domenica 28 dicembre 2008

Bisanzio Londra: 340 fra icone, pitture murali, avori, smalti alla Royal Academy

Corriere della Sera 28.12.08
Bisanzio Londra: 340 fra icone, pitture murali, avori, smalti alla Royal Academy
Teodora, una prostituta sul trono
di Flaminio Gualdoni

L'imperatore Costantino, che con l'editto del 313 ufficializza la religione cristiana in Roma, nel 330 decide di lasciare un altro segno indelebile del suo straordinario genio politico. Sul Bosforo, dove da secoli sorgeva la città di Bisanzio e dove oggi è Istanbul, egli fonda la città di Costantinopoli, destinata a diventare la «nova Roma», capitale dell'impero d'Oriente, e a sopravvivere anche quando, nel 476, Roma capitola alle invasioni barbariche.
Per oltre un millennio, sino al 1453 e alla presa da parte degli Ottomani, Costantinopoli è, a tutti gli effetti, la capitale del Mediterraneo, quella in cui la civiltà ellenistica e la romana sopravvivono fecondando la cultura moderna.
La rassegna londinese, ricca di ben 340 opere fra icone, pitture murali, mosaici, avori, smalti, oreficerie, sintetizza la vicenda di Bisanzio dal punto di vista della storia artistica e insieme di quella religiosa. Mentre la prima Roma collassa, è là che si giocano le grandi partite dei primi secoli della cristianità, dalla lotta tra gli iconoclasti che negano la possibilità di un'arte sacra figurativa e coloro che la ritengono lecita, conclusa dal secondo Concilio di Nicea nel 787, alla nascita dell'icona, forma d'arte sconosciuta in Occidente e che diviene tradizione vitalissima del cristianesimo ortodosso.
E poi, c'è la leggenda, quella di personaggi come il grande Giustiniano e la controversa moglie Teodora, prostituta ascesa al trono; quella di oggetti come il calice di Antiochia, del VI secolo, a lungo ritenuto il Santo Graal per la sua rappresentazione dell'Ultima cena; quella di luoghi come il monastero di Santa Caterina del Sinai, il più antico convento cristiano passato integro attraverso traversie plurisecolari: lo stesso Maometto in un editto si preoccupò di salvaguardarne la sacralità.
Da Santa Caterina vengono alcune opere straordinarie, icone trionfanti d'oro e d'una potente figurazione convenzionale. Le affiancano capolavori d'oreficeria come il bruciaincenso a forma di tempio proveniente dalla basilica veneziana di San Marco, la più vicina per storia al mondo bizantino, e come il Trittico Harbaville, straordinario rilievo in avorio commissionato dalla corte bizantina. Il Salterio Khludov e le Omelie di Giacomo Kokkinobaphos dicono, infine, della formidabile qualità dell'arte del libro bizantina.
Omelie di Giacomo Kokkinobaphos
BYZANTIUM 330-1453
Londra, Royal Academy of arts, sino al 22 marzo. Tel. +44/20-73008000

sabato 27 dicembre 2008

Il flop genoma. Siamo tutti diversi

l’Unità 27.12.08
Il flop genoma. Siamo tutti diversi
di Cristiana Pulcinelli

Dopo otto anni il primo screening della mappa genomica umana è una sorpresa. Il nostro Dna non è più grande di quello di un verme di un millimetro. Inutile anche la prevenzione per alcune malattie: più facile e meno costoso predire una «tendenza» analizzando la storia familiare. Come un tempo

Si è visto che il genoma si modifica da persona a persona e questo risponde alla domanda perché siamo diversi

In molti erano convinti che sarebbe bastato imparare a decifrare tutti i geni per sapere come siamo fatti. Poi si è scoperto che i geni non coprono che l’1,2% del genoma. Cosa c’è nel restante 98%?

