domenica 30 marzo 2008

Uomini e fiori, il mondo del Pintoricchio



l’Unità 30.3.08
Uomini e fiori, il mondo del Pintoricchio
di Renato Barilli

LA MOSTRA Perugia espone le tele del suo pittore. Ma è negli affreschi di Spello che risplende davvero la sua arte. Forte della lezione dell’Alberti, ma prima che il genio di Leonardo inventasse la «prospettiva aerea»

Come è ben noto, la macchina espositiva dei nostri giorni va accanitamente alla ricerca di centenari o di altre ricorrenze per dedicare una giusta mostra a qualche illustre autore del passato. Far ricorso ai 550 anni dalla nascita del grand’uomo di turno può apparire un pretesto alquanto stiracchiato, ma ben venga se consente di rivolgere anche a Bernardino di Betto, più noto col soprannome di Pintoricchio, o Pinturicchio, si preferiva dire una volta (1457-1513), un’ampia retrospettiva, come quella che gli dedica, nella sua Perugia, la Galleria nazionale dell’Umbria (a cura di Vittoria Garibaldi e Francesco Federico Mancini, fino al 29 giugno, cat. Silvana). Con molta buona volontà i curatori hanno raccolto in sede il maggior numero possibile di opere su tavola dell’illustre concittadino, ma questo artista appartiene alla vasta schiera di coloro che, a quei tempi, diedero assai più valida prova di sé nei grandi cicli parietali ad affresco. Per fortuna a poca distanza da Perugia c’è Spello con la Collegiata di Santa Maria Maggiore, a ospitare uno di quei cicli favolosi in cui il Pintoricchio sapeva cimentarsi assai bene. E a Roma aveva lavorato nei primi anni Ottanta, un po’ nascosto dietro la dominante figura del Perugino, addirittura nella Cappella Sistina, e poi con firma in proprio a S. Maria in Aracoeli. E sarebbero venuti ancora, negli anni maturi della sua carriera, i dipinti alla Libreria Piccolomini di Siena. Il fatto è che il Nostro, assieme ai suoi compagni di generazione, quali il Perugino, il Botticelli, il Signorelli, il Ghirlandaio, e nel manipolo ci può stare anche il veneziano Carpaccio, aveva bisogno di esprimersi, diciamo così, per il lungo, in storie animate, ricche di presenze reiterate, moltiplicate come cloni, tutte schierate in parata e in primo piano, a fare da paravento, fin quasi da nascondere alla vista i perfetti scacchieri prospettici, tracciati con assoluta maestria, ma purchè le loro lucide losanghe rimassero a occhieggiare vuote, non occupate dai protagonisti umani, presi dal terrore di spingersi in lontananza, come se su quelle distanze incombesse il proverbiale hic sunt leones a minacciare i troppo audaci. Quella terza generazione dei nati attorno alla prima metà del Quattrocento pativa su di sé una cruciale contraddizione, da un lato erano padroni della prospettiva albertiana, sapevano costruire una perfetta piramide rovesciata, col punto di fuga nitidamente individuato ad accogliere le sfilate di colonnati, di portici, o la lucida griglia delle mattonelle, ma purché non si chiedesse ai personaggi di avventurarsi in quegli infidi recessi. Questi artisti insomma condividevano le buone regole dei navigatori del loro tempo, che veleggiavano in vista delle coste, senza allontanarsi di troppo dalla terra ferma. A cambiare le regole del gioco vennero due loro coetanei, nati l’uno nel 1451, l’altro nel 1452, Cristoforo Colombo e Leonardo da Vinci, inconsapevolmente concordi nell’infrangere quella prudente condotta. L’uno, il navigatore, sullo scorcio del secolo avrebbe rivolto la prora delle sue caravelle verso l’alto mare, affrontando l’Oceano. In modo del tutto similare Leonardo avrebbe introdotto la prospettiva aerea, avrebbe invaso le lontananze con corrosive nebbie azzurrine, ben comprendendo che era ora di immergere l’uomo nell’atmosfera, sfumandone i contorni fin lì troppo netti.
Invece, nel Pintoricchio come nei suoi coetanei, le figure se ne stanno in parata, rigide, immobili, quasi attendendo che qualche autorità le passi in rivista, e intanto, come succede proprio nelle parate ufficiali, sullo sfondo vengono poste tante belle piante ornamentali. Il talento specifico del Pintoricchio, infatti, si esplica nello sforbiciare con grazia, con candore, con fantasia tutto un orto botanico di piante, maestose, imponenti o invece esili e calligrafiche, consuete ai nostri climi o invece esotiche, ricavate da terre lontane, ma con nozione incerta e approssimativa. Comunque si tratta di pennacchi, di ombrelli, di raggiere di palme che si spalancano, gracili, aeree, accompagnando il procedere in basso delle figurine di questi riquadri incantati, che ricalcano la serialità delle sequenze proprie delle colonne tortili romane, o addirittura anticipano il ritmo dei fumetti e dei cartoni animati resi possibili nei nostri giorni.
Attorno al Pintoricchio e compagni si realizzò uno dei più crudeli trapassi che si siano mai registrati nella storia del gusto. Ai loro tempi erano reputati e famosi, in quanto eredi di tutte le conquiste del primo Quattrocento, in fatto di conoscenze anatomiche e prospettiche, o appunto di abilità narrativa, tanto da venire chiamati a Roma a decorare l’appartamento pontificio, quella che si sarebbe conosciuta nei secoli come la Cappella Sistina. Lo abbiamo già detto, il Perugino e il Pintoricchio vi lavorano, fornendo gremite storie di Mosé e un Battesimo di Cristo anch’esso affollato di presenze. Ma circa un ventennio dopo papa Giulio II° capisce che c’è stata una rivoluzione, chiama al lavoro il genio di Michelangelo, e nelle attigue Stanze Vaticane l’invito va a Raffaello. Con loro il vascello della pittura salpa per il mare aperto, affronta i flutti e i marosi, travolge le fragili parate dei vecchi maestri, al punto che ci si chiese se non convenisse passarci sopra la calce, lasciare tutto lo spazio all’incalzare del nuovo.

sabato 29 marzo 2008

Dialoghi a colori sull’energia, Da Prometeo a Giordano Bruno, fra materia e pensiero

Corriere della Sera 27.3.008
Dialoghi a colori sull’energia
Da Prometeo a Giordano Bruno, fra materia e pensiero
di Ariela Piattelli

Mentre l’Italia si confronta con l’Europa in materia di energie rinnovabili, a Palazzo Valentini due artisti “dialogano”, attraverso le loro opere, proprio sul tema dell’energia e sul rapporto tra arte e scienza. Roberta Pugno e Ján Hoffstädter, lei pittrice italiana, lui scultore slovacco (ex direttore dell’Accademia d’Arte di Bratislava), espongono per la mostra intitolata “Materia Energia Pensiero”. Un percorso che si snoda in tre sale diverse, ognuna di queste dedicata ad un tema. La prima è la “Sala della Materia”, allestita puntando sul gioco di luci e ombre.
Le opere esposte sono un elogio alla concretezza; e mentre Hoffstädter, con la scultura “Il cerchio piegato”, inizia il suo discorso sulla geometria e su come questa aderisca alla realtà, la Pugno ricerca la materia nei personaggi del mito e del passato: due omaggi a Giordano Bruno, “perché - spiega la pittrice – lui è stato il primo ad avere il coraggio di sostenere che la materia ha creato il cosmo”. L’artista, dunque, mette in mostra gli ingrandimenti delle xilografie del filosofo. Poi un ritratto in bassorilievo di Prometeo “anche lui esempio di coraggio - spiega la Pugno - . Ha scoperto il fuoco per regalarlo agli uomini”.
Così si passa alla “Sala dell’Energia”, dove i quadri e le sculture evocano l’energia a lavoro che trasforma le cose, ma anche quella umana che genera la vitalità.
Hoffstädter propone una scultura monumentale, fatta da due elementi, una colonna bianca e un tubo luminoso: è “X e Y”, che rappresenta la donna e l’uomo, due corpi irriducibilmente diversi che si attraggono, immortalati nella loro continua ricerca di comunicazione. E siccome soddisfatti i bisogni materiali bisogna pensare a quelli dell’animo, in questa sala trova spazio anche il “Cupido” della Pugno, un ritratto che evoca l’energia dei sentimenti.
Tra gli altri spunta anche il quadro della pittrice, intitolato “I Mulini”, un omaggio alle rinnovabili e alle energie del pianeta. Dal peso della materia si giunge, dunque, alla leggerezza del pensiero, e mentre la pittrice indaga con un trittico di quadri su come il pensiero si estende nel tempo, dal giorno alla notte (“perché di notte si continua a pensare” sottolinea la Pugno), Hoffstädter le risponde con la metafora della leggerezza richiamando Pegaso, il cavallo alato: una scultura fatta di bronzo e piume rappresenta due ali che si spiegano, raccontando così il desiderio di evasione.

venerdì 28 marzo 2008

Spagna, la cena del primo europeo

La Repubblica 28.3.08
Spagna, la cena del primo europeo
Ad Atapuerca i resti fossili d'un pasto, più di un milione di anni fa
di Elena Dusi

Su "Nature" l´annuncio della scoperta dei paleontologi spagnoli

ROMA - Un milione e duecentomila anni fa, in una grotta profonda venti metri a nord della Spagna, un gruppo di uomini mangiava uccelli e piccoli roditori seduto intorno al fuoco. C´era chi abbozzava un coltello battendo due pietre l´una contro l´altra e chi usava quelle armi primitive per spaccare le ossa lunghe della cacciagione e succhiarne il midollo. La statura di questi uomini non era molto diversa dall´attuale: un metro e settanta circa. E il cervello aveva una capienza ridotta di un terzo rispetto a oggi, anche se è noto che fra dimensioni e intelligenza non necessariamente il legame è diretto.
La mandibola che José Maria Bermudez de Castro e Eudald Carbonell tengono delicatamente fra le dita e osservano - in quella stessa grotta, ma un milione e duecentomila anni più tardi - appartiene al primo uomo vissuto in Europa. O almeno del più antico fra quelli che ci è dato incontrare. Mentre osservano i pochi centimetri del mento, una manciata di denti sparsi fra gli strati di calcare, i resti animali di cui i nostri antenati si erano cibati e i rudimentali coltelli che avevano costruito, i due ricercatori spagnoli rivedono davanti ai loro occhi la scena della "prima cena europea".
Al nostro antenato ritrovato nel sito di Atapuerca, nei pressi di Burgos, Nature ha dedicato ieri la sua copertina. E i paleontologi spagnoli, che da giugno del 2007 (data del ritrovamento) a oggi (fine delle analisi dei reperti e pubblicazione sulla rivista scientifica) avevano cercato di mantenere il segreto con i colleghi-rivali (italiani in primis), possono finalmente esultare. «Di fronte a noi abbiamo il più antico fossile umano d´Europa» dice Bermudez.
Atapuerca, più che un sito archeologico, è una miniera d´oro per antropologi. Su questa collina a mille metri di altezza, tiepida, ventilata e ricca di piccoli animali da cacciare, i nostri antenati dovevano trovarsi proprio bene. A duecento metri dalla grotta di "Sima del Elefante" (quella della "prima cena") nel 1994 era stato ritrovato il secondo uomo più antico d´Europa, che aveva "appena" 800mila anni d´età. E un chilometro più in là nel corso degli anni sono emersi 6mila resti fossili di Homo heidelbergensis, di poco più giovane. «La Sierra de Atapuerca è un complesso di siti straordinari, tanto che è inserito nella lista del patrimonio dell´umanità dell´Unesco» spiega Giorgio Manzi, paleoantropologo dell´università La Sapienza a Roma. «Per conservarsi così a lungo, i resti umani devono prima fossilizzarsi, e poi un giorno diventare accessibili per i ricercatori. Davanti a questo colpo grosso degli spagnoli, noi italiani rispondiamo con l´uomo di Ceprano». Ritrovato nel 1994 nel Lazio, questo ominide di 800mila anni non raggiunge l´età degli spagnoli. «Ma è un cranio, non un frammento di mandibola. E quindi ci dà più informazioni sulle caratteristiche dell´umanità di quel periodo e sulla loro possibile evoluzione» spiega Manzi.
Le notizie sul primo europeo spagnolo, al di là delle ossa dei roditori e di un mustelide simile alla lontra consumati per cena, sono infatti ancora frammentarie. A titolo provvisorio, l´antenato di Sima del Elefante, è stato assegnato alla specie Homo antecessor, detto anche "uomo pioniere". Le dimensioni modeste della mandibola farebbero pensare a una donna di 20-30 anni. Ma unendo con un tratto continuo tutti i punti dove sono stati ritrovati ominidi di epoche simili, si riesce forse a ricostruire il percorso dei primi uomini dall´Africa (la culla dell´umanità, dove la nostra storia iniziò circa 4 milioni di anni fa) fino a quest´angolo estremo dell´Europa che gli antenati di Homo sapiens raggiunsero dopo essersi diffusi lungo il medio oriente, l´Italia, la Francia e infine la penisola iberica. In mezzo ci sono i resti dell´uomo di Dmanisi, in Georgia nel Caucaso. Hanno 1,7 milioni di anni e segnano il punto di passaggio del percorso dall´Africa fino all´ultima tappa della Sierra de Atapuerca.

