sabato 19 luglio 2008

Modena, la filosofia è un menù del Pensiero

l’Unità 18.7.08
Festival. A Carpi e Sassuolo, oltre che nel capoluogo di provincia emiliano, il Festival di tre giorni sulla« fantasia»
Modena, la filosofia è un menù del Pensiero
di Bruno Gravagnuolo

La kermesse organizzata dai tre comuni presentata ieri a Roma alla «Stampa Estera»
Tra gli ospiti Marramao, Augé, Givone, Galimberti, Stenger e Rizzolato

Fantasia a prima vista è termine banale. A tutti si richiede fantasia per vivere, scrivere un articolo, dipingere, giocare al calcio, progettare una vacanza etc. Eppure, a guardar bene, non c’è parola più intimamente filosofica di questa paroletta logora. Stante che l’etimo ha a che fare con «phainomai», fantasma, apparire, apparenza, fenomeno, epifania e quant’altro.
La fantasia insomma è l’arte di produrre immagini, e come tale sta tra l’esperienza immediata e il pensiero vero e proprio. Anzi, per molti filosofi era l’anima del pensare stesso. «Facoltà dell’immaginazione per Kant», «memoria dilatata e composta» per Vico, autoriflessione rammemorante per Hegel (e per Heidegger) e «presupposto» del Logos per Aristotele. Dunque è ben scelta la parola per il Festival della filosofia di Modena Carpi e Sassuolo, in scena dal 19 settembre al 21 nelle tre città. Per la supervisione di Remo Bodei, e con oltre 200 appuntamenti gratuiti in piazza, al coperto, in teatro, persino in treno, con filosofi e scienziati vaganti su rotaia, in dialogo col pubblico.
Certo ci vuole la «spiega» per illustrare il senso dell’iniziativa, giunta ormai all’ottava edizione. Per evitare - e il rischio c’è col «turismo filosofico» e liquido diffuso - che il Festival appaia o divenga una specie di sagra. Come quella della melanzana o della salama da sugo (siamo in Emilia). Ma gli emiliani ci sanno fare, e hanno organizzato le cose per benino. Con percorsi e personaggi di tutto rilievo. Dalla scienza, all’arte, all’utopia, ai deliri ideologici dell’immaginazione (la Padania celtica!), alle creature fantastiche del mito e delle favole. E con gente come Isabelle Stenger, allieva di Prigogine, il neurologo Giacomo Rizzolato, quello dei «neuroni a specchio», Giacomo Marramao, Roberto Esposito, Marc Augé, Sergio Givone, Carlo Sini, Emanuele Severino, l’immancabile Galimberti, Jean-Luc Nancy, Silvia Vegetti-Finzi, il grande mitografo dei Greci Marcel Detienne, e tanti altri ancora. Idea di fondo, ci pare, «il potere dell’immaginazione». Indagato come costituente di base del pensare. E propellente dell’agire, delle relazioni umane. Nel bene e nel male. Nella convinzione che tutto quel che esiste è frutto di quel potere immaginifico. Demiurgico e connaturato all’uomo come animale progettante. Del resto, lo spiegava bene nel 900 il grande antropologo conservatore Arnold Gehlen. L’uomo è animale debole, con scarsa coordinazione naturale tra istinto e reattività operativa. Al contrario degli animali. Sicché per reagire l’uomo deve inventarsi delle protesi, degli strumenti progettanti. A cui delegare lo sforzo, e su cui scaricare la fatica, nel differire il perseguimento delle mete. Differimento che Gehlen chiamava «Entlastung», esonero. Qui dunque si apre la sovranità della fantasia: simulare un altro mondo, per afferrare quello reale. Senza artigli veri e propri, ma con artigli inventati. E allora ci si potrebbe anche chiedere: che il pensiero sia nient’altro che una protesi o un artiglio? Qualcosa che nasce dal vuoto, dalla debolezza, e in fondo dalla morte, esperita o temuta? Grande tema questo per la psicoanalisi, presente in forze negli attrezzi scientifici dei relatori, oltre che nella relazione dalla Vegetti-Finzi, che parlerà delle «proiezioni inconsce e immaginative che riempiono l’attesa della maternità». Nonché della generazione di «senso» in termini più ampi.
Domanda: ma non c’è il rischio che così il mondo sia tutto ridotto a simulazione? Oltretutto in un momento in cui non ci si salva proprio dalle simulazioni virtuali, divenute di fatto la sostanza vera e propria di un mondo ormai ridotto a «immaterialità». Speriamo che i 200 incontri ci offrano qualche antidoto a riguardo. Evitando che il Festival si riduca a mimesi allegra di un reale già privato di senso, e ridotto a spazio del festoso consumo omologato. Nel frattempo possiamo gustare, virtualmente, i menù filosofici di Tullio Gregory, gran studioso di Cartesio: 40 ristoranti e 9 liste. Protagonista il maiale, «animale encinclopedico» di cui non si butta niente. E tanti fritti misti. Dai quali distillare «universali categoriali» sarà dura, anche per i fegati filosofici più allenati.

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