Non c'è dubbio: dal 2001, anno in cui gli scienziati diedero notizia di aver decifrato una buona parte del genoma umano, di passi avanti ne sono stati fatti molti. Alcuni hanno confermato le aspettative degli scienziati, ma altri hanno stravolto le conoscenze in loro possesso. Quello che più ha lasciato sconcertati i biologi è il numero dei geni che il nostro Dna contiene: circa 20mila. Più o meno come il Caenorhabditis elegans, un simpatico vermetto lungo circa 1 millimetro che vive nella terra e si nutre di batteri. Imbarazzante. Niente di personale contro Caenorhabditis che sarà pure elegante, ma è pur sempre un organismo decisamente più semplice dell'homo sapiens sapiens. In effetti, quando il progetto genoma umano partì ci si aspettava di trovare un numero molto più alto di geni, nell'ordine di diverse centinaia di migliaia o addirittura di alcuni milioni. Ma le cose non stanno così.
Fino a poco tempo fa gli studenti di biologia apprendevano dai libri che il gene è quel pezzetto di Dna che codifica per una singola proteina, ovvero che contiene le istruzioni per costruire quella proteina e solo quella, ed è anche l'unità ereditaria fondamentale: quella per intenderci che ci trasmette gli occhi azzurri del nonno e i capelli ricci della mamma. Data la complessità del nostro organismo, si pensava che ci volessero molti geni per costruire tutte le proteine di cui ha bisogno. In molti erano convinti che sarebbe bastato imparare a decifrare tutti i geni e avremmo saputo come siamo fatti. Quando però, grazie al progetto genoma umano, si è andati a identificare i geni si è visto che non coprono che l'1,2% del genoma. Come possono da soli garantire il meccanismo dell'ereditarietà? E, soprattutto, cosa c'è nel restante 98,8% del nostro patrimonio genetico?
Il colpo è stato forte, tanto che si comincia a parlare di crisi d'identità per il gene. Proprio alla vigilia del suo centesimo compleanno. Il termine «gene» infatti fu usato per la prima volta dal danese Wilhelm Johanssen nel 1909 per descrivere ciò che i genitori trasmettevano ai figli (e all'epoca nessuno ne aveva la minima idea). Con l'intuizione di Watson e Crick sulla struttura del Dna, negli anni Cinquanta, il gene non era più solo una parola astratta, ma qualcosa di concreto. Il più era fatto, tanto che nel 1968 il biologo molecolare Gunther Stent dichiarò che i genetisti del futuro avrebbero dovuto accontentarsi di «mettere a punto i dettagli». Oggi, si è arrivati a decodificare circa il 92% del genoma. Possiamo dire di saperne abbastanza, ma siamo ancora lontani dal capire tutto. Si è visto ad