martedì 31 marzo 2009

Lo strano mito di Federico II un sovrano un po' federalista

Corriere della Sera 31.3.09
Dibattito a Milano sull'imperatore svevo
Lo strano mito di Federico II un sovrano un po' federalista
di Giulia Ziino

Quando lo hanno presentato a Bari un gruppo di guide di Castel del Monte è andato a manifestare contro l'autore, reo di avere messo in dubbio le teorie esoteriche legate all'edificio e al suo principale inquilino, Federico II di Svevia, da sempre pezzo forte delle visite guidate per turisti. Succede anche questo, quando i grandi della storia sopravvivono ai secoli per diventare miti, piegando la propria realtà ad uso di situazioni e conflitti moderni. E del rischio che si corre adattando la storia alle necessità dell'oggi hanno discusso ieri a Milano, nella sala Guicciardini della Provincia, il presidente della Provincia Filippo Penati, il direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli, lo scrittore Piero Colaprico, il presidente dell'«Associazione regionale pugliesi» Dino Abbascià e Marco Brando, giornalista e autore del libro Lo strano caso di Federico II di Svevia (edito da Palomar). Lo stesso incorso nella furia delle guide di Castel del Monte.
Brando, genovese con alle spalle diversi anni a Bari al Corriere del Mezzogiorno,
si è divertito a raccontare l'innamoramento della Puglia per l'imperatore svevo. Una cotta dura a morire ma non condivisa né dai tedeschi, smemorati connazionali di Federico, né dai leghisti nostrani, che lo hanno eletto a simbolo di uno statalismo pernicioso.
«Usare la storia per giustificare il presente», chiamando in causa, magari dopo l'11 settembre, l'accordo tra l'imperatore svevo e il sultano di Gerusalemme come esempio di concordia tra Oriente e Occidente, «si può fare — ha messo in guardia Mieli — ma solo a prezzo di bestiali nefandezze. Perché la storia, e solo se analizzata con strumenti sofisticati, può insegnare casomai a capire le complicazioni del presente». La tentazione però è forte se Federico, «moderno nella sua capacità di leggere le diverse realtà territoriali», nelle parole di Penati diventa portabandiera di un federalismo che «se ben interpretato, può essere un incentivo alla coesione sociale e all'unità nazionale».
Un modello da maneggiare con cura. Il resto è folklore, e un mito tanto radicato nel cuore dei pugliesi da partorire — e Brando li ha scovati con cura — decine di istituti, alberghi, negozi di ferramenta che, nel nome, rendono omaggio all'imperatore amante della poesia e della caccia col falcone. Anche una compagnia aerea dalla vita breve, la Federico II Airways. Lo slogan? «I fagiani volano, perché i foggiani no?».

giovedì 26 marzo 2009

Apre la collezione Devanna, oltre 200 opere

Apre la collezione Devanna, oltre 200 opere
Francesco Paolo Del Re
La Gazzetta del Mezzogiorno 26/03/2009

La nascita di un museo è una speranza, apre la prospettiva di una riscrittura della mappa culturale di un territorio e pu essere un nucleo di rifondazione identitaria di un'intera regione. La Puglia non aveva finora una Galleria nazionale. Il corpus di 229 dipinti e 108 disegni di arte moderna e contemporanea donato nel 2004 allo Stato dai collezionisti Girolamo e Rosaria Devanna colma il vuoto di un museo che non c'era: su iniziativa del Ministero per i beni e le attività culturali, della direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici e della Soprintendenza Bsae della Puglia, verrà inaugurato il 18 aprile a Bitonto, una cittadina fiera e illustre a pochi chilometri da Bari, nel cinquecentesco e appena restaurato Palazzo Sylos Cal , assurto a centro propulsivo di un pi ampio polo museale che renda frìjibile il patrimonio storico-artistico locale. Il nuovo museo non ha una dimensione localistica, ma intesse una trama artistica articolata sia per l'ampio respiro temporale, spaziando dal Cinquecento al Novecento, sia dal punto di vista geografico, con testimonianze delle varie scuole artistiche dell'intera penisola, senza escludere prestigiose presenze internazionali. Una collezione è mappa di desideri e ossessioni. Dalla prima moneta acquistata all'età di Otto anni, Girolamo Devanna ha speso una vita intera a caccia di opere d'arte, assistito dalla sorella. Il racconto avventuroso della vicenda collezionistica viene evocato dalla visita alle nove sale del percorso espositivo della Galleria, articolato in cinque sezioni, una per secolo, con circa 170 dipinti. Un'accumulazione maniacale di materiali pittorici eterogenei, senza cura estrema per la qualità o un taglio tematico specifico, raccoglie molti bozzetti e studi preparatori, copie e repliche di opere note. I dipinti provengono dal mercato antiquariale e sono stati scelti assecondando il flusso della casualità e acute intuizioni. È nelle pieghe di un patrimonio perduto, misconosciuto, privato del nome e del lustro che si sono mossi i due collezionisti, con un'aperta vocazione alla ricerca, studiando con passione, fino ad azzardare attribuzioni, instaurare confronti, diradare ombre, seguendo il fascino della scoperta e trasformando, infine, il pos sesso e l'accumulo in bene collettivo, raccolta di dominio pubblico. Dopo un frammento trecentesco, una Testa di santa su tavola, un gruppo di pittori cretesi operanti in area adriatica introducono al Cinquecento: si distinguono, quindi, opere di Veronese, EI Greco e Giovan Filippo Criscuolo, il fiammingo Jan Soens, l' Ecce omo di Leonardo Corona e un seducente Ritratto di gentiluomo di ambito tizianesco. La grande pittura barocca risponde ai nomi di Artemisia e Orazio Gentileschi, Beinaschi, Lanfranco, Bernardino Mei, Poussin, tra scene mitologiche e un bozzetto per il Martirio di sant'Erasmo della Basilica di San Pietro, e poi Le Sueur, Vouet, Fracanzano, Baglione, Miel, Voet, un ritratto attribuito a Velazquez e nature morte. De Matteis, De Mura, Falciatore, Giaquinto, Giacinto Diano e Sebastiano Conca rappresentano il Settecento napoletano, affiancati da D'Anna e Mariano Rossi, Narici. Batoni, Milani, fino ad arrivare a Melendez, Lorenzo Tiepolo, F ssli, amilton, Gros, Delacroix, von Lenbach, Winterhalter. Di particolare interesse è, inoltre, lo spazio dedicato alla produzione meridionale tra Ottocento e Novecento, con Gioacchino Toma, Giuseppe De Nittis, Domenico Morelli, Giuseppe Casciaro, Francesco Netti, Federico Rossano, Francesco Speranza, Salvatore Fergola, Michele Cammarano. Bemard, De Carolis, Sartorio, Marasco, per l'ultimo secolo, incrociano le singolari presenze d'oltreoceano di Joseph Stella e Beatrice Wood. L'invito per il visitatore non è a rapportarsi alle singole opere, ma a leg. gere tutto il corpus, con i suoi innamoramenti per l'arte meridionale, l'accoramento per produzione dei pittori romani e napoletani del Seicento e per il Novecento pugliese e con le eccentriche illuniinazioni straniere, recuperando il senso del flusso, di una passione individuale che si fa storia plurale, corale. E un'esplosione di figure, colori, suggestioni, racconti che pu forse costituire un'importante occasione di cambiamento per la terra di Bari, tra la Murgia e il mare, non abituata ad accogliere i turisti, in cui criminalità organizzata, scarso senso civico e perbenismo individualista si impastano in una incivile autarchia. A chiedere la parola è ora la bellezza. Il museo ora c'è, speriamo che la città se ne prenda cura.

Quando Livorno era Portus Pisanus

Quando Livorno era Portus Pisanus
GIOVEDÌ, 26 MARZO 2009 IL TIRRENO - Livorno

“Porti antichi e retroterra produttivi”, questo il titolo del Congresso che si svolge da oggi al Museo di Storia Naturale dove saranno esposti per la prima volta i reperti del Portus Pisanus e del sito di Ca’ Lo Spelli. Il congresso si svolgerà oggi e domani per iniziativa della Soprintendenza per i Beni archeologici della Toscana e l’Università di Pisa. Il convegno prende le mosse dall’importante scoperta dello scalo commerciale romano di Portus Pisanus.
Portus Pisanus era situato alla periferia settentrionale di Livorno e saranno presentati lavori che coinvolgono anche alcuni insediamenti produttivi ad esso collegati e rinvenuti nel suo retroterra, fra i quali spiccano quelli in località Ca’ Lo Spelli, dove erano presenti almeno quattro fornaci, specializzate nella produzione di anfore vinarie, laterizi e vasellame.
Nelle giornate di lavori i relatori, provenienti dall’area del bacino del Mediterraneo, si alterneranno nell’illustrazione delle più recenti scoperte e ritrovamenti archeologici, anche attraverso l’esposizione di ricchi reperti. In occasione del Congresso, in una specifica sezione organizzata nella Sala del Mare, verranno esposti per la prima volta i reperti di età etrusca e romana rinvenuti nelle recenti campagne di scavo del territorio livornese.
Saranno presentati i materiali dello scalo commerciale di Portus Pisanus e quelli provenienti dal sito manifatturiero di Ca’ Lo Spelli. L’esposizione sarà arricchita anche da importanti reperti, quali ad esempio i grandi dolia recuperati in questi ultimi anni, provenienti dai relitti rinvenuti nel mare livornese e nell’Arcipelago toscano.
La mostra rimarrà aperta fino al 31 dicembre 2009 e sarà accompagnata da un ricco calendario di conferenze.
Si tratta di una occasione veramente unica per gli appassionati di archeologia e di storia dell’antica toscana litoranea per aggiornarsi sulle ultime scoperte e ritrovamenti.
R.R.

lunedì 23 marzo 2009

Il mondo antico offre una immagine parziale

Il mondo antico offre una immagine parziale
Ugo Cundari
22/03/2009 IL MATTINO

«Il mondo antico, per come è studiato oggi, offre una immagine parziale della sua immensa ricchezza e della sua incomparabile profondità. Gli antichi greci e romani, infatti, non ci hanno lasciato in eredità solo testi di filosofia o di letteratura, ma anche trattati scientifici e tecnici, che spaziano dalla matematica alla medicina, dalla geografia all'edilizia: è questo il significato - nelle parole della professoressa Amneris Roselli, preside della facoltà di Lettere e filosofia dell’Università «l’Orientale» di Napoli dove insegna Filologia classica - del convegno internazionale su «L’insegnamento delle technai nelle culture antiche». Dove il termine technai sta a indicare, appunto, quell’insieme di conoscenze tecniche e scientifiche del mondo antico, il cui studio rimane ancora oggi circoscritto a un numero troppo limitato di specialisti. Il convegno si terrà presso il Museo Archeologico Virtuale di Ercolano e si articolerà tra domani e martedì, dalle 9 alle 19. Sarà aperto dal rettore dell’Orientale, Lida Viganoni, e dal sindaco di Ercolano, Gaetano Daniele, e tra gli oratori, a parte lo stesso direttore del museo Walter Ferrara, ci saranno Geoffrey E. R. Lloyd dell’Università di Cambridge e Serafina Cuomo del «Birkbeck College» di Londra. Insieme alla Roselli, l’altro responsabile scientifico del progetto è il professore Roberto Velardi, docente di Letteratura greca dell’Orientale e titolare anche di un insegnamento, primo in Italia, dal titolo «Storia della comunicazione nell’antichità»: «Sarà interessante mettere in luce non tanto le conoscenze tecniche e scientifiche dell’antichità, quanto il modo in cui erano trasmesse, dal momento che i greci e i romani erano anche raffinati comunicatori. D’altra parte la retorica potrebbe già essere considerata l’embrione della moderna disciplina scientifica che oggi è insegnata con il nome di ”comunicazione di massa”».

