domenica 29 giugno 2008

Settis boccia la Regione "Ambiente merce di scambio"

TOSCANA - Settis boccia la Regione "Ambiente merce di scambio"
MASSIMO VANNI
DOMENICA, 29 GIUGNO 2008 LA REPUBBLICA Pagina II - Firenze

Il direttore della Normale al convegno dei comitati

La situazione spinge i Comuni a cercare entrate con gli oneri di urbanizzazione
Asor Rosa "Ambientalismo trasversale, apartitico e interclassista"

«Se ho bisogno di farmi operare posso forse andare in un ambulatorio? Decentrare si può fare solo se ci sono competenze, se non ci sono è negativo». Il direttore della scuola Normale di Pisa Salvatore Settis boccia così la politica di tutela territoriale della Regione Toscana, cioè il «Pit» varato dall´assessore Riccardo Conti che delega proprio ai Comuni la titolarità delle scelte urbanistiche. E la rete dei comitati capitanata dallo storico Alberto Asor Rosa, riunita a convegno sfidando l´afa a Vie Nuove, riapre il fronte.
In altre regioni le cose vanno peggio che in Toscana. Ma anche qui si contano ben 109 scempi, fanno i conti i comitati. E dire, come fa la Regione, «che più ci si avvicina al cittadino e più si tutela il paesaggio, è solo retorica», insiste Settis. «Più si scende e più invece si ha a che fare con gli interessi politici, più l´ambiente diventa merce di scambio», aggiunge l´archeologo che da anni si batte nel nostro Paese per la tutela del paesaggio». L´esatto opposto di quanto teorizzato e tradotto in norme (cioè nel Piano territoriale di coordinamento) dalla Regione, che affida la responsabilità ai Comuni.
Una scelta che Settis giudica rischiosa, dal momento che le criticità finanziarie spingono i Comuni a cercare entrate con gli oneri di urbanizzazione derivanti da nuovi insediamenti. Sempre più rischiosa profetizza il direttore della Normale: «Adesso una spinta che diventa ancora più forte con l´abolizione dell´Ici, aspettiamoci una nuova stagione di cementificazione».
Ma i comitati sono di destra o di sinistra? «Noi tiriamo dritto, il nostro neo-ambientalismo è traversale, apartitico e interclassista. Escludo che questo movimento sbocchi in un partito», sostiene Asor Rosa citando resistenza e Costituzione. Forse il movimento cercherà di farsi spazio a suon di liste civiche? «Preferirei parlare di "liste di cittadinanza" ma molto dipenderà dalle risposta dei governi locali. Certo la risposta del presidente toscano Claudio Martini, che considera i comitati un´opposizione estremistica, spinge nel senso di una contrapposizione», conclude Asor Rosa.
Davanti alla platea dei comitati, tra cui anche delegazioni di quelli della Val di Susa, del Veneto e del Lazio, a sorpresa è arrivato al microfono Massimo Morisi, garante regionale per la comunicazione nel governo del territorio: «Tra i 109 casi ci sono anche molti abusi, non si devono confondere le cose», ha premesso. Eppoi: «Anche a me, come a voi, le villette non piacciono, ma c´è un sacco di gente che le compra. Non vorrei che peccaste di autoreferenzialità, la Toscana resta uno dei luoghi più appetibili del mondo», dice sollevando rumore in platea. Risponde Ornella De Zordo di «Unaltracittà» dal tavolo della presidenza del convegno: «Autorefenziali noi? Abbiamo più volte proposto il confronto ma la Regione non ha mai accettato».

giovedì 26 giugno 2008

Restituzioni, un caso di etica della cultura

Restituzioni, un caso di etica della cultura
Silvio Lacasella
Mercoledì 25 Giugno 2008 IL GIORNALE DI VICENZA

MOSTRE /1. IL PROGETTO DI RESTAURO E RIVALUTAZIONE PROMOSSO DA INTESA SAN PAOLO E CURATO DA FATIMA TERZO È GIUNTO ALLA QUATTORDICESIMA EDIZIONE

Un’esposizione che allinea grandi capolavori e soprattutto fa capire al visitatore in cosa consista la loro preziosa indispensabilità

È un'edizione particolare questa di "Restituzioni", visitabile ancora questa settimana a Vicenza, nelle sale di Palazzo Leoni Montanari, sede museale di Intesa Sanpaolo. Se ne è già scritto molto nei giorni a ridosso dell'inaugurazione, ma un ulteriore discorso si può fare, non tanto o non solo per sottolineare ancora l'alta qualità delle ottanta opere esposte, valorizzate con intelligenza nel percorso dall'allestimento ideato per l'occasione da Alberto Erseghe, quanto per dare il dovuto risalto alla sensazione di fiducia che questa rassegna trasmette in modo del tutto sorprendente. Una sensazione positiva, intensa, di quelle che vanno a depositarsi nel fondo, e comunque diversa da quanto il visitatore prova di fronte ad ogni singola opera.
Il motivo è presto detto. Siamo oramai disabituati a trovare iniziative come questa, capaci non solo di suscitare e trasmettere emozioni, ma anche di fortificare e di inspessire la coscienza critica in chi guarda. Condizione senza la quale le singole emozioni, pur compattate assieme, non possono che giungere a noi infiacchite o esageratamente amplificate, a seconda dei casi, poiché oltre a passare attraverso i nostri stati d'animo esse devono fare i conti con le tendenze e le mode del momento. Mode che in arte, non meno che altrove e più di quanto pensiamo, arrivano a condizionare il gusto.
Nonostante tutto, non si può che essere felici se il pendolarismo artistico di mese in mese conferma la propria crescita: ce lo confermano i numeri. Nel medesimo tempo, però, non possiamo che rammaricarci, poiché la maggioranza di questi pacifici "viandanti" invade gli stessi luoghi, le stesse mostre, subendo il fascino rassicurante della comitiva. Si va dove vanno tutti, a volte perché ne vale la pena, ma spesso trasportati dal tapis-roulant dell'effetto mediatico. Sia ben chiaro, nessuno qui tifa né per il "flop" né per la malinconia che trasmette la sala vuota di un museo. Infatti, si parla d'altro. Il riferimento è alla "leggerezza", intesa per una volta e a malincuore nella sua eccezione negativa, leggerezza con la quale si tende con sempre maggiore frequenza a mostrare quanto di più profondo ha saputo produrre la creatività umana. Alla fine, quanto rimane di ciò che s'è goduto con gli occhi, se contemporaneamente non viene inserita anche una sorta di "etica" dello sguardo? L'arte, anche nei luoghi più affollati, ha bisogno di un percorso solitario, silenzioso, personale, tuttavia per affrontarlo occorre trovare accanto a sé, appunto, alcune indispensabili maniglie.
“Restituzioni" di queste “maniglie", nelle sue quattordici rassegne e dopo diciannove anni dalla sua nascita (dal 2000 ha scelto di mantenere una cadenza biennale) ne ha fornite parecchie. Nell'accostare il monumentale volume edito da Marsilio e presente in mostra quest'anno al cataloghino del 1989 - quando l'istituto ancora si chiamava Banca Cattolica - si rimane impressionati. È un particolare, se così si può dire, di non poco conto, che indica la misura del cambiamento. Complessivamente sono oltre seicento le opere restaurate, in stretta collaborazione con le varie Soprintendenze che di volta in volta hanno aperto sul tavolo un triste ventaglio di casi più o meno disperati sui quali intervenire con urgenza. Opere prese dai loro luoghi d'origine (musei, edifici, chiese), smistate nei più qualificati centri di restauro, studiate approfonditamente in modo da ricostruirne la storia, e poi riunite per qualche mese tutte assieme, a festeggiarne la rinascita, prima di farle rientrare là da dove erano partite. Ma come ogni bella storia, anche questa non può che portare con sé una morale: il bene nostro più prezioso e che tutti ci invidiano, l'unico irriproducibile, quello che a parole viene orgogliosamente sventolato come il maggior patrimonio artistico del mondo, non solo non è valorizzato quanto meriterebbe, ma in buona parte versa in condizioni precarie. Questa mostra, nel ricordarcelo, ci aiuta a meglio vedere ciò che stiamo guardando.
È molto diffusa l'opinione che quanto è andato perso sia da imputare ai vari cataclismi naturali (da Pompei all'ancora recente terremoto del 1997, che danneggiò seriamente la Basilica di Assisi), agli incendi o ai bombardamenti, ed invece il maggior nemico è il tempo, capace di sciogliere lentamente la più dura delle pietre. Quasi non sopportasse che il genio umano arrivi a mettere in dubbio la transitorietà dell'esistenza.
Oltre a mostrarci non pochi capolavori, ecco cosa ci insegna questa mostra. Essa ci fa intendere in modo diverso che l'opera d'arte - in qualsiasi sua forma - è un bene prezioso e indispensabile, senza il quale è difficile immaginarci. Studiare il passato illumina il nostro futuro, mentre oggi si vive assai pericolosamente in un presente con poca memoria.
A dire il vero, questo articolo era stato pensato per parlare della pala di Romanino, "Madonna con il Bambino tra i santi Bonaventura e Sebastiano", proveniente da Salò, una delle sue più belle e non esposta nella grande mostra che al pittore ha dedicato la città di Trento nel 2006, per metterla a confronto con l'altra imperiosa pala, anch'essa presente a Vicenza, del suo concittadino e quasi coetaneo bresciano Moretto, “La Madonna con il Bambino e santi", pronta a tornare nell'abside della chiesa di San Giovanni Evangelista a Brescia. Oppure per inventare un parallelo tra il pappagallo posto in basso al centro del dipinto attribuito a Vittore Carpaccio con quello, sempre in basso al centro, di Giovanni Bellini a Santa Corona, a pochi passi da Palazzo Leoni Montanari. Senza trascurare lo stupefacente trittico di San Domenico di Carlo Crivelli, della pinacoteca di Brera o la morbidissima "Statuetta femminile panneggiata" scolpita in marmo pario tra il V e il VI secolo a.C. del Museo Archeologico di Venezia. Ma si sa, le parole talvolta, quand'è possibile, riescono ancora a seguire i pensieri, senza precederli. La mostra a Palazzo Leoni Montanari chiude il 29 giugno.

mercoledì 25 giugno 2008

Sotto il nudo di Maddalena spunta la firma di Tiziano

MILANO - Sotto il nudo di Maddalena spunta la firma di Tiziano
CARLO BRAMBILLA
la Repubblica (Milano) 25/06/2008

La firma è apparsa per caso, durante il restauro, realizzato per ridare un po´ di luce a un´opera ingiallita nel corso dei secoli. In una zona buia dell´olio su tela, non lontano dalla spalla sinistra della Maddalena penitente, un candido nudo femminile attribuito ufficialmente alla bottega del Tiziano, i restauratori della Pinacoteca Ambrosiana hanno visto apparire a poco a poco l´ombra di una scritta. Col cuore gonfio di emozione hanno concentrato in questa zona del quadro il loro lavoro, fino a scoprire una dopo l´altra delle chiare lettere: "Titianus fecit". Altro che opera di bottega. Si trattava della firma inequivocabile, originale, di uno dei massimi pittori del Rinascimento italiano: Tiziano.
Il restauro è andato avanti febbrilmente. E sul bordo della tela, in una zona fino a quel momento nascosta dalla cornice, i restauratori hanno portato alla luce un altro elemento iconografico importantissimo, riconducibile senza dubbio all´autore: un piccolo vaso di alabastro porta unguento, che richiama l´episodio evangelico dell´unzione del capo di Gesù in vista della sua morte.
La clamorosa scoperta è in realtà un ritrovamento. La tela, che proviene dalla quadreria privata del cardinale Federico Borromeo, già nel 1607 era stata catalogata come opera del Tiziano. Poi in epoche successive gli esperti avevano deciso di classificarla come opera della sua scuola. Adesso il restauro sembra togliere ogni dubbio. E riconsegna alla città una tela straordinaria che certamente attirerà la curiosità non soltanto dei milanesi. A confermare il ritrovamento è arrivata la scoperta nel patrimonio librario dell´Ambrosiana di un´ulteriore testimonianza: un manoscritto inedito del 1685 nel quale un dottore dell´Ambrosiana e sacerdote milanese, Biagio Guenzati, raccontando la vita di Federico Borromeo descrive nei dettagli l´episodio dell´acquisto della tela. Un quadro comprato da una vedova per la considerevole somma di settecento scudi. Un quadro esplicitamente indicato come "di mano di Tiziano".
Particolarmente orgoglioso del ritrovamento il Prefetto dell´Ambrosiana, monsignor Franco Buzzi, annuncia un progetto per festeggiare il ritrovamento dell´opera milanese: una grande mostra di Maddalene nell´arte, dalla pittura alla scultura. All´Ambrosiana, naturalmente, non vogliono neanche sentire parlare di una moda culturale legata all´ipotesi di una Maddalena moglie di Gesù e madre dei suoi figli, iniziatori della stirpe dei Merovingi, come sostenuto da Dan Brown nel fortunato Codice da Vinci. Resta il fatto che la figura di Maddalena, per anni dimenticata, sembra conoscere una nuova popolarità. Questo nudo dell´Ambrosiana, descritto da Federico Borromeo con toni di ammirazione «perché l´artista seppe mantenere nel nudo l´onestà», merita certamente di essere ammirato. E al più presto tornerà ad essere esposto, all´interno di una pinacoteca troppo spesso dimenticata, che conserva capolavori straordinari di autori come Leonardo da Vinci, Raffaello, Caravaggio, Brueghel, Botticelli, Bernardino Luini. Per non parlare di altre importanti opere dello stesso Tiziano.