giovedì 27 marzo 2008

IL CIBO DEL FUTURO HA UN «BACKUP»

Il Sole24Ore 20 mar. ’08

IL CIBO DEL FUTURO HA UN «BACKUP»

Il «Sotterraneo dell'Apocalisse» alle isole Svalbard è stato ideato e realizzato in soli cinque anni.. Non c'era tempo da perdere
DA OSLO
MARCO MAGRINI
La principale fonte di energia che sostiene la civiltà umana è a rischio. No, qui non si parla di petrolio. Ma del grano. Del riso, della soia, del mais.
Ovvero quegli ingegnosi - e deliziosi - chicchi di energia compatta e biodisponibile, che hanno accompagnato l'homo sapiens e i suoi antenati lungo quel cammino evolutivo di milioni di anni. Cominciandolo però molto, molto tempo prima. «Se il rischio di perdere questo tesoro di diversità genetiche, venisse calcolato in percentuale, come i rischi assicurativi - dice Cary Fowler - direi che è del zoo%. Stiamo già perdendo pezzi di diversità. Tutti i giorni».
Parole che non vengono da un pulpito qualsiasi. Fowler, 58 anni, americano con la residenza in Norvegia, è il direttore del Crop Diversity Trust, un'organizzazione indipendente che si occupa della protezione delle varietà alimentari, che ha sede presso la Fao e quindi a Roma. Ma soprattutto è l'uomo che ha ideato la migliore polizza assicurativa possibile per la protezione del più grande tesoro a disposizione dell'umanità: non l'energia che fa girare le macchine, ma l'energia che fa muovere gli esseri umani stessi. Da poche settimane, in un'isola dell'arcipelago delle SvalUard - territorio norvegese distante appena uri migliaio di chilometri dal Polo Nord - c'è una grotta artificiale che finirà per contenere oltre due miliardi di semi di 4,5 milioni di varietà diverse. Stanno arrivando dalle 1400 banche genetiche sparse in cento Paesi del mondo, i cui gradi di sicurezza sono molto variabili e molto discutibili: basta vedere quella di Abu Grahid, in Iraq, che è stata saccheggiata dopo l'inizio della guerra. «SvalUard è una sorta di backup - sintetizza Fowler - una copia di sicurezza della diversità genetica. I giornali l'hanno subito battezzata Doomsday Vault (il sotterraneo dell'Apocalisse), che è forse eccessivo. Però dice anche una verità: quella grande grotta scavata nella pietra serve proprio a proteggerci da qualsiasi catastrofe: locale, regionale o globale» .
Per essere una polizza assicurativa sul più ancestrale tesoro dell'umanità, è costata pochi spiccioli: nove milioni di dollari, interamente sborsati dal governo norvegese. I costi operativi, modesti perché non c'è bisogno di personale a tempo pieno, sono coperti dal Crop Diversity Trust.
La storia di Cary Fowler comincia in un preciso momento storico: quando i prezzi delle materie prime sono andati alle stelle e le scorte hanno cominciato a scarseggiare. Sembra cronaca di oggi, invece siamo a metà anni 70. «Stavo scrivendo un libro su quella crisi alimentare, quando scoprii che non c'era una rete di sicurezza. Da li, mi misi in testa di convincere i Governi a fare qualcosa». I quali, qualcosa hanno poi fatto: nel'79, a Roma, è stato firmato il Trattato internazionale sulle risorse genetiche alimentari.
Ma la storia di SvalUard comincia appena cinque anni fa, quando Fowler-che in quel momento insegnava all'Università di Oslo insieme ad altri propone alla Norvegia di ospitare la più grande co-. pia di sicurezza della vita (umana) che sia mai stata realizzata. «Mi chiesero allora di dirigere i lavori per uno studio di fattibilità, dall’A alla Z». Alla presentazione dello studio, c'è solo un viceministro delle Finanze. Il quale, alla fine, chiede: «Lei crede che SvalUard sia il miglior posto al mondo per fare tutto questo?». Risposta affermativa: è un arcipelago remoto, senza rischi sismici e già abbastanza gelido da contribuire alla conservazione delle sementi. «AL che - racconta Fowler - replicò: "Allora non vedo come potremmo dire di no"».
II Sotterraneo dell'Apocalisse
per coloro che sono abituati a certe lungaggini delle grandi opere pubbliche - è stato inaugurato il zG febbraio scorso. Presto, molto presto. Ma sempre troppo tardi.
«Dalla fine degli anni 69 a oggi, la diversità è già stata messa a repentaglio: nei Paesi sviluppati, l'agricoltura ha unanimamente adottato varietà uniformi, finendo per erodere la varietà genetica disponibile». Il G1oUal Diversity Trust diretto da Fowler, sta mettendo in piedi una banca dati per censire quel che è rimasto. Secondo le prime informazioni, risulta che esistano tutt'oggi oltre 2oomila tipi di riso, 2oomila varietà di grano, q 7mila di sorgo, 3omila di fagioli e di mais, r5mila di arachidi.
«Non esiste la varietà migliore - rammenta Fowler - perché dipende dal luogo e dal tempo. La miglior varietà del 2008 non sarà più la migliore nel 2025 la ricchezza genetica è in continua trasformazione. Da sempre, gli agricoltori incrociano varietà diverse per ottenere il miglior risultato. È un po' come la tavolozza di un pittore: senza tutti i colori a disposizione, ben difficilmente il quadro sarà un capolavoro».
Da oggi però, c'è almeno la copia di sicurezza. Perché, se l’energia fossile che bruciamo è bruciata per sempre, l'energia che ha fatto crescere e sostentato l'intero genere umano «è la più meravigliosa risorsa rinnovabile che esista».
«Ci meravigliamo davanti alle piramidi o al Colosseo - scherza Fowler- ma se non ci fossero stati il grano o le patate, non esisterebbero neppure loro».
I cambiamenti climatici in corso, sono già sufficienti a giustificare un magazzino sotterraneo dell'Apocalisse. E, anche senza scomodare rischi estremi come un conflitto nucleare, l’idea di Svalbard dovrebbe essere accolta da ogni abitante della Terra - un'astronave con a bordo G miliardi e mezzo di bocche da sfamare - con lo stesso atteggiamento di quel viceministro del Regno di Norvegia: «Non vediamo come si potrebbe dirgli di no».

La crisi della mozzarella: dalla miopia ambientale al disastro economico

La crisi della mozzarella: dalla miopia ambientale al disastro economico

Liberazione del 26 marzo 2008, pag. 1

di Sabina Morandi

Quelli che avevano liquidato la faccenda come un problema ambientale sono serviti: la catastrofe campana - una catastrofe prima di tutto sanitaria, come si tende a dimenticare - comincia a presentare il conto. Certo, in termini di tumori, malformazioni infantili, patologie dell'apparato respiratorio e riduzione della fertilità purtroppo il conto era già stato presentato da parecchio ma, com'è noto, queste sono quisquiglie finché non ti capitano fra capo e collo. Quello che conta - non fanno che ripeterlo - è la crescita, lo sviluppo, i posti di lavoro e le meraviglie della tradizione italiana che, nel caso delle nostre produzioni pregiate, è un valore aggiunto di notevole importanza. Lo è certamente quello della mozzarella di bufala, un settore che in Campania impiega una cosa come 20 mila lavoratori e ogni anno sforna 33 mila tonnellate di prodotto, per la maggior parte consumato in patria ma in buona parte - un 16 per cento - spedito a rendere gustose le pizze di tutto il pianeta.
Ora viene fuori che la Corea del Sud e il Giappone hanno deciso di bloccare le importazioni dopo avere trovato della diossina nelle mozzarelle campane.
Potrebbe sembrare un particolare di poco conto se non fosse che Seoul, così come Tokyo, Taipei e Hong Kong, sono le capitali di quella che è ormai la parte economicamente più sviluppata del mondo, dove risiede circa metà dell'umanità e dove si consuma a rotta di collo. Insomma, se gli asiatici smettono di mangiare mozzarella - sulla pizza, nell'insalata e via dicendo - per la piccola Italietta sono dolori. Per quanto tenuto celato nelle pagine interne dei giornali e dei tg nostrani, il dibattito sulla "toxic mozzarella" imperversa da settimane sulla Bbc, la Cnn e sulle pagine del New York Times i cui giornalisti non sembrano niente affatto rassicurati dalle rassicurazioni in uso dalle nostre parti. Insomma, mentre Bassolino mette in guardia contro «il rischio psicosi», i medici mettono in guardia contro la diossina, noto cancerogeno che non ha niente, ma proprio niente a che fare con i rifiuti urbani. Sì perché c'è anche questo risvolto nelle notizie provenienti dall'Asia: la raccolta differenziata con la diossina c'entra ben poco. Ci dispiace per i razzisti più o meno dichiarati che hanno perso un'altra occasione per tacere: l'educazione civica dei napoletani - o dei campani - non c'entra proprio niente con la contaminazione delle falde acquifere. Se mai, a voler essere onesti, c'entra molto di più l'educazione civica degli imprenditori settentrionali (e non solo di quelli) che hanno preferito spedire i rifiuti tossici in Campania piuttosto che trattarli come era loro dovere. C'entra il comportamento criminale, ma anche miope, di amministratori che hanno lasciato fare più o meno consapevolmente (ma questo lo diranno i magistrati) pensando di poter tenere insieme tutto il pacchetto: le produzioni a denominazione d'origine controllata, il turismo e le discariche tossiche, tutt'ora difese a suon di manganelli. Inquietante, quanto disperato, il secessionismo salernitano ideato dal consigliere regionale del Pd Ugo Carpinelli che propone di sostituire il marchio "Dop Campania" con un "Dop di Battipaglia-Paestum" visto che ormai è meglio che «si prenda definitivamente atto che in alcuni territori del Casertano non esistono più le condizioni ambientali per garantire un prodotto sicuro. Serve una risposta forte: solo un nuovo marchio "mozzarella" ci restituirebbe prestigio». Saranno felici gli allevatori e i contadini casertani che non solo s'ammalano per le sostanze tossiche e rischiano il lavoro ma si trovano anche sul banco degli imputati con l'accusa di frode e avvelenamento di sostanze alimentari (109 indagati). Per questo le associazioni di categoria come Coldiretti e i consorzi locali chiedono una rapida indagine per salvare una produzione che, da sola, vale 300 milioni di euro. E le autorità? Il ministro dell'Agricoltura De Castro, insieme al governatore Bassolino, se la prende con la fuga di notizie, strategia che potrà anche funzionare dalle nostre parti ma non certo là fuori nel mondo, dove la gente parla anche inglese e può leggere gli articoli delle riviste scientifiche sui tumori in Campania (come Lancet ) o le conclusioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che, nell'area intorno a Napoli, ha riscontrato tassi di mortalità più alti che nel resto dell'Italia. Quelli, di certo, la mozzarella non la mangeranno più tanto volentieri.

martedì 25 marzo 2008

Newroz di sangue, uccisi tre kurdi


Newroz di sangue, uccisi tre kurdi

di O. C.

