domenica 23 novembre 2008

Stop all’Europeana, il superprogetto di Bruxelles per la cultura dell'Unione

Stop all’Europeana, il superprogetto di Bruxelles per la cultura dell'Unione
Marco Zatterin
La Stampa 22/11/2008

La biblioteca virtuale chiude dopo 24 ore
Doveva diventare l’alternativa a Google
E’ crollata sotto il peso di troppi visitatori il sito rimarrà chiuso fino a metà dicembre
Bruxelles si difende: «Segno di successo»

«Europeana è temporaneamente fuori servizio sino a metà di dicembre». L’ha stesa una sbornia da troppo successo, i dieci milioni di click all’ora che giovedì si sono rovesciati sulla prima grande biblioteca virtuale europea, all’indirizzo www.europeana.eu. L’involontaria contraddizione che appare sullo schermo a chi tenti di accendervi ora - frutto del desiderio di fare in fretta a rimettere tutto a posto e della consapevolezza che la terapia informatica non sarà breve segnala un collasso inatteso che Bruxelles si sforza di vendere come un risultato da incorniciare. «Vuol dire che c’è un grande interesse per il sito», dice convinto un portavoce della Commissione Ue, madrina dell’iniziativa. In realtà è una figuraccia che solo il tempo, e una maggiore efficienza, potranno cancellare. Gli esperti avevano previsto che i contatti sarebbero stati al massimo 5 milioni, cifra del tutto rilevante di questi tempi per un progetto culturale. Nel pomeriggio si è arrivati a 13 milioni e alcune icone sono state cliccate quattromila volte nello stesso istante. Tilt! Il sito ha cominciato a bloccarsi. Prima per qualche minuto, quindi per ore intere. Poi più nulla. I tre server che all’Aia fanno girare i 2 milioni di libri, manoscritti, dipinti, cartine, fotografie, documenti audio, sono stati spenti. Chiusi «per troppo interesse». Meglio, comunque, che andare deserti, salvo che questo è il genere di cose che uno si aspetta funzionino come orologi tedeschi. La Commissione Europea ora sottolinea l’aspetto più confortante dell’incidente, cioè che la conoscenza su Internet è un genere appetito. Resta da capire perché il soggetto più richiesto sia stata la Gioconda, dipinto celeberrimo e noto ai più. Grande affluenza per i simboli della letteratura continentale, Franz Kafka, Miguel Cervantes e James Joyce. Erano i tentativi di prova, sottolinea- no le fonti di Bruxelles, «l’approfondimento sarebbe venuto in seguito se ci fosse stata l’occasione». C’è chi parla di un virus che ha generato contatti simultanei, ma non ci sono prove. Europeana - che fra l’altro è il titolo di un discusso interessante quanto controverso dell’eclettico scrittore ceco Patrik Ourednik - è la risposta comunitaria al progetto di digitalizzazione di libri messo in piedi da Google. L’obiettivo è diffondere il sapere digitale mettendo a disposizione opere letterarie come «La Divina Commedia» di Dante, riproduzioni di dipinti come «La ragazza con l’orecchino di perla» dell’olandese Jan Vermeer, documenti storici come la Magna Carta, registrazioni o manoscritti di Beethoven o Mozart, o ancora le immagini della caduta del muro di Berlino. La Francia ha fornito la metà dei contenuti, sfruttando la banca dati già resa disponibile negli archivi transalpini. Gli altri paesi si sono accodati in fretta, sottoscrivendo l’impegno di arrivare a 10 milioni di «item» fra due anni. «Non è esatto che vogliamo competere con Google», tiene a precisare Jill Cugini, un funzionario della fondazione che gestisce il progetto. Sarà. Per costruire Europeana sono stati comunque investiti 350 milioni di euro, somma ingente eppure insufficiente. Servono altri fondi. «Ci piacerebbe anche un sostegno da parte del settore privato», confessano a Bruxelles. Perché accada bisognerà che il sito funzioni, così occorrerà attendere Natale. Nell’attesa, non resta che dilettarsi a studiare la lista dei cercatori di cultura online che hanno fatto in tempo ad accedervi. Giovedì 20 novembre il 17% dei click è arrivato dalla Germania, il 10% dalla Francia, e il 6% dall’Italia (che per adesso offre appena l’l% dei contenuti). Il 4% dei visitatori è stato americano. Un numero che sarebbe stato certamente più alto se il blackout non si fosse verificato quando a San Francisco era ancora mattina. Inutile ogni sforzo. La tecnologia, ancora una volta, ha gabbato il mago.

