da nessun ente. Il portale è autogestito: «Lo facciamo perché amiamo la nostra città». Strana gestione del patrimonio culturale. E Piazza Armerina non è un caso isolato: sono tanti i musei italiani che non garantiscono al pubblico un servizio adeguato. Compresi i trenta più importanti del Paese. Arte, archeologia, scienza. L’Italia e le sue raccolte più prestigiose, tra eccellenze e contraddizioni. Da una parte numeri record — 24,5 milioni di ingressi, circa 78 mila al giorno (più dei biglietti staccati per le manifestazioni calcistiche) — e un forte richiamo turistico. Dall’altra, la quasi totale incapacità di fare sistema e la scarsa attenzione alla costumer satisfaction. Soprattutto al Sud. E con due nemici comuni: Internet e i bambini.

Chi sale, chi scende
Luci e ombre. A indicarle è «Musei 2008» il dossier che ogni anno (dal 1995) il Touring Club dedica alle 30 strutture museali più visitate in Italia. Le novità: cresce il pubblico (da 23.798.502 ingressi del 2006 a 24.454.769), entrano nella top list il Museo di Storia naturale di Milano e Palazzo Madama a Torino, escono la Città della Scienza di Napoli e il Museo storico del Castello di Miramare, a Trieste. La classifica: al primo posto, iMusei Vaticani. Quindi gli scavi di Pompei, gli Uffizi di Firenze, Palazzo Ducale a Venezia e l’Acquario di Genova. Il vertice. Rimasto invariato rispetto all’anno precedente. Ma ci sono ben 13 siti (nel 2006 erano solo 4) che hanno visto diminuire il proprio pubblico. In particolare: la Reggia di Caserta (-6,5%) il museo Archeologico Nazionale di Napoli (-6,7%) e i templi di Paestum (-7,5%). Tutti in Campania. «È un campanello d’allarme — dice Roberto Ruozi, presidente del Touring club —: la sensazione è che i problemi di quell’area geografica siano tali da riversarsi su tutto, arte compresa». La conferma arriva da Lucia Bellofatto, direttore scientifico alla Reggia di Caserta: «Abbiamo perso prenotazioni di gruppi scolastici e della terza età. Ma per il 2008 contiamo di risalire: abbiamo in programma la fine del restauro dell’ala ottocentesca e una mostra sugli impressionisti a dicembre. Vogliamo mantenere la posizione tanto faticosamente conquistata».

In città
Musei e città d’arte. Ecco il binomio che ancora oggi attrae 12,7 milioni di persone all’anno. Leader dell’offerta, Roma, Firenze e Venezia. Certo, gli Uffizi in un anno hanno perso il 2,9 per cento dei visitatori, ma rimangono ancorati al terzo posto «e in ogni caso — afferma il direttore Antonio Natali—le cause sono tante: dai flussi turistici a una semplice assemblea del personale che ci costringe a chiusure improvvise ». Appello: «Serve una seria riflessione sulla cultura in questo periodo in cui tutto viene chiamato azienda, ospedali compresi». EMilano? La città che si è aggiudicata l’Expo del 2015 può vantare solo tre musei in classifica: due scientifici— della Scienza e della Tecnologia (chiuso dal 9 giugno al 15 settembre per restauri) più il museo di Storia Naturale — e, al 26˚ posto, il Cenacolo vinciano con 330.678 visitatori. «Ma noi abbiamo il numero chiuso—precisa il direttore Giuseppe Napoleone —: non sono ammesse più di 25 persone ogni quarto d’ora. Al limite possiamo essere confrontati con la Cappella degli Scrovegni di Padova, anch’essa a ingresso regolamentato, che non mi risulta essere nella top 30». Infine la Pinacoteca di Brera: è al 40˚ posto con circa 200 mila ingressi. In calo anche le strutture di due musei torinesi, quello Nazionale del Cinema (13˚ posto) e delle Antichità Egizie (15˚) che nel 2006, con l’Olimpiade, avevano registrato un boom. Entrambi, però, hanno mantenuto una posizione migliore rispetto al 2005.

Gli exploit
Vanno a gonfie vele i musei scientifici italiani. Giardini, orti botanici, planetari, acquari. Grazie anche alla loro distribuzione geografica (non solo nei grandi centri, ma anche in provincia), sono l’unica categoria che presenta un aumento complessivo di visitatori rispetto al 2006. Tra le strutture con il miglior risultato, il Bioparco di Roma (+20,2%) e, tra quelli non in classifica, il giardino zoologico di Pistoia (+10,1%) e ilMuseo civico di Scienze naturali Caffi di Bergamo (+9,1%). Solo la Città della Scienza di Napoli (ancora) e ilMuseo Astronomico di Roma sono in calo. Bene (ma i flussi sono ancora limitati) anche i musei di impresa: 438.881 presenze nel 2007 di cui oltre 200 mila alla sola Galleria Ferrari di Maranello. Scienza ed economia, i nuovi motori della cultura. Giovanni Arnone, presidente della Fondazione Bioparco di Roma, è felicissimo: «Il segreto, per noi, è prendersi cura degli animali: se stanno bene la gente lo capisce». Ma dietro al successo del Bioparco c’è anche una maggiore pulizia, indicazioni più chiare, eventi ogni settimana.

Marketing e offerta
Già, i servizi: il vero deficit dell’offerta museale italiana. Certo, molte strutture (il 62%) si stanno sempre più dedicando all’organizzazione di mostre per diversificare il loro cartellone. Ma—a parte i pochi (8) musei aperti tutto l’anno — il giorno di chiusura resta ancora il lunedì. «E così— spiegano gli esperti del Touring Club—si disincentivano i turisti del weekend lungo (non è un caso che il Louvre chiuda il martedì)». Le facilities sono il punto dolente: la prevendita online rimane un miraggio (solo in 8 strutture), quella telefonica non sempre è prevista (e si torna ancora a Piazza Armerina), i guardaroba sono rari e gli sportelli reclamo sono praticamente inesistenti, come la casella mail (il caso più clamoroso: Pompei, con i suoi 2,5 milioni di visitatori). Solo 9 strutture intervistano i propri visitatori, meno della metà (14 su su 30) appartiene a un circuito museale. I più bistrattati: i bambini. E non solo per la quasi totale assenza di nursery (esiste solo in due musei scientifici, a Pistoia e a Trento). Anche i percorsi dedicati compaiono in pochi casi (9 su 30). «Ci farebbe piacere — sorride Natali degli Uffizi — che i più piccoli si godessero i colli fiorentini». Nota polemica: «Non si può pretendere che una visita al museo risolva il problema dell’educazione alla storia dell’arte. Non ci possiamo sostituire alla scuola». Infine i prezzi: il costo medio è di 7,37 euro a biglietto. Il museo più caro è l’Acquario di Genova, con 16 euro. «Ma per il 97% dei nostri visitatori— puntualizza il direttore, Carla Sibilla — si tratta di un costo equo». Lo dimostra la crescita del 7,1% in un anno: «Cerchiamo di rinnovare i nostri prodotti. Un esempio: la notte con gli squali dedicata ai bambini». Nuove offerte e vecchi ostacoli, la volontà di conservare un patrimonio inestimabile e la necessità di essere accessibili al grande pubblico. «I nostri musei —conclude Ruozi—vanno rivitalizzati. Serve una politica diretta più al consumatore finale che alla casta nobile dei sovrintendenti». La sfida è aperta. «Ma per vincerla ci vuole anche l’aiuto dei privati».

Tarquinia l´etrusca, schiva e superba fra torri medioevali e versi di poeti

Tarquinia l´etrusca, schiva e superba fra torri medioevali e versi di poeti
GABRIELLA SICA
MERCOLEDÌ, 28 MAGGIO 2008, la repubblica - Roma

In giro con i versi e le prose de "Il sole a picco" di Vincenzo Cardarelli, che da giovane qui dovette sentirsi come Leopardi recluso nel borgo selvaggio
Al Belvedere si apre una vallata mozzafiato tutta verde con un pianoro fatto di poggi e anfratti immersi nella vegetazione selvatica: è la città sepolta