Il Manifesto del 23/03/2008

Area calda In migliaia in strada anche in Turchia, dove l'esercito risponde con botte e arresti

È un Newroz all'insegna del sangue quello che si sta celebrando nelle zone kurde della Turchia ma anche della Siria. Il capodanno kurdo è stato ancora una volta il pretesto perché la repressione dello stato si scaricasse contro la gente che scendeva in piazza per chiedere pace e diritti, facendo festa, accendendo i fuochi che ricordano la vittoria del fabbro Kawa sul tiranno Dehak che governava quelle terre 26 secoli fa.
I morti sono stati almeno tre. In Siria. Centinaia i feriti e gli arrestati. L'associazione per i diritti umani in Siria, Ondus, riferisce che tre kurdi siriani sono stati uccisi a Qamishli, nella provincia nord orientale di Hasake, al confine con Turchia e Iraq, in scontri con le forze di sicurezza di Damasco. Secondo quanto riportato dall'associazione diritti umani, gli scontri si sarebbero verificati giovedì scorso in occasione delle celebrazioni del Newroz. La polizia ha cercato di disperdere la folla aprendo il fuoco. Nel marzo 2004 a Qamishli erano stati uccisi quaranta kurdi.
Ieri a Van, Hakkari e Sirt le forze di sicurezza turche hanno pesantemente colpito la folla decisa a celebrare il Newroz nonostante il divieto imposto dalle autorità. Fin dalla mattina centinaia di persone si erano radunate davanti alle sedi del Dtp, il partito della società democratica. La polizia, coadiuvata dai gendarmi, ozel tim (i corpi speciali) e agenti in borghese ha posto la città sotto stato d'assedio, cercando di limitare al massimo i movimenti delle persone. Le cariche sono cominciate subito, così come il lancio di lacrimogeni e i primi spari contro la folla. I dirigenti locali del Dtp sono stati sostanzialmente sequestrati all'interno della sede centrale del partito mentre la polizia perquisiva l'edificio. Le testimonianze parlano di devastazione all'interno degli uffici del partito pro kurdo che in parlamento ha 20 deputati. Anche una delegazione italiana di osservatori è stata oggetto della violenza della polizia. Il gruppo è stato riportato a forza in un albergo dal quale gli è stato impedito di uscire. Intanto fuori, per le strade di questa meravigliosa città sulle rive del lago vulcanico, la polizia non ha risparmiato nessuno.
Le prime immagini video e le prime fotografie non lasciano dubbi sull'efferatezza della repressione. Donne, bambini, anziani a terra inermi sotto i colpi dei manganelli e delle mazze in dotazione alla polizia turca. Sangue ovunque sulle strade. Urla e il suono delle pallottole e dei tank che hanno ricordato l'orrore della guerra (e non solo quella che l'esercito turco continua a combattere contro i guerriglieri del Pkk asserragliati in Iraq).
In serata i feriti erano oltre settanta. Molti sono stati portati in ospedale. Almeno cinque in condizioni gravi. I fermati sono stati 130, una trentina sono stati arrestati negli uffici del Dtp.
Anche a Sirt e Hakkari ci sono stati violenti scontri, con la polizia scatenata in una vera e propria caccia all'uomo. A Hakkari i feriti sono stati ventitrè e i fermati una trentina. La polizia è entrata anche negli ospedali continuando la repressione anche contro i feriti. Arresti si sono registrati in tutte le città kurde. Nonostante la repressione centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza.
Dopo l'operazione via terra e via aria dell'esercito turco, una vera e propria invasione del nord Iraq, conclusasi con il ritiro delle truppe che non sono riuscite (per problemi di clima ma anche strategici) nella loro missione, eliminare il Pkk, c'era grande attesa e nervosismo per le celebrazioni del Newroz. Anche perché nel tentativo di recuperare terreno con la popolazione kurda il premier Recep Tayyip Erdogan aveva prima promesso aiuti economici per la regione del sud est e quindi aveva annunciato una sua visita subito dopo il Newroz.

La Chiesa e il crimine della pedofilia: anche per il nostro Paese è il momento della verità

L’Unità 25.3.08
Dopo «Sex, crimes and Vatican», documentario Bbc, e in attesa del processo a don Gelmini, Vania Lucia Gaito raccoglie in un libro le voci delle vittime
La Chiesa e il crimine della pedofilia: anche per il nostro Paese è il momento della verità
di Emiliano Sbaraglia

«Crimen sollicitationis» è la direttiva che dal ‘62 ha tacitato lo scandalo

Ricostruzione molte volte esemplare attenta ai gesti alle parole all’ambiente

Dal 13 marzo è in libreria Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (chiarelettere, pp.273, €13), un’inchiesta che colpisce cuore e stomaco del lettore, scritta da Vania Lucia Gaito, collaboratrice del blog di controinformazione «Bispensiero» per il quale, nel maggio del 2007, ha sottotitolato il documentario trasmesso per la prima volta dalla Bbc dal titolo Sex, Crimes and Vatican, al centro di una infuocata puntata di Anno Zero sul tema della pedofilia negli ambienti e tra i rappresentanti del mondo cattolico. Un dramma sociale, oltre che etico e morale, che ora questo libro colloca senza vie di fuga anche nel nostro paese, toccato nel profondo attraverso una serie di testimonianze dirette aumentate in maniera esponenziale in questo ultimo anno.
La realtà dei fatti è stata tenuta nascosta dal Vaticano per decenni, grazie soprattutto allo strumento del Crimen sollicitationis, documento scritto in latino, dunque destinato in primis soltanto agli «addetti ai lavori» (come nelle migliori abitudini della peggiore tradizione ecclesiastica) attraverso il quale, a partire dal 1962, le autorità ecclesiastiche recapitano ai vescovi di tutto il mondo una sorta di vademecum, con l’intento di non rendere pubbliche notizie e informazioni che potrebbero mettere sotto accusa di pedofilia preti e altre categorie clericali, almeno fino a quando ad indagare non sia stata per prima la Chiesa stessa; di questo documento, per circa vent’annim si è principalmente occupato l’allora cardinale Ratzinger, verificandone il funzionamento e il rispetto da parte dei vescovi dei dettami in esso contenuti.
Qualcosa sembra si stia finalmente muovendo in direzione della scoperta di molte verità sinora occultate, e una dimostrazione ne è anche la pubblicazione di questo volume, che raccoglie con impressionante meticolosità le voci le storie di coloro che hanno avuto la forza e il coraggio di superare paure e rimozioni più o meno volontarie, per raccontare i particolari agghiaccianti di vite per sempre segnate da terribili esperienze, fisiche e psicologiche.
Pescando nel torbido bosco delle numerosissime testimonianze contenute nel libro, si incontra tra le altre la vicenda che ha coinvolto Don Gelmini, tornata alla ribalta delle cronache nazionali pochi mesi fa. A proposito della quale si ricordano anche le strenue difese che alcuni organi di informazione hanno ospitato, come quella di Vittorio Messori, che su La Stampa dell’undici agosto scorso non aveva remore nello scrivere frasi di questo tenore: «E allora? Se Don Gelmini avesse toccato qualche ragazzo? E poi su quali basi la giustizia umana santifica l’omosessualità e demonizza la pedofilia?» (p.44).
In questa Italia così tanto impegnata a difendere i valori della vita sin dal suo concepimento, forse sarebbe il caso di porre una certa attenzione e impegnarsi con la stessa solerzia anche a difesa della sorte di tanti bambini e adolescenti, colpiti e violentati nel corpo e nella mente da chi del loro corpo e della loro mente dovrebbe occuparsi in ben altro modo.
Una battaglia tanto sofferta quanto complessa, che il lavoro di Vania Lucia Gaito dimostra essere non più rinviabile a data da destinarsi.

domenica 23 marzo 2008

Il Duca e il mistero del lago fantasma, I paesaggi di Piero

La Repubblica 23.3.08
Il Duca e il mistero del lago fantasma, I paesaggi di Piero
di Michele Smargiassi

Piero della Francesca è il pittore degli enigmi: i suoi dipinti sono pieni di simboli, allusioni, dettagli che rimandano a intrighi e perfino ad autentici "gialli". Ma nessuno finora aveva provato a sovrapporre i suoi panorami di fantasia a quelli reali e attuali. Ora la lacuna è stata colmata da due appassionate "cacciatrici di sfondi" che hanno percorso il Montefeltro in lungo e in largo fino a trovare le "location" che fanno da fondale al "Dittico degli Uffizi"
Nel baule dell´auto Rosetta Borchia tiene sempre un binocolo, una macchina fotografica, una mappa dettagliata della zona e l´opera omnia del pittore Da mesi la vedono girare con qualsiasi tempo