lunedì 23 giugno 2008

All’Archeologico riaprono le sale del grande Ercole

CAMPANIA - COMPLETATI I RESTAURI All’Archeologico riaprono le sale del grande Ercole
Ida Palisi
22/06/2008 IL MATTINO

È l’Ercole pensoso e introspettivo, copia romana di un modello bronzeo attribuito a Lisippo e oggi perduto, l’opera più famosa restituita oggi allo sguardo dei visitatori del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Mann). Il suo gemello, l’Ercole Latino, si può ammirare alla Reggia di Caserta e una copia in gesso alla stazione «Museo» della metropolitana collinare. Ma l’originale, in tutta la sua grandiosa compostezza, riappare al pubblico del Mann questa mattina dopo circa due mesi di chiusura delle sale centrali in cui è ospitato. Un intervento di risistemazione della soffittatura (curato dall’équipe tecnica coordinata dal signor Trisciuoglio) le ha restituite alla vista nella magnifica triade di saloni in bianco e avorio che fa da scenario a uno dei gruppi statuari più famosi del mondo. Accanto all’Ercole, infatti, troneggiano le statue del Toro, con ogni probabilità le più grandi pervenutaci dall’antichità (superano i tre metri di altezza), venute alla luce nelle Terme di Caracalla, il complesso termale imperiale edificato sull’Aventino, dove Paolo Farnese a metà ’500 promosse scavi archeologici per decorare la sua residenza romana di Campo de’ Fiori. Con loro, altre statue monumentali, che per oltre due secoli sono state ammirate a Palazzo Farnese e poi portate a Napoli da Ferdinando IV di Borbone. L’intera collezione Farnese è oggetto di un riordino espositivo organizzato secondo la provenienze dai siti romani: oltre alle sculture delle Terme di Caracalla, le sculture da Palazzo Farnese, gli Horti Farnesiani, Villa Madama e la Farnesina. Nelle sale centrali dell’Ercole e del Toro trionfano anche due figure femminili rappresentanti la Flora e una del Lare del Popolo Romano, mentre è in attesa di essere restituita alla città la Venere «Callipigia», in prestito fino al prossimo luglio a un’esposizione mantovana. La riapertura di oggi rende onore, dunque, al nucleo più significativo della collezione, che prosegue nelle sale laterali con una serie di rilievi e di statue provenienti dalle residenze del Palatino. Il prossimo autunno la riapertura dell’ultima sala, con una ventina di statue.

domenica 22 giugno 2008

Giottino e i «giotteschi» dopo Giotto

l’Unità 22.6.08
Giottino e i «giotteschi» dopo Giotto
di Renato Barilli

UFFIZI La grande rassegna dedicata al periodo successivo alla scoparsa del leggendario maestro. Una fase molto dibattuta dalla storia dell’arte: tempo di decadenza o da rivalutare? Ecco le figure chiave

Una mostra, agli Uffizi di Firenze, riapre un capitolo storiografico su cui già si versato molto inchiostro, essendo dedicato a un tema di grande peso, L’eredità di Giotto, ovvero L’arte a Firenze 1340-1375. Che cosa avveniva, nella città del giglio, l’indomani della scomparsa del Maestro? In proposito, si danno due linee interpretative, sostenute con forza, rispettivamente, da due allievi di Roberto Longhi, Giovanni Previtali e Carlo Volpe. Il primo si è attenuto nei suoi studi alla linea manualistica vincente, che cioé, in quella seconda metà del Trecento, pur essendoci in Toscana, o provenienti da altre sponde, personalità vivaci e meritevoli, nessuna di loro poté raggiungere l’alta statura giottesca, e fu dunque una fase di ristagno, un tirare i remi in barca, in attesa degli inizi del secolo seguente, con l’avvento delle figure straordinarie di Masaccio, Beato Angelico e compagni, che in sintonia con la lezione dell’Alberti posero le basi di una prospettiva rigorosa, scientifica, ridando l’assalto a una spazialità ampia, distesa, e quindi riprendendo in pieno la lezione giottesca, che i seguaci immediati avevano bloccato. Ad avviso di Volpe ed altri, invece, in quella metà di secolo Firenze vide fiorire talenti notevoli, niente affatto indegni del padre spirituale, e in genere bisogna guardarsi dagli schemi manualistici. Per la stessa ragione, si è andati all’attacco dello schema manualistico successivo, secondo cui da un lato la città del Battistero vide l’azione dei grandi talenti prospettici, l’Alberti e compagni, mentre da un altro arrivavano i campioni del gotico internazionale sul tipo di Gentile da Fabriano. Inutile stare a distinguere tra loro, meglio unirli tutti nel culto un po’ generico di un Rinascimento inteso come categoria vincente, buona ad ogni uso. Per quanto mi riguarda, mi sento piuttosto difensore dei vecchi schemi, ossidati fin che si vuole, ma pur sempre funzionanti, mentre vedo con parecchio sospetto questa tendenza dei filologi che nel culto più ossequioso di ogni artista che allora valesse, piallano i contrasti, livellano, fanno avanzare una macchina schiacciasassi.
Andiamoli a vedere da vicino, questi eredi di Giotto, riuniti, nella vita, nell’arte, e di conseguenza in mostra, per famiglie di addetti al nobile mestiere, pur con inevitabili scarti cronologici. Bernardo e Taddeo Daddi, Maso di Banco, l’Orcagna, Taddeo e Agnolo Gaddi, e tanti altri comprimari, tra cui spicca un nipote del grande Giotto, Stefano, detto appunto Giottino. Dappertutto notiamo una perdita di spazialità, le figure si irrigidiscono, si restringono nelle loro pelli, anche se questo vale a dar loro un’estrema eleganza di profili. Il gotico internazionale con le sue squisitezze è già alle porte, o addirittura l’intero capitolo del postgiottismo vi si deve iscrivere di diritto. Che cosa è avvenuto, a Firenze, che sia valso a fermare le strade dell’espansione, della conquista dello spazio, in omologia con la conquista dei mercati? Certo ha avuto il suo peso l’orrenda peste nera del 1348, a spopolare le file della cittadinanza e a disastrare l’economia, certo è che si ebbe allora un ristagno generale, riscontrabile pure nella vicina e fieramente antagonista Siena, e più oltre in Emilia e Romagna, nel Veneto, in Lombardia. Il secolo si ferma, boccheggia, prende fiato, per ripartire poi nei primi decenni del Quattrocento.
Se si vuole avere una riprova di tutto ciò, si vada ad ammirare la bella mostra, strettamente collegata alla precedente, che il polo museale fiorentino ha allestito in un’altra sede di eccellenza, la Galleria dell’Accademia, dedicandola per intero a Giovanni da Milano. Unite, le due mostre, anche nel presentare un comune ostacolo, essendo poste nel cuore di due musei tra i più frequentati al mondo, senza ingressi distinti, per cui un comune visitatore interessato ad esse, ma non necessariamente a ripassare i capolavori custoditi in quei luoghi sacri, deve sottostare a una lunga fila.
In realtà pare che Giovanni non fosse nato a Milano, ma in provincia di Como, a Caversaccio, verso la metà del Trecento, e certo fece a tempo a nutrirsi di lieviti gotici lombardi, innestandoli sul tronco giottesco, dopo la trasferta a Firenze, e quindi partecipando al comune destino di tutti i giotteschi, di dare, del maestro, una versione arcaizzante, quasi per uno spirito bizantino di ritorno, con perdita dell’individuazione dei volti, dei corpi, dei gesti. Nelle tavole di Giovanni, qui raccolte quasi al completo, e nel ciclo di affreschi nella Cappella Guidalotti Rinuccini in S. Croce, ottimamente evocata in mostra con l’aiuto di proiezioni, compare il gusto per un’iterazione delle figure, tutte clonate, ripetute, moltiplicate, con posture identiche, con testine possedute dalla medesima inclinazione.
E con un magnifico vezzo dominante, gli occhi a feritoia, stilema che certo deriva da Giotto, ma là è il segno che lo sviluppo maestoso della calotta cranica schiaccia i dati fisionomici, qui è un dardeggiare di lamine acuminate, un lampeggiare di sguardi come stilettate incisive. Viene pure rapidamente evocata con qualche opera un’anima gemella, che negli stessi riti della ripetizione esasperata e conforme ebbe Giovanni, nella persona di Giusto dei Menabuoi.

giovedì 19 giugno 2008

Importante scoperta archeologica a Sorrento

CAMPANIA - Importante scoperta archeologica a Sorrento
Mercoledì 18 Giugno 2008 LEGGO

Importante scoperta archeologica a Sorrento: durante i lavori di riqualificazione di piazza Veniero sono venuti alla luce alcuni ambienti che appartenevano ad un edificio (il cui impianto risale al I sec. d.C.) e che mostrano perfettamente conservati i pavimenti in signino abbelliti da piccole piastrelle di marmo a forma di rombi e pareti affrescate. Così, per la prima volta, è possibile osservare un’intera parete decorata con pitture simili a quelle delle abitazioni di Pompei ed Ercolano. Per la parte di edificio venuta alla luce, si può ipotizzare la presenza di un corridoio porticato che si apre su un salone o soggiorno.

Pinturicchio pinxit, Una guida sulle sue opere a Roma

Corriere della Sera Roma 18.6.08
Ricerche Le novità in uno studio di Claudia La Malfa
Pinturicchio pinxit, Una guida sulle sue opere a Roma
di Pietro Lanzara

Bernardino di Betto da Perugia, detto Pinturicchio, fu pittore più fortunato che valente. Lo sostenne Giorgio Vasari nelle «Vite»: «ancor che facesse molti lavori e fusse aiutato da diversi, ebbe nondimeno molto maggior nome che le sue opere non meritarono». La mostra di Perugia e Spello, che si è chiusa domenica e che è stata curata da Vittoria Garibaldi, ha favorito la riscoperta di un artista al quale Claudia La Malfa dedica ora un «Itinerario romano» (Silvana Editoriale) al quale seguirà in autunno «La seduzione dell'antico: le pareti dipinte di Pintoricchio a Roma».
La guida, dedicata ai luoghi romani del pittore, è stata presentata dall'autrice, da Francesco Buranelli, presidente del Comitato nazionale per le celebrazioni dei 550 anni dalla nascita dell'artista, da Roberto Cecchi, direttore generale per il Patrimonio artistico al ministero dei Beni culturali.
La cronologia dei lavori di Pinturicchio a Roma risulta nella nuova ricerca radicalmente diversa da quella tradizionale. «Il suo primo lavoro indipendente in città», spiega Claudia La Malfa, «viene identificato con la decorazione della cappella della Rovere a Santa Maria del Popolo fra il 1477 e il 1479, dieci anni prima della indicazione che lo collocava fra il 1488 e il 1490. Dello stesso numero di anni arretra, fra il 1481 e il 1483, il ciclo di affreschi nelle sale di rappresentanza del cardinale Domenico della Rovere ai Borghi, nel palazzo dei Penitenzieri. In quel periodo Pinturicchio partecipava alla decorazione della Cappella Sistina. Nel 1483 si colloca l'esecuzione del ciclo di affreschi nella cappella della famiglia umbra Bufalini all'Aracoeli, capolavoro della maturità. Innocenzo VIII gli affidò il lavoro nelle stanze e logge della sua villa privata, il Casino del Belvedere, per il quale Andrea Mantegna affrescò la cappellina privata. Mentre Alessandro VI Borgia, subito dopo la sua elezione nel 1492, lo volle per il suo appartamento in Vaticano, l'impresa più straordinaria dell'ultimo quarto del Quattrocento a Roma». Qui sono appena iniziati i restauri nella Sala dei Santi.
Papa Pio III chiamò Pinturicchio a Siena, dove l'artista morì più tardi nel 1513, per gli affreschi della Libreria Piccolomini nella Cattedrale, celebranti la vita dello zio Enea Silvio Piccolomini, Pio II.
«La vera fortuna di Pinturicchio », commenta Claudia La Malfa, «fu di trovarsi a Roma nel momento della scoperta della Domus Aurea ma fu suo merito reinterpretare, da lì, il linguaggio pittorico degli antichi per le necessità della Curia: nei palazzi privati, negli appartamenti pontifici, nelle cappelle familiari delle chiese. Fu il primo a riscoprire le grottesche anticipando Raffaello e il Peruzzi. Fu anche il primo a creare una struttura prospettica e illusionistica alla quale attinse Michelangelo per la volta della Sistina».
Pinturicchio fortunato? Il giudizio negativo del Vasari non gli rende giustizia. O, forse, aveva ragione Machiavelli a sostenere che la fortuna non esiste per se stessa e «dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle».

venerdì 13 giugno 2008

Artemidoro, il falso nascosto nel proemio

Corriere della Sera 13.6.08
L'intervento di Luciano Canfora oggi a Oxford testimonia il continuo interesse della comunità scientifica internazionale
Artemidoro, il falso nascosto nel proemio
di Luciano Canfora

L'introduzione, la nozione di «Lusitania», i brani di Marciano: le tracce di un testo «moderno»

Il testo pubblicato qui di seguito è una sintesi della relazione preparata dal professor Luciano Canfora per un convegno sulla vicenda del papiro di Artemidoro che si tiene oggi in Inghilterra. L'incontro, in programma presso il Saint John's College dell'Università di Oxford, è un'ulteriore dimostrazione dell'interesse che la polemica ha suscitato nella comunità internazionale degli studiosi di antichità classiche.