Rubati i segreti della Chiesa Spariti dal Capitolo carteggi, bolle papali e scomuniche della metà del'700.

Rubati i segreti della Chiesa Spariti dal Capitolo carteggi, bolle papali e scomuniche della metà del'700.
GAIA RAU
IL TIRRENO - 23 nov. 2008

Di valore inestimabile

Due filze contenenti manoscritti del Settecento sono state rubate dall´archivio del Capitolo metropolitano fiorentino. Ognuna di esse raccoglie circa 500 documenti redatti tra il 1750 e il 1755: bolle papali, scomuniche, carteggi fondamentali per la storia della Chiesa. Il loro valore, secondo l´amministratore Luca Barletta, è inestimabile: «Un collezionista sarebbe disposto a pagare anche 200mila euro per un solo documento».
La biblioteca del Capitolo, che ha sede nella piazzetta omonima a due passi dal Duomo ed è pressoché sconosciuta ai fiorentini, è frequentata da ricercatori per la maggior parte stranieri, referenziatissimi. «Ma le due filze, la R93 e la R96, non erano in libera consultazione. Alla sala dell´archivio abbiamo accesso solo io, i canonici, due bibliotecari e due archivisti, questi ultimi impegnati in un lavoro di catalogazione permesso da un finanziamento ottenuto due anni fa dall´Ente Cassa di Risparmio», spiega Barretta. «Chi le ha rubate - continua - è andato a colpo sicuro: doveva sapere cosa contengono e quanto valgono, il che richiede una profonda conoscenza della materia». Il furto è stato scoperto martedì. Nei giorni successivi, le filze sono state cercate dappertutto. Ieri, alla fine, il rappresentante legale del Capitolo, monsignor Sergio Guidotti, ha sporto denuncia a carico di ignoti. «Non possiamo offrire un compenso adeguato, ma facciamo appello a chiunque si trovi in possesso di quei documenti affinché li restituisca all´archivio».

venerdì 21 novembre 2008

Cosa vuol dire ragionare in termini di millenni

La Repubblica 21.11.08
Cosa vuol dire ragionare in termini di millenni
Un pomeriggio col professore
di Bernardo Valli