Tarquinia già dal treno appare magnifica e superba, distesa su una larga montagnola schiacciata. «Corneto città di torri da ammirare, cinta da mura doppie», scriveva Petrarca. Una volta si chiamava infatti Corneto, dalla pianta del corniolo, ed era la nuova Tarquinia nata su un pianoro, a poca distanza dalla Tarxna etrusca, polverizzata dal tempo. Dal 1922 ha ripreso il suo antico nome. E´ la Tarquinia medievale, con le sue numerose torri quadrate, con la pietra calcarea così particolare, molle e resistente, fatta di sabbia intrisa di fossili, il tipico macco che al sole sembra dorato. E´ la San Gimignano dell´Alto Lazio.
Alla stazione mi vengono a prendere in auto. Su in alto ci troviamo in piazza Cavour, da cui sale Corso Vittorio Emanuele. Non ci sono chiese in questa parte iniziale, in un paese che pure è pieno di chiese, un´ottantina tra quelle interne alle mura e quelle esterne. Se ne trovano dappertutto, insieme ai monasteri, percorrendo la fitta rete di stradine addossate ai muri. La più bella (mi ricorda le chiese di Tuscania), con i mosaici intorno al portale e disegni ebraici su una parete, è Santa Maria di Castello, appunto nel Castello della città, chiuso tra torrioni cilindrici.
Consiglio vivamente ai lettori di fare un viaggetto (memorabile) a Tarquinia, lasciandosi portare dalle viuzze e usando come guida le poesie e le prose, straordinarie per acutezza, de Il sole a picco, di Vincenzo Cardarelli (che da giovane dovette sentirsi qui come Leopardi recluso nel borgo selvaggio), e magari anche I luoghi etruschi di D. H. Lawrence, che del popolo etrusco apprezzò la gioia di vivere. Come ho fatto io quattro anni fa quando ho attraversato tutta Tarquinia con queste guide e sono stata due giorni a scartabellare i manoscritti di Cardarelli mestamente mescolati a pochi suoi libri in un armadio, custodito dalla pur emerita "Società tarquiniense d´Arte e Storia". Così ora vado diritta, a colpo sicuro, a rivedere l´armadio, che appare immutato.
Qui si attraversano epoche e luoghi in pochi minuti. Se ne sentono ancora le tracce nello spirito di oggi, lo spirito di un popolo che si è sottomesso, ma ha dato a Roma due dei suoi sette Re. Uno spirito vivo di autonomia e separatezza. Mi dice uno dei due ragazzi trentenni con cui mi fermo a parlare davanti al Palazzo Comunale che Tarquinia potrebbe vivere come una Repubblica autonoma, battere una propria moneta, perché ha tutto: una notevole estensione territoriale e coltivazioni e orti in abbondanza, i fiumi e il mare, la macchia mediterranea e i boschi. Fino a poco tempo aveva perfino il sale, ora sono rimaste vuote le antiche vasche giù al mare, le Saline convertite a splendida Riserva Naturale. Tarquinia ha anche artisti in abbondanza che sono venuti a vivere qui, mi dice l´altro ragazzo che è uno scultore su commissione. La prova la stiamo calpestando, perché sulla pavimentazione davanti al Palazzo Comunale, Sebastian Matta (che abitava in un convento ristrutturato, alla "Roccaccia", dove ora è sepolto) ha riprodotto l´ovale michelangiolesco inscritto sulla piazza del Campidoglio a Roma, con le stesse losanghe o petali, ma al centro un occhio-ombelico del mondo. Un terzo ragazzo, uno del gruppo dei giovani gestori di quel vero "Ambaradam" che è proprio lì in piazza, mi dice che Tarquinia non ha tanti rapporti con Viterbo e neppure con Roma, li ha di più con i fratelli della Maremma toscana e con Civitavecchia e il suo attivissimo porto. Dopotutto per scorrazzare nel Mediterraneo, ora che non c´è più il porto etrusco di Gravisca e neppure quello romano del Porto Clementino, entrambi interrati, va bene anche il porto di Civitavecchia, la via più naturale per avere il porto in casa. Anche i tarquiniesi di oggi si sentono, come gli etruschi di un tempo, in confidenza con il mare e con la terra. D´altronde etruschi se ne vedono ancora per strada, e qualcuno somiglia a Tarquinio il Superbo.
Non sempre Tarquinia è stata il granaio di Roma. C´è stata anche qui la palude e l´urgenza della bonifica. Tra le famiglie rinascimentali più attive in tal senso i Vitelleschi (nel cui Palazzo ha sede ora il Museo Archeologico) e i Sacchetti, a cui sono dedicati a Roma palazzi e la famosa Pineta Sacchetti. Oggi invece ci sono rischi di inquinamento tra il rigassificatore di Civitavecchia e la centrale di Montalto di Castro. Ma a Tarquinia com´è tranquilla la vita! I ragazzi si lamentano di questo. Vengono in vacanza tanti stranieri, soprattutto tedeschi e norvegesi, e anche americani, ma pochi giovani e pochi romani. Stranezze tutte italiane. Non mi è più capitato di sentire qualcuno che dica di andare al mare a Tarquinia. Vanno tutti più a nord, lungo la costa tirrenica. Eppure è stata la mia meta marina da ragazza, quando venivo d´estate dalla campagna interna. La mia prima foto al mare, a poco più di un anno, è a Tarquinia, armata di tutto punto con paletta, secchiello e fiocco in testa, tra le ginocchia di mia madre.
Riesco a incontrare Bruno Blasi, affabulatore pronipote di Cardarelli. Mi racconta la tormentata storia del poeta, figlio di una donna frivola di Civitavecchia presto sparita e di un marchigiano duro, un uomo di campagna, venuto con i fratelli a Tarquinia per sfuggire all´arruolamento nelle truppe antigaribaldine dello Stato pontificio.
Proseguendo per il Corso, lungo l´Alberata Alighieri, si arriva al Belvedere, dove si apre una vallata mozzafiato tutta verde con un pianoro fatto di poggi e anfratti immersi nella vegetazione selvatica: è la città sepolta, la Tarxna etrusca (dal nome del dio Tarconte). Si respira l´aria sacrale degli antichi etruschi che lì tremila anni fa perforavano la terra e preparavano le case dei morti con gli affreschi più antichi e colorati d´Italia. Mi pare di vedere i Cavalli alati, scovati ai piedi della Civita, galoppare liberi per la valle e lungo il fiume Marta. E´ la terra etrusca che arriva fino a Blera e a Norchia, incontaminata come un tempo, in questa Italia centrale ricca di natura e storia.
Le occasioni e le feste a Tarquinia non mancano, dalla festa della Merca di tradizione maremmana ai convegni di Ufologia, dalla Festa del vino alla processione del Cristo Risorto accompagnata da croci e spari in aria. Oggi, che è un bel sabato primaverile, capitiamo nel bel mezzo della Maratona degli etruschi e nella nuova giunta municipale al completo. Nell´occasione vengono mostrati i gioielli di casa custoditi più gelosamente: l´apertura straordinaria di tre Tombe etrusche, la Tomba dei Tori, quella degli Auguri con il bastone ricurvo del potere, e la Tomba con Charun, il terribile Caronte etrusco armato di martello per battere alla porta dell´aldilà. Così si va in auto appena fuori il paese, alla collina dei Monterozzi. A cinquecento metri, in località Madonna del Pianto, pare ci siano molte altre tombe di un vero sepolcreto finora inesplorato. Bellissimi e soffici i prati ondulati e verdi, fitti di fili d´erba (quanti tipi d´erba!), che si stendono a vista d´occhio fino al mare e da cui sorgono le misteriose tombe, con le donne appoggiate al sarcofago pronte a conversare nei loro fini drappeggi. A poche decine di metri, "un cimitero frondeggia: / cristiana oasi nel Tartaro etrusco": qui riposa Cardarelli, "coricato con gli occhi a fior di terra, guardando la marina". Speriamo che la nuova giunta riesca ad organizzare, come si ripromette, un premio letterario degno per ricordare questo figlio un po´ trascurato.
Tra una tomba e l´altra incontro il poeta e amico Valerio Magrelli, venuto a vedere anche lui gli affreschi. Poeti di sotto e di sopra. Si sale e si scende troppo velocemente per queste bellissime case dei morti dipinte con colori meravigliosi. I disegni e le forme, gli uccelli e i pesci, l´alloro e il mirto sulle pareti sono gli stessi di sopra. A volte capita davvero di veder balzare improvvisa da una tomba la lepre inerme che fugge dal suo stato di vittima predestinata o la pantera misteriosa che corre immortale per i boschi.