Colui che creò l'«Artemidoro» intendeva palesemente e, oserei dire, quasi legittimamente incominciare con un proemio. E anche sulla scorta dell'«ipotesto» — cioè dell'Einleitung di Carl Ritter, come ha dimostrato Maurizio Calvesi — scelse le parole ovvie, quelle indicanti appunto l'atto e il fatto dell'incominciare: «Colui che si accinge ad un'opera geografica », ton epiballòmenon geographia («Dans l'introduction à un ouvrage etc.» scriveva Ritter). E perciò nel 2006 gli editori del catalogo memorabile, Le tre vite del Papiro di Artemidoro (Mondadori Electa), non poterono che tradurre «chi intende dedicarsi alla geografia » (p. 157). Non prevedevano in quale ginepraio si fossero cacciati con tale davvero onesta traduzione. Essa confermava quello che risulta chiaro dall'intero proemio: che cioè si tratta per l'appunto di un proemio generale, di una apertura dell'intera opera, di un testo che cerca, a modo suo, di spiegare che cos'è la geografia, dunque di un testo che non può immaginarsi collocato — come accade nel famigerato papiro — al principio del secondo libro (la Spagna). No, è un testo di apertura, e perciò la parola esordiale, «colui che si accinge », intendeva essere per l'appunto un termine denotante l'inizio.
Ma così cadeva in pezzi tutta la ricostruzione: che rotolo era mai questo, nel quale — a tacer d'altro (disegni para- michelangioleschi e bestiari e zodiaci, paesaggi e vignette) — il proemio generale si trova accanto alle prime righe del libro II? La ragionevolezza spinse Bärbel Kramer a proporre una via d'uscita: «Il rotolo contiene estratti!». Così essa scrisse nel suo saggio del 2006, di cui oggi l'edizione Led di Artemidoro suggerisce di non tener conto. Ma la teoria «estratti» era catastrofica: oltre tutto come si sarebbe potuto dimostrare che erano estratti presi tutti dal medesimo autore? Insomma, veniva meno ogni ragione per rifilare all'innocente Artemidoro quel proemio bizantino-ottocentesco. E il grande reperto di «estese porzioni della Geografia di Artemidoro» svaniva nel nulla (a tacere, ripetiamo, delle innumerevoli ragioni che escludono si possa rifilare al vero Artemidoro le colonne IV e V: su ciò cfr. Il papiro di Artemidoro, Laterza). Ecco allora la trovata disinvolta: cambiamo la traduzione! E così oggi nell'edizione Led (p. 196) «chi intende dedicarsi» è diventato «colui che si dedica»: simpatico sforzo volto a far scomparire l'esplicita nozione di inizio, di cominciamento. Come dire: si fa quel che si può.
Per circa dieci anni — dal lontano 1998 — gli editori hanno assunto come cardine e architrave della loro avventura artemidorea che la colonna IV (righi 1-14) del papiro corrisponde al fr. 21 Stiehle. Sul modo in cui quel frammento è tramandato avevano le idee a dir poco confuse, per non dire aberranti. Quello che doveva restare fuori discussione era che fr. 21 essendo Artemidoro, anche col. IV (e dunque tutto il papiro) è Artemidoro. (Ovviamente il ripiegamento Kramer verso l'ipotesi «estratti» faceva traballare la deduzione estesa all'intero papiro). Per circa due anni abbiamo documentato con dovizia di prove che fr. 21 è Marciano (un brano tratto dalla Epitome artemidorea, edita da Marciano sotto il nome di Artemidoro). Tale constatazione, che si accorda perfettamente con le analisi svolte da Margarethe Billerbeck sul testo di Stefano di Bisanzio, comportava che, se colonna IV, 1-14 = fr. 21 (i.e. Marciano), anche colonna IV, 1-14 è Marciano. Dunque, addio Artemidoro (e addio papiro dell'età di «Cleopatràs lussuriosa»). La risposta a questa palmare verità fu, per lungo tempo, la sordità totale.
Avevamo anche con insistenza mostrato che col. IV, 1-14 presenta ritocchi (peggiorativi) ed errori di fatto rispetto a fr. 21. Non ripeteremo qui la dimostrazione. Il lettore può trovarla riassunta in Quaderni di storia 67, pp. 287-294. Questo genere di ritocchi peggiorativi ed errori porta recta via all'attribuzione di col. IV, 1-14 (e quindi del contesto) ad un falsario moderno. Oltre all'inclusione, in quei 14 sventurati righi, di due errate congetture moderne e di un vero e proprio errore di stampa, si trattava anche di un marchiano errore storico: l'inclusione nella Hispania Ulterior dell'«intera Lusitania».
Via via che il tempo scorreva ci rendemmo conto che l'escamotage disperato avrebbe potuto essere un repentino «contrordine», e cioè: fr. 21 è Marciano ( Deo gratias!) ma colonna IV, 1-14 è Artemidoro proprio perché qua e là diverso…
Prevedendo tale gesto disperato fornimmo, al principio di gennaio 2008, il quadro chiaro delle conseguenze paradossali di un tale improvviso revirement (Quaderni di storia 67). Tra l'altro si perveniva all'assurdo di far dire ad Artemidoro quella sciocchezza sulla Hispania Ulterior e di far dire invece l'esatto contrario al suo epitomatore (fr. 21).
L'edizione Led (p. 213) ha compiuto il miracolo. Ciò che avevamo previsto si attua: fr. 21 diventa Marciano, con una levitas e naturalezza degna del manniano cavalier Cipolla, mentre colonna IV, 1-14 è Artemidoro proprio per quelle diversità che invano avevamo segnalato per due anni. Ma ovviamente il cavalier Cipolla non si perde d'animo: ciò che gli scomoda non esiste, e dunque Quaderni di storia 67 non appare mai nella pur straripante bibliografia del mastodonte Led, né si tiene alcun conto di quegli adynata che l'adozione dell'ipotesi disperata inevitabilmente comportava. E poiché la questione Lusitania è troppo ingombrante, due parole andavano dette: la soluzione adottata, alquanto surreale, è stata che con «Lusitania tutta» l'autore intende far riferimento alla nozione geografica, non politica, di Lusitania! Non si rendono evidentemente conto del fatto che la «nozione geografica» di Lusitania è di gran lunga più vasta del territorio incluso, da Augusto in avanti, nella ormai provincia di Lusitania: il che renderebbe l'affermazione di col. IV, 13-14 (la Ulterior comprende «la Lusitania tutta») ancora più inverosimile.
E questo basterebbe. Diceva il grande Paul Maas che un solo argomento davvero probante basta, cento deboli non servono.

giovedì 12 giugno 2008

Anche sul Pincio il sindaco non decide

ROMA - Sopralluogo di Alemanno al cantiere del parcheggio. Anche sul Pincio il sindaco non decide
di Livia Ermini
12 giugno 2008, L'Unità
Negozianti e residenti: è l’unica soluzione per far rivivere il centro
CUNCTATOR Temporeggiatore. Alemanno come Quinto Fabio Massimo. Sul parcheggio del Pincio il sindaco prende tempo. Deciderà fra 30 giorni, quando cioè una commissione di cinque saggi, scelti dagli assessori alla mobilità Marchi e alla Cultura Croppi, avrà valutato se il progetto è sostenibile. Come per il responso sulle strisce blu, che arriverà a settembre, Alemanno aspetta il parere dei suoi consulenti tecnici per fare una scelta. Acerrimo nemico del progetto voluto da Veltroni, (che prevede 700 posti auto distribuiti su sette piani scavati nella collina che sovrasta Piazza del Popolo), fin da quando era a capo dell’opposizione in Campidoglio e durante tutta la campagna elettorale, ora il primo cittadino ci va cauto con gli annunci. Soprattutto alla luce dei ritrovamenti archeologici emersi dagli scavi di perlustrazione. Un criptoportico e delle mura che sembrano appartenere ad una villa romana del I secolo dopo Cristo e che la Soprintendenza dei beni culturali definisce «più estesi di quanto rilevato dai sondaggi ». Durante il sopralluogo avvenuto ieri mattina, alla presenza del sovrintendente di Roma Angelo Bottini e dell’archeologa responsabile degli scavi Maria Antonietta Tomei Alemanno, ha confermato che per ora i lavori continuano fino al pronunciamento degli esperti. La via più probabile sembra quella di un ridimensionamento del progetto iniziale con una riduzione dei posti auto. Ambigua anche la posizione dell’assessore Croppi che, dopo aver dichiarato al Corriere della Sera che la maxi opera «semplicemente non si farà», torna sui suoi passi e definisce «risolvibile » il piccolo intoppo dei resti romani. Sperano nello stop ambientalisti e storici dell’arte, insieme a Italia Nostra artefice di una battaglia all’ultimo sangue, che avevano lanciato appelli contro il multipiano. Confusi i negozianti della zona i cui affari invece dovrebbero essere incentivati dall’area di sosta. «Ci farebbe comodo perché verrebbero più clienti - dice la commessa della storica profumeria Castelli - da quando c’è la Ztl per il centro il lavoro è calato, tante nostre clienti vengono una volta ma poi vanno alla profumeria vicino casa perché per arrivare qui devono prendere il taxi».

Parking del Pincio, i tagli del Comune

ROMA - Parking del Pincio, i tagli del Comune
CECILIA GENTILE
GIOVEDÌ, 12 GIUGNO 2008 LA REPUBBLICA - Roma

Alemanno: "Di certo sarà più piccolo, forse non si farà. Decideremo entro un mese"

Sopralluogo in cantiere. Una commissione di saggi per rivedere il progetto

Modificato o bloccato. Lo deciderà tra un mese una commissione di cinque saggi. E´ questo il destino che si profila per il futuro parcheggio del Pincio dopo il sopralluogo del sindaco Gianni Alemanno, ieri mattina, al discusso cantiere sopra piazza del Popolo, dal quale dovrebbe nascere un parking sotterraneo per un totale di 726 posti auto.
E non è solo un problema archeologico. «Gli ultimi, significativi ritrovamenti di una villa romana costruita dal I secolo avanti Cristo hanno reso necessario un approfondimento dello scavo per verificare l´entità del complesso - spiega il sovrintendente archeologico di Roma Angelo Bottini - ma allo stato attuale non esiste un conflitto di interessi insanabile tra conservazione e costruzione».
Quello che il sindaco, d´accordo con gli assessori alla Cultura e alla Mobilità Umberto Croppi e Sergio Marchi che lo hanno accompagnato nel sopralluogo, vuole appurare una volta per tutte è la sostenibilità dell´intera opera. «Rispetto alle proteste di Italia Nostra e alle numerose denunce messe sul tavolo della precedente giunta - scandisce bene Alemanno - è opportuno creare una commissione di saggi che, sia sul versante storico architettonico che su quello tecnico, faccia una rapida revisione del progetto. I cinque saggi, scelti dagli assessori Croppi e Marchi, in un mese ascolteranno tutte le critiche al parcheggio e ci diranno se l´opera nel suo complesso, anche in relazione ai nuovi ritrovamenti archeologici, è sostenibile in un´area così delicata del centro storico».
In altre parole, «ci sarà una valutazione complessiva dell´impatto ambientale, dopo la quale la commissione deciderà se rivedere il progetto, bloccarlo, o se dare il totale e definitivo via libera. Nel frattempo, gli scavi archeologici andranno avanti». Gli scavi, ma non i lavori veri e propri, naturalmente. Quelli, da progetto, dovranno iniziare al termine degli scavi, per una durata di trenta mesi. Intanto, fanno sapere dall´Atac, che ha redatto il progetto ed è responsabile del procedimento, gli scavi sono costati finora 900 mila euro.
Per il sindaco, una cosa si può già anticipare: «I ritrovamenti porteranno sicuramente a una modifica del progetto, probabilmente ad una riduzione dei posti auto previsti. L´importante è non investire l´area archeologica. Ma se è vero che il 60% del terreno è sterile, ovvero privo di ritrovamenti, non verrà bloccato tutto il parcheggio».
Nei piani della precedente giunta, in primis dell´ex sindaco Walter Veltroni, il parcheggio multipiano del Pincio, articolato su sette livelli dentro la collina, era la chiave di volta della pedonalizzazione del centro storico. L´attivazione del parking, insieme all´entrata in funzione della metro C, in particolare del tratto centrale San Giovanni-piazza Venezia, avrebbero portato alla progressiva chiusura al traffico privato.
Ad aggiudicarsi la gara europea bandita dall´Atac è stata nell´agosto 2007 l´impresa Sac, del costruttore Claudio Cerasi, con un´offerta di 29 milioni di euro, che però verranno corrisposti solo alla fine dell´opera, primo caso in Italia. Un escamotage per evitare ritardi, anzi per sollecitare un eventuale chiusura anticipata dei lavori.
Per i posti auto del parking è prevista una diversa utilizzazione: il 70% potrà essere acquistato dai cittadini che risiedono entro un chilometro di distanza dal Pincio. Per fissare queste indicazioni è stata votata una specifica delibera in consiglio comunale. Si tratta infatti di regole nuove rispetto a quelle dei parcheggi definiti «pertinenziali», che prevedono l´acquisto del box solo da parte di chi abita entro un raggio di 500 metri dalla struttura. In questo caso, la distanza di un chilometro riguarda solo la ztl del centro storico ed esclude la zona di piazzale Flaminio, fuori delle Mura Aureliane. Facilitazioni sono state previste per i diversamente abili e altre categorie svantaggiate. Un altro 20% sarà destinato all´affitto, svolgerà cioè le funzioni di un garage a lunga permanenza. Il restante 10% sarà destinato alla sosta a rotazione.