Quando la madonna assomiglia alla regina di Saba

La Repubblica 23.3.09
Quando la madonna assomiglia alla regina di Saba
L´esposizione "Nigra sum sed formosa" a Ca´ Foscari
di Paolo Rumiz

A Venezia l´arte di quel mondo cristiano isolato per secoli e ricco di tradizioni altrove scomparse
Una varietà infinita di croci, che si impugnano come ostensori o spade
Sono immagini antichissime che sposano Bisanzio e negritudine

VENEZIA. Madonne sensuali come regine di Saba, vestite in fascinose tuniche fucsia e blu oltremare. Pupille dilatate di santi che sbucano dalla penombra, icone che non svelano Dio ma favole vecchie di secoli, formule magiche contro demoni e malattie. E ancora croci come talismani, alberi della vita che gemmano all´infinito, si arrampicano nello spazio in direzioni ortogonali fino a diventare misura del mondo. E poi mappamondi veneziani che, già prima della scoperta dell´America, disegnano l´Africa fino alle misteriose sorgenti del Nilo e ai monasteri della prima nazione cristiana della storia.
E che dire del viaggio dei frati esploratori che battono gli altopiani del mitico "Prete Gianni" e insegnano ai popoli nomadi l´uso delle icone portatili, perfette per la loro vita pellegrinante. O di quel Gesù dipinto su legno che scende negli Inferi, prende teneramente per mano i progenitori, Eva e Adamo, e li porta alla luce in una resurrezione che non discrimina buoni e cattivi, ma porta l´umanità intera fuori dalla tenebra. Che cristianesimo vitale, carico di forza primitiva, quello che si scopre nella mostra inaugurata alla Ca´ Foscari di Venezia - al motto "Nigra sum sed formosa"- su sacro e bellezza nell´arte dell´Etiopia cristiana. La prima in Italia dedicata all´argomento.
Altro che radici occidentali del cristianesimo. La fonte la trovi qui, meglio ancora che a Gerusalemme, in questo viaggio fascinoso, provocatorio e multimediale all´università di Venezia. «Abbiamo dato un taglio alle mostre, vagamente colonialiste, sull´Etiopia dalla stele di Aksum allo scacciamosche di Menelik» sorride il professor Giampaolo Fraccadori, ordinario di storia dell´arte della tarda antichità e del medioevo alla Statale di Milano. «Stavolta abbiamo dato uno sguardo specifico a un mondo cristiano che prima, con l´espansione islamica, è rimasto isolato per secoli sugli altopiani rielaborando all´infinito tradizioni scomparse altrove, senza conoscere mai l´iconoclastia. Un mondo che poi si è aperto, stabilendo contatti fecondi con il Mediterraneo, e in particolare con Venezia».
Ed ecco che le pitture su tavola rilanciano con tecniche nuove - imparate dal francescano Niccolò Brancaleon, rimasto in Etiopia per quarant´anni alla fine del Quattrocento - immagini antichissime che sposano Bisanzio e negritudine con un taglio veterotestamentario che all´occhio europeo pare tanto ebraismo. Il patto di misericordia di Cristo con la Madonna; l´onnipresenza di San Giorgio come grande mallevadore di intercessione presso i primi due; la centralità assoluta di Maria come grande benefattrice dei viventi e implacabile nemica del diavolo.
E poi le croci, in una varietà infinita, illuminate dalla luce di marzo che filtra dai finestroni sul Canal Grande. «In nessun altro posto al mondo ce ne sono di così diverse - spiega appassionato Mario Di Salvo, massimo esperto italiano sul tema - noi in Europa al massimo ne abbiamo qualche povera variante». Croci prolifiche, fitomorfe, che nascono dalla tomba di Adamo; croci iscritte nel cerchio, croci in legno e in bronzo, scolpite o coperte di iscrizioni; croci spesso senza Cristo, perché Dio non può soffrire; croci che si impugnano come ostensori o si innalzano come spade di luce. «L´Etiopia cristiana svela un mondo straordinario, di cui l´Europa non si è occupata fino a venti, trenta anni fa» si entusiasma Valeria Finocchi, curatrice multimediale e segretaria scientifica della mostra. «Io stessa ne sapevo poco, e ora non vedo l´ora di andare anch´io sugli altopiani per capire di più», e mostra le straordinarie acqueforti sulla Gerusalemme etiope - Lalibela - disegnate dal trevigiano Lino Bianchi Barriviera nella spedizione scientifica del �38-´39 a seguito dell´impresa coloniale fascista.
Baricentro della mostra è il favoloso mappamondo di Fra´ Mauro, domenicano in Venezia, che alla metà del Quattrocento costruisce una raffigurazione quasi perfetta dell´Eurasia e dell´Africa, con quest´ultima già circumnavigabile e la prima che spazia fino al Mar del Giappone. Prestato con qualche resistenza dalla contigua Biblioteca Marciana, esso contiene, in un cerchio di meno di due metri di diametro, quasi tremila toponimi, maniacalmente esatti, e una morfologia dei fiumi, delle pianure e delle montagne che tiene conto delle relazioni di tutti i grandi viaggiatori passati all´epoca per Venezia.
In alto a destra (il mappamondo ha il Nord in basso) ecco l´Etiopia, piena di dettagli come la sorgente del Nilo, il Lago Tana, il castello del Prete Gianni e le terre della Regina di Saba. Google-Earth non accende la fantasia meglio di questo straordinario planisfero. «Fra Mauro raccolse tutti questi dati topografici da una delegazione etiope giunta in Italia nel 1439, per gli stati generali della cristianità a Firenze», racconta Giuseppe Barbieri, insegnante di metodologia della ricerca storico-artistica alla Ca´ Foscari. Ma tutto nel mappamondo è frutto di notizie di prima o seconda mano: dalle fonti arabe al racconto di Marco Polo, fondamentale per la ricostruzione dell´Asia Centrale.
Poi accade che nelle sale venerande dell´università veneziana ti appaia in più punti - da un caminetto o una nicchia - la figura tridimensionale viva del novantaquattrenne Stanislaw Choynacki, il polacco dalla vita romanzesca che nel secondo dopoguerra fu capo della biblioteca di Addis Abeba e poi patriarca dei cultori d´Etiopia nel mondo, il quale ti porta alle sorgenti del Nilo e della cristianità in poche frasi folgoranti (in perfetto italiano) che ti schiudono il senso del tuo viaggio nel tempo nei mille metri quadrati della mostra. Nel vestibolo d´ingresso, proiettato sul soffitto, uno di quei rotoli magici apparentemente simili alla Torah degli ebrei, che contiene le preghiere terapeutiche. Prima un lungo testo di scongiuri in lingua liturgica, poi una sfolgorante parte figurata con presenze in bilico tra il sacro e il profano - come l´angelo della vigilanza, i demoni in catene, Alessandro il Grande, gli apostoli, San Giorgio, il re Davide, Mosè.
Davvero un altro mondo, che varrebbe la pena di conoscere meglio anche per evitare che l´offensiva dell´Islam wahabita - favorito dalla nostra distrazione - abbia la meglio anche qui, nella culla della cristianità.

domenica 22 marzo 2009

Con il piano-casa a rischio anche gli edifici storici

Con il piano-casa a rischio anche gli edifici storici
SALVATORE SETTIS
SABATO, 21 MARZO 2009 LA REPUBBLICA

La polemica

Il "decreto del cemento" prevede il silenzio-assenso delle sovrintendenze

Palazzo Chigi ha diffuso, inviandola ufficialmente a Regioni ed enti locali, un´irresponsabile bozza di decreto legge su sedicenti "Misure urgenti per il rilancio dell´economia attraverso la ripresa delle attività imprenditoriali edili".