Al Museo, mostra da sballo Presentati ieri a Firenze i tanti capolavori mai visti

FIRENZE. Al Museo, mostra da sballo Presentati ieri a Firenze i tanti capolavori mai visti
MERCOLEDÌ, 28 MAGGIO 2008 IL TIRRENO -

Presentata, ieri a Firenze, la mostra “La Bella Maniera” in Toscana che, allestita nel museo archeologico e d’arte della Maremma a Grosseto, aprirà i battenti sabato. Promossa dal Comune di Grosseto con il fondamentale sostegno dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, l’evento, curato da Gianfranco Luzzetti con Federico Berti e Mauro Papa, è di rara bellezza. Molte le opere inedite e le nuove attribuzioni, tra le quali la stupenda Giuditta e Oloferne riferita al grande maestro senese Domenico Beccafumi e la Madonna col Bambino e San Giovannino del Vasari, un esempio di dipinto destinato a devozione privata per un artista conosciuto più per le colossali imprese e le ambiziose iconografie. Sempre in mostra la potente Giuditta e Oloforne del Foschi, compagno del Pontormo nella bottega di Andrea del Sarto, dove il bellissimo volto femminile richiama quelli del Bronzino nella cappella di Eleonora da Toledo in Palazzo Vecchio; l’Allegoria della Prudenza attribuita in passato al Vasari ed oggi ricondotta per la prima volta a Girolamo Macchietti, uno degli artisti dello Studiolo in Palazzo Vecchio; la Parabola dei vignaioli di Francesco Ubertini detto il Bachiacca, l’Immacolata Concezione di Ventura Salimbeni con un’emozionante veduta di Siena; il Ritratto del Granduca Francesco I di Jacopo Coppi e il Ritratto di Giovane Uomo, quest’ultimo attribuito per la prima volta al Salviati. Con La Bella Maniera in Toscana prosegue l’attività espositiva del Museo Archeologico e d’Arte della Maremma dopo la mostra dell’anno scorso “Teatralità nel Barocco fiorentino”, dedicata alla pittura fiorentina del Seicento. Per il 2009 è stata annunciata una grande esposizione sulla civiltà degli Etruschi.
«Anche grazie alla collaborazione con il collezionista Luzzetti - ha spiegato il sindaco Emilio Bonifazi - Grosseto è una città che sta rinascendo alla cultura, intesa come motore di crescita del territorio, della comunità e del turismo». Lucia Matergi, vicesindaco e assessore alla Cultura, sottolinea il «valore aggiunto della mostra dato dalle tante opere inedite e la volontà di costruire un percorso per la valorizzazione del territorio legata all’arte, superando la sporadicità di singoli eventi».
A iniziare da quest’anno, alla mostra si affiancherà una nuova iniziativa molto significativa: gli itinerari tesori d’arte in Maremma, promossi dalla Provincia di Grosseto e dalla Rete Museale di Grosseto con il finanziamento di Provincia e Regione Toscana. L’obiettivo è quello di far conoscere il patrimonio storico e culturale della Maremma mettendo in relazione i musei con il territorio. Tema dei due itinerari proposti per il 2008: la pittura e la scultura senese tra trecento e quattrocento, di cui la Maremma conserva stupendi capolavori.
Tornando alla mostra, particolarmente interessante è la sezione dedicata ad uno degli eventi cardine della storia dell’arte italiana, l’impresa decorativa dello Studiolo di Palazzo Vecchio, voluta da Francesco I, rappresentato in mostra da un ritratto inedito di Jacopo Coppi, in cui il principe appare in un atteggiamento non ufficiale. Tra le opere, sempre di Coppi, il celebre dipinto San Giorgio e il drago della collezione Scatizzi, e due bozzetti inediti di due importanti pale di chiese fiorentine. L’interessante olio su tavola, Gesù e la Samaritana, di Maso di San Friano, anch’esso mai visto e la straordinaria Allegoria della Prudenza, attribuita a Girolamo Macchietti. Infine la sezione “Verso il superamento della Maniera” che include quattro dipinti degli ultimi tre decenni del Cinquecento già in odore di rinnovamento. Bello il catalogo, edito da Polistampa, a cura di Federico Berti e Gianfranco Luzzetti, con schede di: Francesca Baldassari, Sandro Bellesi, Federico Berti, Giuseppe Cantelli, Roberto Contini, Alessandro Nesi, Mauro Papa, Alessandra Tamborino, Angelo Tartuferi, Filippo Todini.
Ingresso: 5 euro comprensivo di visita alla mostra e al museo.

Quando i mulini non erano bianchi

LIVORNO. Quando i mulini non erano bianchi
ROBERTO RIU
MERCOLEDÌ, 28 MAGGIO 2008 - IL TIRRENO - Livorno

a vento, ad acqua, a vapore punteggiavano città e colline

Fonti energetiche rinnovabili come il vento e l’acqua dei fiumi hanno azionato per secoli macchinari di vario tipo, dal maglio del fabbro ai mulini. Impianti via via soppiantati dalla macchina a vapore e dall’elettricità.
Nel solo territorio compreso fra i Monti Livornesi sono stati catalogati addirittura ottanta mulini, di cui venti eolici e sessanta ad acqua, alcuni dei quali risalenti al XVII secolo e funzionanti sino alla fine dell’800.
Un quadro d’insieme che scaturisce dal volume “Antichi mulini del territorio livornese” scritto da Mario Taddei e dal professor Roberto Branchetti (Gruppo Archeologico e Paleontologico Livornese) e recentemente pubblicato dal comune nella collana “I Quaderni dell’ambiente”.
Volume che è stato al centro di una presentazione svoltasi nei giorni scorsi presso la Fondazione Lem nell’ambito della terza Settimana Europea dei Parchi Naturali con un’iniziativa che ha voluto essere anche il primo passo ufficiale verso la costituzione di una “Biblioteca del Parco” atta a racchiudere le numerose ricerche incentrate sul comprensorio dei Monti Livornesi. Nel volume l’indagine condotta dai due ricercatori parte da un’analisi storica e socio-economica del nostro territorio circostante a cui fa seguito una descrizione tecnica delle diverse tipologie di molino ad acqua ed a vento (a ruota verticale, a ritrecine, etc.) giungendo anche a determinarne i rispettivi rendimenti energetici. Nei capitoli successivi viene invece compiuto un vero e proprio censimento dei molini attivi un tempo nel territorio provinciale livornese da Collesalvetti a Rosignano Marittimo realizzando per ciascuno di essi una sintesi storico-descrittiva accompagnata da mappe, rilievi di campagna e foto relative allo stato attuale. Gli antichi mulini riconducibili all’odierno territorio metropolitano di Livorno sono, ad esempio, ben dodici dei quali sei a vento, tre ad acque ed i restanti a vapore. Ricordiamo fra di essi cinque mulini a vento citati dal Vivoli nel 1637 e operanti sui bastioni del Villano e di Porta Nuova, mentre in quello stesso periodo il marchese di Sant’Angelo aveva impiantato (con scarso successo) alcuni mulini ad acqua lungo il Fosso Reale all’altezza della Fortezza Nuova nel luogo detto dei “Lavatoi vecchi”.
Altri tentativi privi di esito furono poi l’impianto del molino del Bastione di San Cosimo oppure di Porta San Marco. Notevoli risultati ebbero invece i molini a vapore ottocenteschi posti sugli Scali delle Macine ed in via delle Cateratte. L’indagine si addentra poi fra gli antichi mulini attivi sul torrente Ugione, nella valle del torrente Morra e le Parrane, lungo la valle del Tora e del Savolano, all’Ardenza, a Montenero, sul Chioma, sul Botro Sanguigna ed infine nei dintorni di Rosignano Marittimo.

martedì 27 maggio 2008

Le grandi mura di Trebula per i piccoli sanniti

CAMPANIA - Le grandi mura di Trebula per i piccoli sanniti
26/05/2008 IL MATTINO

Guardando i film di ricostruzioni storiche dell'epoche antiche si vedono gladiatori e combattenti di notevoli stature. E colpiscono le masse muscolari che fasciano quei corpi. E, nelle scene filmiche, più i corpi si riferiscono ai ”barbari”, secondo la concezione romana, più sono erculei. E allora la fantasia si sforza di immaginare come erano, per esempio, i sanniti che costrinsero le milizie romane alla gogna delle forche caudine. Poi d'improvviso dagli scavi archeologici che si stanno compiendo a Pontelatone per riportare alla luce la sannita Trebula, Baliniensis per i romani causa le sue magnifiche terme, emergono le mura ciclopiche di cinta e fra di esse la porta principale di accesso alla città. E ammirandola crolla il mito degli uomini alti, grossi e forzuti. Dal fondo stradale alla volta della porta non intercorrono più di 160 cm. Molte persone della nostra epoca debbono abbassarsi per non urtare contro i massi della volta. Però subito si pensa che anche se piccoli di statura avevano ingegno e abilità architettonica di notevole statura. Carmine Aurilio

Si scopron le tombe: una mania Prima i Medici, ora filosofi e artisti. La necrofilia è diventata moda

PISA - Si scopron le tombe: una mania Prima i Medici, ora filosofi e artisti. La necrofilia è diventata moda
di Milly Mostardini
MARTEDÌ, 27 MAGGIO 2008 IL TIRRENO