Un edificio costruito tra il II e il I secolo a.C. scoperto nelle acque del porto di Lipari

SICILIA - Un edificio costruito tra il II e il I secolo a.C. scoperto nelle acque del porto di Lipari
GIOVEDÌ, 12 GIUGNO 2008 - LA REPUBBLICA - Palermo

Potrebbe essere un tempio situato a ridosso del molo oppure una struttura porticata ornamentale, posta all´ingresso del porto. A dieci metri di profondità, durante i lavori nel porto di Lipari, è emerso un altro pezzo di storia della città. La scoperta è stata presentata stamattina dal Soprintendente del mare Sebastiano Tusa, dall´assessore regionale ai Beni culturali Antonello Antinoro, dal sindaco di Lipari e da Giuseppe Marseglia, comandante del nucleo Tutela patrimonio culturale dei Carabinieri. «La natura dell´edificio, databile tra il secondo e il primo secolo dopo Cristo, è ancora difficile da definire - ha detto Tusa - ma la tipologia somiglia a quella utilizzata dai romani nelle colonie in Libia». Antinoro e il sindaco di Lipari hanno anche annunciato che i lavori al porto di Lipari non si fermeranno, ma il progetto potrebbe subire delle varianti».
l. n.

Parigi, viaggio nella clinica che restituisce la verginità. "La chirurgia salva le nostre nozze"

La Repubblica 12.6.08
Boom di operazioni per le musulmane che cercano marito
Parigi, viaggio nella clinica che restituisce la verginità. "La chirurgia salva le nostre nozze"
Sempre più ragazze musulmane chiedono l´imenoplastica
di Giampiero Martinotti

PARIGI. A due passi dagli Champs-Elysées, la clinica è uguale a tante altre dei bei quartieri: palazzo ottocentesco, una certa signorilità senza ostentazione. E una clientela soprattutto femminile, angustiata dal proprio corpo: i seni, la cellulite, le rughe. Ma qui approdano anche tante ragazze musulmane che non cercano un decolleté da sogno o un sedere perfetto. Vengono a cercare invece una nuova verginità.Chiedono di farsi ricucire l´imene per dare ai loro futuri mariti l´illusione di una purezza, rispettare tradizioni ancestrali ed evitare di essere additate come «puttane». Salgono la bella scala, vanno al primo piano dove c´è il blocco operatorio, passano qualche ora al quarto, nelle camere in cui si riposano. Poi ripartono verso la loro vita, lontano dallo sfavillio dei quartieri ricchi della capitale.
Il caso del matrimonio annullato a Lille perché la sposa non era vergine, ha riportato alla luce un fenomeno che l´ordine professionale dei ginecologi osserva da tempo: «Ci chiedono certificati di verginità e riparazioni di imene. Non è un fenomeno massiccio, ma non si era mai visto prima: l´integralismo progredisce», dice il professor Jacques Lansac. E non sono donne con il velo a chiederlo, ma ragazze che hanno avuto una vita come quella delle loro coetanee di origine europea e che all´approssimarsi del matrimonio ricadono nelle tradizioni, nei ricatti delle famiglie, nell´assurdità di un uomo che vuole essere «l´unico». Alcune di loro ricorrono ai vecchi trucchi, come un pezzetto di fegato di vitello nascosto nella vagina, altre preferiscono l´imenoplastica. E sono pronte a pagare i 2-2.200 euro richiesti: «La verginità non ha prezzo», dice una ragazza che si è fatta operare. Altre cercano prezzi più convenienti o chirurghi che accettano di far passare l´operazione sotto un´altra voce per farla rimborsare dal servizio sanitario. Oppure vanno nel Magreb.
Il peso delle famiglie, raccontano sui siti internet tantissime ragazze musulmane, è spesso insopportabile, ma è difficile liberarsene: «Mia madre mi ha sempre ripetuto: se non vai bene a scuola, si potrà sempre far qualcosa, ma se perdi quella (la verginità, ndr), non si può far niente. Non si può dare una figlia sporca». Discorsi che traumatizzano le ragazze, che a volte preferiscono praticare «l´amore da dietro», come dicono, piuttosto che perdere la verginità prima delle nozze: «Da noi non si scherza con queste cose».
Nella clinica degli Champs-Elysées, Marc Abecassis opera due o tre volte la settimana. Nel 1992 è stato uno dei primi a lanciarsi nella chirurgia del pene, da una decina d´anni si occupa anche delle donne: «All´inizio le richieste di imenoplastica erano sporadiche, da due o tre anni sono diventate regolari, soprattutto perché c´è più informazione». Le sue pazienti hanno fra i 18 e i 35 anni e origini sociali diverse: studentesse, disoccupate, professoresse, ricercatrici. «Quando vengono da me hanno ragionato e riflettuto molto. Con noi parlano, possono confidarsi. Non mi piace far questo intervento, ma non voglio giudicare: queste donne sono disperate, e io voglio alleviare la loro sofferenza».
Dietro le porte, al quarto piano della clinica, si sfiorano per qualche ora due mondi lontani mille miglia: quello delle donne che vivono nell´esuberante edonismo occidentale e non esitano a far ricorso alla chirurgia estetica per sedurre. E quello delle ragazze che invece devono ridiventare illibate per fingere di essersi date a uno solo. Due mondi non poi tanto diversi, secondo un ginecologo che opera nella periferia parigina: «Accettiamo di rifare i seni alle donne perché assomiglino alle bambole dei rotocalchi: perché non ricucire gli imeni? In entrambi i casi si tratta della sottomissione a un´ideologia, occidentale da un lato, musulmana dall´altro. Entrambe condannabili, per quanto mi riguarda». Un atteggiamento condiviso da pochi dei suoi colleghi.

mercoledì 11 giugno 2008

Correggio e l'antico a Roma

Il Sole 24 ore, 23 maggio 2008
Correggio e l'antico a Roma
di Rodolfo Vasari

"Per certi versi era ancora all'inizio", afferma Claudio Strinati nella prefazione al catalogo della mostra dedicata a "Correggio e l'antico", in corso alla Galleria Borghese di Roma fino al 14 settembre. Il riferimento è all'arte, spesso spiazzante, di Antonio Allegri detto il Correggio, nel momento della sua morte, a soli quarantacinque anni, nel fiorire di una maturità artistica che lo stava portando verso nuovi sentieri. Morte improvvisa, che lo ha colto il 5 marzo 1534, appunto a Correggio, provincia di Parma, il centro dove era nato nel 1489 e dove è stato seppellito, nella chiesa di San Francesco. Sessanta opere, fra dipinti, disegni, statuaria antica e coeva, per ridisegnare il rapporto fra l'artista e il mondo romano, con quell'immersione nelle memorie della classicità e la lezione di Raffaello e Michelangelo, che Giorgio Vasari riteneva indispensabile per la formazione di un artista degno di tal nome. La mancanza di un viaggio a Roma è l'unico appunto che il primo storiografo dell'arte fa nei confronti di Correggio, pittore di cui, con l'acutezza infallibile che connota le sue "Vite", riconosce l'imprescindibile importanza. "Il quale attese alla maniera moderna tanto perfettamente, che in pochi anni dotato dalla natura et esercitato dall'arte divenne raro e meraviglioso artefice". E ancora: "Tengasi pur per certo che nessuno meglio di lui toccò colori, né con maggior vaghezza o con più rilievo alcun artefice dipinse meglio di lui, tanta era la morbidezza delle carni che egli faceva, e la grazia con che e' finiva i suoi lavori".
Formatosi alla scuola del Mantenga, la "gravitas" del maestro non appartiene certo alla poetica correggesca. Nemmeno nei suoi dipinti giovanili, dove più si avverte l'alunnato mantegnesco, quasi subito stemperato da influssi lombardi e ferraresi, per arrivare alla svolta che lo porrà caposcuola della nuova maniera dell'Italia settentrionale. Così, non per smentire Vasari, è proprio ad un soggiorno romano, presumibilmente verso il 1518-19, che la critica contemporanea riconduce l'accelerazione della ‘maniera moderna'. Scrive Anna Culiva, direttrice della Galleria Borghese e curatrice della mostra: "Per Correggio la classicità e l'antico furono innanzi tutto un'apertura di respiro, un alterarsi dei rapporti di proporzioni e di spazio per i quali era necessaria l'esperienza diretta su testi pittorici ma anche architettonici. L'opera dell'artista, dagli inizi degli anni venti, mostra proprio questo alterarsi di parametri dimensionali attraverso l'emozione…".
Oltre venti le tele di Correggio esposte, fra cui, per la prima volta insieme, la "Danae" della Galleria Borghese, "Giove ed Io" e "Il ratto di Ganimede" dalla Kunsthistorisches di Vienna, "Educazione di Cupido" dalla National Gallery di Londra e "Venere e Cupido addormentati e spiati da un satiro" dal Louvre. Alle opere di soggetto profano, una serie di amori divini tratti dalle "Metamorfosi" di Ovidio, tutte successive al 1520, si affiancano le tele a soggetto sacro, dove più vibra la corda del Correggio "pittore degli affetti". Ecco quindi quel "colorito di vera carne" che stupiva Annibale Carracci, quella morbidezza soffice ed erotica che ci catapulta avanti di secoli nella serie degli "Amori di Giove", nell'edonismo delle raffigurazioni mitologiche, cui fa da contraltare la corda sentimentale delle composizioni sacre. E quell'abilità virtuosistica nell'uso del chiaroscuro, quelle linee sempre curve, quelle composizioni che suscitavano l'applauso ammirato di Mengs. Se Federico Zeri vede nell'arte del Correggio l'anticipazione della sensibilità spaziale, senza un limite definito, che connota l'arte barocca, come non avvertire nella "Danae" che Camillo Borghese acquistò a Parigi nel 1827 quel profumo di "trine morbide" con cui Puccini evoca il rococò settecentesco?
Un'ultima considerazione. In anni di prestiti pazzi, con le opere d'arte trattate alla stregua di "testimonial" del made in Italy e mandate spensieratamente in giro per il mondo per motivi più attinenti al businnes che alla cultura, è quasi commovente l'avvertenza che si legge sul sito della Galleria Borghese: "La gran parte di queste opere - le più importanti della collezione e capolavori fondamentali per il catalogo di ciascun autore - è inamovibile dalla propria sede. Sono infatti troppo delicate, troppo grandi o su supporto troppo fragile per spostarsi; è perciò impossibile il trasferimento a quelle mostre temporanee che in giro per il mondo vogliono approfondire l'attività pittorica di questi artisti. La Galleria Borghese mira a colmare questa lacuna con un progetto programmatico di dieci grandi mostre monografiche in dieci anni". Così nel 2006 ecco la mostra dedicata a Raffaello, lo scorso anno a Canova, e in questo 2008 l'esposizione fiorisce intorno a quel miracolo di ‘pruderie da boudoir' che è la "Danae" di Correggio. Per passare dal 20 settembre un ideale testimone alla grande monografica che Parma dedicherà, fino al 25 gennaio 2009, a questo suo figlio miracoloso. Col ghiotto contorno, se tale si può definire, degli affreschi della cupola del Duomo e di San Giovanni, e della Camera di San Paolo.

