domenica 20 gennaio 2013

lunedì 14 gennaio 2013

L'enigma di Lascaux. La grotta con i dipinti preistorici ricostruita in 3d

L'enigma di Lascaux. La grotta con i dipinti preistorici ricostruita in 3d
Luca Sebastiani
L'Unità 11/11/2012
La «cappella Sistina» della preistoria è di nuovo visibile e permette di confrontare le visioni dei sapiens all'arte di oggi
Picasso affascinato da quelle pitture vecchie di 20mila anni disse: «Finalmente ho trovato il mio maestro!»

LA SECONDA GUERRA MONDIALE ERA IN CORSO E LE TRUPPE TEDESCHE AVEVANO GIÀ OCCUPATO LA FRANCIA- All'inizio di settembre, nel 1940, quattro ragazzi si aggiravano scioperati nella valle della Vézère quando d'improvviso il loro cane s'infilò in un cunicolo all'inseguimento di un coniglio. I giovani, in cerca d'avventura, lo seguirono e si trovarono davanti gli imponenti cavalli al galoppo, i cervi e i tori policromi tratteggiati tra 18mila e 20mila anni fa dagli uomini sapiens del paleolitico superiore. Si trattò di una scoperta miracolosa, del ritorno alla luce della grotta di Lascaux, che per la magnificenza delle sue volte dipinte venne subito ribattezzata la «cappella Sistina della preistoria». Il ritrovamento fece clamore e numerosi si recarono in Dordogna. Tra i primi ad arrivare anche Pablo Picasso, che dopo esser riemerso dalle caverne esclamò meravigliato: «Finalmente ho trovato il mio maestro!». La ricerca del maestro della modernità terminava così al cospetto dell'enigma estetico della grotta di Lascaux. Ma cosa può accomunare l'arte moderna con quella dell'origine? Oggi capire lo stupore che suscitò il rinvenimento delle pitture rupestri è più difficile. E i battenti della grotta chiusero nel 1963 per salvaguardare l'opera preistorica. Ora però, prima che approdi oltre Atlantico e poi in giro per il mondo, è possibile rivivere l'esperienza di Picasso visitando a Bordeaux Lascaux 3, riproduzione a grandezza naturale della grotta. Un falso, certo, ma almeno si possono avvicinare le visioni dei sapiens e quello che Picasso intendesse dire. Cosa si può dire allora di questi misteriosi dipinti di Lascaux? Si tratta di un bestiario di figure che allora popolavano la valle, tratteggiate con sicurezza realistica e emananti una grande vitalità. Una cavalcata energica di cavalli al galoppo, cervi in gruppo, bovini e tori. Evidentemente però la sola lettura realistica non esaurisce il senso di ciò che è stato dipinto nella profondità oscura del tempo. Anche solo in considerazione della presenza nella grotta di una specie di liocorno tratteggiato nei pressi dell'entrata, e perla totale assenza di figure umane se si eccettua l'uomo dell'impervia sala detta del «pozzo», infantilmente stilizzato e con un viso da uccello. Molti esperti ritengono che i dipinti abbiano una funzione propiziatoria per una caccia florida, che servano cioè a far presa sulla forza estranea della natura per mezzo della magia. Altri però credono che non tutto in Lascaux possa essere ridotto ad un fine utilitario, che laggiù ci sia molto di più. Qualcosa che conserva delle origini il momento aurorale della nascita contestuale dell'uomo, del sacro e dell'arte come congedo da un'animalità ormai lontana. Georges Bataille, tra i primi ad arrivare in Dordogna nel 1940, e che nel mistero estetico delle caverne trovò l'anello mancante delle sua antropologia, l'ha scritto molto bene nel suo Lascaux ou La naissance de l’art. L'uomo del pozzo dimostra per lui il chiasmo che si è prodotto nella storia dell'uomo tra l'animalità e l'umanità. Mentre oggi l'uomo si afferma negando la propria origine animale relegandola nel tabù dell'animalità, ai tempi di Lascaux, all'origine, era l'uomo che provava vergogna della propria umanità dissimulandola sotto una maschera animale. L'originalità umana era vissuta cioè come un tragico distacco dalla propria natura profonda: perciò sacralizzata nell'animale prima di divenire, più tardi, sacrificabile. Il congedo dall'immanenza sacra dell'animale per entrare in un tempo consegnato alla sovranità del futuro e della ragione pratica del lavoro, avviene però solo con il primo atto veramente umano, cioè, per Bataille, col gesto artistico: libero, disinteressato, senza altra finalità se non quella del dispendio e della trasgressione di un ordine profano. Per questo Picasso, risalito alla superficie dopo l'immersione di Lascaux, disse che in fondo noi moderni «non abbiamo inventato nulla”. Perché la trasgressione nell'arte delle leggi che ci determinano, l'immaginazione della libertà, apparve già col nostro primo vero fratello, l'uomo di Lascaux.