Tra i grandi non sfugge nessuno: ora si cerca il sepolcro di Beatrice

FIRENZE. Va di moda una specie di necrofilia storico-medica. Non più solo medici che si sono messi a riesumare i Medici della storica Signoria toscana, perchº da lì si è cominciato. In età moderna a fare sul serio aveva cominciato il medico Gaetano Pieraccini, che fu poi il primo sindaco di Firenze dopo la Liberazione. Nel 1924 aveva pubblicato un ponderoso studio su “La stirpe dei Medici di Cafaggiolo”. Si trattava di una accurata analisi della storia sanitaria della famiglia, sulla base di documenti iconografici e storico letterari. Finita la guerra, nel 1945 si presenta una occasione unica.
Le sepolture dei medici sono “accessibili”, dato che monumentali sculture che ne coprivano le più importanti, erano state rimosse per protezione da bombardamenti. Il gruppo di ricercatori, non solo medici, scoprono le tombe delle Cappelle medicee, sepolcreto della famiglia annesso alla basilica. C’è l’intento di costituire una cranioteca a scopo di studio (Lombroso ancora in mezzo). I resti, già traslati dai Medici per esigenze familiari e poi dai Lorena, a seguito di furti e manomissioni da rimediare, sono di nuovo in movimento, dalle tombe a musei e istituti scientifici. Passano gli anni e qualcosa si è perso in viaggio, ossa o arredi. La cranioteca non fu fatta e ci volle una decina d’anni prima che i sepolcri venissero riaperti e i resti restituiti ai loro loculi. Nel 2004 partiva il “Progetto Medici”, con medici, archeologi, storici, paleopatologi, delle Università di Pisa, Gino Fornaciari, e di Firenze, Donatella Lippi e Natale Villari. Là sotto la cupola delle Cappelle e i piedi di migliaia di turisti, c’è una gran confusione, e anche l’Arno nel 1966 aveva fatto il suo danno: loculi non identificati, resti senza nome, epigrafi incomprensibili, misteri mortuari a non finire.
Tra un gran viavai di giornalisti e cameramen italiani e stranieri, e dovizia di foto non piacevoli, si è messo mano a molto lavoro. Si è allestito all’istante qualche mostra, non di ossa, di quel che rimane dopo 5 secoli delle vesti di Eleonora di Toledo e del bambinetto Garcìa. Costo dell’operazione: 60mila euro del Ministero dell’università e ricerca, 20mila dollari di Discovery Channel. Cala il silenzio sui risultati (è finito?), del “Progetto”.
Oggi si parla di un altro progetto: si vorrebbero riaprire i “tombini”, che sono sotto l’altare di marmo della Sagrestìa vecchia, opera di Donatello, dove sono mischiati maschi e femmine, che si pensa di separare, dove i discendenti famosi veneravano le sepolture sotterranee di Giovanni di Bicci e sua moglie Piccarda Boeri. E’ in corsa anche un altro team, sembra, questo pisano, che ha preso in mano quel che resta del filosofo e del poeta più famosi alla corte di Lorenzo dè Medici: Pico della Mirandola e Agnolo Poliziano, morti entrambi nel 1494, sepolti nella basilica di San Marco. Si potrebbe scoprire dai resti, se Pico è morto di veleno o per altre cause. Del Poliziano si è ricostruito al computer il volto, partendo dal teschio, grazie alle stesse tecnologie usate dal Ris di Reggio Emilia per le indagini criminali: ce l’hanno fatto vedere in tv, a colori.
Non è tutto: qualche esperto propone la ricerca della tomba di Leonardo, presso il castello di Amboise, dove il genio morì nel 1519, ospite del re di Francia. L’ultima notizia dal fronte funerario-storico: dov’è la tomba di Beatrice figlia di Folco Portinari, moglie di Simone de Bardi, per Dante la donna angelicata? E’ sepolta dal 1290, a detta di Dante, insieme a Simone nel chiostro sud di Santa Croce? Interessa qualcuno?

Il capro di Bibbona tra i tesori etruschi della Cinquantina

CECINA. Il capro di Bibbona tra i tesori etruschi della Cinquantina
MARTEDÌ, 27 MAGGIO 2008 IL TIRRENO Pagina 9 - Cecina

Un profilo scattante, il modellato liscio e la bellezza di una scultura a tuttotondo. E’ lo splendido “capro” di Bibbona, la star della neoinaugurata mostra “Doni per i principi doni per gli dei nell’Etruria Antica”, che resterà aperta fino all’autunno al Museo Archeologico di Villa Guerrazzi. Circondato da una serie di bronzetti votivi provenienti dalla stipe di Bibbona, il piccolo capro che formava l’ansa di un cratere, datato tra il 500 e il 480 avanti Cristo, fa bella mostra di sé tra le offerte che i devoti tributavano agli dei, documentando la civiltà del VI secolo sul territorio, o Orientalizzante recente: da lì poco le aristocrazie di cui facevano parte i principi guerrieri lasceranno il posto alla civiltà urbanizzata. Per il VI secolo però le testimonianze di quell’aristocrazia ci sono ancora, e ne è prova la tomba della Poggiarella, ricostruita per iniziativa del Comitato Volterra Archeologica Omaggio ad Enrico Fiumi e presente nel museo con il dromos d’ingresso, il grande pilastro centrale e la cupola a cerchi aggettanti. Nonostante sia stata trovata depredata, la tomba conserva un’urnetta che vi fu rinvenuta e alcune suppellettili, tra i quali un vaso corinzio, un leoncino d’avorio e un alabastron per profumi con quattro testine scolpite, autentica rarità (due soli esemplari si trovano in Etruria). «La mostra va a completare il percorso museale - spiega la curatrice Annamaria Esposito - che ora presenta testimonianze per tutta l’antichità, dalla preistoria in poi, e dell’intero territorio, da Volterra a cui fa capo la civiltà etrusca fino a Cecina interessata dal periodo romano. Inoltre è possibile leggere il museo secondo tre temi: la morte attraverso le necropoli, la vita mediante gli oggetti d’uso e la religiosità con la presenza di luoghi di culto». La mostra è stata onorata da molti rappresentanti delle istituzioni: i sindaci di Cecina Paolo Pacini e di Bibbona Fiorella Marini, l’assessore alla Cultura Massimo Marini, l’assessore provinciale alla cultura Laura Bandini e l’assessore regionale Gianfranco Simoncini. La mostra si può visitare fino al 31 maggio sabato e domenica ore 15,30-19, dal 1 giugno martedì-domenica ore 18-22, dal 1 settembre al 30 novembre sabato e domenica ore 15,30-19. Informazioni e prenotazioni: Capitolium 0586 769022, 340 1446885.
Federica Lessi

Sotto la terra sarda i giganti di Atlantide?

l’Unità 27.5.08
Sotto la terra sarda i giganti di Atlantide?
di Stefano Miliani

ARCHEOLOGIA Nel ’74 i primi ritrovamenti in un campo vicino Cabras (Oristano). Ma solo da poco è iniziato a Roma il restauro: si riassemblano i 5000 pezzi, scolpiti da artisti della civiltà nuragica... o forse no