Correggio e l'antico
Roma, Galleria Borghese, fino al 14 settembre 2008
www.correggioelantico.it

TOSCANA - Da Giotto a da Milano, ecco l´arte del ‘300

TOSCANA - Da Giotto a da Milano, ecco l´arte del ‘300
10 GIUGNO 2008, LA REPUBBLICA - FIRENZE

Alla Galleria degli Uffizi e all´Accademia si aprono due mostre gemelle con opere in arrivo da tutto il mondo

Gli orari di apertura prolungati fino alle 22 il martedì e mercoledì

Sono dedicate ai protagonisti dell´arte fiorentina della metà del Trecento le due mostre gemelle che si aprono oggi alla Galleria degli Uffizi e all´Accademia. La prima, curata da Angelo Tartuferi, si intitola L´eredità di Giotto, arte a Firenze 1340-1375 e, per la prima volta al mondo, propone un panorama complessivo della produzione artistica fiorentina tra pittura, scultura, miniatura e arti applicate nel periodo successivo alla scomparsa del grande maestro. La seconda, Giovanni da Milano, capolavori del Gotico tra Lombardia e Toscana, curata da Daniela Parenti con la collaborazione scientifica di Mina Gregori, offre una monografica su questo pittore di origine lombarda, protagonista a metà del Trecento della scena toscana, le cui opere rappresentano un´originale miscela tra il realismo giottesco e le influenze gotiche provenienti dalla Francia.
L´eredità di Giotto, agli Uffizi fino al 2 novembre (dal martedì alla domenica dalle 8.15 alle 18.50, ingresso 10 euro), ha l´obiettivo di gettare una nuova luce su un periodo, quello dal 1340 in poi, caratterizzato a Firenze da eventi storici drammatici: le guerre tra Guelfi e Ghibellini, il crollo delle due grandi banche Bardi e Peruzzi e, infine, la tremenda peste nera del 1348. Le 60 opere esposte agli Uffizi e provenienti dai maggiori musei del mondo rovesciano in parte questa immagine rappresentando una Firenze animata da un´eccezionale vitalità creativa, della quale furono protagonisti i seguaci diretti di Giotto (Taddeo Gaddi, Bernardo Daddi, Maso di Banco) e, successivamente, artisti più noti come i fratelli Orcagna e di Cione e Giotto di maestro Stefano detto Giottino, ma anche grandi scultori come Andrea Pisano e Alberto Arnoldi. Tra le principali attrazioni il ritorno del Polittico affrescato da Giotto intorno al 1315, conservato dal 1960 nel North Carolina Museum of Art a Releigh, negli Sati Uniti, ma collocato in origine sull´altare della Cappella Peruzzi in Santa Croce. Evento straordinario è anche l´esposizione di un dipinto inedito (42,5 per 32 centimetri) uscito dalla bottega di Giotto tra il 1325 e il 1335 e raffigurante due apostoli, recentemente attribuito al maestro da Miklòs Boskovits.
Da tutto il mondo arrivano anche le opere della mostra su Giovanni da Milano (stesso orario e stesso prezzo), che raccoglie alla galleria dell´Accademia tutti i capolavori trasportabili dell´artista di origine lombarda, approdato a Firenze nel 1346. In tutto 44 opere, di cui 22 di attribuzione certa, tra cui numerosi polittici smembrati da secoli e ricomposti per l´occasione. Tra i capolavori di maggior richiamo una commovente tavola raffigurante la Pietà, un tondo con Redentore dipinto su tavola e custodito nella cappella Rinuccini in Santa Croce (normalmente inavvicinabile perché collocato nella volta) e un raro disegno con la Crocifissione proveniente dai musei di Berlino.
Entrambe le esposizioni fanno parte di «Un anno ad arte 2008», programma coprodotto da Soprintendenza per il polo museale fiorentino, Firenze Musei ed Ente Cassa di Risparmio di Firenze. In occasione delle mostre, dal 1 luglio al 30 settembre, ogni martedì e mercoledì l´apertura delle gallerie degli Uffizi e dell´Accademia sarà prolungata fino alle 22. La galleria dell´Accademia prevede inoltre un´apertura straordinaria il giovedì, dalle 19 alle 22, con ingresso gratuito. Visite guidate in inglese e italiano il giovedì alle 20 e alle 21, prenotazioni allo 055/2654321.
(g.r.)

La polemica sul documento di Artemidoro. Un papiro di pieno Ottocento

La Repubblica 11.6.08
La polemica sul documento di Artemidoro. Un papiro di pieno Ottocento
di Anna Ottani Cavina

Una serie di valutazioni storico-artistiche avvalorano la tesi secondo la quale quel reperto sarebbe un falso
Perplessità destano l´impaginazione per frammenti e lo scarto fra gli stili di alcune teste, stranamente presenti nella stessa bottega
Alcuni disegni rivelano un timbro arcaizzante (non arcaico) sulla scia di una ricerca neoprimitiva condotta fra diciottesimo e diciannovesimo secolo

Sul papiro di Artemidoro si è tenuta poche settimane fa a Bologna, nelle sale dell´Archiginnasio, una discussione serrata, rigorosa, avvincente, sui temi e sul metodo. Lontana dagli antagonismi che i giornali hanno enfatizzato nella sfida fra i duellanti (noti ormai anche al grande pubblico, Salvatore Settis e Luciano Canfora), la disputa ha coinvolto archeologi classici, egittologi, storici, filologi, storici dell´arte.
Sembrava un´università d´altri tempi, studenti attentissimi e conquistati, docenti impegnati a riflettere e a farsi capire, sullo sfondo di una philological fiction (l´affondo è di Carlo Ginzburg) che presenta alcuni nodi difficili, all´incrocio di varie discipline.
C´era un varco per intervenire sul versante delle immagini, fino ad ora toccato soltanto di striscio da un´analisi che ha privilegiato il testo, la lingua, le mappe geografiche, il cartonnage.
Le considerazioni che ho esposto in quella occasione avrebbero bisogno di spazi più ampi e sfumati. Servono comunque ad allargare il campo della discussione. Vertono sui disegni del recto, vale a dire sugli studi (pochissimi) di mani, di teste, di piedi presentati come «veri e propri esercizi di apprendistato eseguiti all´interno di una bottega» e datati al primo secolo d. C. in quella che viene raccontata come «la terza vita del papiro di Artemidoro» nell´Egitto greco-romano.
Dalla campionatura dei pochi disegni interposti nel testo emergono alcuni dati oggettivi, in primo luogo la qualità modesta degli studi, approssimati nella definizione anatomica (le mani), ridondanti, pieni di manierismi. Presentati nel catalogo di Torino come «disegni di squisita fattura», sono stati più tardi declassati (Settis, la Repubblica, 13 marzo) pur attribuendo loro un ruolo fondante per la conoscenza della grafica antica, di cui «non esistono confronti coevi rappresentativi» e nemmeno «riferimenti e informazioni nelle fonti letterarie» (pag. 473 della lussuosa edizione del Papiro appena pubblicata, 2008).
Risultano tuttavia sconcertanti sia l´impaginazione per frammenti (disegnati entro uno spazio libero, secondo tipologie che si codificano molto più tardi, come prova il confronto con le tavole settecentesche dell´Encyclopédie) che l´incongruità di alcuni gesti, difficilmente riconducibili alla gestualità classica.
Altro elemento di perplessità è lo scarto fra disegni descrittivi e veristi (quale la testa indicata come R2) e disegni abbreviati e di sintesi (la testa R 20): due stili diversi, lontani nei tempi e nei modi, stranamente presenti nello stesso momento e nella stessa bottega.
La contiguità di due stili (che attestano due culture, due forme di pensiero antitetiche prima ancora che due diverse soluzioni espressive) mette in crisi l´idea di esercitazioni condotte dalla stessa bottega su calchi di statue che, in un medesimo ambito, sarebbero state percepite in maniera tanto difforme.
È questo rapporto fra i disegni e la statuaria classica il punto debole di un ragionamento che a me pare discutibile negli accostamenti, in gran parte fisionomici, che gli autori del volume propongono con raffigurazioni antiche di Metrodoro, Epicuro, Saturno, Apollo ecc.
Sarà che, in tema di immagini, io frequento altri mondi e ho negli occhi il repertorio di secoli molto diversi, la tentazione è di introdurre una prospettiva per così dire capovolta.
La percezione dell´antichità, nelle teste disegnate sul papiro, rivela a mio parere un timbro arcaizzante (non arcaico) sulla scia di una ricerca neoprimitiva che dalla fine del Settecento percorre gran parte dell´Ottocento.
Fatte le debite proporzioni (perché le teste disegnate sul papiro sono infinitamente meno intelligenti e geniali), l´idea è quella di risalire agli archetipi, alle forme primarie dei prototipi classici. Una sorta di regressione alla ricerca di forme originarie che John Flaxman ad esempio attinge attraverso un processo altamente intellettuale, la cui suggestione persiste negli esercizi pedanti e banali che si vedono sul papiro.
L´ipotesi di una datazione molto più tarda di questi disegni, in pieno Ottocento, sarebbe confermata, a mio parere, anche da quella testa di profilo, anomala e accattivante, più vicina alla sensibilità moderna (R 20), chiusa da un segno compendiario e deciso (la linea della fronte e del naso) e da un contorno falcato (nella definizione della parte inferiore del volto) che richiama quel modo di trascrivere la realtà, in termini stilizzati e antinaturalistici, che avvicina il purismo di Ingres all´estetismo di Gustave Moreau e dei Preraffaelliti (non c´è lo spazio per produrre le immagini).
Che cosa vorrei dire in realtà? Che, se si tratta di un falso, lo si può facilmente datare in base a quegli elementi contemporanei che, come si sa, il falsario inevitabilmente ingloba e che, a distanza di anni, emergono con maggiore evidenza. Elementi che si leggono senza difficoltà, perché le lacune del papiro non compromettono la comprensione dell´immagine, colpita parrebbe da bombe intelligenti che girano intorno agli studi di teste (si è perduto - non è grave - un ricciolo, il lobo di un orecchio), senza mai centrare il cuore del disegno. Esattamente come accade alle righe del testo greco, che corrono talvolta intorno ai buchi del papiro secondo quella che è una prova classica di falsificazione (Canfora).
Si avverte una difficoltà, espressa da molti archeologi, a inserire nel puzzle del mondo antico un unicum che sconvolgerebbe la conoscenza dei suoi metodi di produzione artistica. È possibile volgere in positivo questo disagio. Procedendo per analogie piuttosto che per confronti letterali, a me sembra che la cultura dell´Ottocento (messa in campo anche da altri studiosi che contestano l´autenticità del papiro da versanti diversi) possa dare una risposta plausibile. Almeno fino a quando «il buco nero» (Settis) del disegno antico non sarà colmato da ritrovamenti compatibili.

martedì 10 giugno 2008

Quando Stalin riscrisse la genetica e la scienza

La Repubblica 10.6.08
Sessant'anni fa nascevano le teorie di Lysenko un saggio ne ricostruisce i terribili effetti
Quando Stalin riscrisse la genetica e la scienza
di Franco Prattico

Le tesi di Mendel furono cassate perché contrarie al marxismo. E chi le sosteneva fu perseguitato E anche il Pci si allineò
Buzzati Traverso contestò i sovietici Calvino esaltò l´Urss e i progressi della cultura
Aragon scrisse una prefazione in cui si magnificavano i metodi dei ricercatori
La rivoluzione era cominciata quando, il 7 agosto 1948, un oscuro agronomo ucraino, Trofim Lysenko, annunziò nel corso di una importante assise scientifica sovietica: «Il Comitato Centrale del Partito Comunista dell´Unione Sovietica ha esaminato la mia relazione e l´ha approvata». Era la campana a morte per la genetica sovietica, che fino a quel momento era in piena fioritura ed era conosciuta e rispettata in tutto il mondo scientifico, dove ormai trionfava, sulla base di incontestabili evidenze, la teoria di Mendel che attribuisce ai geni, alle minuscole unità discrete contenute nei cromosomi di tutti gli esseri viventi, la responsabilità della trasmissione ereditaria dei caratteri fenotipici. Una teoria, suffragata da migliaia di rigorosi esperimenti, che coniugata con l´evoluzione darwiniana costituisce tuttora il fondamento stesso della biologia moderna e che ha assicurato uno straordinario passo avanti nella comprensione della vita e anche della medicina. E che, sulla base di questi risultati, ha spazzato via definitivamente l´ipotesi, elaborata nel ‘700 dal grande zoologo francese Jean Baptiste Lamarck, della «trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti», che attribuiva le trasformazioni del mondo vivente (animale e vegetale) alla trasmissione ai discendenti dei caratteri acquisiti da ogni individuo nel corso della sua esistenza per meglio adattarsi al suo ambiente, dal lunghissimo collo delle giraffe, frutto dello sforzo individuale di raggiungere le foglie dei rami più alti, agli artigli dei predatori: i caratteri di ogni specie - e quindi il motore dell´evoluzione, delle trasformazioni che nel corso dei millenni hanno dato vita alle nuove specie - erano quindi per Lamarck e i lamarckiani il prodotto delle trasformazioni di ogni individuo nell´adattarsi al suo ambiente.

