mercoledì 30 novembre 2011

lunedì 28 novembre 2011

sabato 26 novembre 2011

Blog Antichi Disegni

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http://antichidisegni.blogspot.com


disegno ripreso dal blog intitolato:
difesa contro i malefici e in favore della vita.jpg

mercoledì 23 novembre 2011

martedì 22 novembre 2011

martedì 15 novembre 2011

Hillman, lo sciamano dell’anima

l’Unità 29.10.11
Hillman, lo sciamano dell’anima
È morto a 85 anni lo psicoanalista e filosofo americano. Allievo di Jung ha re-immaginato l’analisi junghiana riportandola nel mondo. Paladino di una psicologia ecologica non voleva curare i singoli, ma «la civiltà»
di Romano Màdera

Nel 1989 lascia l’attività: basta parlare all’io, vuole la città come interlocutore

È morto James Hillman, uno dei pochi psicoanalisti che si era impegnato in un’impresa straordinaria quanto stravagante, forse infantile o donchisciottesca: curare la civiltà, non più i singoli pazienti! Si può dire che la psicoanalisi ci ha sempre provato, ma senza dirselo, perché in fondo il cambiamento di pochi individui, diventati più attenti alle proiezioni del male sugli altri, più disposti a cercare faticosamente la verità su se stessi, dovrebbero essere anche più capaci di autocritica e di tolleranza. Ma insomma, cambiare il mondo non è compito di un analista, la politica deve rimanere fuori dallo studio.
E invece, all’apice del successo, Hillman, nel 1993, ha osato scrivere Cento anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio. Si è interrogato su quello sguardo psicologico che chiude le finestre sul mondo, separa il paziente dalla sua storia, dalla sua cultura, dalle immagini che ne hanno modellato la percezione, e poi rovescia tutto e fa nascere il mondo dai seni della mamma e dalla camera da letto dei genitori. Hillman si è chiesto se la psicopatologia dei singoli non contenesse invece la sofferenza (pathos) dell’anima (psiche) che cerca di articolare un’espressione, un discorso (logos). Il singolo non è messo al mondo dalla famiglia, in realtà la sua nascita avviene nel mondo che dà forma e voce al carattere e alla vocazione di ciascuno, ed è nel mondo che ciascuno incontra il suo destino.
Quali sono le forme e le voci del mondo? Chi ascolto quando ascolto un sintomo, per esempio quando qualcuno è ossessionato da internet, dal telefonino, dal traffico, dagli appuntamenti di lavoro? Hillman è stato capace di divinare, nell’accelerazione del tempo e nella contrazione dello spazio, così tipici della nostra epoca, una epifania drogata di Ermes-Mercurio il dio degli scambi, dei confini, dei commerci. Certo è la storia che mi parla in un soggetto, e nella storia la sua biografia, e tuttavia c’è qualcosa che evoca, da dentro quella stessa esperienza, un modo di essere e di costruire la realtà che intesse i fili del tempo, che collega le civiltà, che è vasto e profondo quanto solo l’immagine può suggerire senza mai chiudersi in una definizione esaustiva. L’immagine porta nei pressi dell’anima del mondo, della matrice dei nostri vissuti, delle nostre fantasie, delle psicopatologie.
Si tratta allora di rimanere aderenti alle immagini, di farle dialogare tra loro senza costringerle nella camicia di forza riduttiva delle spiegazioni, di dischiuderne la forma che le apparenta: queste forme sono archetipali, in se stesse inattingibili, proprio perché origini comuni capaci di generare immagini sempre diverse, per tempi e per culture diverse.
L’anima del mondo è intessuta, secondo HIllman, da queste energie formatrici che si condensano, volta a volta, in immagini guida di altri immagini: gli dei.
Il politeismo di Hillman non ha però niente di teologico: nella mitologia greco-romana, lui, ebreo americano educato in Europa, trova un repertorio che, rivisto come sguardo psicologico, può curare un mondo afflitto da una postura monoteistica, e quindi intollerante, insofferente delle differenze, incapace di scorgere divinità e bellezza nelle infinite variazioni della natura e dell’arte, senza irrigidirle in qualche direttiva moraleggiante.
Tutto si potrà rimproverare a Hillman, tranne il fatto che abbia solo teorizzato la terapia della civiltà, senza provare di persona a imboccare questa diversa strada. Nel 1989, nel bel mezzo di una carriera professionale ricca di riconoscimenti, abbandona la pratica analitica privata e si dedica allo sviluppo della sua idea di psicologia archetipica, cerca di parlare il suo linguaggio fuori dallo studio, di fare della città il suo interlocutore. Hillman ha scritto di questa decisione come di una profonda «crisi morale». Andava tutto bene con i pazienti, ma sentiva che non stava facendo la cosa giusta, che ritagliare il proprio intervento sul soggetto umano significa rimanere in una prospettiva di tipo cartesiano: voler dedurre la realtà dall’io, per quanto corretto con l’aggiunta dell’inconscio.
IL SUO «POLITEISMO»
Avrebbe potuto però fermarsi a questa critica e continuare a praticare l’analisi junghiana, della quale era uno dei più importanti esponenti nel mondo. Neppure Jung, il suo maestro, gli è bastato: sì, Jung era andato in una direzione che potremmo chiamare terapia delle idee, e non più solo del singolo, ma rimaneva nel solco della tradizione cristiana e monoteista: la sua direzione guardava all’asse che congiunge l’io al Sé, dove il Sé è il nuovo centro unitario del rapporto fra coscienza e inconscio. Troppa unità, troppo «io» ancora. La varietà del mostrarsi dell’anima del mondo è irriducibile alle nostre pretese di afferrarla in una qualche rappresentazione unitaria, per quanto complessa essa voglia essere.
E poi via dall’antropocentrismo della nostra civiltà, dalla sua malattia che infetta le architetture delle nostre città insieme alla devastazione delle foreste e degli oceani: Hillman si è fatto paladino di una nuova psicologia ecologica.
Le rutilanti idee-provocazione di Hillman sono state coraggiose e affascinanti, hanno proposto la via di un pensiero psicologico capace di superare il romanzo familiare.
Rimane oggi da vedere se il suo radicale antiumanesimo, la sua celebrazione del differire infinito, non sia però, anch’esso, troppo figlio del nostro tempo, troppo post-moderno, troppo collusivo con le varie morti di Dio, dell’uomo, del soggetto, dell’io, della morale, dell’unità ... troppo neonietzscheano, insomma.
Forse il corpo del mondo, e quello degli individui, ha invece un disperato bisogno di unità, di progetto, di gerarchie di senso, di ordinato equilibrio.