Nulla ha dunque insegnato al nostro governo la "bolla edilizia" (housing bubble) che ha duramente colpito l´economia americana l´anno scorso. Secondo l´analisi di George Soros nel suo ultimo libro (The New Paradigm for Financial Markets: The Credit Crisis of 2008 and What It Means), le aspettative artificialmente create da un mercato immobiliare gonfiato ad arte hanno prodotto, fra 2001 e 2005, una crescita incontrollata degli investimenti immobiliari, e dunque dei relativi meccanismi di finanziamento (a cominciare dai mutui), sul presupposto che il valore degli immobili possa crescere indefinitamente, appoggiandosi a finanziamenti e prestiti sempre più alti, per immobili sempre più cari. Il solo fatto di concedere sempre più mutui, a condizioni facilitate, fece crescere la domanda immobiliare, anzi per alcuni anni parve convalidare le previsioni più ottimistiche, innescando un perverso inseguimento fra eccesso di domanda (e di debito) ed eccesso di offerta. Bastarono pochi anni, e l´eccesso degli investimenti immobiliari e del relativo indebitamento, oltre che distrarre il risparmio da investimenti più produttivi, finì con l´esser tanto alto da trascinare l´intero sistema nella rovina: la terribile housing bubble con conseguente bancarotta, appunto, di cui abbiamo letto su ogni giornale, evidentemente invano.
L´Italia, si sa, è il Paese europeo col più basso tasso di natalità. Ma è al tempo stesso il Paese col più alto consumo di territorio: per dare solo un esempio particolarmente raccapricciante, la Liguria ha consumato negli ultimi vent´anni il 45% della propria superficie libera da costruzioni, inondando il paesaggio di cemento (la media italiana è un già pessimo 17%). Basta mettere insieme questi due dati (bassa natalità, altissimo consumo del suolo), che contrastano drasticamente con l´esperienza Usa (un Paese in continua espansione demografica e con ampie aree a bassa densità abitativa), per comprendere come la "bolla immobiliare" nostrana, se gli investimenti non vengono dirottati altrove, sia destinata a esplodere con ben maggior violenza. La bozza ora emanata da Palazzo Chigi parte al contrario dall´ipotesi, quando meno azzardata, che per rilanciare l´economia nulla di meglio vi sia che scatenare la cementificazione del Paese. Allo scopo, s´intende, «di sostenere la domanda generale interna di beni e servizi, nell´attuale fase di congiuntura globale» (art. 1 della bozza). L´arcaica superstizione secondo cui l´unico investimento sicuro è quello del "mattone", comprensibile come retaggio di una società preindustriale, viene dunque adottata dal governo come linea vincente per salvare l´economia del Paese.
L´intento di fornire al "partito del cemento" una piena licenza di uccidere non potrebbe esser più chiaro. Si possono ampliare del 20% tutti gli edifici ultimati entro il 2008: la percentuale si calcola sul volume per le unità residenziali, sulla superficie coperta per ogni altra (art. 2, c. 2). Se poi il 20% non basta, niente paura: si può arrivare comodamente al 35% (del volume o della superficie), purché si abbatta integralmente un edificio, ricostruendolo più in grande. Queste ed altre espansioni edilizie saranno fatte, assicura la bozza, «in deroga alle disposizioni legislative, agli strumenti urbanistici vigenti o adottati e ai regolamenti edilizi» (art. 2 c. 1); persino l´altezza della nuova fabbrica può essere modificata, portandola fino a «quattro metri oltre l´altezza massima prevista dagli strumenti urbanistici vigenti». Per tutti questi interventi basta una d.i.a. (dichiarazione inizio attività), senza tanti permessi: il risanamento dell´economia non può aspettare. E se per caso si trattasse di edifici storici? Facile: basta far domanda alla competente Soprintendenza, e se per caso non risponde entro 30 giorni vale il principio del silenzio-assenso (art. 5, c. 3 e 5). Il Codice dei Beni Culturali viene in tal modo non ignorato, ma consapevolmente calpestato. La certezza del diritto cede il passo a una feroce delegificazione.
Impallidiscono, al confronto, i condoni edilizi ex post, piombati a proteggere e incoraggiare la cementificazione dell´Italia coi governi Craxi (1985) e Berlusconi (1994, 2003, 2004). La foglia di fico della crisi economica non nasconde l´essenziale: questa bozza di legge è un condono ex ante, anzi non solo legittima e depenalizza, ma incoraggia ciò che fino ad oggi è reato, consegnando città e paesaggio dell´intero Paese al partito del cemento, al saccheggio di speculatori senza scrupoli, devastando senza rimedio borghi e campagne, persino lo skyline delle nostre città. Se, come è da sperare, questa bozza null´altro è che un ballon d´essai, sarà molto interessante vedere quali saranno le reazioni delle istituzioni. Che cosa farà il Ministero dei Beni Culturali, che in passato seppe far cadere le proposte di silenzio-assenso presentate dai ministri Baccini (2005) e Nicolais (2006), di fronte a questa norma assai più distruttiva? Che cosa diranno Regioni ed enti locali di fronte a tanta selvaggia deregulation? Qualcuno si ricorderà dell´art. 9 della Costituzione, che impone alla Repubblica, in via prioritaria rispetto ad ogni altro interesse anche economico, «la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione»?

giovedì 19 marzo 2009

"Mi oppongo al piano-casa, è uno scempio". L'altolà di Carandini

La Repubblica 19.3.09
Intervento a sorpresa del presidente del consiglio dei beni culturali
"Mi oppongo al piano-casa, è uno scempio". L'altolà di Carandini
di Carlo Alberto Bucci

Dal successore di Settis un "no" all´impoverimento del paesaggio
"Un intervento che rischia di far nascere nuove rughe sul volto già usurato dell´Italia"
Contrarietà davanti all´idea di "prestare" i Bronzi di Riace al G8 in Sardegna
Accordo invece per Bertolaso Commissario dell´area romana

«Il piano-casa è un allarme per il Paese». Andrea Carandini veste i panni dell´urbanista e boccia il progetto del governo Berlusconi. Seduto in pizzo alla poltrona alla quale ammette «di non essere affatto legato», tanto da «non vedere l´ora di tornare ai miei studi», il vecchio archeologo, neo presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, ieri ha fatto un discorso di insediamento che lo mette immediatamente in bilico sullo scranno che Salvatore Settis ha lasciato in polemica con il ministro Sandro Bondi. Il sì convinto dell´allievo di Ranuccio Bianchi Bandinelli alla proposta arrivata con una telefonata di Bondi «mentre ero in ascensore», appare infatti appannato dal "piano-casa". «L´intervento, per quanto si intravede - ha detto Carandini, aspettando di leggere la proposta nella sua forma definitiva ai primi di aprile - allarma, nel suo disordinato pointillisme, che rischia di portare nuove rughe al volto già usurato del nostro paesaggio rurale e urbano».
La "puntiforme" estensione dei condoni «viene ad aggiungersi al grande ciclo espansivo dell´edilizia dell´ultimo decennio che ha interessato soprattutto la "città diffusa"». Un pericolo incombe sull´Italia: «È ragionevole temere che venga ulteriormente impoverita la sostanza paesaggistica che potremo offrire a coloro che verranno a visitare il nostro Paese». Per Carandini «bisogna completare al più presto i piani paesaggistici». E in attesa che questi vengano messi a punto (potrebbero servire anche due o tre anni, ipotizza con una buona dose di ottimismo) «non resta che regolamentare l´attività edilizia, caso per caso attraverso le norme del Codice dei beni culturali, ricordando però che la potestà del ministero sull´autorizzazione paesaggistica, secondo la norma transitoria, ben presto si esaurisce: passati i sessanta giorni dal ricevimento del progetto, e il personale tecnico disponibile è scarso».
Davanti al ministro dei Beni culturali (dicastero «con problemi di sopravvivenza», sottolineata la penuria di fondi e personale) e ai consiglieri vecchi e nuovi (i professori Elena Francesca Ghedini, Emanuele Angelo Greco e Marco Romano, nominati al posto dei cattedratici dimissionari Andrea Emiliani, Andreina Ricci e Cesare De Seta), l´archeologo dell´Università la Sapienza ha anche, innanzitutto, sottoscritto le novità portate al Collegio romano dal ministro che starebbe pensando di tornare a occuparsi del suo partito (Forza Italia): ossia nomina di un commissario speciale, il capo della protezione civile Guido Bertolaso, per l´area archeologica di Roma, e quella di un super manager, l´ex leader di MacDonald, Italia Mario Resca, per la valorizzazione dei musei italiani. Ma, in conclusione del suo intervento, Carandini ha posto l´accento sull´ultima parola che dà corpo al Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici. Il paesaggio, appunto. Per l´autore di Archeologia classica (Einaudi), dal "piano-casa" vanno esclusi: «Le aree ad alto grado di tutela o a tutela integrale previste nei pochi piani paesaggistici già adottati o approvati, i beni immobili di interesse culturale sottoposti a disposizioni di tutela del codice e le zone perimetrate come "centro storico" e "città storica" dagli strumenti urbanistici vigenti».
Il ministro Bondi ha approvato la relazione definendola «un perfetto affresco sul patrimonio culturale italiano» e ha ringraziato Carandini «per lo stimolante discorso e le utili indicazioni di lavoro». Molto apprezzata soprattutto l´analisi «sul rapporto Beni Culturali-Stato-Regioni». E già, perché Carandini ha brindato all´accordo di programma tra Bondi e Bassolino in tema di gestione delle bellezze della Campania. E ha detto che «il modello, completato per l´aspetto universitario potrebbe essere esteso, gradualmente, anche alle altre Regioni, nel quadro di una prospettiva nazionale».
Anche uno stop alle mire espositive del governo c´è nella relazione del vecchio archeologo. Che prima s´è trincerato dietro un «non è di nostra competenza» alla domanda se sarebbe d´accordo a prestare i Bronzi di Riace per il G8 in Sardegna. Ma poi, ribadendo che i prestiti si possono concedere solo per rassegne di alto contenuto culturale e scientifico, ha ammesso: «Sono contrario all´esposizione dei feticci, dirò sempre no alle mostre delle belle statuine».

mercoledì 18 marzo 2009

Luxor Trovata una camera funeraria decorata di 3.500 anni fa

Corriere della Sera 18.3.09
Luxor Trovata una camera funeraria decorata di 3.500 anni fa
La «Cappella Sistina» dell'Antico Egitto

MADRID — È la Cappella Sistina dell'antico Egitto. Così la stampa spagnola ha definito la nuova scoperta effettuata a Luxor (un tempo Tebe) dall'archeologo iberico Josè Manuel Galan. Il team di ricercatori ha messo in luce una camera funeraria con scritture geroglifiche risalenti a circa 3.500 fa anni e costruita in memoria di Djehuty, un nobile egiziano alto dignitario della regina Hatshepsut.
I lavori di scavo sono durati otto anni nella località di Dra Abu el-Naga. Galan ha scoperto vari reperti di grande valore, ma la vera sorpresa è arrivata quest'anno, quando l'équipe ha individuato un pozzo che conduceva a una sala mortuaria affrescata con geroglifici scritti in corsivo.
«Al di là dell'indubbio valore estetico, il fatto ancora più importante è che in quell'epoca, all'inizio del XVIII secolo avanti Cristo, non si decoravano le camere funerarie. Si conoscono solo altri quattro esempi di camere decorate» ha detto Galan a El Mundo.
«Il fatto che Djehuty abbia fatto decorare il proprio sepolcro lo colloca fra i personaggi più importanti e influenti del momento».
La camera mortuaria di Djehuty ha le pareti e il tetto decorati con disegni e geroglifici che riproducono diversi passaggi del Libro dei Morti. Sul soffitto la dea dei cieli Nut, accanto a una rondine o al dio del sole, Ra, che accompagna i morti nell'aldilà. È una vera «Cappella Sistina del 1500 avanti Cristo» ha spiegato Galan ad Abc.
Resta però un mistero. Gli archeologi hanno rinvenuto anche vari oggetti d'oro, ma non il sarcofago e neppure la mummia del defunto. Si escludono furti. Almeno non nel periodo in cui si sono svolti gli scavi.

se Marte e Venere entrano a Palazzo Chigi

se Marte e Venere entrano a Palazzo Chigi
MARIO TORELLI
LA REPUBBLICA - 18 MARZO 2009 - ROMA

Qualche settimana fa, nel raccontare della decisione del Cavaliere di prendere delle sculture antiche dai depositi del Museo Nazionale Romano per decorare alcune sale di Palazzo Chigi, ritenute troppo spoglie per gli splendori del nouveau régime, ricordavo che con i miei studenti mi sono servito di questa vicenda per illustrare aspetti ideologici e storici di un precedente famoso di due millenni or sono, quello costituito dal continuo uso da parte di grandi generali e imperatori romani, che solevano ordinare il saccheggio di santuari e di piazze pubbliche del mondo greco per decorare ville e palazzi dell´Urbe.