La scoperta che alla base dell´eredità c´erano i «geni» e che l´agente delle mutazioni erano le casuali mutazioni nelle basi della lunga catena molecolare del Dna, evidenziate dalla selezione naturale secondo la loro maggiore o minore «fitness», aveva definitivamente mandato in soffitta le ipotesi lamarckiane. Un meccanismo, quello mendeliano, che, introducendo la casualità delle mutazioni puntiformi e riducendo alla selezione naturale i motori dell´evoluzione, appariva (a Stalin e agli ortodossi interpreti del materialismo dialettico di Engels) in contrasto con uno dei canoni del marxismo e quindi con la convinzione che fosse l´ambiente a determinare l´evolversi delle trasformazioni del mondo vivente, nel caso degli esseri umani l´ambiente economico e sociale che, radicalmente trasformato dalla Rivoluzione d´Ottobre, non poteva che dar luogo «all´uomo nuovo sovietico». In più si insinuava che la teoria cromosomica avvalorasse teorie eugenetiche (care ai nazisti, fautori della «razza pura») e quindi fosse non solo sbagliata, ma anche idealistica, borghese, reazionaria e - perché no? - immorale.
Su questa base si innestò, nel secondo dopoguerra, una feroce polemica che non solo ebbe in Unione Sovietica esiti tragici, ma determinò una dura crisi anche tra gli intellettuali europei che avevano aderito al comunismo e alle idee del «socialismo scientifico». A questo tema è dedicato un appassionante libro dello storico della scienza Francesco Cannata (Le due scienze. Il caso Lysenko in Italia Bollati Boringhieri, pagg. 290, euro 28), una puntigliosa e illuminante analisi del «caso Lysenko», e degli effetti che si intrecciarono almeno in Europa con gli sviluppi della guerra fredda.
L´incoronazione staliniana delle idee lamarckiane di Lysenko costituirono, allora, lo scalino che consentì all´agronomo ucraino di iniziare una lunga scalata ai vertici delle istituzioni scientifiche sovietiche condotta con l´astuta intuizione delle preferenze del dittatore russo e che portò all´ostracismo della genetica russa e alla persecuzione degli scienziati che la praticavano. In effetti, alcune innovazioni sostenute da Lysenko aveva registrato qualche successo iniziale e ciò gli diede l´autorità per partire nella sua crociata contro gli esponenti della genetica russa. Lysenko promise che in base ai suoi metodi l´agricoltura sovietica guidata dagli «scienziati scalzi» che seguivano il suo metodo, fondato non sulle astratte teorie della «scienza borghese», ma sulla pratica contadina, avrebbe trasformato le immense steppe in giardini fioriti. La genetica russa e i suoi cultori si trovarono esposti all´accusa - micidiale, in quel contesto - di essere quinte colonne della borghesia capitalista e nemici dello stato sovietico: molti scienziati furono marginalizzati, privati dei loro incarici accademici e istituzionali e il loro principale esponente, Vavilov (uno studioso di grande levatura internazionale) addirittura arrestato, rinchiuso in un carcere siberiano nel quale morì.
L´eco del terremoto che aveva investito le istituzioni scientifiche russe si propagò in Europa, suscitando l´indignazione e la protesta di molti scienziati di alto livello, anche tra quelli che aderivano apertamente al marxismo o ai rispettivi partiti comunisti: John Haldane in Inghilterra, Jacquel Monod (premio Nobel) per la Francia, Adriano Buzzati Traverso in Italia.
Inserito negli sviluppi anche ideali della guerra fredda, il «caso Lysenko» fornì l´opportunità per una campagna - robustamente incoraggiata dagli Stati Uniti - di condanna dell´Unione Sovietica e dei rozzi metodi staliniani, della violenta intrusione della politica nella ricerca scientifica. Un tema vissuto meno drammaticamente nel nostro paese, dove forse risentiva di una certa indifferenza degli intellettuali del Pci nei confronti di un dibattito che investiva lo stesso metodo scientifico, forse per la tradizionale egemonia - anche in buona parte del comunismo italiano - della cultura letteraria rispetto a quella scientifica. Un distacco di cui si fece portavoce anche uno degli scrittori più acuti e sensibili del nostro paese, Italo Calvino, che nel dicembre ‘48, scriveva su L´Unità piemontese: «In un paese socialista il progresso della cultura non è staccato dal progresso comune di tutta la società. Bisogna che lo scienziato non si proponga la scienza per la scienza. Il primo criterio deve essere serve o non serve allo sviluppo della rivoluzione».
Insomma, la propaganda sovietica aveva trasformato le ipotesi ben poco scientifiche del furbo agronomo ucraino nel paradigma della cultura socialista. Al punto che il poeta francese Aragon firmò l´introduzione a un pamphlet edito dal Partito Comunista francese dedicato alla esaltazione di Lysenko e dei suoi metodi. Nonostante l´opposizione e le messe in guardia di parecchi scienziati europei, buona parte dell´intellighentzia era convinta che come la Rivoluzione d´Ottobre aveva aperto una nuova fase nella storia umana, così la cultura che esprimeva doveva rappresentare una svolta radicale in ogni campo: lì, nelle immense distese russe, nasceva una nuova società, un uomo nuovo, «l´uomo sovietico», libero dallo sfruttamento e dai condizionamenti di classe e dall´individualismo egoistico borghese che non poteva non produrre una nuova cultura, un nuovo rapporto con la natura, nuovi rapporti umani e quindi anche una scienza nuova.
Invano, anche in Italia, alcuni scienziati pure legati al Partito Comunista, come Massimo Aloisi, cercarono di contrastare l´esaltazione acritica di Lysenko e giustificare l´ostracismo contro la genetica: contro di loro c´era l´autorità di Emilio Sereni, responsabile della commissione culturale del Pci, uomo di cultura enciclopedica e di grande intelligenza, che cercò invano di convincere l´editore Giulio Einaudi, a far tradurre e pubblicare le relazioni lisenkiane o anche il pamphlet francese prefato da Aragon. Il fiuto culturale di Einaudi e la critica di Aloisi e di altri oppositori riuscirono a impedire una operazione, la cui unica giustificazione era che «tutto ciò che viene dall´Urss è giusto e va difeso» anche se si è convinti che si tratti di una mistificazione

lunedì 9 giugno 2008

Egitto, scoperta nuova piramide sotto Sakkara

Il messaggero, 4 giugno 2008
Egitto, scoperta nuova piramide sotto Sakkara

ROMA (4 giugno) - Gli archeologi egiziani hanno scoperto alcune parti mancanti della cosiddetta via della Sfinge e la parte inferiore di una piramide di cui non si conosceva l'esistenza nell'area di Sakkara, una sezione della grande necropoli di Memphis. La strada era citata in alcuni antichi manoscritti greci, ha riferito il capo del Supremo Consiglio egiziano per le Antichità Zahi Hawwas. Si ritiene, rileva lo studioso, che le parti scoperte siano connesse ad un passaggio che conduce ai templi di Anubi, dio con la testa di sciacallo associato nella mitologia egiziana con la mummificazione e la vita ultraterrena. La capitale dell'Antico Regno e i re della prima dinastia, come della seconda, sono per la maggior parte sepolti in questa sezione della necropoli.

Si tratta di un posto costantemente al centro dell'interesse degli egittologi. Recentemente sono state compiute tre grandi scoperte a Sakkara, quali la tomba di un primo ministro, la piramide di una regina e la tomba del figlio di un re fondatore di una dinastia. Ogni scoperta ha una storia affascinante e rivelatrice dei segreti del passato. Sakkara è nota per la sua piramide a gradoni, la più antica delle 97 piramidi conosciute in Egitto. Fu costruita dal re Zoser della terza dinastia dal geniale architetto Imhotep, che la progettò insieme all'area circostante in modo che fosse unica e rivoluzionaria.

La cementificazione del Benaco, i centri commerciali e i capannoni in Bassa e Franciacorta

La cementificazione del Benaco, i centri commerciali e i capannoni in Bassa e Franciacorta
Domenica 8 Giugno 2008 brescia oggi

SGUARDI SULLA PROVINCIA. La cementificazione del Benaco, i centri commerciali e i capannoni in Bassa e Franciacorta, ecco alcune idee
Dal Garda alle valli: la lista nera

«Brutture da buttare» nella nostra Provincia? Lo abbiamo chiesto a chi, da anni, è attento osservatore di quello che succede nel Bresciano. L’elenco è chilometrico: si va dai tanti casi di cementificazione selvaggia sul Garda ai capannoni industriali e ai centri commerciali che hanno spezzato la preziosa continuità paesaggistica della Bassa. Dalle decine di migliaia di aree industriali dismesse, alle nuove aree artigianali e alle villettopoli della Valcamonica ai centri commerciali sorti in Franciacorta.
GARDA. Lucida e razionalmente impietosa sulle mostruosità perpetrate sul paesaggio gardesano è l’architetto Rossana Bettinelli, presidente della sezione bresciana di Italia Nostra, vicepresidente Nazionale. «Comincerei segnalando l’hangar abusivo del porto di Moniga, realizzato nonostante il no della Sovrintendenza; passerei alla passeggiata di cemento che si è mangiata la spiaggia di Padenghe, paese dove una villa in stile Liberty dei primi del Novecento prima ben immersa nel paesaggio è stata ristrutturata e trasformata in un’altissima struttura bianca che contrasta con lo skyline del castello. Per non parlare delle migliaia di metri cubi di cemento con cui si è condito Toscolano. Va segnalato anche il residence "la Cascata" a Dusano, la spiaggia cementificata e ricoperta con sabbia di riporto al Lido di Lonato, il sentiero trasformato in strada nella collina di Balbiana, a Manerba, il centro commerciale di Desenzano, tutti i capannoni sorti lungo la Gardesana, che sembra sempre più una strada dell’hinterland milanese».
FRANCIACORTA. Per la Bettinelli e Silvio Parzanini (responsabile Legambiente Franciacorta) sarebbero da buttare innanzi tutto i centri commerciali: Le Torbiere di Cortefranca (sorto a fianco delle paludi delle torbiere, in una zona di pregio naturalistico immenso) e Le porte franche di Erbusco (nel cuore del cuore della Franciacorta). La Bettinelli segnala anche «il rifacimento poco attento al paesaggio della chiesa di Santa Maria del Giogo» (Polaveno); Parzanini aggiunge il caso di Castegnato: «un ascensore-silos esterno alla splendida villa Camadini, un’oscenità che andrebbe abbattuta subito». «Il problema è che in tutti i comuni c’è qualcosa da buttare» aggiunge l’ambientalista.
VALCAMONICA. «Brutture da buttare in Valcamonica? Si fa prima a dire cosa conservare – esordisce laconico il professor Umberto Sansoni, vicepresidente Italia Nostra Vallecamonica –. Abbiamo decine di migliaia di zone industriali dismesse, da Darfo a Pisogne, da Gianico a Piancamuno. Senza contare le nuove aree industriali, a partire da quella che sta sfasciando la piana di Malonno; ogni comune vuole la sua piccola area artigianale, non si ragiona sinergicamente individuando un unico polo industriale in modo da tutelare il restante territorio. E’ un disastro». Per non parlare di villettopoli: «miriadi di nuovi villaggetti, turistici e residenziali sparsi su tutta la valle, come una manciata di Parmigiano su un piatto di pasta. Ricordo solamente i casi più eclatanti: le case in costruzione a Berzo Demo e Lozio, attorno alle importantissime chiesette dedicate a San Nazario, o quelle che circondano S.Maria ad Esine. Pochissimi i paesi che operano un’urbanistica oculata, come Cerveno. Come si può a queste condizioni pretendere un rilancio del turismo?».
BASSA. «La Bassa sta sparendo a colpi di capannoni, centri commerciali, residenze alveare – attacca Gabriele Pellegrini, responsabile di Legambiente Bassa Bresciana –. Cosa butterei? Il centro commerciale Le Robinie di Verolanuova, sorto a ridosso del parco del fiume Strone; i capannoni in realizzazione sulla Lenese ad Offlaga ed all’ingresso di Orzinuovi, il mega centro logistico da 200mila metri quadri sorto a Brandico. Un consumo di suolo assurdo».P.GOR.

domenica 8 giugno 2008

Kylix di Eufronio ritrovato dai carabinieri nuovo frammento

ROMA. Kylix di Eufronio ritrovato dai carabinieri nuovo frammento
La Repubblica – ed. Cronaca di Roma, 7.6.2008

I militari della tutela del Patrimonio

LA KYLIX di Eufronio ritrova un altro tassello. Un ritrovamento importante messo a segno dal Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri e presentato ieri, nella sede di via Anicia, dal colonnello Raffaele Mancino, da Anna Maria Moretti della soprintendenza per i beni architettonici dell’Etruria Meridionale e da Marina Sapelli Ragni della sovrintendenza per i beni archeologici del Lazio. Il celebre vaso, che già in passato era finito nel bersaglio del mercato clandestino, ha rischiato un’ altra mutilazione: il tassello era stato trafugato nella zona archeologica di Cerveteri da due volontari di un gruppo legato alla sovrintendenza.
Sono stati proprio i due, A.R. idraulico cinquantenne e C.V., anni 60, a denunciare il ritrovamento, probabilmente nella speranza di ottenere un compenso.
Ma la versione dei due non convinceva i militari che hanno aperto un indagine durata circa sei mesi. E l’operazione, soprannominata "Eufornio 2" ha portato al ritrovamento, nelle loro abitazioni, di migliaia di reperti archeologici, per un valore complessivo di un milione di euro.
A questa indagine se ne sono affiancate altre due, più o meno nello stesso periodo. La "Rutuli" che si è concentrata nella zona di Ardea e Aprilia. E infine Roma, con l’operazione "Fortuna" che si è occupata di un traffico internazionale di reperti archeologici esportati clandestinamente. Denunciati per ricettazione un collezionista capitolino e la moglie: in casa avevano statue di legno del Cinquecento rubate nel 1985 a Palazzo Cimajuvalta Visconti di Modrone, in provincia di Sondrio, e una scultura che, nel 2006, era sparita dal Palazzo baronale di Nolli, in provincia di Chieti. Le opere sequestrate, che si aggirano su un valore di 300 mila euro, erano state acquistate dal noto commerciante d’arte Gianfranco Becchina.