Un giorno del 1974, in un campo vicino a Cabras in provincia di Oristano nella Sardegna nord occidentale, l’aratro del signor Sisinnio Poddi incappò in un busto, una testa, un braccio. Di roccia bianca, biocalcarea. Erano le prime porzioni di statue monumentali, i primi lacerti dei quasi cinquemila frammenti poi venuti alla luce e sparpagliati su una necropoli sepolta: appartenevano a statue alte fino a 2 metri e mezzo con volti, nasi e sopracciglia stilizzati, fronti ampie, occhi a cerchi concentrici, ipnotizzanti. Statue scolpite, forse, da artisti della civiltà nuragica. O da mani orientali? Dai fenici? O da un’altra cultura marinara? Imparentata con chi? Quello degli autori è il principale irrisolto, non l’unico. A quando risalgono? Al VII secolo avanti Cristo, forse. Oppure, come osa qualche studioso, intorno al primo millennio avanti Cristo? Il ritrovamento fortuito era solo l’inizio di una vicenda tuttora densa di interrogativi irrisolti e foriera di polemiche a cui questo 2008 - con i restauri delle statue a buon punto - potrebbe dare qualche risposta. E magari fornire nuove informazioni sulla civiltà che tra il 1.700 avanti Cristo all’inizio della nostra epoca eresse nell’isola migliaia di torri nuragiche.
Nel ‘77 la soprintendenza archeologica sarda e l’università di Cagliari iniziarono a scavare in quella zona sabbiosa presso il mare chiamata Monte Prama (dal nome sardo della palma nana che lì cresce, «prama»). Seguì un lungo e oscuro periodo di stasi. Due anni fa un accordo tra direzione regionale del Ministero dei beni culturali e Regione ha acceso i motori del recupero. Dopo quattro mesi di restauro, a fine aprile, chi snoda i fili del racconto è Roberto Nardi. Direttore del Centro di conservazione archeologica di Roma che, ottenuto l’appalto tramite concorso pubblico riservato a imprese specializzate, con un gruppo di 16 specialisti lo studioso sta riassemblando le statue nel Centro Li Punti, nel sassarese: «L’archeologo di chiara fama Carlo Tronchetti condusse scavi sistematici organizzati dalla soprintendenza di Cagliari. Fu individuata una necropoli con 35-36 tombe a fossa con corpi inumati. Un’area sacra, forse, del VII secolo avanti Cristo, sopra la quale c’era un fossato su cui qualcuno aveva gettato le sculture ridotte in frantumi». Insieme a 300 frammenti di modellini di nuraghe, informa Nardi, gli archeologi hanno recuperato 4.880 pezzi fra teste, braccia, cosce, piedi e altro: appartengono a figure poderose, alte in media di 2 metri e 40, ognuna dal peso compreso tra i 100 e i 250 chili per un totale di 10 tonnellate. Epoca? «Forse lo stesso periodo della necropoli, il VII secolo - risponde l’archeologo - Ma si va rafforzando l’ipotesi che data le statue al X secolo circa: qualcuno le avrebbe erette altrove e buttate molto più tardi sulla necropoli già distrutta da tempo».
Con i loro enigmi, le sculture rappresentano arcieri e soldati. «Il cosiddetto pugilatore è in realtà un guerriero che si protegge da oggetti scagliati dall’alto come in battaglia», puntualizza l’archeologo. A suo giudizio «con i loro dettagli di grande raffinatezza come mani, pugni e corazze, per la loro somiglianza le sculture rimandano ai bronzetti nuragici raffiguranti appunto arcieri, guerrieri, pugilatori, che misurano però appena 10-15 centimetri. Se risalissero davvero al X secolo - insiste - dovremmo capovolgere la gerarchia: chi ha fuso i bronzetti si sarebbe ispirato alle sculture di Monte Prama». La novità, insiste, sarebbe enorme. «Solo i nuragici rappresentano se stessi e a oggi non esiste una loro scultura lapidea». Ma non tutti gli studiosi concordano con l’ipotesi nuragica, la domanda resta e Nardi lo sa bene: «Trovo fantasiose supposizioni come quella che le dà al popolo dei sardana. Tutto sommato trovo più plausibile l’ipotesi fenicia per alcune analogie stilistiche». Altri interrogativi affollano i cuori degli indagatori del passato: «qualcuno, durante o forse dopo un incendio della necropoli, distrusse le statue con furia diabolica». Chi fu? Perché? «Non lo sappiamo. Di sicuro la zona era molto frequentata dai fenici». Ancora loro. Per quanto convenga aspettare prove solide prima di incolpare dello scempio quei prodigiosi mercanti e marinai del Mediterraneo.

Festival a Roma. L’opera cinese è vicina

l’Unità 27.5.08
Festival a Roma. L’opera cinese è vicina
La Cina ha oltre 25 milioni di pianisti
di Luca Del Fra

Uno sviluppo culturale enorme ispirato anche da Mao
Ne parlano alcuni musicisti

La Cina ha oltre 25 milioni di pianisti, crea festival e stili fra tradizione ed Europa

Prodotto da Musica per Roma, all'Auditorium fino all'8 giugno, c’è il Festival Cinavicina dove spiccano due titoli di teatro musicale. Per l'inaugurazione è andata in scena Poet Li Bai del compositore Guo Wenjing prodotta dal Teatro dell'Opera di Shanghai. Ha debuttato l'anno scorso negli Stati Uniti per poi trionfare a Beijing e poi a Shanghai: il libretto è in cinese, ma la musica è composta in uno stile contemporaneo occidentale, con interludi invece nello stile dell'opera di Pechino. È dunque da annoverarsi come una delle prime partiture che si distanzia dalla ricca tradizione del teatro musicale cinese. Il maggior dizionario del teatro musicale cinese, pubblicato nel 1995, cataloga infatti ben 335 stili regionali diversi di cui il più noto in occidente è l'opera di Pechino (si è visto al cinema in Addio mia concubina), o più correttamente opera di Beijing. Tra queste c'è l'opera yu e a questa tradizione appartiene Cheng Ying salva l'orfano degli Zhao, in scena il 28 e il 29 maggio in una produzione dall'Opera di Henan. (www.auditorium.com, tl 06 80241281).
Quanto agli artisti citati nell’articolo accanto, è doveroso citare, al netto dei suoi eccessi divistici, il giovane pianista Lang Lang con il suo disco Dragon Song (Deutsche Grammophon) perché mette a disposizione un documento di notevole interesse sullo sviluppo della musica occidentale in Cina e sull'incrocio dei due modelli di cultura musicale. Il cd è aperto dal Concerto per pianoforte e orchestra Fiume Giallo, tratto nel 1969 da una precedente Cantata del 1939 di Xian Xinghai. È uno dei rari esempi di musica che, pur originalmente composto prima della rivoluzione culturale, durante quegli anni ebbe una sua diffusione, si dice dovuta all'amore per il pianoforte di Jiang Qing, la moglie di Mao Zedong.

Beethoven, Mozart e involtini primavera
Da svariati anni i musicisti e i cantanti cinesi hanno preso d'assalto le maggiori sale da concerto occidentali: da Berlino alla Scala, da Londra ad Amsterdam a San Pietroburgo. Ci sono pianisti oramai celeberrimi come Lang Lang, primo musicista a lanciare un suo disco molto globalmente su «Second life» attraverso internet, oppure Dang Thai Son, il primo nel 1980 a strappare dalle mani occidentali il premio Chopin di Varsavia - il più importante concorso pianistico del mondo - e Yundi Li che bissò l'impresa nel 2000. Ma non scordiamoci il successo spesso meritato di violinisti, cantanti e direttori d'orchestra. E i compositori: il più noto è Tan Dun, in realtà sono una marea.
La Repubblica popolare cinese ha oltre 25 milioni di pianisti: bella forza si dirà, con oltre un miliardo e mezzo di persone. Calma, se si calcola la percentuale sulla popolazione, si arriva a una cifra che molti paesi occidentali non possono più vantare, e tra questi l'Italia che pomposamente si definisce la patria della musica. Per l'armata cinese della tastiera che adora i classici viennesi - Haydn, Mozart, Beethoven e Schubert - sta nascendo un repertorio particolare che trae origine dalla musica popolare rigenerata secondo il sistema occidentale in uno stile che, per l'uso delle scale pentatoniche cinesi, ricorda Debussy, ma vi spirano refoli del cross-over e perfino new age. Resta da chiedersi da dove nasca questa passione in un paese con una tradizione musicale risalente al 2000 avanti Cristo. Chi pensa che sia dovuto all'arrivo dei modelli economici occidentali, incorrerebbe in una rozza semplificazione: le cose sono più complesse e sorprendenti, in questa assimilazione un ruolo centrale lo hanno svolto Mao Zedong e la rivoluzione comunista.
Il primo strumento occidentale, una tastiera, giunse nel XIV secolo. Ai primi del ‘900 nasce la prima sezione di musica occidentale, nella scuola normale superiore femminile di Beijing (Pechino). Nel 1927 a Shangai il primo Conservatorio. Negli anni Trenta alcuni compositori sviluppano uno stile per cantate corali che dovevano veicolare un messaggio politico. Con le scarpe ancora inzaccherate dal fango della Lunga marcia, Mao Zedong in Democrazia nuova (1940) scrive: «La cultura cinese deve avere una sua forma propria, cioè una forma nazionale. Nazionale quanto alla forma, nuova e democratica in quanto al contenuto». Due anni dopo precisa negli Interventi alle conversazioni sulla letteratura e l'arte: «Non dobbiamo respingere l'eredità degli antichi e degli stranieri, né rifiutare di prendere le loro opere a esempio». Idee-guida che dopo il 1949 informeranno la vita culturale cinese, permetteranno la diffusione della musica occidentale e del pari la nascita di una nuova musica cinese, ovviamente marcata dall'estetica del realismo socialista. «Mio padre ha studiato in Conservatorio negli anni ‘60 - spiega Lü Jia, direttore nato a Shangai, affermatosi in Europa e in Italia con una brillantissima carriera - faceva parte della seconda generazione di musicisti cresciuti nella Cina comunista. Il modello dei Conservatori era stato trapiantato dall'Unione Sovietica. Ma la Russia ha aiutato lo sviluppo della musica occidentale in Cina anche negli anni '30, quando molti musicisti ebrei fuggirono dallo stalinismo, riparando prima in Mongolia e poi scendendo verso sud. Una scuola violinistica fondamentale».
Negli anni '60 si sviluppano i primi mescolamenti di strumenti della tradizione orientale e occidentale. Una pratica oggi divenuta una moda. Per esempio si può ricordare Sanmen Gorge Fantasia per erhu - violino a due corde - e orchestra di Liu Wenjin. Molti strumenti tradizionali furono rimodellati per renderli compatibili con le orchestre occidentali; nacquero moderne versioni del repertorio, come l'opera pechinese Hongdeng ji («La lanterna rossa»). Era il 1968, scoppiava la rivoluzione culturale. «Per i musicisti come mio padre quegli anni furono piuttosto duri - spiega Lü Jia -: tutto il giorno dovevano suonare inni e marcette. I Conservatori continuarono a funzionare, io frequentavo quello di Pechino, ci facevano studiare i classici, poi dovevi suonare roba spesso poco interessante». Dopo? «Dopo la rivoluzione culturale la gente era curiosa di tutto, voleva sapere - spiega la giovane Yu Qing Hu - e la musica ha avuto un ruolo fondamentale. Da almeno due decenni per i giovani delle città studiare musica occidentale è un dovere culturale e non importa da che classe si proviene. Lo fanno i tuoi compagni di classe, le tue amiche e i tuoi amici: tutti hanno lezioni private di pianoforte». La struttura dell'insegnamento musicale, plasmata negli anni '50 sul modello sovietico, è funzionale a questo interesse, i Conservatori aumentano di numero ma restano molto selettivi: se riesci a entrare e a diplomarti hai un mestiere assicurato come musicista o insegnante. Il pianoforte acquista il ruolo di strumento principe assieme al violino, tutti e due prodotti in loco, dunque a un costo relativamente abbordabile. L'alfabetizzazione musicale produce pubblico - pronto a sobbarcarsi biglietti a 5-8 euro per la China Philharmonic, cinque volte un cinema -, e stimola la nascita di orchestre, inizialmente forse non ineccepibili ma che nel tempo crescono qualitativamente.
Il 13 ottobre del 1998 Rafael Frühbeck de Burgos alzò la bacchetta e la Rundfunk Sinfonieorchester di Berlino lasciò risuonare il primo accordo del quinto Concerto per pianoforte di Beethoven nella Gran sala del popolo nel Politecnico di Beijing: nasceva il Beijing Music Festival, oggi la più importante manifestazione musicale di tutta l'Asia. «L'idea del suo fondatore Long Yu era dare continuità a una vita musicale fino allora piuttosto improvvisata - spiega con orgoglio Yu Qing Hu che ha lavorato alla rassegna fin dalla prima edizione -. Altro stimolo era il confronto tra le orchestre ospiti europee, americane e anche asiatiche. In questi dieci anni molte nostre orchestre hanno creato stagioni regolari: a Canton, Macao, Shangai e in posti più defilati come Shenzhen, nel cui Conservatorio ha studiato Yundi Li». Nella capitale oggi sono attive 8 orchestre, e 3 - China Philharmonic, China National Symphony e Beijing Symphony - hanno una stagione stabile. «Sia la città di Beijing che il ministero della cultura supportano il Festival - conclude Yu Qing Hu -, ma all'inizio tutto si basava su finanziamenti privati». Furono infatti Sony, Ubs (Unione di Banche Svizzere), Deutsche Bank e American Express a tirar fuori i soldi per il Beijing Festival: l'interesse per la promozione culturale avrà pesato, ma le multinazionali, anche discografiche, hanno intravisto un mercato immenso in un paese che rischia di diventare uno dei centri di produzione e consumo di classica più importanti del pianeta.