“Più veloci della luce, abbiamo nuovi dati”

La Repubblica 9.11.11
Mostre e incontri a "Futuro remoto"
Fidatevi del super neutrino
“Più veloci della luce, abbiamo nuovi dati”
di Luca Fraioli

Parla Antonio Ereditato, del Cern di Ginevra, responsabile del celebre esperimento che può cambiare la fisica
"A noi scienziati piace costruire meravigliosi castelli di sabbia che poi distruggiamo per farne di nuovi"
"Finora abbiamo avuto solo conferme. E anche americani e giapponesi stanno lavorando nella stessa direzione"

A fine settembre ha sconvolto il mondo della scienza. Ha "osato" sfidare Albert Einstein e la sua Teoria della relatività, dimostrando, dati alla mano, che quella della luce potrebbe non essere la massima velocità raggiungibile in natura: i neutrini sparati dal Cern di Ginevra verso i laboratori del Gran Sasso vanno più forte, molto più forte. La comunità dei fisici è andata in fibrillazione: c´è chi ha iniziato la caccia all´errore (nell´esperimento) e chi la caccia alla teoria alternativa, capace di spiegare un fenomeno imprevisto. Ma l´annuncio di Antonio Ereditato, 56enne napoletano trapiantato all´Università di Berna, ha scatenato anche la fantasia della gente comune. «Abbiamo ricevuto centinaia di mail con le più disparate spiegazioni di ciò che avevamo osservato» conferma il fisico responsabile dell´esperimento Opera al Cern.
Chi vi ha scritto, professor Ereditato?
«I soliti mitomani che si credono novelli Einstein. Ma soprattutto tanti, tantissimi giovani. Ed è la cosa più bella di questa storia, comunque vada a finire: i neutrini più veloci della luce hanno risvegliato l´interesse dei ragazzi per la scienza. Ed è su di loro che bisogna investire, perché hanno la curiosità e la voglia di cambiare che è il motore del progresso».
Cosa suggeriscono questi giovani aspiranti scienziati ai fisici del Cern?
«Un ragazzo americano all´ultimo anno di high school mi ha chiesto se avevamo tenuto conto della curvatura della superficie terrestre. Un altro voleva sapere se nel calcolare la velocità dei neutrini avevamo tenuto conto della rotazione terrestre. Altri ancora ci hanno ricordato che la velocità della luce è diversa a seconda che viaggi nel vuoto o in un materiale, con tanto di calcoli matematici. Insomma, considerazioni un po´ ingenue, ma li abbiamo comunque ringraziati dell´aiuto».
A un mese e mezzo di distanza i vostri neutrini continuano ad andare più veloci della luce?
«Sì, l´effetto che abbiamo registrato è ancora lì. L´esperimento è stato passato di nuovo al setaccio ma finora non è stato trovato alcun "errore". Quindi al momento la bontà del risultato è confermata».
Oltre a ricontrollare i vecchi dati, avete fatto nuove misurazioni? Avete sparato nuovi fasci di neutrini verso il Gran Sasso?
«Sì, l´ultimo un test si è concluso domenica scorsa. Abbiamo inviato neutrini in un "formato" diverso rispetto a quello usato nel corso dei mesi precedenti. È una prova importante perché ci permetterà di studiare meglio tutti i dati che abbiamo raccolto in passato, ma i risultati li conosceremo nei prossimi giorni».
E per il futuro avete in programma nuove "campagne" di misurazione della velocità dei neutrini?
«Certo, non ci fermeremo finché non avremo la spiegazione di questo fenomeno. Avendo sollevato noi il problema, abbiamo il diritto-dovere di fare ulteriori verifiche».
Anche i fisici americani e giapponesi si stanno mettendo all´opera.