MARLIANA. Al via una campagna di scavi in cerca del paese dimenticato

MARLIANA. Al via una campagna di scavi in cerca del paese dimenticato
LUIGI SPINOSI
DOMENICA, 08 GIUGNO 2008 IL TIRRENO Pagina 3 - Montecatini

Prenderanno il via domani - tempo permettendo - i lavori di scavo per riportare alla luce, nel vero senso della parola, una parte della nostra storia di cui si era persa quasi ogni traccia. È la storia di Castelvecchio: questo il nome del paese (da non confondere con l’omonimo borgo della Svizzera Pesciatina) che, stando ad antichi documenti, sorgeva quasi a metà strada tra Serra Pistoiese e Panicagliora. Una zona oggi ricoperta di boschi, un luogo ben conosciuto dai cercatori di funghi, caratterizzato dalla presenza di un’antica Pieve o, meglio, dei suoi ruderi. La Pieve di Furfalo. E l’ipotesi è che attorno a quell’edificio religioso sorgesse almeno un avamposto abitato, se non un vero e proprio paese.
Un’ipotesi suffragata da alcuni saggi di scavo effettuati lo scorso agosto, e che hanno portato alla luce quelli che sembrerebbero essere i resti di un cimitero. Una zona di sepoltura realizzata a fianco della pieve. E la presenza di un cimitero rafforza l’ipotesi che, attorno alla pieve, esistesse un nucleo abitato. Del resto la presenza della stessa Pieve di Furfalo è un indizio importante in questo senso: che senso avrebbe costruire un edificio religioso lontano da un nucleo abitato? È, per citare un esempio vicino, la stessa domanda che ci si pone a Medicina, nella Svizzera Pesciatina (vedi riquadro), dove esisteva una pieve - distrutta oltre 3 secoli fa - a 20/30 minuti di cammino dal paese. Da qui l’ipotesi che quella pieve fosse quanto restava del primo paese di Medicina, poi ricostruito nell’attuale sito, ritenuto geologicamente più sicuro.
Gli scavi interesseranno anche l’area interna della Pieve di Furfalo, e dovranno riprendere il lavoro archeologico del 2001, che aveva portato alla luce la presenza di altre strutture murarie, più antiche della pieve stessa, e che farebbero pensare all’esistenza di una struttura preesistente (che non è stato ancora possibile datare) e anche, sul lato nord, di una struttura a torre. Forse un campanile, forse un punto di osservazione (non dimentichiamo che siamo in una zona di confine tra i territori di Lucca e Firenze), o forse entrambe le cose.
Del resto i documenti storici parlano di un paese, un avamposto militare, che si troverebbe proprio in questa zona. Un sito chiamato appunto “Castelvecchio”, un nome che dimostrerebbe anche un’origine più antica - per quest’insediamento - rispetto agli altri paesi della zona. Un paese poi abbandonato e, in parte “usato” per costruire quelli vicini: lo dimostrerebbero alcune pietre presenti negli edifici più antichi di Panicagliora, e che sembrano provenire proprio dalla Pieve di Furfalo. Adesso si tratta di scoprire cosa si nasconde ancora sotto quella terra, se vi sono altri reperti che potrebbero trovar posto nel nascente museo di Panicagliora.
Di certo sono tante le domande che circondano questi resti del passato, la speranza è che la campagna di scavi che sta per prendere il via possa dare almeno una parte delle risposte.

giovedì 5 giugno 2008

Identità urbane e archeologie della sovversione

Identità urbane e archeologie della sovversione
Marcello Madau
Il manifesto Sardo - 1 Giugno 2008

Il disvelamento dei ruderi del castello medievale di Sassari e le nuove mille e più tombe cagliaritane a Tuvixeddu sembrano salutate con rilievo e addirittura enfasi dai mezzi di comunicazione di massa. Inevitabile ambiguità di un messaggio ormai di moda: accolto finalmente il concetto dell’importanza del patrimonio culturale e ambientale, la dominanza dell’evento di consumo tende ad annullare, trasformandoli in noiosi allegati, aspetti fondamentali come quelli che nella realtà pongono gli stessi ritrovamenti: le testimonianze archeologiche, soprattutto quelle che giacciono sotto i nostri piani pavimentali e stradali, sono portatrici di un messaggio sovversivo verso la città contemporanea e la maniera con la quale essa viene normalmente vissuta, pensata, costruita, pianificata, poiché la superficie del nostro vivere, alla lettera superficiale, viene messa profondamente in discussione dal sottosuolo archeologico.
Si cerca allora di addomesticare la traccia polisemica e oggettivamente collettiva delle stratigrafie (vi può essere un’epoca prevalente nella storia e nelle realizzazioni, ma i sotterranei dei nostri piani di attraversamento e vita urbana normale portano in sé molte vicende) in modo da ricondurle alle nostre normalità: salvando una prospettiva interessante per il quadro creativo di un urbanista, oppure un oggetto per il consumo culturale dei turisti, o ancora una discriminante ideologica che serva a questa o quella identità, o ad una mostra di successo. Questa è l’essenza delle abitudini prevalenti di noi cittadini dell’effimero, integrati o subordinati al rito del consumo e del consenso, nella variabile indipendente del tornaconto singolo e della speculazione.
La presenza del passato nei contesti abitativi della contemporaneità è fatto assai rilevante, declinato con diversa e crescente intensità da millenni, ma solo nell’età moderna, con la crescita dell’uso del territorio urbano appare nella forza complessa che continuamente vediamo.
Sono ormai millenni – come nella memoria cerebrale – che si formano strati, sovrapposizioni, successioni, civiltà con storie e ruderi relativi; che le stratigrafie, l’essenza stessa dell’archeologia, si fanno sempre più complesse e profonde. In questo lungo percorso la vicenda archeologica passa progressivamente dal racconto materiale del mito all’elencazione di serie regali (come nell’Egitto), talora accompagnate da minuziosi dettagli di archivio (come nel mondo assiro), per passare alle raccolte erodotee e poi alla Storia (e all’archeologia) ‘scientificamente selettiva’ di Tucidide.
Che luogo hanno le memorie nella città? Occupano lo spazio del mito, o dei mausolei, dalla vittoria sui giganti nell’acropoli di Atene alla tomba di Achille nella piana di Troia o a quella di Enea a Lavinio. Le testimonianze archeologiche dei morti sono ai limiti dello spazio urbano, mentre i resti delle epoche precedenti sono quasi ineluttabilmente spoliati, rasi al suolo, oppure se ne riusa il materiale edilizio. In casi molto speciali (generalmente grandi luoghi memoriali e templi) vediamo ristrutturazioni ed ampliamenti, tali da lasciare almeno qualche antica traccia. Ma l’inserimento tout court del documento archeologico nei luoghi abitati, non legato ad istanze celebrative, passando dai paesaggi di rovine al romanticismo attraverso le selezioni utili alle nuove città della rivoluzione industriale capitalistica, è fatto che nella sostanza succede da poche centinaia d’anni.
Pur tuttavia, la presenza del passato dentro la città di oggi è ancora legata – quando i resti delle epoche precedenti non vengono massacrati dallo sviluppo urbanistico – ad una visione riduttiva, alle discriminanti estetiche o a quelle dell’urbanistica tradizionale, o ancora alla museificazione.
E’ allora utile partire dalle idee di Argan, Bianchi Bandinelli e Cederna, sviluppandole e aggiornandole alle nuove esigenze e alle nuove sfide: la testimonianza archeologica non supererà l’ottica idealistica finchè non si deciderà di assumerla nel suo insieme come soggetto attivo dello spazio e della stessa configurazione urbanistica. Non è sufficiente conservare questo o quel monumento di particolare pregio, e una scelta del genere, se non segue la piena consapevolezza delle serie stratigrafiche – le chiamerei i giacimenti dell’identità – conservate nel sottosuolo, appare all’antitesi dell’idea di una città vissuta nella sua pienezza storica.
Organizzare un’identità urbana significa non lasciare più in secondo piano il passato sepolto, bensì renderlo esplicito attraverso collocazioni precise, sia a vista che sotterranee, costruendo piani e percorsi ipogeici, se necessario diversificati. Significa non considerare tutto il passato come una tomba collettiva o un museo, ma come una serie di luoghi ri-abitati e con i quali rapportarci fisicamente, uscendo dai musei e dalle visite guidate. Significa costruire cittadini e cittadinanze più ricche.
La conseguenza di questo discorso è che nella stessa coscienza urbanistica il ruolo dell’archeologia, e assieme della storia dell’arte, non può essere più considerato come allegato professionale (e non solo perché non esiste un riconoscimento professionale per queste due categorie), ma deve essere posto al centro delle decisioni progettuali della pianificazione urbanistica, ben oltre la doverosa tutela.
E’ un’idea a volte accettata a parole, o in qualche singola realtà, ma ben lontana dall’essere davvero accolta (persino negli stessi ambienti più sensibili, accorti e avveduti si organizzano – dopo i clamorosi rinvenimenti archeologici delle città sarde – ‘Interpretazioni dei luoghi’ con meritoria serie di sensibilità, da quelle urbanistiche a quelle psico-giuridiche a quelle sociologiche, artistiche, musicali, giornalistiche, fra le quali non appare quella archeologica). Per vivere meglio le nostre città penso sia utile camminare anche con uno sguardo più in basso dei nostri piedi, e più alto della nostra fronte. Sopra la nostra testa, le poetiche degli artisti, sotto i nostri passi, le tracce delle identità sepolte.
Se condividiamo questa idea di città, dirò en passant (perché la discussione su Tuvixeddu si è riaccesa dopo l’impertinente apparizione di migliaia di tombe puniche negate e nell’attesa dell’importante pronunciamento del Consiglio di Stato) che risulta ancora più istruttivo il confronto tra le due Cagliari che emergono – a prescindere dalle questioni giuridiche - dalla relazione degli esperti della Regione Sardegna su Tuvixeddu e da quella del TAR: la prima attenta alle stratificazioni dei luoghi, assumendone la stessa toponomastica storica, l’altra che separa nei fatti dal paesaggio contemporaneo, creando una sorta di Riserva Indiana, la memoria archeologica.
Non è perciò più pensabile programmare città, e lavori pubblici, senza una preventiva e vera mappa archeologica e soprattutto la scelta consapevole di togliere dall’oblio una serie di ‘luoghi sepolti’.
La direzione è quella di costruire spazi condivisi, beni comuni nei quali praticare un’arte pubblica (con nuove modalità site-specific) non limitata agli aspetti celebrativi (da sempre utili per camparsi: vedi la serie infinita di – orribili - monumenti e mostre ai caduti, alle varie personalità, alle retoriche nazionali) ma lavori su quelli dell’identità urbana, complessa, stratificata e meticcia per sua natura, che assuma nel proprio essere contemporaneo le storie precedenti. Luoghi praticabili, interazioni poetiche permanenti, azioni/situazioni di critica radicale se necessario.
Per questo tipo di città non basta più, quindi, l’archeologia strumentale degli urbanisti o quella della tutela. Ci vuole un’interazione creativa dei saperi in azione costante che restituisca la memoria ai luoghi, e con essa l’identità. Che sappia andare verso una città disegnata a più mani, affiancando agli architetti urbanisti l’unione sovversiva di archeologi, storici dell’arte e artisti, per trasformare in bene comune la serie superficiale, mediocre e speculativa degli spazi urbani odierni.

Paestum, rispuntano le mura di Poseidonia

CAMPANIA - Paestum, rispuntano le mura di Poseidonia
PAOLA DESIDERIO
04/06/2008 IL MATTINO

Paestum. Rivivono le mura dell’antica Poseidonia. Dal 2003 la cinta eretta a protezione della città dai Greci è oggetto di un attento lavoro di restauro e conservazione che ha consentito di riportare al loro splendore ben 1350 metri di mura. Dalla torre 28 alla torre angolare di nord-est, passando per Porta Sirena, i blocchi in travertino sono stati catalogati e riposizionati, a volte spostati per ulteriori lavori e poi riposizionati nuovamente. «Il lavoro si è svolto in due fasi – spiega la direttrice del parco archeologico e del Museo di Paestum, Marina Cipriani – La prima fase è stata resa possibile da fondi nazionali, nel 2003 e 2004, e ha riguardato il tratto che va da Torre 28 a Porta Sirena. La seconda fase è stata resa possibile dal Por Campania 2000-2006 e ha riguardato la zona delle mura che va da Porta Sirena alla torre angolare. Inizialmente è stato effettuato un rilievo della posizione dei blocchi. Sono stati catalogati e inseriti in un database in modo da poter rintracciare la loro posizione prima della pulizia e dello spostamento nei settori vicini. I lavori hanno riguardato sia l’esterno che l’interno». Così è capitato che lavorando intorno alle mura per renderle percorribili sia all’interno che all’esterno e scoprire i loro segreti, sono venute fuori altre testimonianze delle civiltà che vi hanno vissuto. «Quando le mura smisero di avere funzione difensiva intorno vi furono collocate delle tombe che risalgono all’epoca romana imperiale. Ne sono state recuperate circa cento. Tombe semplici, con copertura di tegole e all’interno il corredo costituito da una brocchetta, una lucerna, un chiodo e una moneta». In prossimità della Torre 28 è venuta fuori anche una scala di cui non si conosceva l’esistenza, nei pressi di Porta Sirena c’era, invece, un piccolo tempietto, risalente alla metà del quinto secolo a.C. I lavori stanno avvenendo in collaborazione con il dipartimento dei Beni Culturali dell’Università degli Studi di Salerno, gli aspetti architettonici sono a cura di Ottavio Voza e Paolo Vitti. Sotto il coordinamento della direttrice Cipriani e della professoressa Angela Pontrandolfo, del dipartimento dei Beni culturali, nei lavori sono impegnati a tempo pieno gli archeologi Serena De Caro e Pietro Toro. Indispensabile si è rivelato l’uso del database per la catalogazione dei blocchi realizzato da Alfonso Santoriello. Intanto all’interno del museo è in fase di allestimento una sala che ospiterà i reperti di epoca preistorica e protostorica, centinaia di tombe dipinte di epoca lucana disposte su supporti mobili saranno presto visitabili. Nonostante un’inevitabile lieve calo di presenze, il 28 maggio Paestum contava ben 208.491 visitatori dall’inizio dell’anno. Efficace si sta rivelando la promozione all’estero. Dopo Amburgo, infatti, Paestum questo mese approda a Barlino per una mostra al museo Martin-Gropius-Bau dove saranno esposte 43 lastre tombali e sette tombe complete provenienti dal museo di Paestum e 55 dipinti che rappresentano i templi di Paestum, realizzati tra il 1750 e il 1850.