Urbino. Li hanno sotto il naso da mezzo millennio e non se n´erano accorti. I paesaggi di Piero. Proprio come li hanno letteralmente sotto il naso i due duchi, Federico da Montefeltro e la sua consorte Battista, nei ritratti gemelli che ce ne tramandano i profili, robusto e roccioso lui, levigata ed opalescente lei. Quelle colline verdastre, quegli specchi d´acqua, quei campi trapunti di alberelli non sono sfondi immaginari, non sono paesaggi idealizzati e simbolici come tanti critici hanno detto e scritto: quei rilievi e quei fiumi hanno un nome, un´identità, un indirizzo. Li si può andare a trovare, ancora oggi. Li stiamo andando a trovare, in effetti. Eccoli. Coi talloni nel fango di una vecchia carraia che s´inerpica sopra l´abitato di Urbania, in mano le riproduzioni del Dittico degli Uffizi, frughiamo con gli occhi la piana dove il Metauro, in meandri alberati, svanisce verso l´orizzonte. Dal paradiso dei pittori, Piero della Francesca ci vuol bene: ci ha prenotato una giornata fresca, luminosa, rugiadosa, c´è persino quella leggera foschia bassa, come nel mattino eterno delle sue tavole.
E lo vediamo. Si chiama monte Fronzoso. Il suo profilo a piramide è più netto a sinistra, appoggiato a un colle più basso sulla destra. Nella tavola, proprio sulla verticale del nasone aquilino di Federico, il colle dipinto ha lo stesso, identico aspetto. Bisogna ammetterlo. Persino le stesse ombre. «Convinto adesso?», sorride di soddisfazione Rosetta, la cacciatrice di paesaggi. «Quando l´ho trovato, per l´emozione non ho dormito tre notti».
Nel baule della macchina Rosetta Borchia tiene sempre un binocolo, una macchina fotografica, una mappa dettagliata del Montefeltro, e l´opera omnia di Piero nelle migliori riproduzioni disponibili. Da mesi la vedono girare con qualsiasi tempo per strade improbabili, fermarsi, scendere, scrutare, confrontare, fotografare. È bello essere un´ex dirigente comunale in pensione, una sessantenne piena di energia. Che voleva dedicare al suo splendido giardino-museo di rose antiche (seicento varietà) oppure ai suoi quadri, paesaggi marchigiani, naturalmente. Ma un giorno, mentre girava un video promozionale per l´agriturismo di un amico, di colpo il deja-vu: «Io qui vedo Piero». Piero chi, chiese l´amico. Piero l´unico, il grande, il "monarca della pittura". Rosetta non per nulla ha un diploma di Belle arti. E ha un´eccellente memoria visiva. La sera a casa, davanti al computer, il confronto tra le foto e i dipinti la convinse di aver visto giusto. «Ma io lo sapevo. Piero era innamorato del mondo che vedeva. Se fu capace di dipingere i nei sulla guancia di Federico, non poteva accontentarsi di uno sfondo di fantasia». Non restava che cercarli, rintracciarli uno per uno, i paesaggi "fotografati" da Piero, e rifotografarli dal punto esatto in cui li vide lui. «Qui ho fatto tagliare due alberi dal contadino, per avere la visuale libera». Tutto pur di strappare a Piero uno dei suoi segreti.
Che Piero sia pittore enigmatico, è cosa nota. Scarne le notizie sulla sua vita, un rompicapo la cronologia delle sue opere, un mistero le allusioni, i simboli, i dettagli disseminati nei suoi dipinti. Sull´identità dei tre personaggi in primo piano nella Flagellazione, conservata proprio qui a Urbino, lo storico Carlo Ginzburg scrisse Indagini che fecero accapigliare le accademie. Al paragone, i paesaggi sullo sfondo del doppio ritratto dei duchi di Urbino (e dei loro allegorici Trionfi, dipinti sul retro delle due tavolette) sono sempre apparsi molto meno problematici ai grandi lettori d´arte. Piero, in fondo, è un maestro dei corpi e delle prospettive architettoniche. E l´invenzione del paesaggio come genere pittorico a pieno titolo doveva aspettare ancora qualche decennio, almeno fino alla Tempesta del Giorgione. Quegli sfondi monfeltrini sono un po´ diversi, è vero, dalle rocailles e dalle colline convenzionali degli altri rari scenari naturali dei dipinti di Piero. Ma anch´essi da liquidare in poche righe. Paesaggi «severi e dignitosi» ma impersonali, tagliò corto il Berenson. «Non uno scenario ma un luogo della mente», stabilì il Focillon. «Paesaggio simbolico» in cui «non si possono identificare precisi elementi topografici», riprese lo Hartt, per il quale anche le quattro barche dipinte dietro i Trionfi sono solo un´allegoria delle virtù cardinali.
Eppure è perfino ovvio che lo sfondo di un ritratto encomiastico debba avere qualche relazione con l´omaggiato. Il dittico di Urbino, oltretutto, era uno speciale oggetto d´affezione per Federico, duca guerriero, condottiero illuminato, sovrano umanista: lo aveva commissionato al suo protetto, amico e quasi coetaneo Petrus de Burgo Sancti Sepulchri, pittore già affermato, non per esporlo, ma per tenerlo vicino a sé, piegato in due come un libro, riposto in uno scaffale del suo meraviglioso studiolo intarsiato, da aprire in solitudine, tuttalpiù con gli intimi, sospirando di rimpianto per la sua amata Battista, morta prematuramente di parto nel 1472. Si può immaginare che Federico volesse avere sempre con sé non solo il volto dell´amata, ma anche il panorama che avevano condiviso, che adorava, le dolci colline del Montefeltro, i suoi possedimenti, i luoghi del riposo, della caccia, della sovranità. A questo, fin dai tempi di Plinio, servivano i parerga, paesaggi "proprietari", dipinti sulle pareti domestiche per deliziare ogni giorno l´occhio del loro padrone. Piero del resto, ce lo assicura Vasari, era il pittore più adeguato al compito, essendo il «miglior geometra che fusse ne´ tempi suoi». Sapendolo, alcuni studiosi hanno tentato di essere più precisi nell´identificazione: il Clark parla di «domini» ducali, Caldarelli di «terra di Urbino», Paolucci addita deciso il Montefeltro, Battisti azzarda, avvicinandosi alla verità, la valle del Metauro. Altri però si dirigono lontano, Bertelli pensa di vedere Volterra, Salmi addirittura il Trasimeno e la Valdichiana.
«Non voglio insegnare niente a nessuno, gli studiosi ne sanno più di me», ammette Rosetta, «ma non s´allontanano dalle loro scrivanie. Io quei paesaggi li ho cercati, trovati, e glieli metto volentieri a disposizione». Delle sue scoperte, Rosetta farà forse un libro. È preparata alle inevitabili contestazioni dei luminari: «Sono solo una cercatrice». Ma in fondo, perché tanti sforzi? Cosa cambia se Piero questi monti li ha visti, o solo immaginati? «Questo lo diranno gli studiosi. Noi pensiamo solo di avere trovato qualche elemento in più per i loro giudizi».
Non è stato difficile. Bastava ricalcare i passi di Piero. Che per andare dalla sua Sansepolcro a Urbino, dove arrivò la prima volta nel 1460 per soggiornarvi spesso, ospite del padre di Raffaello, aveva a disposizione un´unica strada: la via di San Pietro, delle Capute e di Monte Spadara. «I paesaggi che poi dipinse poteva averli visti solo lì, nei suoi lenti spostamenti, nelle soste su un poggio, all´apertura di una curva». Rosetta ha percorso avanti e indietro la stessa strada: e ha trovato per primo il paesaggio del duca. Poi ha seguito la via che portava Piero agli altri suoi mecenati, i Malatesta di Rimini: e quaranta chilometri più a nord ha pescato anche lo sfondo della duchessa. È l´orizzonte che si abbraccia dalla rocca di San Leo, guardando verso sud. O meglio si abbracciava, perché da allora una parte dello sperone è crollato, e il punto di vista preciso qui Rosetta non l´ha trovato, forse non esiste più. Ma quella collina sotto il mento della Battista, con il suo profilo singolare, c´è ancora: è il Maiolo, solo che c´è voluta una ripresa aerea per capirlo. Del resto, Rosetta non s´affida solo ai suoi occhi. Chiama in aiuto la scienza. Assieme a lei, coinvolta o meglio travolta dall´entusiasmo dell´amica, c´è spesso, come oggi, Olivia Nesci, geomorfologa all´università di Urbino. Tavolette dell´Igm con altimetrie e orografie alla mano, analisi della composizione dei suoli quando serve, accredita o smentisce le proposte di Rosetta. Sul Fronzoso, per esempio, dà semaforo verde: «Osservi, nel dipinto c´è un salto netto di colore fra un versante e l´altro; non sembra solo indicare un´ombra, ma una differenza nel manto vegetale. Ora guardi il monte: anche oggi da una parte c´è il bosco, dall´altra il prato, non è un caso, è l´effetto di una composizione del suolo che improvvisamente cambia, da un lato calcareo-marnoso, dall´altra argilloso...».
«Convinto?», insiste Rosetta. Sì e no. Il Fronzoso lo vedo. Ma il lago dov´è? Si scambiano un´occhiata. Certo, il lago è stato un bel problema. Niente laghi con barche, in Montefeltro. E il Metauro è un torrente stretto, incavato e ghiaioso. Il Tasso diceva: più ricco di gloria che d´acqua. Ma non è sempre stato così. Nel Quattrocento era navigabile: lo dimostrano antichi toponimi (Barcaiola, Marecchia...) e alcune stampe antiche. «Proprio negli anni in cui Piero dipingeva era in atto una "piccola era glaciale" di tre secoli, con grandi piogge e fiumi straripanti», spiega la professoressa Nesci. Il duca, dicono le tradizioni, raggiungeva via acqua il Barco, la sua tenuta di caccia, che forse si intravede nel dipinto, là dove una linea più scura potrebbe essere un antico cerreto, storicamente documentato. Più che un grande lago, lo specchio d´acqua in primo piano potrebbe allora essere un bacino temporaneo, un allagamento accidentale, o magari anche programmato, per creare una zona umida favorevole all´uccellagione: a Urbania ci sono tracce di una chiusa, sotto il ponte antico. Un lago da loisir. «Vede questa sponda arrotondata? E questo sperone triangolare? Si vedono ancora, nei rilievi altimetrici». Non è troppo grande lo stesso, il lago? «Piero era un maestro della prospettiva: e la prospettiva esagera i primi piani». Il bacino sembra passare dietro la figura di Federico, alle cui spalle si nota un altro colle su cui pare d´intravedere una torre. Rosetta e Olivia pensano di riconoscerlo come il paesino di Peglio. Ma la veduta non combacia al cento per cento. Notti intere a incollare col Photoshop le fotografie sul dipinto, e il puzzle non viene mai. Poi una folgorazione: «È un montaggio quasi cubista. Quelle ai due lati del duca sono due vedute dello stesso paesaggio, ma prese da punti di vista diversi, accostate per dare l´impressione di continuità».
Ma ammettiamolo, non tutto torna. «Siamo solo all´inizio della ricerca». Il paesaggio dietro la Battista fa ancora resistenza. Se quello è Maiolo, attorno dovrebbero esserci rilievi un po´ più aspri di quelli che Piero ha dipinto. E di quelle strade e mura, di quella torre dipinta con precisione, non c´è traccia. «Be´, Piero non era davvero un fotografo. Lavorava in studio. Forse su schizzi presi dal vero, ma solo dei rilievi più significativi». Strade, costruzioni, edifici possono essere stati enfatizzati per sottolineare l´operoso buongoverno ducale. Un paesaggio è anche un documento politico. Nello sfondo di Federico, ad esempio, Piero ignora il Sasso Simone che apparteneva ai Medici, con cui il duca non era in splendidi rapporti. Forse per questo il paesaggio dietro ai Trionfi, che non sono più semplici ritratti ma allegorie, è un puzzle in cui si mescolano topografia e mito. Il monte al centro della doppia immagine è quasi certamente il Mont´Elce, sempre nella valle del Metauro, visto da Ovest. In passato si chiamava Mons Asdrubali, perché ai suoi piedi, secondo la tradizione, i romani sconfissero il fratello di Annibale durante la seconda guerra punica. Quale sfondo migliore per l´apoteosi del duca-guerriero in armatura lucente? Lo stiamo guardando nella stessa prospettiva, dalla sommità di Pieve del Colle: ma è tutto un po´ più aspro che nel dipinto. «Però vede? C´è la nebbiolina, nel quadro, che attenua i rilievi». Sì, ma c´è di nuovo un lago fantasma. Un altro, e questa volta sembra lungo lungo, e ha perfino un´isola. Un´altra alluvione? «Laggiù c´è una collinetta, proprio in mezzo alla piana, la chiamano ancora Isola». Non mollano mai, le due cacciatrici di paesaggi. «Faremo qualche rilievo sul fondovalle per vedere se c´è il letto fossile di un bacino fluviale più ampio di quello di oggi».
Ma la sera ormai incombe, e il paesaggio di Piero si va oscurando. La caccia riparte domani, Rosetta? «Non mi sono mai divertita tanto. Non credo che smetterò. Anzi, sa una cosa. Prima, dietro quella curva, penso proprio di avere intravisto un Raffaello».

sabato 22 marzo 2008

Stendhal. Passioni e sorprese d’amore

La Repubblica 22.3.08
Stendhal. Passioni e sorprese d’amore
Le opere raccolte nei Meridiani
di Daria Galateria

A quindici anni si innamorò furiosamente di Mademoiselle Kubly, ma quando la vide venire verso di lui si sentì svenire e scappò via
La deliziosa Lamiel paga un ragazzino per conoscere il sesso e ne fu delusa

Mademoiselle Kubly, la cantatrice, era così giovane, che aveva i seni ancora immaturi. Ciononostante Stendhal, a quindici anni, se ne innamorò furiosamente; prese lezioni di musica, e era sempre a teatro; un giorno che passeggiava tra i castagni del Jardin de Ville di Grenoble, la vide apparire; veniva verso di lui. Stendhal si sentì svenire, girò sui tacchi e scappò. Così, due anni dopo, nel 1800, era ancora alle prime armi quando in Italia conobbe il battesimo del fuoco e dell´amore.
«E´ tutto qui?», pensò - o comunque, è quello che scrisse nell´autobiografica Vita di Henry Brulard. La traversata del San Bernardo, tra i ghiacci e la nebbia, era stata ardua, e specie la discesa; il giovane soldato dell´Armata d´Italia si espose al fuoco sull´Albaredo («era una specie di verginità che mi pesava come quell´altra»); erano tutti ventenni dietro a un generale di 27; lui vide forse Napoleone per la prima volta. Stendhal parlava ai curati in latino, e imparava l´italiano; il Matrimonio segreto di Cimarosa lo abbagliò; e poi il sole, le milanesi: «il più bel momento» della vita. Eppure, nello stesso passaggio dell´Henry Brulard, dichiarerà di non ricordare in quale bordello, e con chi, aveva perso in quei giorni l´innocenza.
Ripensa a quella frase («E´ tutto qui?») Mariella Di Maio, concludendo la magistrale cura dei tre volumi di Romanzi e Racconti di Stendhal (il terzo Meridiano esce ora da Mondadori, con la Certosa, le Cronache italiane e Lamiel tradotti con estro stendhaliano da Maurizio Cucchi, pagg.1535). E accosta quelle parole alla risata «cristallina e metafisica» della deliziosa, ingovernabile Lamiel, la contadinella dell´ultimo romanzo di Stendhal, quando paga un ragazzino per conoscere l´amore: «Voglio essere la tua amante»; «Ah, allora è diverso» disse Jean, agitato; e così, senza trasporto, senza amore, il giovane normanno fece di Lamiel la sua amante. «"Non c´è nient´altro?", chiese la fanciulla; "No", rispose Jean».
Lamiel («possibile? L´amore è solo questo?») dà cinque franchi al «povero Jean», poi si siede a terra: «si asciugò il sangue e non prestò attenzione al dolore. Poi scoppiò a ridere, ripetendosi: Ma come! Il famoso amore è tutto qui?!». Questa scena «insopportabile» salda tanti conti di Stendhal: la rievocazione della giovinezza, nell´attimo di più forte cristallizzazione mitica, e la noia presente, «che rende possibile il komico»(sic); l´amore degradato da un riso beffardo, pur se appunto argentino - è un po´ il finale dell´Education sentimentale di Flaubert: il momento più bello della vita è stato, per il protagonista, la prima visita a una casa d´appuntamenti, un mazzo di fiori di campo in mano. Naturalmente, anche per Lamiel Stendhal prevedeva l´amour - passion - come poteva essere altrimenti, per il «tenero amico delle donne» (Simone de Beauvoir)? Ma per le anime femminili, energiche e forsennate non ci sono più amori carbonari, guerre e rivoluzioni.
Lamiel si innamora di un bandito. Il bandito ha un modello: Lacenaire. Dandy pluriassassino, e senza motivo, Lacenaire non si scompose, quando nel 1836 fu ghigliottinato. Per tutto il 1835, in un seguitissimo processo, Lacenaire aveva «intenerito il secolo» con le sue parole «fredde e colorate». I morti della rivoluzione di Luglio, in un lustro, erano già diventati ridicoli, aveva affermato. Le rivendicazioni sociali, e la «rivolta, con tutta la sua nostalgia di una morale» (Baudelaire) diventavano, con lui, e all´epoca del re borghese, vendetta solitaria. Svanite le fulminanti carriere napoleoniche, i falliti d´ingegno del 1830 sentono che la fortuna non si può più strappare con un gesto d´energia, e mimano, con l´atto disperato del crimine, l´illegalità rivoluzionaria. Tra il 1839 e il 1841, l´incantevole Lamiel non conclude la sua carriera libertina, né Stendhal il suo romanzo: però lo scrittore annota, del bandito che Lamiel ama: «tre omicidi senza motivo (come Lacenaire)».
Questo romanzo ferisce perché Stendhal non usa qui il suo prestissimo per suscitare con vertiginosa sobrietà di mezzi le forsennate passioni. Il romanticismo va scolorando, e anche la grazia del razionalismo settecentesco. Stendhal si sta davvero misurando col nuovo secolo; «diventeremo una borghesia rispettabile», assicura Sansfin, il dottore gobbo che istruisce Lamiel: eppure è in atto, in quel momento, un´insurrezione. Per questo si cerca di non pensare a Lamiel, che è un romanzo bellissimo, ma che prende alla gola, perché Stendhal - che alle ultime pagine ha già avuto un colpo apoplettico - mette il cuore al ritmo di un´epoca indigente. Mariella Di Maio raccomanda di rileggere la «prima volta» di Lamiel, e tutto il romanzo: Stendhal vi «lascia deflorare il suo immaginario romantico dell´Eros», e così di nuovo ci stupisce come «grande (forse il più grande) narratore realista».
Diceva Stendhal che la sua vita morale era iniziata a sette anni, nel 1790, quando la madre era morta di parto; aveva cominciato allora a «dire male di God». Così, per tutta la vita si era divertito a costernare i moderati con discorsi giacobini, e mille mistificazioni. Nel «nido di rondine» di Civitavecchia, dove era console, gli era venuta a mancare anche questa risorsa. Ma alla Biblioteca Vaticana aveva scoperto dei manoscritti italiani del Cinquecento, che fece copiare. Erano storie sanguinarie di incesti, vendette, fughe, veleni, adulteri. Se ne ispirò per molte novelle; e per la Certosa. Per Lamiel, Stendhal non ha una fonte cronachistica, ma un personaggio, Lacenaire appunto - e anche Lamiel è il romanzo di un personaggio. L´ultima, grandissima stagione di Stendhal narratore stava chiudendosi. «Trovo che non ci sia niente di ridicolo a morire per strada se non lo si fa apposta», aveva scritto Stendhal a un amico, l´8 aprile 1841. Un anno dopo successe, alle 7 di sera, in una via di Parigi.
Eppure a luglio lo scrittore aveva conosciuto ancora «un´oasi».
Era arrivata a Civitavecchia, con una lettera di raccomandazione per il console, la moglie di un pittore, Cecchina Bouchot. Era figlia di un famoso cantante, era alta e bruna, un viso «italiano»; voleva far bagni di mare. Stendhal le fece leggere la Certosa, e conversò - quello che più gli mancava di Parigi. Un giorno lei lo accolse in un déshabillé così eloquente che il console - intimidito dal fisico appesantito, dai suoi 58 anni, e dall´attacco che, mentre scriveva sul caminetto Lamiel, lo aveva fatto quasi precipitare nel fuoco - fu costretto a farla capitolare.