lunedì 26 maggio 2008

Tutti in coda per i teschi (falsi) di Indiana Jones. I musei le espongono, ma non sono Maya

Tutti in coda per i teschi (falsi) di Indiana Jones. I musei le espongono, ma non sono Maya
Luigi Bignami
La Repubblica, 24.5.2008

Fan scatenati per le sculture di cristallo.

Se Indiana Jones non fosse tornato a farci sognare inseguendo un teschio di cristallo - Indiana Jones e il Regno del teschio di cristallo, uscito ieri nelle sale - probabilmente la leggenda dei tredici teschi sarebbe rimasta questione da appassionati museali o da studiosi del periodo Maya. Ma non si sarebbe trasformata in una vera e propria mania. Di quelle che spingono migliaia di persone a fare la fila nei musei per vederne almeno un esemplare. E quanto sta accadendo in queste settimane in alcuni musei europei dove la gente si accalca. E questo nonostante studi internazionali recenti abbiano certificato che i teschi sono assolutamente e inequivocabilmente falsi. Così chi, fino ad oggi, non li aveva esposti come il Museo dei Qual Branly di Parigi - il curatore aveva seri dubbi circa le origini della scultura - è stato costretto a tirarli fuori dai magazzini. E a farne un vero e proprio evento così come si evince dal sito del museo che strombazza la presentazione della scultura in contemporanea con l’uscita del film. Effetto cinema, si dirà. Non solo. Il mistero dei teschi, tredici sottolinea la leggenda, si alimenta da sé. Un po’ per la storia incredibile secondo la quale quando il tredicesimo teschio di cristallo si riunirà agli altri, il mondo entrerà inuna nuova era. La data fissata è il 21 dicembre 2012. Un po’ perché dei teschi che circolano nel mondo dell’arte si sa poco e quel poco è contraddittorio. Sgombriamo il campo dagli equivoci. Innanzitutto gli oggetti in questione sono teschi di quarzo, che compaiono qua e là, a volte misteriosamente perché donati in forma anonima, in musei e collezioni private. La leggenda vuole che siano stati scolpiti dai Maya o dagli Aztechi. La scienza sostiene invece che per lo più sono databili tra l’800 e il’900. I primi teschi a far parlare di sé risalgono alla seconda metà del 1800, quando compaiono al British Museum e all’Exposition Universelle di Parigi, come pezzi appartenenti alla collezione di Eugene Boban, archeologo francese di dubbia fama. Quelli trattati da Boban sono grandi non più di qualche centimetro. «In realtà quel teschi sono stati realmente tratti da pezzi di quarzo di età pre-Colombiana, utilizzati come perline ornamentali. Solo che vennero levigati in tempi successivi dagli europei», spiega Jane MacLaren Walsh, antropologo allo Smithsonian’s National Museum of Natural History, degli Stati Uniti, che - sull’autorevole rivista scientifica Archeology - riassume così i diversi studi effettuati in questi anni. «Poi ecco comparire, intorno al 1885, la seconda generazione di teschi - continua Walsh - ancora una volta per mano di Boban. Tra questi un pezzo-capolavoro che l’archeologo sosteneva essere azteco. Tentò di venderlo al Museo del Messico, ma il curatore lo rifiutò». Successivamente a questa serie fa la sua comparsa il teschio più rinomato che appartiene alla famiglia di Frederick Mitchell Hedges, un esploratore inglese d’inizio secolo scorso. La figlia Anne - che lo ha gelosamente conservato fino all’anno scorso - sosteneva fosse stato trovato nel 1924, dal padre a Lubaantun, nel Belize. Si trovava sotto un altare sacrificale e la sua mandibola era separata dal resto del cranio. Tuttavia nessuno scritto, né del padre, né di coloro che lavoravano con lui parla della scoperta, Nel 1970, Anne giunge a sostenere che il teschio ha poteri sovrumani. La scultura è 13 centimetri per 18 ed è molto più grande dei teschi delle precedenti generazioni. Anne la concede alla scienza solo una volta e lo consegna ai laboratori della HewlettPackard perché lo esaminino. I risultati dicono che è stato costruito in un solo blocco di quarzo e che la mandibola appartiene allo stesso cristallo. Nulla viene detto sulla datazione o sulla metodologia di costruzione. Ma allora chi ha costruito i teschi? Spiega Walsh: «Credo che i più piccoli siano da attribuire ad un’unica mano e che siano stati prodotti tra il 1856 e il 1880. I più grandi invece, furono prodotti da più mani. Oggi possiamo dire che vi sono 5 o 6 generazioni di teschi di cristallo, alcuni costruiti in Europa altri in Messico». Continua l’antropologo: «Io e Margaret Sax del British Museum abbiamo esaminato quelli presenti al British Museum e allo Smithsonian negli Stati Uniti, con il microscopio elettronico e ai raggi X. Abbiamo potuto stabilire con certezza che
essi sono stati scavati con tecnologie moderne». Sui teschi infatti, sono presenti tracce di carburo di silicio, una sostanza cristallina la cui produzione è iniziata a partire dal 1950. Se è certo che i teschi nulla hanno a che vedere con i
Maya o con gli Aztechi perché vengono esposti nei musei? Chiosa Walsh: «Alla gente piace credere alle leggende e quindi perché non regalare loro un po’ di magia?».


ANONIMO. Non esistono notizie certe su questa scultura. Non si sa neppure da dove provenga.
MITCHELL-NEDGES. E’ uno dei più fam osi. Considerato magico appartiene a Anne Mitchell-Hedges figlia dell’esploratore britannico.
MESSICO. Questo teschio è conservato presso il Museo del Messico e viene considerato dai curatori originario Maya o Atzeco
BRITISH MUSEUM. L’esemplare acquistato ed esposto dal British Museum di Londra. Si è appurato che risale al periodo tra’800 e’900

LA CENSURA. Per i comunisti di San Pietroburgo l’ultimo film di Indiana Jones è da bandire perché fa propaganda contro l’ex Unione Sovietica. I comunisti sostengono che l’antagonista di Harrison Ford, il diabolico agente del Kgb impersonato da Cate Blanchett, sia una figura distorta. In particolare la spia vuole mettere le mani su un teschio dotato di poteri che, in piena Guerra Fredda, I’Urss vuole usare per dominare il mondo.