Sappiamo da una lettera famosa di Cicerone che le povere statue greche, requisite con metodi spicciativi sovente ricostruiti in dettaglio dagli archeologi, venivano ricollocate nelle nuove sedi con colossali effetti kitsch, propri di tanta parte della cultura dei conquistatori del mondo: la ricostruzione dei "programmi decorativi", ossia delle linee guida dei nuovi significati assunti dalle sculture rapinate, rappresenta uno dei temi più importanti della ricerca contemporanea di storia dell´arte romana, di grande utilità per comprendere la mentalità dei committenti, che di rado si distingue da quella dei parvenus di tutte le epoche e di tutte le latitudini.

Mi chiedevo allora quale fosse il "programma decorativo" alla base di quel "delicato prelievo" dai depositi del Museo Nazionale Romano: ho ricordato l´episodio analogo del secondo governo Berlusconi.

Protagonista l´allora ministro per i Beni e le Attività culturali Urbani, il quale inviò a Bruxelles un busto di Adriano, figura archetipica - a detta dell´allora ministro - di quel Buongoverno che era in quegli anni la parola d´ordine della destra al potere e cara, sempre secondo Urbani, al nostro premier, conquistato dalle pagine della Yourcenar.

Quando scrivevo questa mia recente nota ignoravo le scelte del Cavaliere e a maggior ragione quale fosse "il programma" del nuovo arredo imperiale. Ora il nodo è stato sciolto.

I giornali di sabato 14 marzo ´09 sono pieni di articoli che, non senza alcune imprecisioni e vaghezze, ci informano sui materiali prescelti e persino sulla futura collocazione, se non di tutte, almeno delle principali sculture.

Il pezzo forte del "prelievo" è un gruppo raffigurante Marte e Venere, le cui teste sono in realtà i ritratti di un Marco Aurelio molto giovanile e della sposa di questi Faustina Minore. Il pezzo forte è veramente tale e è lungi dall´essere opera secondaria, trattandosi di un raro pezzo di scultura che immagina entrambi gli Augusti sotto spoglie divine, un´iconografia nella quale è facile trovare uno solo dei due imperatori, ma di rado l´augusta coppia: il gruppo fu trovato ad Ostia nelle cosiddetta "Basilica" agli inizi del secolo scorso, quando la sede naturale per questi trovamenti era il grande museo romano (nulla di simile esisteva ad Ostia): ora la sua nuova sede sarà il pianerottolo dello scalone principale di Palazzo Chigi.

Poi si parla di due altri ritratti imperiali, mentre il "Corriere della Sera" afferma che le altre statue sarebbero invece un Ercole e una figura muliebre.

Ma per noi, curiosi della psicologia (e dei gusti) del Capo, il silenzio sulle motivazioni della scelta resta purtroppo assordante. Fortunatamente per noi la luce ci giunge dalla lontana Catania, contenuta in un articolo apparso sempre sabato 14 sul quotidiano "La Sicilia", dovuto alla penna colta e delicata di Michele Nania, il quale spiega tutte le profonde motivazioni del "programma decorativo" concepito per Palazzo Chigi.

Con un titolo che trasuda cultura ("Quanto baccano per quattro statue... "), Nania testualmente così ci informa: "tanto per cominciare le statue sono tre e non quattro come sostiene la disinformazia comunista. Imparino a contare, lorsignori: c´è un gruppo marmoreo con Venere e Marte (tema peraltro di cui il signor premier può fare scuola e doposcuola) che sarà collocato alla sommità dello scalone d´onore, dove passano potenti e capi di Stato in visita ufficiale. Poi ci sono altre due cosuzze: una statua di Marco Aurelio e una della moglie Faustina Minore (bravo presidente, la famiglia innanzi tutto), che andranno nello studio privato".

Basta con "la solita opposizione cattocomunista, maldestra e disinformata", si lascia sfuggire la sobria e informata penna di Nania, il quale di sfuggita accenna che la discussa trasferta sarda dei Bronzi di Riace per deliziare gli ospiti del G 8 sarebbe ormai cosa fatta ("?.. il concitato imperio e il celere ubbidir?."): a noi che credevamo che la cosa fosse ancora in discussione e soprattutto avevamo fiducia che tutti quegli archeologi da poco nominati dal ministro nel Consiglio Superiore avrebbero ben ponderato il da farsi, senza preoccupazione di dar torto al Presidente, finalmente Nania ci fa ora sapere notizie di fonte sicura e soprattutto unica.

D´ora in poi la stampa, seguendo l´esempio dotto e informato de "La Sicilia", potrà esplicitare motivi reconditi delle scelte autorappresentative del Cavaliere, messe in atto con i suoi napoleonici "prelievi".

Finalmente sappiamo che il gruppo di Marte e Venere è lì, al termine del solenne moto ascensionale dello scalone, per ricordare ad illustri visitatori che il nostro Presidente del Consiglio è tutto armi ed amori: come dice Nania, sul tema Berlusconi può fare "scuola e doposcuola".

Ma ci assale il dubbio di essere scarsamente informati sull´augusta biografia: se l´aneddotica sulla galanteria del Cavaliere è ricchissima, confessiamo la nostra pochezza cattocomunista nel sussurrare che ci sfuggono i suoi fatti d´arme.

domenica 15 marzo 2009

Le dame, i cavalieri e il piacere proibito

La Repubblica 15.3.09
Le dame, i cavalieri e il piacere proibito
L’amore carnale nel Medioevo
di Franco Cardini

Nella storiografia divulgativa, quella scritta da "storici" amateurs, ricorre un buffo fenomeno che gli studiosi di professione ben conoscono: la frequente retrodatazione di usi e di tradizioni che appartengono al passato più o meno prossimo e che vengono presentati - e in genere entrano nell´immaginario collettivo - come ben più antichi di quanto non siano. Concorre, a configurare questo bizzarro effetto deformante, una sorta di superstizione progressista: s´immagina la storia come una sequenza di eventi, istituzioni e strutture in costante evoluzione positiva, in progresso; ed è quindi ovvio, se ne deduce, che l´oggi sia migliore dello ieri e che il domani sarà ancora migliore dell´oggi.
In questi ultimi anni, per la verità, tale beata illusione è stata messa a dura prova, e forse nessuno l´adotterebbe per le cose contemporanee. Ma sopravvive per il passato: difatti si parla di un Medioevo nel quale si bruciavano le streghe, che invece poverine andarono piuttosto con i loro roghi a illuminare il già «luminoso» Rinascimento, perché nel «buio Medioevo» erano quasi sconosciute. Oppure, ci s´immagina l´aristocrazia feudale dei secoli Dodicesimo e Tredicesimo come fatta tutta di signorotti a immagine del manzoniano don Rodrigo, la cui nobiliare prepotenza era, invece, del tutto seicentesca, e quattro-cinque secoli prima nessuno l´avrebbe tollerata.
Così accade quando s´immaginano i costumi sessuali. La pruderie ottocentesca discenderebbe dal casto e represso Medioevo, in un rassicurante continuismo che solo di recente avrebbe lasciato il passo a una crescente libertà sessuale. Inutile dire che così non era: tra il Medioevo e il casto romanticismo si è incuneata la cultura libertina, che dà dei punti alle nostre fantasie più osées. Ma che a sua volta, guarda caso, aveva nel Medioevo molti più modelli di riferimento di quanti non ci aspetteremmo.
Medioevo casto e represso. È uno dei più radicati fra i nostri luoghi comuni; come quello d´un Medioevo igienicamente poco raccomandabile, ad esempio. Errore. La nostra età di mezzo pullulava di «bagni» e di «stufe», in parte ereditate dall´età romana - ma anche da certe tradizioni barbariche, ad esempio dal bagno di vapore turcomongolo -, in parte reimportate attraverso il mondo musulmano, a sua volta erede della tradizione bizantina. E nei bagni non ci si limitava a lavarsi: «stufa» era sinonimo di bordello. D´altro canto, lo spettacolo della nudità - aborrito dalla Riforma protestante in poi - era nei secoli di mezzo alquanto comune e consueto.
E allora, il Medioevo mistico, innamorato della Vergine Maria e per il resto tutto onore e gelosia, nel quale circolavano congegni come le cinture di castità? L´amore mistico e spirituale, quello rivolto alla Madonna e passato poi, attraverso trovatori, trovieri e Minnesänger all´amor cortese e al culto della «donna angelicata», costituiva senza dubbio una grande forza spirituale, etica ed estetica. Ma c´era anche ben altro.
L´amore fatale, l´amore-passione travolgente e inestinguibile è, secondo un ormai classico studio di Denis de Rougemont, L´amour et l´Occident (1939), un´invenzione dell´Occidente medievale, i grandi modelli del quale sono uno romanzesco (Tristano e Isotta) e uno storico (Abelardo ed Eloisa). Jack Goody (Il furto della storia, Feltrinelli 2006) ha obiettato che le cose non stanno proprio così: e che anche l´antico Egitto, e poi almeno India, Cina e Giappone la sapessero lunga al riguardo. Certo comunque il Medioevo conosceva bene la lussuria, che Dante tratta come un grave peccato (il più lieve tuttavia tra quelli mortali) e ci mostra condannata nell´Inferno.
Ma eccoci al punto: la poesia cavalleresca e più tardi quella lirica e la novellistica, al pari di certe magari dissimulate forme d´arte plastico-figurativa, sono molto meno avare di quel che siamo abituati a pensare di esempi d´amore fisico anche alquanto spinto: al limite, non di rado, di quel che per noi sarebbe l´erotismo se non addirittura la pornografia.
Il bel libro recente di Florence Colin-Goguel, L´image de l´Amour charnel au Moyen Âge (Seuil 2008, prefazione di Michel Pastoureau) ci dà ampia materia di modificare, a proposito del nostro Medioevo, parecchie idées reçues che pigramente ci portiamo dietro. Zavorrato dall´austera continenza d´origine paolina e poi ascetica, ma insidiato non solo dall´eredità erotica della cultura latina bensì anche da certi modelli biblici (il Cantico dei Cantici...), il Medioevo occidentale ha coltivato un interesse e una propensione per l´amore fisico spesso sconfinato - come nella tradizione goliardica - in forme grottesche, dissacratorie e paradossali, ma alimentato anche da una raffinata tensione intellettuale che si sfogava perfino in un´accurata trattatistica e raggiungeva, invadendola, perfino la teologia morale.
Tempo di gelosia e di segregazione, il Medioevo era anche età di società di soli uomini e di donne sole, dove rapporti omosessuali e autoerotismo avevano modo di espandersi. Dietro le stesse tradizioni cavalleresche e monastiche, chiericali e universitarie, si avverte spesso, e nemmeno troppo nascosto, il brivido dell´androginia e dell´eros "alternativo". Gli stessi cacciatori d´una «repressione della donna» in età medievale avrebbero modo di ricredersi, quanto meno studiando la società aristocratica. in pieno Dodicesimo secolo, corti come quella di Eleonora duchessa d´Aquitania (la madre di Riccardo Cuor di Leone) erano luoghi nei quali si praticava e si teorizzava l´adulterio, mentre più tardi nelle società mercantili l´uso delle more, delle russe e delle circasse tenute come schiave domestiche avrebbe diffuso forme di poligamia pratica e popolato il mondo di bastardi: che sovente avevano anzi un loro ruolo sociale e perfino araldico riconosciuto.
Scorrendo le pagine e le immagini proposte dalla Colin-Goguel, allieva di Le Goff e di Chastel, si resta addirittura stupiti nel constatare come dalla musica ai tornei, dai giochi alle passeggiate in giardino, dagli usi enogastronomici alle stesse metafore religiose, il Medioevo fosse pervaso di erotismo e di attrazione carnale. La stessa eresia catara, che proclamava come il massimo peccato contro Dio fosse la riproduzione, che perpetuava la schiavitù dello spirito entro la prigione carnale, era poi molto meno severa nei confronti delle forme di erotismo che comportassero dispersione del seme e non dessero quindi frutti. E questa considerazione attenua di molto lo stupore di qualcuno, allorché constata quanto il catarismo fosse diffuso in contrade gioiose come la dolce Provenza. Per tacere dei frequenti coiti diabolici. Immaginari, d´accordo, anzi illusori. Ma, dopo il dottor Freud, la sappiamo lunga al riguardo.