giovedì 20 marzo 2008

Pd e Compagnia delle Opere Pranzo «segreto» di Veltroni

Pd e Compagnia delle Opere Pranzo «segreto» di Veltroni
Corriere della Sera del 20 marzo 2008, pag. 10

di Andrea Garibaldi

Il candidato premier Walter Veltroni getta reti in campo avverso. Pranzo riservato, ieri in una casa d'accoglienza nei dintorni di Pavia. A tavola, i massimi dirigenti della Compagnia delle Opere. Con Veltroni, il giovane e fedele segretario del Partito democratico lombardo, Maurizio Martina.



La Compagnia delle Opere è un colosso economico, costola di Comunione e Liberazione. Ventinovemila imprese, mille organizzazioni no-profit, 500.000 addetti, trentacinque sedi in Italia, tredici all'estero, deposito potenziale di milioni di elettori. Riferimento politico, da sempre, il governatore della Lombardia, Formigoni, Pdl.



Il presidente della Compagnia, Raffaello Vignali, al pranzo non c'era: è candidato in Lombardia con il Partito del popolo della libertà. Ma il vice presidente Massimo Ferlini viene dalla sinistra, la persona giusta per fare da ponte con il nuovo Pd. Dall'altra parte il giovane Martina, 30 anni, caro a Veltroni, era l'uomo con le carte migliori per organizzare il delicato meeting: origini nel bergamasco, dove la Compagnia è radicata, famiglia di tradizione cattolica e dichiarazione come: «Non mi sono mai sentito comunista». Pranzo cordiale, discorsi sulla sussidiarietà, su ciò che le imprese private possono svolgere nelle veci del pubblico.



Prove di affidabilità. Il Pd che si incunea in mondi una volta lontani, invasione di campo potrebbero chiamarla Berlusconi o Formigoni. Dimostrazione che Veltroni nulla lascia d'intentato in questa serrata rincorsa elettorale. Dietro le quinte è sulla scena, n segretario Pd ripete che ci sono ancóra 30 elettori indecisi ogni cento.



Ieri comizi a Pavia, Lodi e Piacenza. Cuore di Lombardia, con sconfinamento emiliano. Le provincie visitate da Veltroni sono arrivate a quota 65, ne mancano altre 45. Vanno registrate 2 nuove toccate a Fini, che il giorno prima aveva attaccato l'ex sindaco di Roma sulla pensione da parlamentare Europeo. A Lodi Veltroni parla di ciò che accadde nella caserma di Bolzaneto, durante il G8 a Genova: «In qualche caso si è andati ai limiti di una violenza intollerabile ci sono state responsabilità politiche che vanno accertate». Dal pubblico, una voce: «Dove era Fini?». Veltroni subito rende omaggio al lavoro di «tutti i ragazzi che garantiscono la sicurezza nel Paese», ma dice anclie che l'Italia «deve ratificare al più presto la Convenzione sui diritti umani che condanna la tortura». A Pavia e a Piacenza dice che «An è stata presa in questi giorni regolarmente a schiaffoni, sono stati scelti candidati che volevano altri. Del resto ognuno è vittima delle proprie macchinazioni».



La giornata si conclude a Piacenza con la visita spettacolare a casa di Marie Saitta, 15enne. Lo zio militante siciliano del Pd, aveva scritto a Veltroni per dirgli che la nipote sua fervente fan e che voleva invitarlo a casa. Detto, fatto. Corte di pullman scortati fino in periferia e il candidato incontra Marie e famiglia. Rinfresco con cannoli siciliani.

«Quelle parole non furono scritte dal geografo di Efeso Ecco perché la filologia classica smentisce la chimica»

Corriere della Sera 20.3.08
Canfora confuta le tesi dell'edizione critica del papiro
Dietro la maschera di Artemidoro
«Quelle parole non furono scritte dal geografo di Efeso Ecco perché la filologia classica smentisce la chimica»
di Luciano Canfora