TRA STORIA E MITO.
La comparsa. Il primo teschio compare in Messico nel 1863. E’ grande circa 3 centimetri
A Londra. Nel 1867 ne vengono acquistati diversi sia dal British Museum che dall’Exposition Universelle di Parigi
A Parigi.Nel 1878 Alphonse Pinart, un esploratore francese dona la sua collezione
di tre teschi al Trocadero, il precursore del Museo dell’Uomo di Parigi
Il teschio Mitchell-Hedges. Nel 1924 fa la sua comparsa il teschio di Anne Mitchell -Hedges, figlia adottata da Frederick Mitchell-Hedges, esploratore inglese. Il teschio viene trovato nel Belize, ma si hanno forti dubbi.
Negli Usa arrivano informa anonima allo Smithsonian Museurn
Gli studi. Le ricerche iniziate negli anni Ottanta dimostrano che nessuno dei teschi è di età precolombiana, ma sarebbero stati lavorati tra il 1800 e il 1900
La leggenda. Secondo la leggenda che fissa a un massimo di tredici gli esistenti - i teschi sarebbero destinati a riunirsi il 21 dicembre 2012 per dare inizio a una nuova Era. La data corrisponde alla fine del Conto Lungo del calendario Maya il cui inizio è il 13 agosto 3114 avanti Cristo

domenica 25 maggio 2008

Valorizzare la storia dei popoli indigeni. La Regione Calabria finanzierà la mostra “Enotri e Bretti in Magna Graecia”

CALABRIA - Valorizzare la storia dei popoli indigeni. La Regione Calabria finanzierà la mostra “Enotri e Bretti in Magna Graecia”
25 MAGGIO 2008, IL GIORNALE DI CALABRIA

CATANZARO. “Enotri e Bretti in Magna Graecia”: la Regione investirà su questo grande evento culturale dedicato alla storia dei popoli indigeni prima e dopo l’arrivo dei Greci in Calabria. Lo ha confermato il presidente della Regione Agazio Loiero a Giovanna De Sensi, docente universitaria di prestigio internazionale e assessore ai Beni Culturali del Comune di Lamezia Terme, che è la responsabile del progetto. La mostra “Enotri e Bretti”, giunta alla sua terza edizione, si snoderà anche quest’anno attraverso vari momenti culturali: eventi espositivi, mostre virtuali, convegni, seminari, percorsi culturali guidati, cataloghi e altro ancora. Per Loiero “l’organizzazione della Mostra si prospetta come l’occasione per valorizzare il territorio calabrese attraverso strategie diversificate e la realizzazione di iniziative che avranno una ricaduta certamente positiva sul nostro territorio. Non soltanto in relazione alla sua conoscenza, che verrà meglio evidenziata in sede scientifica, ma soprattutto in relazione alle diverse possibilità di fruizione offerte anche attraverso iniziative organizzate nei luoghi di provenienza dei reperti, opportunamente inserite in percorsi di turismo culturale strutturati allo scopo. Insomma - ha concluso Loiero - uno sforzo molto serio che contribuirà a migliorare l’offerta culturale calabrese ma che avrà anche una valenza socio-scientifica fondamentale per la crescita culturale della nostra regione”. Il tema, infatti, secondo quanto ha spiegato la professoressa De Sensi, permette, di far conoscere le forme evolute già raggiunte dalle comunità enotrie stanziate in Calabria durante l’epoca protostorica e le tracce archeologiche dei contatti e degli scambi intervenuti con navigatori e mercanti del Mediterraneo orientale; i riflessi all’interno del mondo indigeno dall’VIII secolo a.C. in poi della presenza di numerose e fiorenti colonie greche nelle pianure costiere del territorio; infine i processi di affermazione militare, di espansione territoriale e di strutturazione politica dei Brettii al fianco o a danno delle città greche del territorio in età ellenistica.

Salvator Rosa, un talento fuori misura

l’Unità 25.5.08
Salvator Rosa, un talento fuori misura
di Renato Barilli

TRA MITO E MAGIA A Napoli un’affascinante rassegna dedicata a quest’artista stravagante, che anziché seguire l’impronta caravaggesca del secondo Seicento si divertiva a ritrarsi nelle pose più bizzarre

Domenica scorsa elencavo i meriti di Claudio Strinati, soprintendente del polo museale romano, ma non è certo da meno il suo collega Nicola Spinosa, insediato alla testa del polo napoletano, abituato da tempo a servirci mostre puntuali e intriganti negli spazi nobili del Museo di Capodimonte e delle sedi associate. Ora è di turno una affascinante rassegna dedicata a Salvator Rosa (1615-1673), per la cui realizzazione Spinosa è affiancato da molti validi aiuti. Il Rosa fu un talento fuori misura, stravagante, nel senso letterale della parola, a cominciare dal fatto che uscì fuori dal seminato consueto nella pittura partenopea del secondo Seicento, improntata al caravaggismo che il genio lombardo vi aveva impiantato, negli anni da lui trascorsi nelle nostre regioni meridionali. E proprio al caravaggismo della grande tradizione napoletana in passato il Museo di Capodimonte aveva reso ampio omaggio, nelle persone di Mattia Preti, i cui dati anagrafici ne fanno quasi un coetaneo del nostro Salvator Rosa, e di Luca Giordano, proteso a fare da ponte tra il secondo Seicento e il Settecento. Ma in quegli artisti predomina un senso di tutto pieno, le figure sono assorbite dal contesto ambientale, atmosferico, naturale, non riescono ad emergerne. Viceversa il primo impulso di Salvator Rosa è di fare il vuoto attorno ad esse. Egli ci appare come superbo ritrattista, anzi, di più, come stupefacente compilatore di autoritratti a getto continuo. In proposito risultano molto puntuali le osservazioni affidate al catalogo della mostra da Brigitte Daprà, che appunto ci fa notare come allora l’artista era figura socialmente inferiore, di artigiano, e il suo talento di ritrattista doveva essere prestato alla maggior gloria degli illustri committenti. Il Nostro invece mette in scena spavaldamente se stesso, concedendosi una serie inesausta di pose e di costumi. Talvolta ci si presenta come filosofo, pronto anche a scivolare nei panni dello stregone, dell’addetto a pratiche magiche. Altre volte si dichiara guerriero, e ne assume le pose marziali, spavalde, ribelli, altre volte ancora ostenta addirittura una maschera da teatro, pronto a indossarla e a nascondersi in quel nuovo ruolo. Lo stesso vale nel caso dei soggetti femminili, che entrano nei panni delle allegorie, la menzogna, la gelosia, lo studio. In altre parole, questo artista non vuole essere un uomo del mestiere, bensì un fine umanista, versato nelle lettere come nel pennello. Ne consegue che lo spunto tematico, nel suo caso, vale assai più della resa pittorica, c’è in lui una sfida continua al pittoricismo, al tonalismo, a tutte le altre virtù del mestiere cui invece sacrificavano i suoi colleghi. Viene da qui quel carattere di anacronismo che lo riguarda, come se si staccasse dai suoi tempi e si protendesse in avanscoperta di quasi un secolo, anticipando situazioni che conosceremo solo all’aprirsi di quella voragine che, proprio contro i vari naturalismi dell’età barocca, sarà costituita da movimenti di difficile definizione quali il neoclassicismo e il romanticismo. Ebbene, di tutto questo clima è precursore il Nostro, a cominciare proprio dalla volontà di far fare un passo indietro al mestiere, di lasciare che i soggetti prevalgano sulle mezze tinte, sugli atmosferismi pervasivi. Una volta tanto, il sottotitolo dato alla mostra, che ne pone il protagonista Tra mito e magia, appare calzante, proprio nella misura che ci fa capire come in questo imperioso e scapricciato personaggio la pittura sia sempre preceduta, ed ecceduta, dall’altro. Questa preminenza dei temi impone le varie soluzioni stilistiche, che potrebbero apparire alquanto dissonanti. Talora, se si tratta di autoritratti, l’artista fa il vuoto attorno alle sue proiezioni, con sfondi chiari, quasi in anticipo su un David. Talaltra, se vuole raccontare, farci entrare negli antri del mago dove si conducono esperimenti con tanto di scheletri, la pennellata si fa sottile, quasi un guizzo di luce che si insinua nelle forme, con segno agile, appuntito, fosforescente. C’è come una lingua di fuoco che percorre le membra delle varie figure, appartengano esse al mito o a un museo degli orrori. Che è come dire che Salvator Rosa non assume mai un atteggiamento contemplativo, passivo di fronte ai motivi trattati, ma al contrario li aggredisce, li sferza con cariche di energia, costringendoli a un dimagrimento, facendoli vivere solo grazie a quei raggi luminosi che li percorrono, estraendoli dalle tenebre. E quasi per favorire questo supplemento energetico, anche le capigliature si scompigliano, si estenuano in lunghe ciocche, che si dimenano nell’aria come fossero rami di una vegetazione impazzita, presaga di un imminente temporale da cui l’atmosfera è resa carica di elettricità, pronta a emanare scintille, o ad attirare a sé lo scoccare di un lampo. In virtù di questo vivace impulso energetico Rosa riesce a praticare con pari eccellenza due dimensioni quasi opposte tra loro, per un verso, come si è detto, isola e ingigantisce il protagonismo di un soggetto pieno di sé e dei suoi poteri magico-stregoneschi, per un altro verso intesse storiette, vicende gremite di personaggi, come per esempio le sue celebri battaglie, dove la microscopia delle singole presenze è largamente ricompensata dai pennelli di luce che le percorrono, le sferzano, le rendono guizzanti, scoppiettanti.