giovedì 12 marzo 2009

«Quel genio della fisica che faceva l'oroscopo»

Corriere della Sera 12.3.09
Il biografo William Shea, professore all'università di Padova
«Quel genio della fisica che faceva l'oroscopo»
di Giovanni Caprara

«Li diciotto anni migliori di tutta la mia età». Era soddisfatto Galileo Galilei del suo soggiorno a Padova. Arrivato da Pisa nel 1592, insegnava matematica all'Università da un pulpito di legno che ancora oggi si può osservare all'ingresso dell'aula magna al Palazzo del Bo. «Però i suoi studenti erano perlopiù di medicina — racconta William R. Shea, sulla cattedra galileiana di storia della scienza all'ateneo patavino —. E non tutto comunque gli piaceva. Allora c'erano due facoltà: la più importante, giurisprudenza, aveva 28 professori e accanto esisteva quella delle arti con 19 professori. Quando, all'inizio dell'anno accademico, entravano in fila in cattedrale secondo l'ordine d'importanza, Galileo era il penultimo, seguito dalla retorica. La matematica, allora, non contava molto e il fatto certamente non lo rallegrava. In realtà era suo compito anche l'insegnamento dell'astrologia ».
La cosa all'epoca era normale e Keplero, mentre scopriva il moto dei pianeti, dibatteva, scrivendo, di influssi astrali. «Galileo faceva l'oroscopo per se stesso, per sapere come comportarsi con le due bambine e un ragazzo che aveva in casa, figli della sua compagna Marina Gamba incontrata a Venezia — aggiunge Shea —. E poi ne preparava a pagamento. Quaranta oroscopi esclusi dall'opera omnia galileiana curata dal Favaro alla fine dell'Ottocento saranno ora inseriti nella nuova edizione che stiamo preparando con il coordinamento del professor Galluzzi del Museo della storia della scienza di Firenze».
Ma che tipo di professore era il grande pisano? «Per contratto avrebbe dovuto insegnare sessanta ore all'anno, ma in una lettera rivela di farne appena la metà. Era affacendato in tante altre attività». Tra queste c'era sicuramente il lavoro con il cannocchiale.
«Con le lenti aveva dimestichezza, perché già nel 1602 ne spediva una scatola a un amico di Vicenza. All'epoca erano noti cannocchiali che ingrandivano fino tre volte utilizzando due lenti, una concava e l'altra convessa. Ma erano poco più di un gioco. Galileo, invece, nell'estate 1609 va a Murano dove eccellenti artigiani lavoravano il vetro e lì trova lenti più potenti con le quali costruisce un cannocchiale capace di ingrandire otto-nove volte, un miglioramento enorme. In realtà, però, egli non ha mai capito come funzionasse. Francesco Sagredo gli chiedeva da Venezia delle spiegazioni e Galileo rispondeva di essere troppo impegnato per inviarle. Un anno dopo Sagredo ripete la domanda e lo scienziato, ormai a Firenze al servizio del Granduca e già famoso in tutta Europa, rinvia di nuovo dicendogli che glielo avrebbe spiegato a voce alla prima occasione e non per iscritto».
Nonostante tutto, il genio si manifesta e 400 anni fa compie la storica scoperta delle lune medicee pubblicata sul «Sidereus Nuncius» che rivoluzionano l'astronomia e la scienza, mandando definitivamente in crisi la visione classica del cielo. «Tra l'altro — continua Shea — quando parte per Firenze regala al Doge della Serenissima il cannocchiale che ingrandiva solo nove volte e porta invece con sé quello da venti ingrandimenti. A Firenze non ne costruirà altri per dieci anni, finché non troverà artigiani in grado di aiutarlo. Galileo è stato un grande disegnatore della Luna: nessun altro ha raggiunto il suo livello. E non a caso. Gli piaceva moltissimo e spesso ripeteva, fin da giovanissimo, che avrebbe fatto volentieri il pittore. Modestia a parte, sapeva dipingere davvero, come dimostrano gli acquerelli lunari. La sua grandezza è stata soprattutto nell'abilità di trasportare sulla carta ciò che vedeva al cannocchiale: un'impresa tutt'ora ardua con strumenti ben più perfezionati.
Quello degli artisti, inoltre, ha sempre rappresentato per lui un'ambiente di riferimento dove contava numerosi amici, come Ludovico Cardi, detto Cigoli. E, quando occorreva, li aiutava. Della giovane pittrice Artemisia Gentileschi vendeva persino i quadri. Fra gli astronomi, insomma, rimase imbattibile per vent'anni, fino a quando il francese Claude Mellan dimostrò un'analoga abilità con la matita. Questa eccezionale capacità nel rappresentare ciò che vedeva durante le notti di osservazione dice quanto fosse forte in lui il rapporto tra arte e scienza. Non a caso era anche un fine letterato».
C'è una storia strana che riguarda la Luna. «In quegli anni — conclude William R. Shea — molti credevano, avendo letto Plutarco, che il nostro satellite naturale fosse abitato. Keplero e Cartesio ne erano convinti. All'inizio pure Galileo, che però voleva verificare. Puntò così il suo cannocchiale sui monti e sui mari lunari, ma quando si accorse che non c'erano nuvole, concluse che non potevano esistere nemmeno gli uomini».

Galileo. Il cielo in una lente

Corriere della Sera 12.3.09
Quattrocento anni fa inventò il cannocchiale. Da domani al 30 agosto un viaggio nell'affascinante rapporto tra uomo e cosmo
Galileo. Il cielo in una lente
Dai papiri egizi all'Atlante Farnese: la matematica incontra l'arte
di Wanda Lattes

La mostra «Galileo. Immagini dell'universo dall'antichità al telescopio» è promossa dall'Ente Cassa di Risparmio di Firenze e dalla Fondazione Strozzi.
Curatore, Paolo Galluzzi, direttore del museo di Storia della scienza di Firenze. Info: www.palazzostrozzi.org, 055/2645155. Catalogo: «Giunti», 444 pagine, 38 euro
La musica All'interno della mostra sarà presentata la prima esecuzione del canone angelico a 36 voci del frontespizio della Musurgia Universalis di A. Kircher.
Il canto celeste è il sonoro del filmato «L'armonia delle sfere»: partitura di M. Ignelzi, eseguito dal coro Vincenzo Galilei della Normale di Pisa (direttore F. Rizzi)
L'altra mostra «Il futuro di Galileo» , in corso a Padova fino al 14 giugno al Centro Culturale Altinate/San Gaetano, è dedicata alla modernità, all'innovazione e alla capacità di guardare al futuro dello scienziato. Orari: 9-19, dal martedì alla domenica. Il biglietto costa 8 euro, info: 049 2010010

Trecento pezzi in otto grandi sale. Perfino gli antichi soffitti di palazzo Strozzi sono stati colorati, rivestiti, per per fare intravedere, di colpo, il linguaggio del cielo. Trecento pezzi, oltre alle postazioni multimediali, per addentrarsi nelle più remote suggestioni degli uomini: l'amore, la paura dell'infinito.
La mostra che suggella il quarto centenario delle scoperte rivoluzionarie di Galileo Galilei ha richiesto due anni d'impegno da parte degli studiosi che Paolo Galluzzi, accademico dei Lincei, ha guidato con lo scopo di realizzare non tanto la celebrazione di un genio italiano, quanto di far intendere la cesura che agli inizi del Seicento si ebbe nel mondo della scienza e, dunque, nella vita degli uomini.
Esisteva il rischio di esporre soltanto reliquie galileiane proverbiali: il primo cannocchiale, appunti, ritratti che rievocano la celeberrima condanna per eresia, il salvataggio, la dimora dell'esilio, perfino l'autentico pezzetto di scheletro, l'osso di un dito. Ma il pericolo di una banale agiografia è stato evitato. La mostra è un viaggio (con l'accompagnamento della musica celeste che gli antichi a lungo attribuirono al movimento degli astri) nel rapporto tra uomo e cielo di cui Galileo è solo l'ultimo atto. Ecco dunque come, dai tentativi di interpretare la disposizione dei corpi celesti quale magico, diretto fattore di carattere di ciascun individuo malinconico, flemmatico o rabbioso, si sia passati all'osservazione del cosmo, al ragionamento geometrico che è base delle scienze attuali.
La prima sezione (con papiri, manoscritti e tavolette) risale agli albori dell'astronomia: Mesopotamia, Egitto. Nella seconda e nella terza si semplifica il pensiero greco ed ellenista: Platone, Aristotele, Pitagora, Tolomeo. Poi si individuano le forme del pensiero cristiano, islamico, e si arriva alla rinascita dell'astronomia con Copernico e Tycho Brahe. Fino a che non arriva Galileo che, dando le consegne a Keplero e Newton, apre alla Scienza vera e propria.
I pezzi della mostra testimoniano inoltre, con coerenza, come il cielo abbia parlato all'arte. Ecco, tra Centauri e cigni simbolici, l'Atlante Farnese, splendida statua greca portata a Roma nel 1562. Il vecchio Atlante ha sulle spalle il globo celeste con tanto di equatore, zodiaco e tutte le costellazioni. A tale capolavoro si accostano come rarità le tavolette babilonesi che rispecchiavano diari astronomici, solstizi, equinozi. E poi il globo d'argento del II secolo che in superficie squaderna le 48 costellazioni di Tolomeo. L'arazzo di Toledo è un astrolabio di stoffa variopinta che ha al centro la sfera celeste e attorno meravigliose fantasie di costellazioni. Di Botticelli è esposto un Sant'Agostino; di Rubens, un feroce Saturno. E poi un Atlante del Guercino, una Melanconia di Durer, un'Allegoria dell'aria e del fuoco firmata da Bruegel il vecchio.
Ed eccolo, infine, il simbolo e il fulcro di questa mostra e dell'anno galileiano: il cannocchiale che lo scienziato realizzò per il Granduca Cosimo II, legno, pelle, decorazioni in foglia d'oro, piccolo diaframma, bariletto per le lenti. E, accanto, il suo primo «figlio»: un suggestivo acquerello autografo della Luna, la prima fedele riproduzione dell'immagine catturata finalmente grazie allo strumento appena inventato.