Finita la festa di Berlino, esauritosi il monologo, si impone un bilancio. La constatazione più immediata è che la gran parte dei dati di fatto presentati, tre mesi or sono, nel volume laterziano Il papiro di Artemidoro è rimasta senza risposta. Essi riguardano anacronismi, errori geografici, lingua tardiva.
Ma innanzitutto riveliamo al lettore la vera novità di Berlino, prontamente travasata nelle colonne del Sole 24 ore, che rischia di essere soverchiata dal chiasso. Il reperto di partenza ha cambiato natura. Era una maschera funeraria di cartapesta, ora non lo è più! Due anni fa, alla mostra di Palazzo Bricherasio a Torino, ricca e documentata, non c'era nessuna foto dell'oggetto- matrice, allora definito «maschera», da cui l'Artemidoro sarebbe scaturito. E nemmeno dieci anni fa, nell'importante saggio-annuncio, con parziale edizione, dell'Artemidoro ( Archiv 1998) ve n'era traccia. Perciò avevamo previsto che, dati i crescenti dubbi sull'autenticità del papiro, alla fine, una qualche foto di una qualche cosa sarebbe venuta fuori ( Papiro di Artemidoro, p. 18). Ma cosa? Di maschera aveva reiteratamente parlato uno studioso prudente quale il Settis e con insistenza una maschera ostentava il filmato che accompagnava ininterrottamente i visitatori del Palazzo Bricherasio. Nel manifesto dell'8 febbraio 2006 un «esperto» parlò di «ammasso di cartapesta da un cartonnage di mummia». Quattro giorni prima, su Repubblica, Settis parlò di «maschera di mummia in cartonnage». E nel catalogo Tre vite un intero capitolo fu dedicato a spiegare cosa fosse un cartonnage. Fu reiteratamente proclamato che proprietario della maschera era stato il discusso collezionista tardo-ottocentesco Kashaba Pasha, di cui il Metropolitan Museum possiede un manipolo di maschere ben protette. Ora le parole maschera e cartonnage sono scomparse (edizione Led, p. 60), ed è nato il Konvolut, che un tempo era detto Konglomerat. La colla viene quasi del tutto estromessa, si parla di «qualche punto tenuto fermo con un poco di colla». Tutto si basa sulla postuma foto sfoderata per l'occasione berlinese dal venditore e l'oggetto raffigurato viene descritto così: «imbottitura di una cavità non meglio precisabile, ovvero struttura portante di qualche supporto di natura indefinita». Sic. Ad ogni modo l'inelegante gesto tardivo che avevamo previsto è stato compiuto. Potenza dell'arte fotografica. Ma la postuma foto, definita comicamente «prova schiacciante», apre ulteriori problemi anziché risolverne. «Purtroppo — viene ora asserito — l'unica riproduzione disponibile del Konvolut lo mostra già parzialmente smontato, e non consente di avere indicazioni precise né sulla parte più esterna di esso, né sulla forma che presentava quando era intatto». In pratica, quell'oggetto non l'ha visto nessuno e la foto unica disponibile è tale da suggerire qualunque ipotesi. Tra l'altro ci si chiederà: ma allora qual mai oggetto conservava Kashaba nella sua collezione? Una cavità imprecisata? E se la maschera esce di scena, sotto che forma sarebbe a suo tempo fuoruscito dall'Egitto l'ineffabile oggetto? E chi ha tirato fuori la storiella della maschera? Si voleva mascherare una esportazione illegale? Aveva proprio ragione il saggio e dotto Peter Parsons ( Times Literary Supplement dello scorso 22 febbraio) nel collegare reticenza su questo punto e «skulduggery» («loschezza»)... Come poi potesse un oggetto alto 33 centimetri e largo 11 contenere 3 metri di papiro artemidorico più venticinque documenti (il dono del venditore all'Università di Milano) resta un mistero. Ma forse è quasi spietato continuare a porre domande ad una fotografia postuma.
Capiamo bene che lo sfoderamento obtorto collo della foto e la conseguente liquidazione della teoria-maschera hanno come obiettivo di aggredire l'ipotesi che l'Artemidoro sia opera di un falsario. Il ragionamento, deboluccio, è che un falsario non avrebbe fatto a pezzi il suo prodotto per mascherarlo in un ammasso di cartapesta. Leggemmo già questo pensiero su la Repubblica nel lontano 16 settembre 2006, e la scarsa logica del ragionamento non cessa di stupirci. Chi sa perché solo il falsario avrebbe dovuto o potuto fare ciò.
Avevamo previsto che si sarebbe sprigionato uno scintillio di analisi chimiche e di carbonio 14. È quanto è avvenuto a Berlino nei giorni scorsi, dove per fortuna qualche voce prudente ha ricordato agli astanti i margini di errore. Poiché però nella credenza popolare il ricorso alle scienze «dure» come ancelle delle scienze «molli» ha un certo effetto, conviene qui ripetere: 1) ovviamente la datazione con C14 è stata effettuata sul supporto papiraceo, non sull'inchiostro; 2) dell'inchiostro — come era da aspettarsi — ci vien detto che i materiali costitutivi sono quelli propri degli inchiostri antichi (edizione critica Led, pp. 66-77); 3) le ricette degli inchiostri antichi si trovano, a portata di chiunque, in Plinio e in Vitruvio, nonché (un esempio tra tanti) nella gloriosa e diffusissima «Encyclopédie méthodique »; 4) i falsari capaci si servono di supporti papiracei antichi. È inutile sfondare coi carri armati una porta spalancata.
Avevamo previsto che dei due ben differenti problemi — carattere tardivo del testo e ricerca del vero autore — sarebbe stato affrontato piuttosto il secondo che il primo. Ed è andata puntualmente così.
E veniamo perciò alle questioni lasciate senza risposta. Abbiamo dimostrato che la colonna IV del papiro (righi 1-24) è un collage di testi tardivi: due provengono da due differenti opere di Marciano (IV d. C.), un paio di righi riprendono una forma di Tolomeo e dello stesso Marciano, e per colmo di sventura viene accolto anche un errore di calcolo dovuto a Tolomeo (pp. 289-306 = Led, p. 222). La deduzione è palmare: come può uno scritto sorto comunque dopo il IV d. C. trovarsi su di un supporto del I secolo avanti o dopo Cristo, a piacere? Può aver fatto ciò soltanto un falsario. Ma anche se credessimo nei miracoli o in una lunga catena di coincidenze fortuite, resterebbe comunque insormontabile l'assurda affermazione del papiro, secondo cui intorno al 100 a. C. (allorché Artemidoro visitò l'Occidente) la provincia romana della Hispania Ulterior avrebbe incluso «la Lusitania tutta». Insormontabile non solo per l'errore in sé, visto che si tratta, com'è ovvio, della Lusitania «in accezione meramente geografica» (Led, p. 220), ma soprattutto perché il frammento 21 di Artemidoro- Marciano dice il contrario: che cioè la Ulterior giungeva allora «fino alla Lusitania». Inutile cavarsela dicendo che all'epoca i confini erano poco chiari (chi sa perché). Il problema è che Marciano lì sta ricopiando proprio il brano artemidoreo che ci illudiamo di trovare nel papiro: il che dimostra che l'Artemidoro che lui leggeva diceva esattamente il contrario di ciò che troviamo nel papiro.
Altra questione: lo sconclusionato testo proemiale delle colonne I e II. Fantastico l'esordio. «Colui che si accinge ad un'opera geografica (era esatta la traduzione figurante nel catalogo, errata quella Led, p. 196) deve fornire un'esposizione completa della propria scienza dopo avere in precedenza soppesato (ovvero, plasmato: a piacer vostro) l'anima con volontà protesa alla vittoria». Ripetiamo per l'ennesima volta che questo (beninteso ad assumerlo per autentico) non potrebbe che essere l'esordio generale, l'avvio del libro I, strambamente però piazzato in testa al libro II (Spagna). Vana la riluttanza a prenderne atto (Led, p. 108). Che razza mai di rotolo era questo? Non leggiamo oltre. L'addensarsi massiccio, in così breve spazio, di espressioni e lessico tardo-antichi e bizantini non fu che l'inizio. Poi ci si parò dinanzi la cascata degli anacronismi, errori geografici etc...
Per difendere l'indifendibile impasto del divagante proemio, ci viene ora citato un caso: «l'aggettivo alitemeros, noto solo dall'Etimologico Magno è inaspettatamente riemerso nel 1972 in un papiro di Colonia che contiene versi di Archiloco» ( Il Sole di domenica scorsa, p. 48 = Led, p. 57). Viene però sottaciuto che l'Etimologico mette quel termine in relazione con un passo di Callimaco, e nessuno si stupirebbe di trovare in Callimaco una parola già adoperata da Archiloco. L'Etimologico non è che un vocabolario: un verso di Dante citato nel dizionario del Battaglia non per questo diventa del XX secolo. Aggiungiamo poi che alitemeros è già in Esichio e inoltre è stato agevolmente ripristinato in Esiodo, Scudo 91. Insomma, il parallelo è inconsistente, o meglio inesistente, a fronte delle moltissime espressioni cavate dai Typikà di conventi dell'Athos o da Manuele Gabalas o anche da Matteo di Efeso o anche dai Basilici e da Giovanni Cinnamo (se proprio si preferisce plasteusanta al ben più probabile talanteusanta del r. 3). Il ricorso all'«asianesimo» non serve.
Un argomento già ben noto, che campeggiava nel mitico catalogo Tre vite, suonava così: nel papiro figurano due toponimi, Ipsa e Cilibe, «che finora conoscevamo solo da monete» (p. 91). Nel Papiro di Artemidoro (pp. 313-314) abbiamo agevolmente dimostrato che i Cilibitani ci sono già in Plinio, per giunta nella stessa pagina in cui figurano altri toponimi che ritroviamo nel papiro, e inoltre in Rufo Festo Avieno. Cilibe è uscita di scena (Led, p. 256), ed ora è rimasta soltanto Ipsa (Led, p. 58 = Sole, p. 48). Ma il bello è che avevamo anche chiarito che il toponimo attestato da monete non è Ipsa, ma l'iberico Ipses (dunque un altro) e trovasi da tutt'altra parte. Raccomanderei di cercare ancora in Plinio... Non giova tagliar corto con un perentorio «Ipsa dixit». In tutta questa devozione per Ipsa non si è fatto caso ad un fenomeno macroscopico: ne tacciono, pur nell'ambito di analitiche rassegne della Betica, Strabone, Plinio, Tolomeo (dalle straripanti liste) e addirittura Marciano (utilizzato a corrente alternata). E invece il toponimo inaudito sbucherebbe fuori nell'ultra-selettivo periplo del cosiddetto Artemidoro, dove però mancano numerosi importanti toponimi costieri della Spagna (Hemeroskopeion, Abdera, Malake) che invece dai frammenti del vero Artemidoro sappiamo figurare nel libro II.
Caduto tutto il resto, ci si appella al «sampi con un'unità sovrapposta in funzione di esponente » (Led, p. 58 = Sole p. 48), peraltro «mai affermatosi nella tradizione grafica greco-egizia », tanto da indurre i nostri alla fantasiosa ipotesi di un modello in viaggio dalla Ionia (Led, p. 92). Avevamo già dato qualche informazione al riguardo (pp. 310-311). Altre daremo in un imminente volume. Qui ci basti far notare che quel segno era conosciuto già dalle epigrafi della Caria, studiate fin dalla metà dell'Ottocento (quelle di Cnido dal 1863). Non nasconderemo al lettore che dell'alfabeto cario, di cui quel segno è la trentaduesima lettera, il poliedrico Simonidis fu cultore virtuoso: tanto da scrivere un'intera, falsa, pergamena di Aristotele tutta in alfabeto cario.
Ma forse è giunto il momento di ribadire per l'ennesima volta che le questioni sono due e ben distinte: a) il cosiddetto Artemidoro non può essere tale perché incorpora testi di molto successivi, b) se però il papiro che lo tramanda si colloca davvero, e non stentiamo a crederlo, tra 40 a. C. e 130 d. C., allora, purtroppo, è opera di un moderno. Ovviamente potrebbe essere «salvato» se un'altra provvidenziale analisi al carbonio venisse in soccorso, e collocasse il supporto — che dire — tra Diocleziano e Giustiniano, oppure tra Giustiniano e Manuele Gabalas, oppure tra Gabalas e Meletios. Non si sa mai. La scrittura non costituirà impedimento. L'accostamento, riproposto da ultimo più vigorosamente di dieci anni fa, col cosiddetto papiro di Cleopatra, è talmente inconsistente che può essere agevolmente accantonato. E si offre invece una ghiotta possibilità: quella dei papiri ercolanesi, accostamento che non era sfuggito, anzi era cautamente prospettato nell'Archiv del 1998. Certo, sarebbe un po' curioso ritrovare in Egitto scritture di tipo ercolanese, ma, com'è noto, per fortuna, nel XVIII secolo e al principio del XIX i papiri di Ercolano furono ricopiati, disegnati, in album di facile accesso (disegni che, sia detto a onor del vero, Simonidis conosceva benissimo).
Dicono che, dopo la sosta berlinese, il papiro passerà a Monaco. Non sappiamo se sia intenzionale questo ripercorrere le tappe del viaggio, non proprio trionfale, che portò Simonidis a rifugiarsi a Monaco dopo la fuga da Berlino a seguito dello smascheramento dell'Uranios. Dalla capitale dell'allora regno di Baviera, egli lanciò una sfida ai suoi critici con un pugnace libretto intitolato Sull'autenticità di Uranios.
Chi sa se, alla mostra monacense del prossimo luglio, non si accompagnerà un nuovo pugnace opuscoletto intitolato Sull'autenticità di Artemidoro. Resta la domanda se, una volta finite queste peregrinazioni nei luoghi simonidei, toccherà anche all'Artemidoro, come al buon Simonidis, di finire i suoi giorni in Egitto.

mercoledì 19 marzo 2008

Vescovi, Veltroni non è Zapatero Basta leggere la storia

Vescovi, Veltroni non è Zapatero Basta leggere la storia
Liberazione del 19 marzo 2008, pag. 6

di Laura Eduati
Il 30 gennaio scorso la Conferenza episcopale spagnola dirama un documento sulle elezioni che si sarebbero svolte il 9 marzo, chiedendo ai cittadini di non votare Zapatero.
A dire il vero, nel documento il premier socialista non viene mai nominato. La formula utilizzata dai vescovi è molto più fine. Dicono agli spagnoli: non votate chi dialoga con l'Eta (cioè Zapatero); non votate chi introduce forme di unione diverse dal matrimonio eterosessuale (cioè Zapatero); né chi tenta di imporre l'ora di educazione civica (cioè Zapatero). Ecco uno stralcio del documento: « Non tutti i programmi sono ugualmente compatibili con la fede e le esigenze della vita cristiana, né sono in ugual misura vicini agli obiettivi e ai valori che i cristiani devono promuovere nella vita pubblica.
I cattolici e i cittadini che vogliano agire in maniera responsabile devono, prima di appoggiare con il voto l'una o l'altra proposta, soppesare le diverse offerte politiche tenendo conto del valore che ogni partito, ogni programma e ogni dirigente concede alla dimensione morale della vita (...). Non si deve confondere l'aconfessionalità o la laicità dello Stato con l'assenza di vincoli morali o l'esenzione dagli obblighi delle morali oggettive ».
« E' importante affrontare con determinazione e chiarezza di propositi, il pericolo di opzioni politiche e legislative che contraddicono i valori fondmentali e i principi antropologici ed etici radicati nella natura dell'essere umano come la difesa della vita umana dal concepimento alla morte naturale, e la promozione della famiglia fondata nel matrimonio, evitando di introdurre nell'ordinamento pubblico altre forme di unione che contribuiranno a destabilizzarla, oscurando il suo carattere proprio e la sua insostituibile funzione sociale ».
Parole molto simili a quelle usate ieri dal segretario della Cei, mons. Giuseppe Betori, in riferimento alle elezioni italiane.
La risposta (furiosa) del partito socialista arriva il giorno dopo, il 31 gennaio: « L'immensa maggioranza degli spagnoli, cattolici e non cattolici, difendono lo Stato costituzionale e difendono una società laica, nella quale ogni singola persona abbia il diritto di vivere secondo le proprie idee e convinzioni, senza che nessuno imponga la sua dottrina agli altri. E' evidente che i vescovi che hanno firmato quel comunicato non credono in quel tipo di società. E' per questo motivo che sono così lontani dalla società spagnola di oggi ».
Il 10 marzo Walter Veltroni scrive una lettera di congratulazioni a Zapatero, per una vittoria che sente sua: « Il popolo spagnolo ha premiato il tuo governo che, negli ultimi 4 anni, ha saputo garantire alla Spagna più crescita ed equità e agli spagnoli più diritti e opportunità (...) .
Ieri Veltroni ha commentato benevolmente il comunicato dei vescovi italiani.
E il 17 dicembre, quando il consiglio comunale di Roma discuteva sull'istituzione del registro per le unioni civili, il segretario del Pd si trovava in Abruzzo. Risultato: la delibera non è passata, la maggior parte del Pd ha votato contro. Soltanto pochi giorni prima l' Avvenire e il cardinal Bertone avevano scongiurato Veltroni di non approvare il registro delle unioni civili. Con la benedizione di Paola Binetti.

martedì 18 marzo 2008

«Per affermare la laicità ci vorrebbe uno Zapatero ma Pd e Pdl sono simili»

«Per affermare la laicità ci vorrebbe uno Zapatero ma Pd e Pdl sono simili»

Liberazione del 18 marzo 2008, pag. 3

di Tonino Bucci

La politica da una parte, il paese reale dall'altra. E in mezzo un abisso. Nella testa di precari e lavoratori c'è l'ansia per un posto di lavoro e un salario decente, eppure i gruppi dirigenti dei partiti maggioritari continuano a puntare in propaganda elettorale sull'identità cattolica e il rapporto privilegiato con il Vaticano. Perché? Forse ritengono che siano argomenti efficaci. E che in politica vinca chi ha anche un solo voto in più. E quindi meglio non andare controcorrente. Un sondaggio pubblicato ieri da Repubblica sembrerebbe però rovesciare l'ipotesi: anche tra i cattolici ci sarebbe una buona percentuale - la metà - contraria all'intervento della Chiesa nelle decisioni politiche. Non solo. Anche nella maniera d'intendere e vivere la religiosità nella propria sfera privata i cattolici non sono più ortodossi come in passato nel seguire l'insegnamento della Chiesa, ma tendono a un'interpretazione autonoma.