sabato 24 maggio 2008

L'origine del mondo, storia di un tabù

Corriere della Sera 24.5.08
Scandali Thierry Savatier ricostruisce le vicende del quadro di Courbet. Affascinò Goncourt, sfuggì ai nazisti e finì nello studio dello psicoanalista
L'origine del mondo, storia di un tabù
Tutti i collezionisti tennero il dipinto dietro un pannello. Lacan si divertiva a guardare le facce degli spettatori
di Sergio Luzzatto

Non era mai stato facile superare l'esame del gusto di Edmond de Goncourt. E meno che mai dopo il 1870, quando, sia il disastro della guerra franco-prussiana, sia lo strazio per la morte del fratello Jules avevano reso il suo
Journal lo sfogatoio di un uomo invecchiato e inacidito. Così, ad esempio, in data 30 giugno 1889. Mentre si celebrava in pompa magna il centenario della Rivoluzione francese, Edmond annotava, feroce: «Se esiste nel collezionismo un certificato di pessimo gusto, è la collezione di piatti della Rivoluzione messa insieme da Champfleury. Credo che nella ceramica di tutti i popoli, dall'inizio dei tempi, nulla sia stato prodotto di tanto brutto, di tanto idiota, di tanto rivelatore dello stato anti-artistico di una società».
Ma proprio il giorno prima, sabato 29 giugno, il diario di Edmond aveva registrato un giudizio positivo: per una volta, un'opera d'arte era uscita promossa dall'esame del severissimo connaisseur. Era successo dopo la visita a un antiquario parigino specializzato in arte orientale. Deluso dai nuovi arrivi di oggettistica giapponese, Goncourt stava per andarsene quando il commerciante aveva aperto il pannello di una cornice chiusa a chiave, rivelandogliene il contenuto nascosto. Ben altro che una giapponeseria: «È il quadro dipinto da Courbet per Khalil- Bey, un ventre di donna dal monte di Venere nero e prominente, sullo spiraglio d'una vulva rosa... Davanti a questa tela che non avevo mai visto, devo fare ammenda e rendere onore a Courbet: quel ventre è bello come la carne di un Correggio».
Sebbene affidato al segreto del Journal, come doveva essere costato caro un simile riconoscimento all'indole fiera di Edmond de Goncourt! Lui che di Gustave Courbet (grande amico di Champfleury) aveva sempre pensato tutto il male possibile, e che, quando aveva visto con Jules — oltre vent'anni prima, nel 1867 — la collezione privata del diplomatico turco-egiziano Khalil-Bey, ne era rimasto letteralmente inorridito! Inorridito dai «corpi terrei, sporchi, merdosi» delle «due lesbiche » ritratte da Courbet nel Sonno, come pure dai corpi femminili «rigidi come manichini » ritratti nel Bagno turco da un altro «imbecille popolare», Dominique Ingres! Nel 1867, però, a nessun visitatore era stata mostrata l'opera più scandalosa della collezione di Khalil- Bey, la piccola tela che Goncourt avrebbe scoperto due decenni più tardi nella bottega di un mercante d'arte giapponese. A nessuno era stata mostrata L'origine del mondo.
Oggi, la tela di Courbet è tranquillamente esposta accanto ad altri suoi capolavori in una sala del Musée d'Orsay, a Parigi. Ci è arrivata nel 1995, e rapidamente si è conquistata un posto di riguardo nelle preferenze dei visitatori: al borsino delle cartoline più vendute nel negozio del museo, risulta seconda soltanto al Moulin de la Galette di Renoir.
Su Google Images, chi digiti «l'origine du monde» viene subissato da centinaia di migliaia di links, il video tappezzato da innumerevoli repliche o varianti di uno stesso monte di Venere nero e di uno stesso spiraglio di vulva rosa. Ma appunto, questa è la storia di oggi, o di ieri.
Fino agli sgoccioli del Novecento — per un secolo e passa dopo che Courbet l'aveva dipinta, nell'estate del 1866 — L'origine del mondo ha conosciuto un destino esattamente contrario. Non un massimo di notorietà e di visibilità, ma un massimo di segretezza e di dissimulazione.
Impossibile stupirsene, se è vero che il dipinto di Courbet rappresentava ben di più che una semplice sfida al vittoriano (o al comune) senso del pudore. L'origine del mondo
non era, banalmente, un nudo più spinto di altri nella lunga storia dei nudi. Era qualcosa di unico nella pittura occidentale, perché rappresentava precisamente quanto gli artisti avevano da sempre evitato di illustrare: il sesso femminile. Courbet aveva scelto addirittura di escludere dal quadro il viso della modella, non dipingendone che il ventre. E così facendo, aveva trasformato una donna senza volto nella donna in generale. La madre di tutti gli uomini e di tutte le donne di ogni tempo. La madre di ognuno di noi.
Per questo, scrivere la storia del dipinto di Courbet equivale a scrivere, in fondo, la storia moderna di un tabù. Che è poi quanto si è proposto il critico francese Thierry Savatier in un bel libro tradotto ora dalle edizioni Medusa, Courbet e «L'origine del mondo ». Dove vengono puntualmente ricostruite le circostanze di nascita della tela, dalla curiosa figura del committente, il dignitario ottomano Khalil-Bey, alla misteriosa figura della modella, legittima proprietaria della vulva rosa: tradizionalmente ritenuta un'amante occasionale di Courbet, Joanna Hifferman detta Jo l'Irlandese, mentre Savatier suppone che l'artista si sia ispirato piuttosto a una fotografia licenziosa. E dove, soprattutto, vengono sapientemente ricostruite le misteriose identità dei successivi proprietari del quadro, di cui Khalil-Bey si era sbarazzato quasi subito dopo averlo acquistato da Courbet.
Colui che più a lungo possedette L'origine del mondo (per quarantadue anni, dal 1912 al 1954) fu un collezionista ungherese di origini israelite, il barone Ferenc Hatvany. Come i proprietari precedenti, teneva il quadro nascosto dietro un pannello rappresentante un altro soggetto, e non lo mostrava che ad alcuni ospiti fortunati. Nel 1942, i progressi dell'antisemitismo in Ungheria convinsero Hatvany a depositare nel forziere di una banca di Budapest, intestati a un prestanome «ariano », i pezzi della collezione che più gli erano cari: Courbet compreso. Sicché due anni dopo, quando il plenipotenziario del Terzo Reich per la Soluzione finale del problema ebraico in Ungheria — Adolf Eichmann — sequestrò il grosso della collezione Hatvany e lo fece inviare in Germania, non gli riuscì di mettere le mani su L'origine del mondo. Ci riuscirono invece, all'inizio del '45, i «liberatori» sovietici, dai quali Hatvany dovette ricomprare il dipinto sotto banco, dopo la fine della seconda guerra mondiale.
L'ultimo privato che possedette il quadro di Courbet fu uno psicanalista francese, cui il barone ungherese lo aveva venduto poco prima di morire: il più adatto dei proprietari possibili, il più professionalmente consapevole del duplice significato della parola «possesso » applicata a un soggetto del genere. Anche Jacques Lacan conservava L'origine del mondo nascosta dietro un pannello, nello studio della sua casa di campagna, non rivelandone il segreto che agli ospiti d'élite: Dora Maar, Marguerite Duras, Claude Lévi-Strauss... E quando finalmente svelava il dipinto, Lacan concentrava il proprio sguardo non sul monte di Venere, ma sullo sguardo dello spettatore. Si divertiva a farsi voyeur del voyeur.
L'opera: «L'origine du monde», conservato dal 1995 al Musée d'Orsay, è un olio su tela (46X55 centimetri) Il pittore Gustave Courbet (1819-1877) dipinse «L'origine du monde» nel 1866 per il dignitario turco-egiziano Khalil-Bey