martedì 10 marzo 2009

Una mostra riscatta il pittore che stregò i potenti europei

Una mostra riscatta il pittore che stregò i potenti europei
MARA AMOREVOLI
MARTEDÌ, 10 MARZO 2009 LA REPUBBLICA - Firenze

Povero e pieno di talento. Tanto da diventare "pittore imperiale", celebrato come il "David di Firenze". Una carriera folgorante per Pietro Benvenuti (1769-1844), figlio di un ciabattino della periferia di Arezzo, avviato agli studi all´Accademia di Belle Arti grazie al sussidio della Fraternita dei laici, e talmente bravo da essere poi mandato a Roma, consacrato da fama illimitata, grazie anche al buon carattere e l´attenzione ai denari, che lo vide incline a servire ogni committente con profusione di opere, dai Lorena, a sovrani della famiglia di Napoleone, fino ai Granduchi e ai ricchi committenti nobili. Eppure dimenticato, perché ritenuto troppo accademico, votato all´estetica neoclassica e al gigantismo delle composizioni mitologiche, e ora riscoperto grazie alla mostra che si inaugura oggi a Palazzo Pitti, alla Galleria Palatina e Moderna, negli spazi delle Sala Bianca dove l´allestimento di Luigi Cuppellini incornicia i suoi ritratti e grandi quadri, compreso quello (21 metri quadrati di tela) de La morte di Priamo proprietà dei principi Corsini, appena restaurato per l´esposizione.
Pittore Imperiale-Pietro Benvenuti alla corte di Napoleone e dei Lorena è la prima delle rassegne 2009 organizzate dal Polo museale fiorentino con l´Ente Cassa di Risparmio: curata da Liletta Fornasari e Carlo Sisi rende giustizia a questo illustre protagonista del passaggio tra Neoclassicismo e Romaticismo, a cui si devono i monumentali affreschi delle Sala di Ercole a Pitti, e con Leopoldo II di Lorena, le decorazioni del soffitto della Cappella dei Principi a San Lorenzo, oltre ai molti ritratti di corte. Numerosi i disegni, i bozzetti, gli studi preparatori tra le 160 opere che rileggono l´opera di Benvenuti, che rivelano la sua geniale maestrìa, oltre ai contatti con altri artisti italiani ed europei incontrati a Roma (tra cui Giani, Sabetelli, Thorvaldsen), e che non poco contribuirono alla sua evoluzione, verso un´adesione più moderna. «Un artista di qualità assoluta, vicino al nostro sentire» osserva la soprintendente Cristina Acidini, presentando la rassegna e invitando a rileggere emotivamente i monumentali capolavori di Benvenuti riuniti a Pitti grazie anche prestiti da collezioni private e altri musei.
La rassegna diretta e coordinata da Stefano Casciu e Annamaria Giusti, corredata di catalogo Sillabe, resterà aperta da oggi al 21 giugno, con un ticket di ingresso che da 8,50 euro sale a 12 euro, valido per la visita alla mostra e alle Gallerie Palatina e Moderna.

lunedì 9 marzo 2009

Giotto. Il linguaggio e i gesti del moderno

La Repubblica 9.3.09
Giotto. Il linguaggio e i gesti del moderno
di Antonio Pinelli

Esposti a Roma molti suoi capolavori (ma alcuni di dubbia attribuzione) oltre a opere di Cimabue, Cavallini, Martini, dei Lorenzetti e di Arnolfo. Dalla rassegna emerge il profilo rivoluzionario di una cultura figurativa
Disegna spazi abitabili dentro i quali fa muovere figure dalla corposa fisicità
L´esperienza dell´antico gli fa superare le convenzioni bizantine
In una "Canzone" polemizza con l´ideale francescano della povertà

ROMA. Giotto, non-Giotto è il titolo di un saggio, pubblicato nel 1939 sul Burlington Magazine, con cui l´autorevole storico dell´arte Richard Offner si schierò tra coloro che negano la paternità giottesca del celeberrimo ciclo con le Storie di San Francesco, affrescato sulle pareti della basilica superiore di Assisi.
Per la folgorante efficacia con cui sintetizza una disputa che ha fatto versare fiumi d´inchiostro - e chissà quanto ancora ne sarà versato, giacché tutt´oggi la querelle divide in due schiere contrapposte noi addetti ai lavori -, questo titolo dilemmatico mi è ronzato a lungo in testa mentre visitavo la grande mostra che ha aperto i battenti in questi giorni al Vittoriano («Giotto e il Trecento. "Il più Sovrano Maestro stato in dipintura"», a cura di Alessandro Tomei, fino al 29 giugno). Per una duplice ragione: in primis, perché nel catalogo rigorosamente bipartisan compaiono saggi equamente divisi tra fautori dell´uno e dell´altro schieramento, e in secondo luogo perché, a dispetto degli squilli di tromba dei comunicati stampa che magnificano la presenza in mostra di ben «20 capolavori eseguiti da Giotto», chi voglia sincerarsi se tale affermazione risponde a verità, potrà constatare che almeno la metà di quei 20 capolavori pende, ahimè, verso il corno «non- Giotto» del dilemma.
Detto questo per amore di verità e in pacata polemica, non con il curatore, che non ne ha colpa (schede e cartellini registrano fedelmente tutti i dubbi attributivi), ma con la macchina mediatica del mostrificio, che sembra incapace di affrancarsi da questo genere di chiassoso imbonimento, non credo di smentirmi se affermo che lo sforzo compiuto dagli organizzatori è stato imponente e che la rassegna merita senz´altro di essere visitata. Ne vale la pena innanzitutto per la quantità (più di 150) e la qualità delle opere esposte: oltre a quattro o cinque capolavori di Giotto, tra cui spicca il Polittico di Badia restaurato per l´occasione, basterà menzionare, tra le tante, opere insigni di Cimabue, Jacopo Torriti, Pietro Cavallini, Simone Martini, Pietro e Ambrogio Lorenzetti, Nicola, Giovanni e Andrea Pisano, Arnolfo di Cambio.
Ma la mostra merita di essere apprezzata anche per il suo disegno innovativo, che mira a sottolineare l´importanza del ruolo svolto da Roma, con la sua cultura figurativa e i suoi antichi monumenti, nella formazione del linguaggio giottesco, e al contempo ambisce a illustrare con esempi prelevati ad hoc dai più svariati ambiti tecnici (miniatura ed arti suntuarie comprese) e dai più diversi contesti geografici (Firenze, Roma, Assisi, Rimini, Padova, Napoli, Milano..), quanto la rivoluzione operata da Giotto abbia segnato in profondità il panorama artistico del suo tempo e determinato, direttamente o attraverso i suoi seguaci, il corso dell´arte occidentale per secoli.
All´alba del ´400, Cennino Cennini coniò per tale sconvolgimento una definizione insuperabile: «Giotto rimutò l´arte di greco in latino, e la ridusse al moderno», spiegando l´essenza di un linguaggio che seppe riconquistare, sull´esempio dell´antico, la capacità di infondere all´immagine una tangibile concretezza, fisica e spaziale, abbandonando la piatta bidimensionalità e le astratte convenzioni grafiche della tradizione bizantina (la «maniera greca»): spazi «abitabili», entro cui si accampano figure con una propria corposa fisicità, modellate da un lume «vero» e indagate nella varietà di forme, gesti e fisionomie, che ne rappresentano la specificità individuale e la cangiante gamma espressiva dei sentimenti.
Che il geniale protagonista di questo nuovo corso sia nato e cresciuto a Firenze, dove da tempo si andava sviluppando una borghesia mercantile che badava al sodo ed aveva un concreto orizzonte terreno da coltivare ed ampliare a misura delle proprie ambizioni, non è certo un caso, così come non è un caso che Giotto abbia saputo rendere ottimo il proprio talento, organizzando con spirito imprenditoriale la propria bottega e facendola funzionare a pieno ritmo come una vera e propria manifattura (di qui l´ampiezza del problema attributivo «Giotto, non-Giotto»).
Ma non è tutto: copiose sono le testimonianze che ci parlano dei suoi accorti investimenti (telai affittati a lavoranti a domicilio, acquisto di terreni, poi dati in affitto agli antichi proprietari per spuntare pingui interessi aggirando le leggi contro l´usura); conosciamo perfino una sorprendente Canzone scritta di suo pugno, in cui si polemizza con l´ideale francescano della povertà, contestando il luogo comune della ricchezza come fonte di corruzione e definendo «cosa bestial» la miseria.
Ciò non mi induce a schierarmi tra coloro (per la verità, sempre meno) che giudicano non sue le Storie francescane di Assisi, ma mi persuade invece circa la perfetta aderenza di quelle Storie agli ideali revisionisti della corrente francescana dei «Conventuali», impegnata a polemizzare contro l´estremismo pauperista degli «Spirituali». Ma questo è solo uno dei tanti, affascinanti aspetti, su cui questa mostra - e il suo ottimo catalogo - offrono spunti di riflessione.

sabato 7 marzo 2009

La guerra di Monterchi per la Madonna del Parto

il Riformista 7.3.09
La guerra di Monterchi per la Madonna del Parto
di Maria Zipoli

Piero della Francesca. Curia e Comune, guelfi e ghibellini, da anni si contendono l'opera. Il nuovo sindaco di centrodestra media. E Bondi riceve una lettera da un vecchio amico comunista.
La "Madonna del Parto" di Piero della Francesca, conservata a Monterchi.