Attenzione però alle conclusioni affrettate. Non è che all'improvviso gli italiani siano diventati laici. Anche perché - stando sempre a quel sondaggio, le posizioni della Chiesa pesano eccome sugli orientamenti dei cattolici in materia di diritti delle coppie di fatto o di eutanasia o di aborto. Ottimista non è Piergiorgio Odifreddi che da poco ha abbandonato il Partito democratico proprio per l'incompatibilità tra il suo modo di vedere il rapporto tra laici e cattolici e quello di Veltroni.



Stando al sondaggio anche i credenti sarebbero per l'autonomia della politica. Le sembra verosimile?


Mi sembra una conclusione ottimistica. Se questi sono i risultati significa che l'altro cinquanta per cento è favorevole all'intervento della Chiesa in politica. Ma soprattutto anche chi pensa che non debbano esserci ingerenze, ritiene che di fatto il Vaticano non sconfina. Non vede proprio il problema. Non ne riconosce l'esistenza. Non si tratta solo di una disinformazione di massa. Anche la classe politica di questo paese fa finta che il problema dell'ingerenza non esiste. Veltroni stesso lo ha detto esplicitamente in un suo discorso davanti ai parlamentari cattolici del Pd. Ai suoi occhi chi accusa la Chiesa di ingerenza ha una visione anacronistica. A me sembra una posizione fuori dal mondo.



Gli stessi cattolici cominciano a pensare che i politici italiani si lascino influenzare un po' troppo dal Vaticano. Ergersi a difensori della cristianità non potrebbe rivelarsi controproducente per gli stessi partiti? Non è ormai una pratica inflazionata e ipocrita?


Io spero che questi partiti vengano puniti, che alla lunga il richiamo all'identità cattolica possa annoiare gli stessi credenti. In Spagna Zapatero è stato premiato per la battaglia contro le gerarchie della Chiesa. Da noi, invece, finora sta accadendo il contrario. Siamo ancora in un clima di compromesso storico. L'Italia ha perso l'occasione nell'Assemblea costituente quando Togliatti decise di votare l'articolo 7 sul Concordato. E i privilegi della Chiesa continuano ancora oggi. L'ultimo governo Prodi ha sancito l'esenzione degli enti ecclesiastici dal pagamento dell'Ici.



Gli italiani hanno una concezione del divino a proprio uso e consumo senza saper nulla di dogmi e teologia. Ratzinger fa una crociata per marcare i confini dell'identità cattolica. Non sarà una reazione al fatto che la Chiesa sta perdendo presa sulla società italiana?


Sì. L'ho scritto e sostenuto. Penso che il pontificato di Ratzinger sia la reazione di un vecchio leone moribondo - o almeno lo spero. La religione cattolica, a differenza di altre, è una burletta. Scopriamo che tra i cattolici i praticanti che vanno in Chiesa sono solo il trenta per cento. Però il novanta per cento degli italiani battezza i figli. E magari vorrebbe mandare alle scuole private cattoliche. Non c'è serietà. Chi conosce i dogmi? Chi ha letto i Vangeli? Chi conosce le differenze fondamentali tra cattolici e valdesi? Però tutti si sposano in chiesa e danno soldi alle parrocchie. Questo è il cattolicesimo in Italia, è proprio la religione su misura per gli italiani. Oggi vai al Family day, domani dall'amante. Quel che mi preoccupa invece è il potere politico papale.



Il mercato elettorale dà molto spazio ai temi religiosi, eppure questi problemi non sono in cima alle principali preoccupazioni degli elettori. Contano di più lavoro e salari. E poi i cattolici praticanti sono ormai una minoranza in questo paese. Non è tempo di dire che il problema dell'identità religiosa è sovrastimata?


E' vero, i cattolici praticanti sono una minoranza. L'identità religiosa non è certo in cima ai pensieri degli elettori. Le preoccupazioni sono ben altre. Tuttavia oggi nei paesi occidentali le elezioni si vincono con scarti minimi. Basta un pugno di voti per battere l'avversario. E allora si raschia il barile, si raccoglie tutto quello che si può raccogliere. Il Pd ha fatto entrare anche i radicali che sono agli antipodi. Conteranno poco, però il loro uno per cento può essere determinante. Così funziona oggi la politica, per calcoli aritmetici. I grandi partiti non hanno il coraggio di prendere posizioni controcorrente su questioni elettoralmente rilevanti come il tema dei rapporti tra Stato e Chiesa con l'intenzione di non perdere neanche un voto. Ma chi può dire se invece non convenga politicamente prendere posizioni chiare e in controtendenza? Guardiamo al caso della Spagna. Lì Zapatero ha condotto una battaglia coraggiosa contro le gerarchie cattoliche ed è stato ripagato. Tutto il contrario di quanto avviene in Italia.



Ciò nonostante Veltroni ha gioito per la vittoria di Zapatero e ha dichiarato di volerne seguire l'esempio. Non è un controsenso?


E' un modo di fare politica con le parole e non con i fatti. Prevale l'italianità più deleteria. Si dice evviva Zapatero ma poi tra Zapatero e Veltroni c'è una differenza come tra il giorno e la notte.



Il Pd ha lasciato per strada il tema della laicità. E ha preferito puntare su alcune operazioni d'immagine per dare l'idea di un rinnovamento della politica. Ma sul piano dei programmi lo scarto dal Pdl è minimo. Il veltronismo è una variante di sinistra del berlusconismo?


Non ci sono differenze sostanziali tra Pd e Pdl. Anche in quelle che sembrano novità simboliche le pratiche si assomigliano. Si spaccia per innnovazione la scelta di personaggi che non vengono al mondo della politica e che dovrebbero rappresentare il paese che produce o i giovani o le donne. Ma dietro le quinte la verità è un'altra. Magari si sceglie il figlio di un industriale perché il papà finanzia il partito. Oppure si candida una ragazza inesperta di politica perché è la protetta di un dirigente. Vogliamo dirlo che funziona così?



Forse a sinistra paghiamo le conseguenze per non aver capito quanto in profondità il berlusconismo abbia cambiato il paese. Il Pd non rischia di assomigliare un po' troppo al suo avversario?


Borges in un suo racconto, Deutsches requiem , descrive la figura di un gerarca nazista condannato a morte che dice di morire contento perché il nazismo è stato sì sconfitto ma tutti sono diventati nazisti. Perché il nazismo è così perverso che per combatterlo si finisce con l'assomigliargli. Fuor di metafora il berlusconismo è un modo così perverso di fare politica che per batterlo si è finito con l'assumerne le stesse sembianze. Il veltronismo è una fotocopia del berlusconismo. Stesso modo di scegliere i candidati, di puntare sull'immagine. E, soprattutto, senza differenze sostanziali tra i programmi del Pd e del Pdl. Se questo è il modo di battere Berlusconi io non ci sto.



A parole tutti si dicono laici. Ma non appena qualcuno sostiene che lo Stato deve essere autonomo dalla Chiesa subito è accusato di laicismo. Ha senso questa distinzione tra laicità e laicismo?


E' una distinzione senza senso. Ormai le parole hanno perso il loro significato autentico. La Binetti, per esempio, si ritiene una laica. E ritiene che l'Opus Dei sia un'istituzione laica. Se è così abbiamo bisogno per davvero di un'altra parola. Così nel campo della scienza. Nessuno, almeno a parole, ha il coraggio di mettersi contro lo sviluppo della scienza. Monsignor Fisichella si definisce un teologo scienziato. Ma se gli dici che non può esserci ricerca scientifica a partire dai dogmi sei tacciato di "scientismo".

lunedì 17 marzo 2008

Renoir. I preziosi tesori impressionisti

La Repubblica 17.3.08
Renoir. I preziosi tesori impressionisti

Al Complesso del Vittoriano a Roma la grande rassegna "La maturità tra classico e moderno"
Alla fine degli anni Ottanta il suo viaggio in Italia da Venezia fino in Sicilia
Già nel 1869 dipingeva fianco a fianco a Monet sulle rive della Senna
Aveva sposato con entusiasmo la causa di quella che all´inizio fu detta "nuova pittura"

ROMA. Al Complesso del Vittoriano s´è aperta la mostra "Renoir. La maturità tra classico e moderno" (a cura di Kathleen Adler, catalogo Skira): e già il primo giorno d´apertura al pubblico, lunghe file all´ingresso preannunciano un successo dell´esposizione, come è d´obbligo per uno dei maggiori nomi dell´impressionismo. Centotrenta opere, fra le quali oltre sessanta dipinti, affiancati da disegni, incisioni e qualcuna (per fortuna non troppe) fra le ultime sculture eseguite in collaborazione con Richard Guino, si stringono nello spazio espositivo, di recente ampliato. La mostra è dunque vasta, e si avvale di prestiti provenienti da molti musei internazionali; nonostante ciò, essa è ben lungi dall´essere la mostra in grado di rappresentare congruamente il tema del rapporto che legò il Renoir post-impressionista all´idea del classico e del museo. Fatalmente, occorre dire, giacché a rappresentarlo idoneamente, quel grande tema, un´esposizione non può fare a meno di presentare opere - come Madame Charpentier e i figli o La bagnante bionda, Gli ombrelli o I bambini a Wagermont, per finire con le Grandi bagnanti di Filadelfia - che sono le bandiere che il Renoir orgogliosamente ingresque, devoto alla composizione e al disegno, innalzò nei suoi magici anni Ottanta. Opere tutte, d´altronde, che non sono di fatto oggi spostabili, e che - se mai lo fossero - non andrebbero altro che a una mostra organizzata dai musei nazionali francesi, da Londra o da New York.
Renoir aveva sposato con entusiasmo la causa della "nuova pittura", come fu detta, prima di prendere fra mille dubbi il nome con cui sarà più nota, la pittura impressionista. Già alla fine degli anni Sessanta, dipingeva fianco a fianco a Monet sulle rive della Senna, alla Grenouillère, luogo di gite domenicali della borghesia parigina sotto l´Impero di Napoleone III: e ritraeva con l´amico i riflessi mobili della luce sull´acqua, e le acconciature delle signore che si confondevano nell´atmosfera. Poi aveva partecipato alla prima mostra (1874, dal fotografo Nadar) dei futuri impressionisti: e di lì in avanti, per un pugno d´anni, aveva dipinto capolavori indimenticabili - Il palco, Sentiero che sale tra l´erba, L´altalena - in cui la luce, scendendo dall´alto, lenta e trepida, spesso attraverso una fronda di verzura, bagnava le cose togliendo loro, con la nitidezza dei contorni, il peso e la fatica dell´esistenza.
Sul finire degli anni Settanta, però, la solidarietà che aveva stretto l´animo e l´azione dei giovani impressionisti va rapidamente scemando: e, per ragioni prevalentemente strategiche, l´uno dopo l´altro si sottrarranno alle esposizioni di gruppo, che proseguiranno con sempre minor entusiasmo fino al 1886. Una fra le ragioni delle prime defezioni risale al 1878: quando Degas riuscì a far approvare la determinazione che rendeva inconciliabile l´invio contemporaneo di opere al Salon ufficiale e alle mostre impressioniste. Renoir fu il primo, allora, a scegliere la grande manifestazione dell´Accademia, condividendo la convinzione che era stata sempre di Manet, che «si vinca o si perda solo al Salon»; inviò già all´edizione del 1879, e in quella successiva ottenne uno strepitoso successo con il quadro di grandi dimensioni raffigurante una signora dell´alta borghesia, Madame Charpentier, circondata dai suoi figli e dalle stoffe, dai tappeti, dai mobili del suo salotto.
Quel dipinto, che pur ancora rinserrava piccoli tesori "impressionisti" soprattutto nei volti e nelle vesti delle due piccole figlie, aveva un sapore d´antico: per le sue grandi dimensioni, per la studiatissima composizione, per la sua ordinata spazialità, per l´analisi degli "affetti" che vi si legge. Renoir vi ripercorreva esplicitamente la tradizione accademica del "ritratto di famiglia in un interno". Il successo che ottenne lo convinse che la conversione alla nuova forma era la via da perseguire; e non appena le condizioni economiche glielo consentirono, egli intraprese quel viaggio in Italia che, riconducendolo alle fonti dell´arte classica, era in grado di nutrirne l´inclinazione a rivisitare il più illustre passato della pittura. Fu in Italia alla fine del 1881. Partì da Venezia e arrivò sino in Sicilia, dove ritrasse Wagner che vi aveva appena portato a compimento il Parsifal (una replica di questo celebre dipinto è oggi in mostra a Roma). E nel febbraio dell´anno seguente, appena rientrato in Francia, scriveva dall´Estaque, dove s´era fermato a rendere visita a Cézanne, proprio a Madame Charpentier del «museo di Napoli», delle «pitture di Pompei» e di Raffaello, concludendo che «guardando molto, credo potrei conquistare la grandezza e la semplicità dei pittori antichi».
Da lì in avanti, disseminati per il decennio, sarebbero venuti i dipinti con cui Renoir riformava se stesso e i suoi anni, diversamente meravigliosi, della giovinezza impressionista. La mostra di oggi li ripercorre, con le inevitabili lacune di cui s´è detto, ma anche con soste preziose (La zingarella, del 1879; Il bagno della Thyssen-Bornemisza; la Donna con fiocco bianco del museo de Il Cairo; il Ritratto di Paul Haviland di Kansas City; le Fanciulle al piano di Omaha).
E va oltre, a cercare nell´età tarda ed estrema quella nuova dissoluzione della forma salda e chiusa del tempo "classico" che caratterizzò gli ultimi anni del pittore, e che fu certo guardata dal Picasso "mediterraneo" al transito fra anni Dieci e anni Venti del nuovo secolo.