esempio che il gene dell'essere umano svolge più di un singolo compito: può produrre più di una proteina oppure può produrre altre molecole che non sono proteine. Si è visto che solo il 6% dei geni sono fatti da un singolo lineare pezzo di Dna: la maggior parte è costituita da pezzi di Dna che si trovano molto distanti tra loro. Si è visto che altre strutture hanno un'importanza fondamentale perché le cellule prendano la loro giusta forma nel nostro corpo: ad esempio l'epigenoma, ovvero quelle parti del genoma che non sono geni ma alterano la funzione dei geni, o le molecole di Rna che vengono prodotte probabilmente dal 92% del genoma. Si è visto anche che il genoma si modifica da persona a persona. E questo è il lato forse più interessante della faccenda non solo perché risponde ad una domanda antica (come è possibile che noi esseri umani siamo tutti uguali e tutti diversi?), ma anche perché ha dei risvolti pratici. Alcuni hanno ipotizzato che analizzando il genoma di una persona e mettendolo a confronto con un genoma "standard" si possa capire qual è la predisposizione di quella persona ad ammalarsi. Si è visto infatti che molte variazioni nel genoma sono collegate all'emergere di patologie. Si è così pensato di poter utilizzare questa informazione a fini medici. Ad esempio, sapere se siamo a rischio di sviluppare il diabete o una malattia cardiaca o un certo tipo di cancro potrebbe farci modificare il nostro stile di vita. O ancora, si può pensare di creare farmaci che interferiscano proprio con quella variante genetica: i cosiddetti farmaci personalizzati. In alcuni casi sembra che la cosa funzioni, ma le cose si sono rivelate più difficili del previsto. Innanzitutto, spesso la variante genetica influisce solo per una piccola percentuale sull'ereditarietà di un certo carattere. In sostanza, è più facile predire se un bambino diventerà alto o svilupperà una certa malattia raccogliendo la sua storia familiare che analizzando il suo genoma. E senz'altro costa meno. Anche le industrie farmaceutiche sono perplesse. Dopo aver speso moltissimo denaro per mettere in piedi strutture di ricerca sulla genomica, si accorgono che ci sono degli imprevisti. Un esempio per tutti: la multinazionale Merck ha trovato un gene legato al diabete. Quando il gene viene reso silente, il diabete migliora. Purtroppo però questo gene è legato anche all'obesità e alla pressione. Metterlo fuori gioco vuol dire anche far aumentare il peso della persona e la sua pressione. Il gioco non vale la candela. Insomma, sembra che per ora quello sappiamo soprattutto è di non sapere.