Monterchi. L'annosa guerra tra Curia e Comune di Monterchi per la proprietà e la collocazione del celebre affresco della Madonna del parto di Piero della Francesca dovrebbe concludersi lunedì prossimo. Con un armistizio. La giunta di centrodestra di Monterchi, guidata dal sindaco Massimo Boncompagni, Udc, presenterà infatti in consiglio comunale l'atto di transazione della contesa giudiziaria tra la diocesi di Arezzo e il piccolo comune della Val Tiberina. L'accordo prevede una sorta di compromesso: il dipinto verrà collocato in una chiesetta di un ex monastero - come vuole la Curia - perché possa tornare ad essere pregata e venerata come immagine di culto. Ma la chiesetta scelta sarà nel centro storico e quindi fruibile dai turisti, come vuole il Comune che nell'affresco di Piero della Francesca ha sempre visto una fonte di reddito importante per la piccola comunità locale. Le ragioni della fede e del business, insomma.
Ma sarà davvero pace, quella di Monterchi, un piccolo borgo di 1.900 anime in provincia di Arezzo? Nella terra dei guelfi e dei ghibellini c'è da scommettere di no. Intanto si è formato un comitato di cittadini, guidato da Lina Guadagni, dove sono presenti anche due ex sindaci di sinistra, contrari allo spostamento della Madonna nella chiesetta dell'ex monastero, mentre oggi il centrodestra è favorevole. Inoltre il capogruppo del Pdci alla Regione Toscana Paolo Marini ha scritto al ministro dei Beni culturali Sandro Bondi per denunciare che sarebbe in atto «un grave tentativo di speculazione che andrà contro l'interesse della comunità locale, legittima proprietaria di quest'opera», scrive il capogruppo toscano del Pdci. Il Comitato civico accusa infatti che nell'ex monastero, nella cui chiesetta verrà posto l'affresco, dovrebbe sorgere un albergo.
Si dà il caso che Marini sia amico fraterno di Bondi. Entrambi sono originari di Fivizzano, in Lunigiana. Sono stati amici di pallone, sono andati in discoteca insieme e hanno frequentato la stessa sezione del Pci. Poi, agli inizi degli anni Novanta, la separazione politica. Bondi è approdato ad Arcore, Marini è rimasto comunista. Oggi li riunisce la Madonna di Piero.
Tutta la storia della guerra della Madonna comincia nel 1992 quando l'affresco fu tolto dal suo alloggiamento naturale e collocato in un ex scuola per essere restaurato. Da allora i sindaci di sinistra di Monterchi si sono sempre opposti alle richieste della Curia di riportare il dipinto nella sua sede naturale. A tal punto che nel 2004 la Curia aretina ha deciso di portare in tribunale l'intricata questione della proprietà dell'affresco e della sua più idonea collocazione. «Non possiamo accettare che l'affresco sia considerato soltanto per il suo aspetto estetico. Per noi cristiani è l'immagine della Madonna da venerare e pregare», dice monsignor Giovacchino Dallara, responsabile dei beni culturali della diocesi aretina.
La Chiesa si è fatta forte di documenti che comproverebbero che il dipinto sarebbe stato commissionato nel 1455 a Piero della Francesca da un prete ansioso di attirare i devoti in una chiesetta priva di parrocchiani chiamata Santa Maria della Momentana, sulle basse pendici del Citerna sotto lo sperone da cui sorge il borgo fortificato di Monterchi. Lungimirante fu quel prete che nel ‘400 pensò di attirare a sé devoti: ogni anno a Monterchi arrivano oltre 50 mila visitatori per ammirare la Madonna del Parto, tra i quindici dipinti più importanti del mondo.
Piero dipinse la Pala quasi sicuramente in memoria della madre originaria proprio di Monterchi, e da subito il dipinto sembra aver avuto semplicemente lo scopo di attirare la devozione delle donne incinte, quelle desiderose di procreare e quelle intimorite dalla gravidanza. Anche se oggi, per ironia della sorte, la scuoletta dove c'è l'affresco è stata dimessa perché a Monterchi, un borgo di poco più di 1800 anime, nel cuore della Val Tiberina, i bambini non nascono più.
Dopo 18 udienze andate a vuoto, il Comune di Monterchi, oggi di centrodestra e guidato da un sindaco cattolico, ha deciso di cambiare rotta rispetto alle giunte di sinistra e di arrivare ad un compromesso con la Curia aretina. Per il Comitato civico e per il comunista Marini è la resa alla Chiesa. Ma la Curia aretina rinuncia alla battaglia per la proprietà dell'affresco.
Ora l'ardua sentenza spetta al ministro Bondi, che dovrà ratificare o stracciare l'accordo di transazione che verrà approvato lunedì dal consiglio comunale di Monterchi. Bondi ascolterà le ragioni del suo antico amico comunista o quelle del sindaco di centrodestra e della Curia aretina? Marini ricorda che a pallone era solito lanciare Bondi, «terzino veloce ma poco tecnico». Gli urlava: «Dai, Sandro, vai...». E lui andava. Ma da allora i tempi sono cambiati, e questa volta l'ex compagno Bondi potrebbe dire di no all'amico che ha fatto da testimone al suo matrimonio.

Giotto. Il mito e l'anima

Corriere della Sera 6.3.09
L'esposizione La prima sul pittore a settantadue anni da quella allestita agli Uffizi
Giotto. Il mito e l'anima
Venti i capolavori del maestro in mezzo a sculture, codici e tavole trecentesche
Roma celebra il rivoluzionario dell'arte che con Dante fondò l'identità nazionale
di Lauretta Colonnelli

Fu il protagonista della rivoluzione della pittura attorno all'anno 1300. Dopo di lui gli artisti hanno preso a guardare il mondo in modo moderno, imparando a narrare con le immagini, a introdurre nella pittura una dimensione affettiva, a rappresentare lo spazio in maniera tridimensionale, a riscoprire l'amore per la natura. L'originalità della mostra «Giotto e il Trecento», che si apre da oggi nel Complesso del Vittoriano a Roma, consiste proprio in questo: nel voler documentare con strumenti critici contemporanei e nella sua interezza il percorso figurativo del «più Sovrano Maestro stato in dipintura», delineando al tempo stesso le caratteristiche del contesto culturale da cui prese le mosse e si sviluppò.
La rassegna, che è la prima a Roma sul maestro fiorentino, viene presentata a oltre settant'anni dall'ultima mostra su Giotto e la pittura in Italia tra fine Duecento e prima metà del Trecento, allestita alla Galleria degli Uffizi nel 1937 per celebrare il sesto centenario della sua morte. Questa volta non ci sono intenti commemorativi ma la volontà di una rilettura complessiva di un grande maestro, popolare e celebrato, eppure non conosciuto nella sua complessità.
«A partire dal Giotto architetto, perché in mostra ci saranno spunti interessanti per studi futuri », annuncia Roberto Cecchi, direttore generale per i beni architettonici, il quale fa parte del comitato scientifico internazionale che ha selezionato e fatto arrivare in prestito oltre 150 opere tra sculture lignee, codici miniati, oreficerie, ma soprattutto le fragili tavole trecentesche, alcune delle quali sono state restaurate per l'occasione.
La raccolta, che include maestri come Cimabue, Giovanni Baronzio, Ambrogio Lorenzetti, Arnolfo di Cambio, vuole dar conto di tutte le ramificazioni dell'influsso di Giotto sull'arte italiana del tempo. Ma soprattutto presenta venti capolavori eseguiti dal maestro di Firenze, oggi molto difficili da spostare per ragioni di conservazione.
Arrivano da Firenze la «Madonna con il Bambino in trono e due angeli» e la «Madonna col bambino e i santi Nicola di Bari, Giovanni Evangelista, Pietro e Benedetto». Un maestoso Polittico a tempera e foglia d'oro su tavola è stato concesso dal North Carolina Museum of Art di Raleigh, mentre la cimasa del Polittico Baroncelli arriva da San Diego, California. Opere che affrontano i temi della formazione, del rapporto con l'antico e con il mondo gotico, focalizzando in particolare i legami con la Francia.
«La mostra — aggiunge il curatore Alessandro Tomei — analizza anche la presenza del maestro nelle maggiori città italiane, da Roma a Firenze, da Napoli a Milano. Qui le testimonianze sono scomparse, ma gli storici le hanno ricostruite attraverso la documentazione e le influenze nelle opere dei contemporanei. Dove è passato Giotto l'espressione artistica è cambiata, adeguandosi ai modelli elaborati dal maestro». Ecco dunque, dopo la dimensione europea, quella nazionale, il suo ruolo di assoluta supremazia, in quanto, come Dante, «Giotto è il primo a fondare la struttura linguistica della pittura del Trecento».
A ribadire questa teoria, condivisa dai maggiori studiosi, è stata organizzata al Vittoriano una mostra nella mostra, intitolata «L'altro Giotto». Si tratta di una postazione virtuale che consente di ammirare i più celebri cicli pittorici del maestro di Firenze e di scoprire gli itinerari giotteschi nelle città che lo ospitarono, attraverso otto regioni: oltre alla Toscana, l'Umbria, le Marche, l'Emilia Romagna, il Veneto, la Lombardia, il Lazio, la Campania. In una sala al pianterreno i visitatori possono inoltre seguire un percorso che attraverso tecnologie molto sofisticate consente di vedere da vicino e in primo piano i particolari dei più famosi affreschi giotteschi, dalla basilica di San Francesco ad Assisi alla cappella degli Scrovegni a Padova.

lunedì 2 marzo 2009

Twombly : l'americano ispirato dall'Italia

Twombly : l'americano ispirato dall'Italia
LUNEDÌ, 02 MARZO 2009 la repubblica

Alla Gnam di Roma la retrospettiva che celebra uno degli artisti della generazione di Robert Rauschenberg tra i più contesi dai collezionisti
Arrivato nella capitale, si radica subito, entrando nel fervido circuito delle gallerie
Oggi dice: "Non sono un puro, non sono del tutto un astrattista", ricordando Rothko