Uno studio italiano sul Dna mitocondriale retrodata il primo passaggio dello stretto di Bering

L'Unità 17.3.08
Uno studio italiano sul Dna mitocondriale retrodata il primo passaggio dello stretto di Bering
La conquista dell’America avvenne 20mila anni fa

Le prime popolazioni umane giunsero in America dall’Asia attraverso lo Stretto di Bering: su questo concorda ormai quasi tutta la comunità scientifica. Più controversa è l’epoca in cui avvenne tale colonizzazione. Fino a qualche tempo fa le teorie più accreditate fissavano la prima migrazione all’incirca 13.500 anni fa, assegnando al complesso Clovis del New Mexico (vecchio di 11.000 anni) la palma della più antica cultura originaria. Una serie di nuove scoperte archeologiche ha rimesso tutto in discussione. Ad esempio il sito preistorico di Monte Verde, in Cile, risale a 12.500 anni fa: dunque non solo è precedente a Clovis, ma impone di rivedere anche la data dell’arrivo di popolazioni umane in America: riesce difficile immaginare che i primi coloni si siano spinti, in un millennio, fino all’estremità meridionale del continente.
Ora un gruppo internazionale di ricerca diretto da due genetisti italiani, il professor Antonio Torroni dell’Università di Pavia e il dottor Alessandro Achilli dell’Università di Perugia, apporta nuovi dati al dibattito. Gli studiosi hanno esaminato il Dna mitocondriale di oltre 200 nativi, spostando a 20.000 anni fa il fatidico passaggio attraverso lo Stretto di Bering.
Il piccolo Dna mitocondriale (37 geni in tutto), trasmesso solo dalla madre e caratterizzato da un elevato tasso evolutivo, è una sorta di archivio molecolare: su di esso è registrata la storia genetica dei nostri antenati femminili. Nel caso in questione, più del 95% dei genomi mitocondriali degli indiani d’America appartiene a quattro aplogruppi (linee materne), identificati una quindicina di anni fa proprio dal professor Torroni e definiti pan-americani per la loro diffusione sull’intero continente.
Secondo i risultati della ricerca, pubblicati il 12 marzo sulla rivista scientifica PLoS one, i quattro aplogruppi pan-americani (e di conseguenza la quasi totalità della popolazione nativa) hanno un’origine genetica comune, risalente a 20.000 anni fa.
Quell’epoca segnerebbe quindi l’inizio della colonizzazione del Nuovo Mondo. Il pianeta aveva appena superato l’ultimo picco glaciale quando un gruppo umano proveniente dall’Asia si affacciò per la prima volta su un territorio inesplorato.

sabato 15 marzo 2008

Il volto segreto e l'anima di Mozart

La Repubblica 15.3.08
Scriveva: "Tutto è freddo"
Quelle piroette per mascherare l'eterna ansia
Il volto segreto e l'anima di Mozart
di Pietro Citati

Non so dirvi se il ritratto, pubblicato su Times, sia il vero ritratto di Mozart. Posso dirvi soltanto come appariva alla moglie e agli amici nei suoi ultimi anni di vita.
I suoi slanci d´amore verso la moglie ci ricordano sovente le tenerezze di Papageno piuttosto che i sublimi ardori di Tamino: «Cara donnina del mio cuore», così chiamava la moglie, con le stesse parole usate dal suo uccellatore; «Acchiappa - acchiappa! bs-bs-bs-bs-bs - bacini volano nell´aria verso di te - bs - ecco ne trotterella ancora un altro». «O stru! stri! - ti bacio e ti stringo 1095060437082 volte (così potrai esercitarti nella pronuncia) e sono il tuo eternamente fedele marito ed amico...». Poi, con il suo gusto per i giochi di parole senza senso, aggiungeva: «Sii eternamente la mia stanzi Marini, come io sarò eternamente il tuo Stru! - Knaller - paller-schnip-schnap-schnur-Schnepeperl». Faceva l´Arlecchino, il Pulcinella, il buffone salisburghese.
Mescolava la volgarità, che aveva appreso mangiando per tanti anni tra valletti e cocchieri, con le capriole delle maschere veneziane, e i giochi immateriali dell´elfo romantico.
Queste piroette gioiose ed infantili non riescono ad illuderci. Dietro di esse, si agitava un´ansia nevrotica, un amore che consumava e si consumava, una tensione spirituale che poteva distruggerlo. Le lettere alla moglie sono scritte sempre più velocemente, come se volessero sopravanzare il battito dei minuti. I nervi guizzano di continuo sulla carta: i temi vengono mutati ad ogni rigo, l´umore si innalza e si abbassa, si rallegra e si incupisce.
Qualche volta si confessava alla moglie: «Se la gente potesse vedere nel mio cuore, dovrei quasi vergognarmi. Tutto è freddo per me - freddo come il ghiaccio». «Non ti posso dire quello che provo, è un certo vuoto - che mi fa male - una certa nostalgia, che non viene mai appagata, che non cessa mai - continua sempre, anzi cresce di giorno in giorno... Vado al piano e canto qualcosa delle mie opere, ma debbo smettere subito - fa troppo impressione. Basta!». Questo gelo, questo vuoto, questa nostalgia, questa angoscia, nessuna parola, mai, avrebbe potuto colmarla.
Spesso la mattina alle cinque, dopo aver dormito pochissimo, lasciava il numero 970 della Rauhensteingasse, come se qualche demone lo trascinasse fuori casa. Qualcuno lo prendeva per un garzone di sartoria che si avviava al lavoro. Passeggiava a lungo per le strade, dove il sole cominciava a dorare gli alberi e le case di Vienna. Durante il giorno, l´inquietudine lo faceva correre attraverso la città, inseguito da torture reali ed immaginarie. Faceva visite, dava lezioni, andava a trovare gli amici, cercando danaro in prestito, con cui avrebbe pagato debiti, che aveva contratto pagando altri debiti. Ora dormiva nella propria casa: ora in quella di Leitgeb o di Schikaneder.
Mangiava al ristorante, perché aveva paura di restare solo: o da qualche amico, che preparava in onor suo un piccolo banchetto, dove Mozart beveva champagne e dei grandi bicchieri di punch. La sera giocava a biliardo: talvolta a casa, da solo, «assieme al signor von Mozart collaboratore di Schikaneder», più spesso in un caffè presso casa, dove trovava quel calore umano di cui aveva così perdutamente bisogno.
Qualche volta, gli amici guardavano con ansia quell´uomo piccolo e magro, dal viso un po´ gonfio, dagli occhi azzurri sbiaditi, con i bei capelli biondi, fini e ondulati che gli scendevano sulle spalle. Era sempre di buon umore. Ma anche quando si abbandonava alla più estrema allegria, sembrava che pensasse a qualche altra cosa, che lo assorbiva del tutto. Quale essa fosse, nessuno poteva dire. Poi, all´improvviso, diventava molto sereno e grave.
Andava alla finestra, suonando con le dita sul davanzale, e dava risposte sempre più vaghe ed indifferenti, finché non udiva più nulla, quasi fosse senza coscienza. Non restava mai fermo. La mattina, mentre si lavava il viso, andava e veniva per la stanza, battendo un tallone contro l´altro. A tavola prendeva un angolo del tovagliolo, lo torceva e se lo passava e ripassava sotto il naso, e intanto faceva una strana smorfia con la bocca. Muoveva di continuo le piccole, mobilissime mani: le strisciava sopra i polsini, sopra una gamba o un braccio: giocava con il cappello, con la catena dell´orologio, con lo schienale di una seggiola, con la tastiera del piano; e infilava e sfilava le mani dalle tasche, come se soltanto così potesse mitigare la sua inquietudine.

Mozart. Svelato il mistero lungo due secoli spunta in un dipinto il vero volto

La Repubblica 15.3.08
Mozart. Svelato il mistero lungo due secoli spunta in un dipinto il vero volto
L’immagine romantica mostra un ragazzo molto più bello
di Enrico Franceschini

Un gran nasone, labbra carnose, fronte spaziosa, accenno di doppio mento e una parrucca di capelli grigi: Wolfgang Amadeus Mozart era fatto così. Niente a che vedere con l´immagine che conosciamo tutti, riprodotta su piatti di porcellana, magliette, scatole di cioccolatini. Il vero volto del grande compositore austriaco viene alla luce soltanto ora, duecento e passa anni dopo la sua morte, grazie a due ritratti finora sconosciuti, per i quali Mozart posò durante diverse epoche della sua vita e che adesso un esperto ha autenticato per la prima volta. Il professor Cliff Elsen, docente di storia della musica al King´s College di Londra, ha trovato prove documentate, scritte personalmente dal musicista e da suo padre, che identificano i due quadri a olio.
Come per Shakespeare, di cui esistono mezza dozzina di ritratti considerati genuini ma fonte di infuocate discussioni, come per tanti altri personaggi della storia che non hanno lasciato un ritratto o una statua «ufficiali», da Cleopatra a Gesù all´imperatore Gin della Cina, anche sulle reali sembianze di Mozart imperversava il dibattito. L´eccitazione del mondo della musica per la scoperta dei quadri che lo ritraggono, preannunciata ieri dal Times, è perciò incontenibile. Le due tele saranno esibite questo fine settimana durante una conferenza a Londra.
Resta da vedere se seppelliranno l´immagine romanticizzata del «Mozart dei cioccolatini»: decisamente più bello, impossibile negarlo, di quello che si vede in questi ritratti.
Il primo fu dipinto nel 1783, durante gli anni che il compositore trascorse a Vienna, quando era di ottimo umore subito dopo il matrimonio con Costanza. Quando posò per Joseph Hickel, pittore alla corte dell´imperatore, Mozart aveva 27 anni: nel quadro, bisogna dire, ne dimostra parecchi di più, ma lo spirito dell´epoca era diverso dal nostro nel considerare, e disegnare, i giovani. Il secondo risale al 1764, quando Mozart, a 8 anni, dimostrava il suo talento di straordinario «ragazzo prodigio»: nel quadro appare con la sorella Nanneri. Il valore dei due dipinti, ora che il soggetto è stato identificato come Mozart, è salito alle stelle: il primo è stato assicurato per 3 milioni di euro.
Appartengono entrambi a un anonimo collezionista americano, che li ha acquistati da discendenti di Johann Lorenz Hagenauer, banchiere, proprietario della casa dei Mozart e amico di Leopold, il padre di Wolgang. «Considerati i loro rapporti personali, è naturale che oggetti in passato appartenuti ai Mozart siano finiti in mano ad Hagenauer», osserva il professor Eisen.
La certezza che l´uomo del quadro del 1783 è Mozart viene da una lettera autografa del compositore alla baronessa Martha Elisabeth von Waldstatten, in cui descrive minuziosamente la giacca rossa «coi bottoni di madreperla» che indossa. «Questo è probabilmente il più importante ritratto di Mozart tra i quattro che sono arrivati sino a noi», afferma l´autore dell´identificazione. Nell´altro ritratto, quello del compositore bambino, lui e la sorella indossano eleganti abiti di taglio inglese che il loro padre Leopold aveva comprato a Londra e che descrive in altre lettere. Sicché, grazie a due vestiti, possiamo finalmente dare un volto alla celestiale musica di Mozart.