lunedì 15 dicembre 2008

Il Centro Te torna a Giulio Romano

Il Centro Te torna a Giulio Romano
La Gazzetta di Mantova 14/12/2008

Nel ventennale della sua fondazione il Centro Te potrebbe tornare a Giulio Romano, con una mostra a tutto campo, che metterà a confronto i disegni preparatori con gli affreschi realizzati nella villa. Disegni dispersi in numerosi musei e collezioni di tutto il mondo, che finalmente saranno censiti, digitalizzati e archiviati a Mantova. È terminata ieri la sessione conclusiva del primo incontro del nuovo comitato scientifico del Centro. Il presidente Salvatore Settis, che ha riunito il gruppo di studiosi, ha portato a compimento la ricognizione sulla futura attività espositiva del Te. Il principio che sottende le scelte sul campo è il connubio tra studio e creatività operativa, sottolineando l’identità di Mantova. Ricerca scientifica e mostre, quindi, unitamente indirizzate ad esplorare alcuni temi, in modo che la programmazione si muova lungo linee di ricerca chiaramente visibili. La discussione ha portato alla definizione di un secondo appuntamento a breve termine, fissato per il 6 e 7 marzo 2009. È emersa l’opportunità di costruire una grande mostra su Giulio Romano, su basi totalmente innovative, prevista nel 2010, che verrà compiutamente annunciata durante il convegno Giulio Romano e l’Arte del Cinquecento che si terrà a Palazzo Te nei giorni 28, 29, 30 maggio 2009, già annunciato dal direttore del Museo di Palazzo Te Ugo Bazzotti e dall’assessore comunale alla cultura Paolo Gianolio. L’anno prossimo ricorre il ventennale della conclusione del recupero di Palazzo Te e della mostra dedicata a Giulio. Nel 2010, invece, il Centro compirà i due decenni d’attività. L’affascinante proposta discussa ieri consiste innanzitutto nel mostrare i disegni preparatori di Giulio accanto agli affreschi da lui e dai suoi discepoli poi realizzati, partendo da qui per una ricognizione tra i rapporti tra antichità e rinascimento. L’esposizione, pensata con l’apporto significativo di Palazzo Ducale e della sovrintendenza, si collegherà all’inizio del progetto di digitalizzazione di tutti i disegni del Maestro, oggi dispersi nelle varie collezioni mondiali. Il sindaco Fiorenza Brioni, cha ha partecipato alla riunione del comitato scientifico ha dichiarato che la discussione è stata intensa e «Dopo questo momento di approfondimento intellettuale - ha aggiunto - sono ancora più fiduciosa sul futuro del Centro Te e delle istituzioni culturali cittadine». Il presidente Enrico Voceri ha osservato che il «lavoro è stato molto proficuo. Marzo - evidenzia - segnerà un passo decisivo nell’esame concreto delle proposte». E per il 2009 l’amministrazione compirà ulteriori approfondimenti, così da porre il Centro Te nella migliore condizione per realizzare, già a partire dal prossimo anno, un programma di elevato spessore qualitativo. Il comitato ha poi vagliato altri progetti espositivi, tra cui l’Arte ai tempi dei Comuni, riservandosi di meglio esaminarli a marzo. Hanno preso parte alla discussione di ieri il sindaco Fiorenza Brioni, il presidente del Centro Te Enrico Voceri, il presidente del comitato scientifico Salvatore Settis, Ugo Bazzotti, direttore del Museo di Palazzo Te, Stefano Benetti, direttore del Museo della Città, Arturo Calzona, presidente del Centro Leon Battista Alberti, Cesare Guerra, responsabile del Sistema biblioteche civiche mantovane, Giovanni Pasetti, presidente di Mantova Capitale Europea dello Spettacolo, il sovrintendente Filippo Trevisani, Giovanni Agosti, dell’Università Statale di Milano, Stefano Baia Curioni, Università Bocconi di Milano, Gabriella Belli, direttore del Mart di Rovereto, Bruce Boucher, curatore della sezione Sculture e dipinti europei dell’Art Institute di Chicago, Horst Bredekamp, Ordinario di Storia dell’Arte all’Humboldt-Universitat di Berlino, Howard Burns, ordinario di Storia dell’Architettura della Scuola Normale Superiore di Pisa. E ancora Marzia Faietti, direttore del Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi, Sylvia Ferino, Curatore della sezione Pittura rinascimentale italiana del Kunsthistorisches Museum di Vienna, Alessandro Nova, direttore del Kunsthistorisches Institut di Firenze. A causa degli scioperi, il presidente del Louvre Loyrette, non ha potuto raggiungere Mantova in tempo utile.