«Twombly non espone da tempo, e questo non fa che appesantire il suo fiasco. Su queste tele ci sono un paio di girandole di vernice rossa mista a un po´ di giallo e di bianco, piazzate in alto su una superficie in un tono di grigio medio. Ci sono alcune sgocciolature e macchie e un´occasionale linea di matita. Non c´è niente da vedere in questi dipinti». Così una recensione apparsa sulla rivista Arts Magazine dava conto, nel maggio del 1964, della personale allestita da Cy Twombly a New York, ove l´artista tornava dopo quattro anni di silenzio, esponendo il ciclo di dipinti intitolato Nine Discours on Commodus. Abbastanza stupefacenti, queste righe, soprattutto se si tiene conto che a firmarle non fu un più o meno scancellato redattore, ma Donald Judd, scultore - esattamente coetaneo di Twombly - che a breve sarebbe divenuto un esponente di spicco della corrente minimalista. Il che comporta una spiegazione.
Cy Twombly è nato in Virginia nel 1928; trasferitosi alla fine degli anni Quaranta prima a Boston e poi a New York, ha da allora perseguito un laboratorio pittorico di perfetta ossequenza ai dettami delle nuove generazioni: borsa di studio all´Art Students League, corsi al Black Mountain College con Ben Shahn, prime mostre patrocinate da Robert Motherwell - fra l´altro. Poi, con Robert Rauschenberg, un viaggio di studio in Europa e in nord Africa, fra ´52 e ´53; il ritorno in America, e la personale, sempre assieme a Rauschenberg, alla Stable Gallery, da poco inaugurata da Eleanor Ward. Tutto rientra per ora nella regola. Ma poi il viaggio giovanile resta e ingigantisce nei suoi pensieri; chiede (e non ottiene) una nuova borsa di studio per tornare in Europa; poi ha un´occasione per partire per Roma, e subito la coglie. È il 1957. A Roma, e nel suo piccolo circuito di gallerie, di artisti e di mecenati d´arte contemporanea (con il mercato che gli appare di fatto «inesistente», ma con una situazione culturale in fermento), cresce nondimeno quello che Roland Barthes chiamerà per lui «l´effetto Mediterraneo». I luoghi, le memorie ovunque disseminate dell´antico, la sua gente, le amicizie che stringe (Gabriella Drudi e Toti Scialoja, Salvatore Scarpitta e Conrad Marca-Relli, i Franchetti e Plinio De Martiis) lo seducono al punto che in Italia si radica; torna sì in patria, più o meno regolarmente (negli anni Novanta comprerà persino una casa nella natia Lexington), ma il suo luogo rimarrà qui - lo è tuttora, in questa sua età avanzata (della quale dice oggi a Nicholas Serota: «la vecchiaia è bella, nel senso che richiede molto meno»).
È questo, per primo questo, i colleghi americani e il collezionismo d´oltreoceano non capiscono e non perdoneranno, a lungo: come si potesse, in quel dopoguerra che aveva stabilito anche per la pittura la primazia indiscussa di New York sulla vecchia Europa, lavorare qui, lasciandosi avvolgere dalla storia e dal mito, da Catullo e da Poussin, da Mallarmé o da Raffaello o da Ingres, dall´Egitto e dalla Grecia, dal mare, dal sogno di vecchie navi, da una cittadella asserragliata e bianca. Il 1964, poi - e torniamo così al tempo di quella malevola recensione di Judd - sarebbe stato l´anno della Pop, e del suo trionfale imporsi nel vecchio continente; l´anno del gran premio alla Biennale di Venezia dato al suo amico Bob Rauschenberg, che esponeva nel padiglione americano nella storica mostra che, presentata in catalogo dal direttore del Jewish Museum di New York Alan Solomon, sanciva in varie forme la reazione compatta di tutta la giovane arte statunitense all´espressionismo astratto. Twombly appare dunque allora, negli Stati Uniti, come un rimestatore un poco démodé di un linguaggio ormai datato.
Tanto tempo è da allora trascorso che si fa fatica a immaginare adesso quella sorta di indice in cui fu posto. Ora che Twombly è uno dei più celebrati artisti mondiali, che sue retrospettive sono state organizzate dai principali musei, e la cui opera - per lungo tempo ristretta nei numeri - è ansiosamente ricercata dalle maggiori collezioni, pubbliche e private. Ora una sua vasta e ben scelta mostra, curata da Serota, che ha preso avvio dalla Tate Modern di Londra ed è transitata al Guggenheim Museum di Bilbao, giunge a Roma, attesissima, alla Galleria Nazionale d´Arte Moderna, dal 4 marzo al 24 maggio. Settanta opere - dipinti, sculture, disegni -, talune di grandissima dimensione, ripercorrono in sintesi il lungo tragitto dell´artista: da alcuni dei lavori aurorali, dipinti al rientro a New York dal primo soggiorno in Italia del ´52, come Quarzazat e Tiznit, eseguiti sulla base di disegni e suggestioni ricevute al museo etnografico Pigorini di Roma, ed esposti nella prima mostra alla Stable Gallery, fino alle cose più recenti, come la serie intitolata Bacchus, del 2005. Affiancati, questi dipinti, dalle sculture, egualmente celebrate ma ancora oggi meno note al pubblico, che le ha potute più raramente incontrare in una ampia scelta antologica (una loro prima organica presentazione fu quella del 2000 al Kunstmuseum di Basilea).
«Non sono un puro. Non sono del tutto un astrattista»: così dice oggi Twombly, facendo singolarmente eco ad un pensiero espresso da Rothko, e pensando forse soprattutto alle sue sculture, dove l´oggetto, un oggetto misterioso, imperfettamente simbolico, resiste, e asserisce la sua "figura". Che è di volta in volta quella di un fiore, di una barca, di un altarolo, di un paesaggio. Mentre memorie forse di Schwitters, forse di Giacometti, si riconoscono e poi annegano nel bianco da cui le sculture sono ricoperte: un bianco che è purezza, assenza, sospensione, lontananza, luce. Un bianco simile a quello che invadeva di sé le prime opere "italiane" di Twombly, accompagnato da un lieve scorrere della matita su una coltre di materia leggera, innocente («puro gesto sul puro muro bianco», guidato solo dall´«inarrestabile impulso di tracciare un segno»), esposte già nella sua personale del ´58 alla galleria di De Martiis, la Tartaruga; mostra introdotta da un testo di Palma Bucarelli, soprintendente allora della Galleria Nazionale di Roma, che la soprintendente attuale della Galleria, Mara Vittoria Clarelli, ricorda oggi nel catalogo Electa che accompagna la mostra odierna.
In una breve e densa pagina che menziona fra l´altro le Lezioni americane di Italo Calvino: la «leggerezza pensosa» opposta a quella «frivola», e la malinconia, che è appunto «la tristezza divenuta leggera». Tutte chiavi interpretative, o forse solo suggestioni, capaci di andare al cuore della pittura d´allora di Twombly.

Martigny, Rodin erotico

La Repubblica 2.3.09
Martigny, Rodin erotico
Fondation Pierre Gianadda. Dal 6 marzo

«A volte il corpo umano curvo all'indietro è come una molla, come un bell'arco sul quale Eros carica le sue frecce invisibili», afferma il maestro. Una mostra, curata da Dominique Viéville, direttore del Musée Rodin di Parigi, prende ora in esame l'interesse del maestro per il nudo femminile, attraverso una trentina di sculture e novanta disegni, dai primi fogli acquerellati degli anni Novanta fino alle grandi matite degli anni Dieci. L'esposizione che ruota idealmente attorno a un gruppo di opere celebri, come Il bacio , Giochi di ninfe , Il torso di Adele e Iris messaggera degli dei , invita a considerare gli slittamenti progressivi dell'ispirazione che dallo studio del nudo portano alla sensualità e in alcuni casi perfino all'oscenità. Dalla fine degli anni '80 Rodin esegue infatti in modo ossessivo disegni erotici, lavorando in presa diretta, per cogliere i movimenti, gli atteggiamenti liberi e spontanei delle modelle. Esistono due tipologie di questi fogli: disegni rapidi, tracciati con grafite dalla punta fine con gli occhi fissi sul soggetto, e lavori ripresi da questi primi «disegni alla cieca» con un intervento che permette di arrivare a un segno semplificato, nella maggior parte dei casi ritoccato con l'acquerello.

Parigi, Le porte del cielo. Visioni del mondo nell'Egitto antico

La Repubblica 2.3.09
Parigi, Le porte del cielo. Visioni del mondo nell'Egitto antico
Musée du Louvre. Dal 6 marzo

Nella lingua degli antichi egiziani le «porte del cielo» erano i battenti del tabernacolo che abitava la statua di una divinità. Simbolizzando il punto di passaggio verso l'altro mondo, questo modo di dire si applicava anche ad altri elementi di quella lontana cultura. Una vasta rassegna, curata da Marc Etienne, propone oggi un viaggio d'eccezione attraverso questo universo, di cui le «porte del cielo» segnano l'accesso, essendo il cielo nello stesso tempo spazio sensibile visto dalla terra e dimensione riguardante il divino. Costituito da circa trecentocinquanta pezzi di grande interesse, come la straordinaria Stele della dama Tapéret risalente al terzo periodo intermedio, XXII dinastia, databile tra il X-IX secolo a.C., non a caso scelta come immagine della mostra, il percorso espositivo copre un periodo di tre millenni, a partire dall'Antico Impero e fino all'epoca romana, con l'obiettivo di ricollocare gli oggetti quotidiani nel loro giusto contesto sociale, religioso e artistico. Le opere provenienti dal Louvre sono qui presentate insieme a oggetti di collezioni europee, per documentare la varietà di quest'arte, a torto considerata ripetitiva.

domenica 1 marzo 2009

Cammei, gioie da accarezzare Passione di Re e Regine, capolavori degli incisori romani

Cammei, gioie da accarezzare Passione di Re e Regine, capolavori degli incisori romani
Corriere della Sera - ROMA - 2009-03-01

Piazza di Spagna - Una grande esposizione nella nuova galleria di Alessandra Di Castro

Tra la fine del Settecento e i primi dell'Ottocento c'erano a Roma almeno un centinaio di incisori di gemme. Avevano le botteghe nel quadrilatero che si estendeva tra piazza di Spagna, piazza del Popolo, il Ghetto e Piazza Navona. Lavoravano molto per la nobiltà locale e moltissimo per i più raffinati viaggiatori del Grand Tour, che nei cammei e nei più minuti mosaici realizzati dagli artisti romani trovavano il gusto dell'antico unito al valore artistico della modernità neoclassica.
Giuseppe Tambroni, che nel 1814 scrisse un «Cenno intorno allo stato attuale delle Belle Arti in Roma», racconta che «è cresciuta una folla di artefici in questo genere, perché, trovando i prodotti di quest'arte spaccio presso gli altri popoli, si è moltiplicata l'occasione di fare. Questi artisti si distinguono in due classi. Gli uni lavorano le pietre dure, gli altri le tenere. Gli uni e gli altri poi si occupano dell'incisione del cammeo».

La fama internazionale dei cammei prodotti a Roma in quegli anni è ancora oggi viva e celebrata dai grandi musei del mondo, come il Metropolitan di New York e l'Ermitage di San Pietroburgo. Ora Alessandra Di Castro, discendente di una delle storiche famiglie di antiquari della città, celebra con una mostra di gemme e cammei di età neoclassica il lavoro degli antichi artigiani. «Non c'è niente di più sensuale ed emozionante che accarezzare l'intaglio di un cammeo: è fare tua la meraviglia della natura foggiata ad arte dalla creatività dell'uomo », osserva Di Castro. Sono oltre cento i pezzi che espone fino al 28 marzo nella sua galleria di piazza di Spagna 4 e che la sua famiglia ha raccolto nell'arco di quattro generazioni.
Ci sono gioielli di Giovanni Pickler, che fu nominato incisore di gemme dell'imperatore Giuseppe II, e del fratello Luigi. Di Giuseppe Girometti e di Giuseppe Cerbara che furono anche apprezzati medaglisti e incisori della Zecca Pontificia.
Di Nicola Morelli e di Giovanni Beltrami, fino alle incisioni di Benedetto Pistrucci, forse il più grande di tutti, che, affiancato dalle sue abili figlie, fu attivo dapprima a Roma e poi si trasferì a Londra, chiamato alla corte d'Inghilterra per disegnare la nuova sterlina e le medaglie commemorative per l'incoronazione di re Giorgio IV nel 1824 e della regina Vittoria nel 1838. I visitatori che volessero approfondire la conoscenza di questo prezioso mondo in miniatura, troveranno in galleria una biblioteca di rari volumi d'arte.
L'elmo di Marte, nella foto a destra, che Amore prova ad indossare: cammeo in sardonica di Giorgio Antonio Girardet, metà '800. Sotto, Orfeo ed Euridice, intaglio in agata, realizzato da Luigi Pichler verso la fine del 1700
Lauretta Colonnelli