martedì 1 gennaio 2013

Mondeval, i primi uomini delle Alpi

Mondeval, i primi uomini delle Alpi
Ferruccio Sansa
"Il Fatto Quotidiano", 12 nov. 2012


Un museo che ha un'anima. Che racconta la storia di due uomini. Il legame con la montagna unisce l'uomo di Mondeval, vissuto più di cinquemila anni fa, e Vittorino Cazzetta che ha dedicato la propria vita, fino davvero a morirne, alle sue montagne.
Siamo a Selva di Cadore. Migliaia di turisti passano ogni anno in questo paese che la natura ha messo di fronte ai monti più belli delle Dolomiti: a est il Pelmo, il “Caregòn (il trono) del Padreterno”, un nome che già disegna la sua forma. A sud il Civetta, con la sua parete vertiginosa. A ovest la Marmolada. Ma chissà chi, anche tra quelli che frequentano la valle, ha visitato il museo Civico intitolato a Cazzetta: un esempio raro di come anche nei piccoli paesi si possa conservare, tramandare e far conoscere la propria storia. Un gioiello che dobbiamo, appunto, a Cazzetta. “Vittorino era un forestale - racconta Ivano Dall'Acqua, il sindaco - un uomo con una passione assoluta per le sue montagne. Le amava al punto da vivere con loro, giorno e notte. Spesso dormiva tra le vette, ci passava intere settimane, spariva e poi lo vedevamo tornare. Voleva stare a contatto con i boschi, le pareti. Conosceva ogni pietra. Una notte - racconta Dall'Acqua - nelle sue esplorazioni si trovò a dormire a Mondeval”. Bisogna andarci per capire: un pianoro che si apre in cima alle montagne, in mezzo un masso, un lago sottile che riflette il cielo. Vittorino fu sorpreso lassù dal temporale, si riparò sotto la pietra solitaria. Nel buio tra i lampi scoprì accanto a sé qualcosa di strano: sassi che parevano lavorati dalla mano dell'uomo. Vittorino capì subito di aver fatto una scoperta straordinaria. Ne parlò con la gente del suo paese, furono chiamati gli studiosi dell'Università di Ferrara. Cominciarono gli scavi: ed ecco affiorare i resti dell'uomo preistorico. Il più antico ritrovato sulle Alpi. Anche quell'uomo senza nome viveva in mezzo alle vette dove d'estate portava i suoi animali. E lassù era stato sorpreso dalla morte. I suoi compagni lo avevano seppellito con le armi, gli oggetti della vita perché lo accompagnassero nel viaggio misterioso dopo la fine.
Oggi è tutto conservato, in modo straordinariamente curato, nel museo ( www.museoselvadicadore.it  ): i resti dell'uomo di Mondeval, i suoi oggetti. Insieme con le altre scoperte che Cazzetta da allora raccolse in anni di esplorazioni, battendo palmo a palmo la sua valle: fossili, utensili, poi i calchi delle impronte dei dinosauri disseminate nella valle, perché il museo è il primo passo di un'esplorazione che deve continuare tra i monti. E poi le sezioni dedicate alla storia e alla cultura della valle.
Tutto questo racconta il museo, un esempio da imitare, a cominciare dall'edificio che lo ospita: la storia, ma anche l'amore dell'uomo per i monti con cui condivide la vita. E la morte. Vittorino è morto lassù. “Un giorno non lo abbiamo visto tornare. Era caduto in un dirupo durante le sue camminate solitarie”, racconta Dall'Acqua. Ma il museo è rimasto e ci parla di lui.