venerdì 12 dicembre 2008

Una passeggiata nel ventre della città da Augusta Taurinorum al Medioevo

Una passeggiata nel ventre della città da Augusta Taurinorum al Medioevo
MARINA PAGLIERI
VENERDÌ, 12 DICEMBRE 2008 la repubblica-TORINO


Per l´Ostensione del 2010 sarà realizzato un passaggio ipogeo che collegherà la cripta di San Giovanni col Museo di Antichità E un´altra galleria sbucherà sotto le Porte Palatine
"Il collegamento sotterraneo sarà la nuova carta da giocare per creare una grande area archeologica nel Polo Reale"
Firmato da Aimaro Isola il secondo tunnel che unirà il Teatro Romano con il giardino bypassando via XX Settembre


Un percorso archeologico sotterraneo che colleghi il Museo Diocesano, che si è aperto ieri nella cripta del Duomo, con quello di Antichità, costeggiando i resti della basilica paleocristiana del Salvatore, fino a inglobare l´antico teatro, e percorrendo un tratto della strada romana in basolato. Mettendo dunque in relazione con una sorta di tunnel ipogeo piazza del Duomo con corso Regina Margherita e, soprattutto, fino a fonderle in un´unica realtà, le due entità museali. È per ora solo una suggestiva ipotesi, che potrebbe divenire realtà se si arrivasse a un accordo tra la Curia e la Direzione regionale per i beni culturali, i due padroni di casa. E si trovassero i 700/800 mila euro che mancano al completamento e alla messa in sicurezza del tracciato, per cui già esiste lo scavo, e che si spera di realizzare per il 2010, anno dell´ostensione della Sindone. Ipotesi emersa ieri quando, durante la presentazione del nuovo museo, Luisella Peyrani della Soprintendenza archeologica ha mostrato da una vetrata il punto da cui partirà il percorso sotterraneo, nell´area nord della cripta e in prossimità della salita al campanile del Duomo, che potrebbe rientrare nelle visite.
Il tracciato, che già esiste, accessibile anche ai disabili («ma ci sono problemi - ha spiegato Peyrani - legati alla permeabilità delle strutture, perché dal solaio cola acqua, e questo confesso talvolta non mi fa dormire di notte, bisognerà trovare una soluzione») costeggia la navata centrale e sinistra della basilica del Salvatore, penetrando poi nei segreti della città romana. E mostrando così quello che resta delle stratificazioni che si sono avvicendate dall´età di Augusta Taurinorum, all´epoca medievale con la nascita dei tre edifici romanici del Salvatore, di Santa Maria e San Giovanni, primo nucleo del futuro complesso episcopale torinese, fino alla costruzione del Duomo rinascimentale, a opera del cardinale Domenico della Rovere.
«Il collegamento sotterraneo è la nuova carta da giocare e su cui scommettere - ha detto l´architetto Maurizio Momo, progettista e "anima" del Museo diocesano, che dal ?98 segue i lavori e i restauri - Questo progetto si inserisce nella creazione di un´unica grande area archeologica all´interno del sistema del Polo reale. Si tratta di un nuovo elemento di quel percorso che da corso Regina arriva fino a piazza Castello, in attesa del trasferimento della Galleria Sabauda nella Manica nuova di Palazzo reale».
Ma c´è un altro «tunnel» in attesa di taglio del nastro, un ulteriore tassello per completare la visita ipogea di quest´area della Torino più antica. Parte dal Teatro romano e arriva al giardino antistante le Porte Palatine, passando sotto via XX Settembre, ed è inserito nel progetto di riqualificazione dell´area, promosso dal Comune e firmato dall´architetto Aimaro Isola. «Noi prevedevamo questo passaggio sotterraneo, ma ci sono state battute d´arresto perché dalla Soprintendenza temevano di interferire con un tratto originale di basolato romano, che però in quel preciso punto non è stato trovato - dice Isola - Poi non ne abbiamo saputo più nulla, a questo punto la parola spetta al Comune».
Negli uffici comunali assicurano che il tunnel è stato completato, manca però l´agibilità dell´area del teatro romano: «La nostra parte l´abbiamo fatta, al momento si è solo coperto lo scavo per motivi di sicurezza, non ci vorrebbe molto a riaprirlo - dice l´architetto Egidio Cupolillo, dell´Arredo urbano del Comune. - Non si può però percorrere il tunnel, va completata la parte che ha a che fare con il Teatro romano. Lì infatti, attraverso un arco nel muro di contenimento di fronte, si trova il punto di partenza. Ma quello spazio non è casa nostra, appartiene alla Soprintendenza». Se si troveranno gli accordi, e i finanziamenti che ancora mancano, si potranno probabilmente collegare anche i due percorsi sotterranei fra di loro, offrendo un´inedita visita in una città che non c´era più.