«Ed è giusto che sia così. Nella comunità scientifica c´è sì competizione, ma soprattutto grande collaborazione. Dopo il nostro annuncio, gli americani hanno iniziato a riesaminare i vecchi dati in loro possesso che mostravano un effetto simile. E presto dovrebbero ricominciare a misurare la velocità dei neutrini sparati dal Fermilab di Chicago. Anche i colleghi giapponesi hanno la tecnologia per ripetere il nostro esperimento. Li ho incontrati nei giorni scorsi e mi hanno confermato che stanno procedendo, anche se c´è qualche problema con i finanziamenti».
Torniamo ai giorni dell´annuncio: si è polemizzato sul fatto che alcuni fisici, pur avendo partecipando all´esperimento, non hanno firmato la ricerca.
«La classica tempesta in un bicchier d´acqua. Sono stato io a chiedere, conscio della delicatezza dell´annuncio, di sottoscrivere l´articolo solo se si era davvero convinti. Il risultato è che su un gruppo di 160 ricercatori sei o sette hanno preferito non firmare».
Ma ora quei sei o sette cosa fanno?
«Lavorano con noi per cercare una soluzione a questo rompicapo, naturalmente».
Lei che idea si è fatto? Perché i neutrini vanno più veloci della luce?
«Sono concentrato nel consolidare i dati raccolti, preferisco non addentrarmi nella loro interpretazione. E c´è un motivo».
Quale?
«Le interpretazioni possibili si dividono in due categorie. 1) l´effetto osservato è vero. 2) l´effetto osservato non è vero perché c´è un "inghippo" nell´esperimento. Ma siamo troppo lontani dalla prima ipotesi, abbiamo ancora moltissimo da fare prima di poter dire con certezza che i neutrini vanno più veloci della luce. E d´altra parte, la seconda ipotesi non sta in piedi, perché finora, nonostante le ripetute verifiche, non è stato trovato alcun "inghippo". Ecco perché preferisco girare alla larga delle interpretazioni. Mi sono imposto di non pensarci».
Non sarà che vuole evitare di pensare alle "conseguenze"? Se i suoi risultati fossero confermati farebbero crollare il mito di Einstein e della Relatività. Una bella responsabilità.
«Non è detto. Einstein formulando la Relatività non ha affatto sancito che Newton aveva sbagliato, ha solo esteso il raggio d´azione della teoria. Tanto è vero che se dobbiamo calcolare le traiettorie dei pianeti continuiamo a usare le formule di Newton, mica quelle di Einstein. Alle stesso modo il nostro risultato potrebbe portare non alla cancellazione della Relatività, ma a un suo ampliamento».
Ci sono due possibilità: che la comunità scientifica trovi l´"inghippo" nell´esperimento, confermando la validità delle teorie attuali, oppure che il vostro risultato resista alle verifiche e apra una fase completamente nuova. In tal caso sarebbe una scoperta da Nobel. In cuor suo cosa si augura?
«Faccio il fisico da trent´anni, mi considero un professionista e voglio conservare un certo distacco. Il nostro mestiere è quello di fare misure: più siamo distaccati e meglio le facciamo. Noi scienziati siamo come i bambini sulla spiaggia: costruiamo bellissimi castelli di sabbia, ma siamo pronti a saltarci su e a disfarli per andare oltre, per costruirne di nuovi».
Domani racconterà tutto questo per la prima volta davanti a un pubblico italiano di non addetti ai lavori: la sua conferenza inaugurerà a Napoli la manifestazione Futuro Remoto. La verità sui neutrini superveloci la conosceremo in un futuro prossimo?
«La scienza ha i suoi tempi, a volte anche molto lenti. In questo caso spero proprio non siano remoti».

Medieval music - Saltarello by Arany Zoltán