mercoledì 4 giugno 2008

IL "RINASCIMENTO FARAONICO": UNA MOSTRA E UNA CONFERENZA A LUBIANA

IL "RINASCIMENTO FARAONICO": UNA MOSTRA E UNA CONFERENZA A LUBIANA
(...)
"Nel corso del Rinascimento Faraonico (VII - VI secolo a.C.) ", spiega Tiradritti, "i greci cominciano a visitare la Valle del Nilo riportando in patria resoconti meravigliati e che rasentano il fantastico sulla civiltà egizia, la cui storia millenaria è quello che più sorprende questi primi "turisti". Quest'immagine viene tramandata anche ai romani che, al momento della conquista dell'Egitto vengono a loro volta conquistati dalla sapienza e dal fascino di questa antica terra. Già sotto Augusto, Roma e i territori sotto il suo dominio sono attraversati da un'ondata di egittofilia che conduce anche all'accettazione e alla diffusione dei culti dedicati a Iside e agli altri dei egizi".
l'articolo completo qui

ARCHEOLOGIA/ SCOPERTA IN SINAI CITTA' FORTIFICATA DI 3000 ANNI FA

ARCHEOLOGIA/ SCOPERTA IN SINAI CITTA' FORTIFICATA DI 3000 ANNI FA
Scavi su antica strada militare che collegava Egitto a Palestina

Il Cairo, 28 mag. (Ap) - Le autorità archeologiche dell'Egitto hanno annunciato oggi di avere scoperto una città fortificata egiziana nel nord del Sinai, risalente a tremila anni fa, durante scavi su una strada militare dell'epoca faraonica che collegava l'Egitto alla Palestina.

Il capo del Consiglio supremo egiziano per le antichità Zahi Hawass ha riferito che gli archeologi hanno dissotterrato un bassorilievo del faraone Thutmose II (!516-1504 AC) unico monumento faraonico finora scoperto nella penisola. Secondo gli archeologi Thutmose II aveva costruito una fortezza nella zona. Gli scavi hanno anche portato alla luce un muraglione di mattoni di fango e alcune torrette costruite all'epoca del faraone Ramses II (!304-1237 AC).

La strada militare, conosciuta come la "via di Horus" (il nome del dio Falco molto venerato dai militari dell'antico Egitto) corre nei pressi dell'attuale città di Rafah al confine con la striscia di Gaza.

I misteri della «Madonna» agli Uffizi, La scoperta appassiona medici e scrittori

Corriere Fiorentino, 3 giugno 2008
Il giallo
I misteri della «Madonna» agli Uffizi, La scoperta appassiona medici e scrittori
Douglas Preston: «Sola e senza gambe? Forse era una strega». Il commissario Possi: «Potremmo anche ricostruire il suo volto»

Ed eccoli, il medico legale, il professor Giovanni Marello, e il vice capo del Gabinetto di Polizia scientifica della Toscana, il commissario Alessandro Possi, chini sul nero enigma della Madonna senza le gambe trovata sotto gli Uffizi: lo scheletro di una donna giovane con accanto un bambino, alla quale, prima della sepoltura avvenuta tra il IV e il V secolo d. C., furono non amputati, ma disarticolati gli arti inferiori. Perché? Dapprima scettici, poi trascinati dalla passione professionale, Marello e Possi tentano di estrarre ogni indizio possibile con i più sofisticati mezzi a loro disposizione. C'è da concedere loro che hanno lavorato non sulla vera scena di un delitto e non direttamente sui «poveri resti umani», ma solo su una fotografia. Tutto, quindi, va preso con beneficio d'inventario.

il resto dell'articolo lo trovi qui

Il mistero della donna sepolta sotto gli Uffizi

Corriere Fiorentino, 2 giugno 2008
Il giallo
Il mistero della donna sepolta sotto gli Uffizi
Riaffiorano sotto il museo i resti di una donna morta 1.500 anni fa e con questi un terribile enigma che appassiona storici e scienziati

Per tanti secoli, come le altre Madonne fiorentine che si fanno ammirare nelle sale degli Uffizi solo poche decine di metri sopra la sua tomba ignorata fino a poche settimane fa, si è tenuta accanto il suo bambino. E un terribile enigma. Roba da paura, tanto che per tentare di trovare una soluzione è stato necessario sottoporla agli esami dell'anatomopatologo di Careggi e al Gabinetto di Polizia Scientifica: Dna, lampade forensi, prelievi del terreno, microscopia e necroscopia.
l'articolo continua qui

PIEMONTE - Una storia in 5 mostre "Disegni, idee, grandi progetti così fu immaginata Torino"

PIEMONTE - Una storia in 5 mostre "Disegni, idee, grandi progetti così fu immaginata Torino"
MARINA PAGLIERI
MERCOLEDÌ, 04 GIUGNO 2008 LA REPUBBLICA - Torino

Dal Guarini all´Antonelli, viaggio tra le opere dei grandi maestri sabaudi

«A Torino gli architetti hanno lavorato nei secoli per progettare per contesti la forma della città. E come comunicavano i loro progetti? Soprattutto attraverso i disegni, che intendiamo mostrare agli ospiti del convegno mondiale di architettura a fine giugno e anche ai torinesi, perché siano fieri di questa nostra specificità». Così il direttore regionale dei beni culturali Liliana Pittarello ha presentato ieri mattina all´Archivio di Stato il percorso espositivo riunito appunto sotto il titolo «La città disegnata dagli architetti», promosso dall´Ordine degli Architetti torinese con il contributo della Compagnia di San Paolo. Cinque le mostre che aprono a giugno in varie sedi - dall´Archivio al Miaao, da Palazzo Reale alla Biblioteca Reale, a Palazzo Bricherasio, dove si inaugura il 28 l´esposizione più ampia, dedicata ai disegni di Guarini, Juvarra e Antonelli - e formano tutte insieme il principale evento culturale in vista della XXIII edizione del Congresso mondiale di Architettura, che prenderà il via sotto la Mole il 29 giugno con il titolo «Transmitting Architecture».
Si parte oggi con la mostra che presenta i progetti di Filippo Juvarra per i Regi archivi di corte, esposti nello stesso edificio voluto dai Savoia per conservare le carte e i documenti del Regno. Il 7 apre al pubblico nel complesso di San Filippo «Il gran teatro ceramico. Bau + Miaao. Oropa barocca. Biella futurista. California funk», un insieme di suggestioni legate tra loro dall´estro di Enzo Biffi Gentili. Si spazia dal Santuario di Oropa (dai progetti mai realizzati di Guarini e Antonelli e dai pochi lì portati a compimento da Juvarra) alle statue in terracotta policroma delle cappelle dell´annesso Sacro Monte, ad altre prove di scultori ceramici italiani e californiani, ai creativi biellesi, con un omaggio a Ettore Sottsass, che per la città ha realizzato uno dei suoi ultimi progetti di design urbano.
Il 21 giugno è la volta di «Comunicare la maestà. Gli architetti e gli spazi del principe», percorso di visita che si snoda lungo la Galleria della Sindone e l´antica Sacrestia di Palazzo Reale, tra omaggi agli architetti di corte, da Castellamonte a Guarini, da Vittozzi a Juvarra e alcune sorprese per il pubblico. Che potrà ammirare i disegni inediti tracciati a matita sui muri da quegli architetti durante i vari cantieri e portati alla luce dai recenti restauri, ma anche affacciarsi dal palazzo sulla Cappella della Sindone, per verificare lo stato dei lavori. La Biblioteca Reale allestisce poi dal 23 «Carlo Promis. Insegnare l´architettura», un´esposizione dedicata a un insigne studioso ottocentesco della città, architetto e docente di Architettura civile al Politecnico e autore di importanti opere storiche.
Dal 28 giugno si potrà infine visitare a Palazzo Bricherasio «Guarini, Juvarra, Antonelli. Segni e simboli per Torino», mostra a cura di Giuseppe Dardanello e Rosa Tamborrino che intende descrivere l´importanza del disegno come strumento di comunicazione, presentando attraverso progetti, modelli, scritti e schizzi l´opera degli architetti che hanno lasciato un´impronta indelebile a Torino (l´acquisto del primo biglietto a tariffa intera dà diritto a una card per usufruire di tariffe ridotte nelle altre mostre).

Ratto delle Sabine il primo è preistorico

La Repubblica 4.6.08
Anche gli uomini primitivi rapivano le donne dei nemici Lo rivelano gli studi su una fossa comune in Germania
Ratto delle Sabine il primo è preistorico
di Elena Dusi

Il mistero svelato: "Non c´erano ossa femminili perché avevano ucciso solo i maschi"

Cherchez la femme, per risolvere il primo giallo della storia. Sul luogo del delitto, 34 cadaveri con 7mila anni di storia sulle spalle e nessuna traccia femminile nei paraggi. «C´è un´unica spiegazione. Rapire le donne e portarle via era il vero obiettivo della guerra fra tribù» rivela Alex Bentley. L´antropologo dell´università inglese di Durham per risolvere il complicato caso del neolitico non ha fatto altro che pescare fra i resoconti della mitologia romana. Così al ratto delle Sabine, secondo la sua ricostruzione, si affianca un cruento precedente: quello della battaglia per le donne avvenuta a Talheim, in Germania, quasi 5mila anni prima della nascita di Cristo.
Fra i 34 scheletri accatastati nella fossa comune tedesca, in realtà, alcuni resti femminili ci sono. Ma secondo i ricercatori di Durham, che hanno ricostruito le loro caratteristiche biologiche nei dettagli, si trattava di bimbe o anziane (c´è anche una nonna). Gli uomini hanno quasi tutti i crani sfondati dal lato sinistro: sono stati probabilmente bendati e immobilizzati e poi uccisi con un colpo di ascia sulla testa. Le donne invece, risorsa preziosa nei tempi incerti del neolitico, sono state tutte rapite. Finite nel bottino dei guerrieri vincitori.
Erano vent´anni che gli antropologi si arrovellavano sul giallo di Talheim. La fossa comune fu scoperta negli anni ‘80 e fin da subito, con quei crani fratturati e i frammenti di freccia conficcati nelle ossa, servì a dimostrare che guerre e crudeltà erano prassi comune anche nell´età della pietra. E che la violenza era un carattere indelebile della natura umana. Bentley e i suoi collaboratori, ricostruendo le parentele tra gli sfortunati abitanti della fossa comune, hanno ora allargato la trama della storia, aggiungendo al capitolo del sangue anche quello del sesso.
Per ricostruire l´identità dei protagonisti del giallo - i dettagli sono pubblicati sulla rivista Antiquity - i ricercatori hanno puntato i loro strumenti sullo smalto dei denti. A partire dalle sostanze da cui è composto, è infatti possibile risalire a dieta e regione geografica di provenienza di ciascun individuo. Il primo passo è stato dividere gli scheletri in due. Da una parte c´era la tribù locale, che è stata assalita a colpi di ascia. I rivali erano probabilmente rimasti senza più donne e hanno deciso di scendere nella valle di Talheim dalla montagna in cui vivevano con intenzioni poco cavalleresche.
A lasciarci la pelle, nella mischia, sono stati 18 adulti e 16 bambini, tutti sepolti dai sopravvissuti senza troppe formalità in una buca lunga 3 metri. Fra gli uomini che hanno perso vita e moglie c´erano anche due fratelli, un padre morto con i suoi due bambini (fra cui una bimba di 11 anni), con una donna di 50 anni che probabilmente era la loro nonna. La tribù vittoriosa ha perso anche 4 guerriere di sesso femminile nello scontro, ma alla fine ne ha sicuramente guadagnato di più. «Nel neolitico si litigava per la terra e per il cibo, questo è certo. Ma ora abbiamo dimostrato che anche le donne erano motivo per scatenare una guerra» spiega Bentley. «Rispetto agli uomini, le guerriere erano evidentemente tenute in speciale considerazione. Per questo nonostante la sconfitta sono state lasciate tutte in vita». Con le Sabine o Elena di Troia, le donne delle caverne hanno condiviso un destino comune, e non c´è da sorprendersi. A loro è mancato solo un cantore disposto a tramandare la loro storia.