giovedì 11 dicembre 2008

Risorgono i giganti di Monte Prama

Risorgono i giganti di Monte Prama
Federico Spano
La Nuova Sardegna 10/12/2008

SASSARI. I giganti di Monte Prama risorgono dopo tremila anni. Le statue e i modellini di nuraghe trovati a Cabras nel 1974 e per decenni custoditi dalla soprintendenza in attesa del restauro, potranno finalmente essere ammirati così come appavano prima della loro distruzione, tra il 7º e l’11º secolo prima di Cristo. Il gruppo di restauratori, coordinato dall’archeologo Roberto Nardi, da quasi un anno sta lavorando per ricomporre quello che è, a tutti gli effetti, un puzzle di dimensioni colossali. I 4880 frammenti ritrovati a Cabras, per un totale di dieci tonnellate di pietra, dopo essere stati ripuliti, sono stati catalogati e pian piano ricollegati l’uno all’altro. Fino alla settimana scorsa sono stati ritrovati 780 «attacchi». L’obiettivo principale dei restauratori, oltre ovviamente alla salvaguardia dei preziosissimi reperti, è quello di poter rimettere in piedi il maggior numero possibile di statue e di modellini di nuraghe. Si stima che, al termine dell’intervento, si potranno esporre ben 75 elementi, nessuno dei quali, probabilmente, sarà completo al 100 per cento. Basti pensare che al centro di restauro della Soprintendenza, a Li Punti, ci sono dieci teste e ben venti busti (quattordici pugilatori, quattro arcieri, due guerrieri e due frammenti). A questo si deve aggiungere il fatto che per alcune delle teste a disposizione, non si sono conservati i busti. In questi giorni, a Roma, è arrivata nelle fasi finali la realizzazione dei supporti per le statue e per i modellini. Si tratta di leggerissimi ma estremamente potenti scheletri, realizzati con una speciale lega metallica, che manterrano in posizione i vari frammenti di pietra, senza che sia necessario forarli. Nei giorni scorsi, il centro di restauro di Li Punti è stato visitato da uno dei più grandi esperti al mondo di scultura antica: Peter Rockwell. Figlio di Norman Rockwell, uno dei più noti illustratori americani del Novecento, Peter è rimasto così impressionato dalle statue nuragiche di Monte Prama, che si è fermato nei laboratori di restauro per una settimana. Secondo Rockwell è difficile riscontrare in statue di dimensioni così imponenti, una qualità esecutiva così elevata come quella dei giganti di Cabras. In effetti, la cura dei dettagli è impressionante. Da un grosso frammento si può capire addirittura in che modo venissero costruiti gli scudi: più strati di legno e cuoio, tenuti insieme da graffette metalliche. Secondo Peter Rockwell, infine, sarà necessario riscrivere la storia della scultura antica, dando il giusto spazio alle statue di Monte Prama. Se le statue e i modelli di nuraghe (alti fino a due metri) nella realtà non potranno essere ricomposti completamente, verranno ricostruiti virtualmente, per dare l’idea di come dovevano apparire quasi tremila anni fa. Quando verrà concluso il restauro e il lavoro verrà esposto nell’immensa galleria di Li Punti, accanto a ogni statua ci sarà un grande monitor, in cui verrà trasmessa l’immagine tridimensionale. I punti mancanti verranno integrati graficamente. In questo modo si eviteranno «integrazioni» alle sculture reali e, in futuro, qualora dovessero saltare fuori nuovi attacchi tra i vari frammenti, sarà possibile aggiornare il restauro, senza bisogno di interventi troppo invasivi. «Il restauro delle statue di Monte Prama rappresenta un esempio importante dal punto di vista della comunicazione - spiega Roberto Nardi -. Perché il pubblico ha potuto assistere a ogni singolo passaggio dell’intervento. E non è un caso che oltre tremila persone, dallo scorso marzo, abbiano preso parte alle visite guidate. Su questo lavoro c’era il rischio di polemiche, ma noi abbiamo fatto tutto sempre alla luce del sole e questo ha fatto sì che l’interesse verso il nostro lavoro fosse sempre altissimo».

La variante di Artemidoro

La variante di Artemidoro
ERNESTO FERRERO
La Stampa 11/12/2008

Sono ormai quasi tre anni che infuria lo scontro scientifico sul «Papiro di Artemidoro». Partito dalle riviste specializzate, il dibattito sulla sua autenticità - o, meglio, la rivendicazione della sua inautenticità - è proseguito sui quotidiani, ha nutrito libri, discussioni e seminari internazionali, si è trasformato in un complicato giallo archeologico.
Una pirotecnia fatta di alta erudizione, sottigliezze filologiche, raffinati strumenti d`indagine, ingegnose ricostruzioni storiche e archeologiche. Non poteva essere diversamente, visto il calibro dei duellanti: Salvatore Settis e i papirologi Claudio Gallazzi e Bàrbel Kramer da una parte, Luciano Canfora e i suoi allievi dall`altra.
Ma, uscita la monumentale, attrezzatissima edizione critica a febbraio 2008 (edizioni Led, Milano), è ora di fare ordine e chiarezza, senza rinunciare a coinvolgere anche i non specialisti. È quello che fa Settis con il suo agile e denso Artemidoro. Un papiro dal I al XXI secolo (Einaudi, pp. 126, €26), che ripercorre le complesse questioni legate a questo singolare rotolo «interruptus», uno e trino: copia (arenata misteriosamente dopo cinque colonne di testo) del secondo libro della Geografia di Artemidoro già andata perduta, per di più arricchita (caso rarissimo) da mappe il cui disegno è rimasto anch`esso allo stato d`abbozzo; poi usata in epoche successive come album da disegno che porta sul verso una quarantina di animali, e sul recto (ma di mano diversa) figure anatomiche: sei teste, nove mani, sette piedi. Un fascinoso intreccio di temi, problemi, datazioni, confronti, tra arte, letteratura e cartografia, pratiche di bottega, tecniche di scrittura, pittura e disegno, statue, calchi in gesso e mosaici. Naturalmente non poteva mancare la risposta di Settis ai suoi oppositori: ferma e misurata, ma dura nella sostanza.
«Impazienze». Così, con ironica sprezzatura, Settis intitola il capitolo in cui procede a smontare le contestazioni: «Più impaziente degli altri [papirologi e studiosi, ndr], uno solo (L. Canfora) non ha saputo attendere; e contro le buone pratiche e il buon senso si è sforzato di "anticipare" l`edizione principe con non meno di 1400 pagine, sue e di alcuni collaboratori, pubblicate da tre diverse case editrici di Bari». In questi scritti si attribuisce la confezione a un noto falsario dell`Ottocento, il greco Costantinos Simonidis, morto nel 1867 (secondo alcuni nel 1890). Avendo rinunciato a conoscere i dati che solo l`edizione poteva offrire, «naturale che questi studiosi abbiano spesso mancato il bersaglio».
Segue campionatura. La parola che avrebbe dovuto dimostrare la falsità del papiro perché anacronistica, in quanto accertata solo in età tardo-antica e bizantina, è stata letta male. Come non è anacronistico il riferimento alla Lusitania, conquistata per intero solo da Augusto, ma ben nota anche prima come generica entità geografica. La copiatura di mani e piedi non ha per modello le tavole dell`Enciclopedia, ma fa parte di una pratica artistica di lunghissimo periodo. Così come non lasciano scampo il raffronto tra le lettere greche usate dal copista e quella di documenti coevi; il nome della città di Ipsa, citata da Artemidoro, non è attestato nelle fonti letterarie, ma solo in tre monete scoperte nel 1986; l`uso di un particolare segno alfabetico per indicare i multipli è emerso solo nel 1907.
Gli inchiostri sono identici a quelli vegetali antichi, mentre Simonidis si accontentava di rozze imitazioni fatte con ruggine e acqua.
Ma al di là di prove scientifiche e riscontri puntuali, resta poco credibile l`ipotesi di un falsario che congegni un papiro così macchinoso, tra testo (di un autore tutto sommato minore), mappe e disegni (di mani diverse); che riesca a procurarsi un rotolo originale e intonso lungo tre metri e dopo averlo istoriato lo faccia a pezzi per mescolarlo con altri documenti (autentici); che prima di ridurlo a un conglomerato da imbottitura lo esponga all`umidità, così che parti del testo finiscono per stampigliarsi sul verso; che addirittura reincolli due fogli che si erano staccati. Il tutto a beneficio di qualcuno che cento anni dopo riesca a farne un affare lucroso ingannando mecenati e studiosi.
Il falsario agisce per lucro e/o per l`acre piacere della beffa, come nel caso celebre di Vermeer. Ma qui? Non è la prima volta che un filologo, lavorando esclusivamente sul testo, sulla sua lingua e sulla sua sintassi, senza affrontare il documento della sua fisicità tutta intera, finisce per forzare prove presunte a vantaggio di una tesi prefissata (pensiamo alla querelle Maria Corti/Dante Isella sul Partigiano Johnny di Fenoglio). La vera carriera scientifica del papiro di Artemidoro comincia adesso, come auspica lo stesso Settis, sollecitando nuove indagini e approfondimenti che ne svelino i molti misteri, compreso quello della provenienza.