Prima di raggiungere l´appartamento del Sedicesimo Arrondissement, a due passi dalla Senna e dalla Maison de la Radio, sfogliai Tristi Tropici, e ne rilessi alcuni passaggi. Non avevo detto a Claude Lévi-Strauss il motivo dell´incontro. Né lui si era dimostrato curioso. Era un puntuale collaboratore di Repubblica (era stato Pietro Citati a convincere lui e il medievalista Georges Duby a scrivere per le nostre pagine culturali), e con la redazione parigina, che faceva da tramite, aveva ormai un rapporto se non assiduo garbato. È dunque approfittando di questo modesto legame che quel giorno di dicembre andai a casa di Lévi-Strauss armato di numerose e ambiziose intenzioni.
Avrei voluto anzitutto che mi parlasse del romanzo che aveva cominciato a scrivere a Parigi, di ritorno dal Brasile nei mesi precedenti alla guerra del ?39. Romanzo che avrebbe probabilmente avuto come titolo Tristi Tropici, lo stesso adottato quindici anni dopo per il saggio, in cui la magia della scrittura fa dimenticare facilmente che non si tratta di una fiction. Nelle prime pagine del romanzo abbandonato figurava la descrizione del tramonto («... ces cataclysmes surnaturels...») osservato dal ponte della nave diretta nell´America del Sud, descrizione poi recuperata, insieme al titolo, nel saggio pubblicato nel ?55. Lévi-Strauss trovò che le prime pagine del romanzo erano «un pessimo Conrad» e abbandonò per sempre l´idea di lanciarsi nella narrativa pura. La trama immaginata e gettata nel cestino era la vicenda di un viaggiatore che in Oceania usa un grammofono per ingannare gli indigeni e farsi passare per un dio.
Mi sarebbe piaciuto descrivere il «mancato Conrad» diventato uno dei grandi intellettuali del secolo. La prima domanda che mi proponevo di rivolgergli era dunque già pronta: «A trent´anni lei voleva usare i suoi viaggi tra gli indiani kaingang, caduveo e boroboro, come Conrad usò i suoi viaggi di mare nei romanzi? In questo caso, se avesse avuto successo come romanziere, il suo destino sarebbe radicalmente cambiato?». Mi affascinava appunto l´idea del mancato romanziere che per ripiego si dedica interamente all´etnologia, sia pur scrivendo, per nostra fortuna, anche di musica, di pittura, oltre che di letteratura. Qualche volta di poesia. Un Lévi-Strauss che ha rinunciato a inventare trame esotiche, ritenendo di non avere un talento adeguato, e che ha invece raccontato scientificamente civiltà «selvagge», traendone una morale irrinunciabile. Morale secondo la quale una società educata non può essere scusata per il solo crimine veramente inespiabile dell´uomo: peccato che consiste «nel credersi durevolmente o temporaneamente superiore e nel trattare degli uomini come oggetti: in nome della razza, della cultura, della conquista, della missione o semplicemente dell´espediente».
La mia ambizione si è sgonfiata in pochi secondi quando mi sono trovato davanti Lévi-Strauss, più che novantenne, ironico, forse divertito, del mio iniziale, prolungato silenzio, durante il quale valutavo l´opportunità di affrontare un tema tanto remoto e intimo. In definitiva gonfiato dalla mia immaginazione. Lasciai dunque cadere, saggiamente, il tema del mancato Conrad, e scivolai nel contrario: cioè nella stretta, banale attualità. Gli chiesi cosa pensasse della moneta unica europea che in quei giorni entrava o stava entrando in servizio. Rise. «Cosa c´entra un antropologo? Non sarebbe stato meglio rivolgersi a uno storico? Io mi occupo di selvaggi», si schernì. Per difendermi ricordai un vecchio testo di Merleau-Ponty, il filosofo amico di Lévi-Strauss, scritto in occasione della nomina di quest´ultimo al Collège de France. In quel testo si parlava di un´opera fondamentale per l´antropologia sociale: Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, di Marcel Mauss. Il tema ricorre ovviamente nelle opere di Lévi-Strauss. Perché non recuperare l´argomento e allacciarlo alla vita d´oggi?
Alla mia candida, ingenua reazione il padrone di casa venne in mio soccorso. Mi disse: «Allo scoppio della guerra, nel ?14, avevo sei anni e andai in banca a offrire le monetine che possedevo per la difesa della patria. I franchi erano allora d´oro». Per lui la svolta nel rapporto col denaro è avvenuta quando si è passati dalle monete metalliche a quelle di carta. Quella è stata la vera rottura. Quanto a una moneta indipendente dai governi nazionali, era a suo avviso una fortuna. Può darsi che tutto finisca in un disastro, ma non sarà un disastro peggiore di quello provocato puntualmente dai politici sul piano monetario.
«Vede - aggiunse - il mestiere di etnologo mi ha insegnato progressivamente a pensare non in termini di decenni, e neppure di secoli, ma di millenni, anzi di decine di millenni, dunque quando parlo di questo secolo penso che tra due o tremila anni non se ne saprà più nulla. Immagini tra venti o trentamila. Pensiamo a tante cose come importanti ma se le collochiamo nel tempo scompaiono. Ciò non toglie che mi interessino».
Gli chiesi allora cosa era stato fatto, ad esempio, di tanto importante decine di migliaia di anni fa da esserlo ancora oggi. Disse: «Certamente l´invenzione del vasellame, della ciotola per prima, e del tessuto che usiamo ancora. Sono cose più importanti di quelle che si scoprono adesso e di cui non sappiamo se resteranno tali, cioè importanti, nei millenni a venire». Neppure la bomba atomica con la quale l´uomo ha costruito qualcosa che può distruggere l´umanità? «Non sono sicuro che sia vero. Anche se si fanno esplodere tante atomiche insieme non sono certo che si distruggerebbe l´umanità intera». Non resteranno neppure le scoperte nella genetica? «Si, penso che resteranno. Ma via via che si faranno delle scoperte ci si accorgerà che è molto più complicato di quel che si immaginava. Il mondo, la vita sono assai più misteriosi oggi di quanto lo fossero uno o due secoli fa. Perché allora si pensava che fossero semplici».
E la cosiddetta globalizzazione, che rimpicciolisce il mondo, sul piano economico e su quello dell´informazione, diventata simultanea sull´intero pianeta? «Non è una cosa che mi rallegra - mi disse Lévi-Strauss-. Penso che le differenze siano più interessanti. Quando era tutto molto diverso, il cinese poteva aspettarsi molte cose da noi, e noi da lui. Adesso che siamo quasi uguali possiamo aspettarci molto poco uno dall´altro. Immagino che tante differenze riaffioreranno. Presto». Il mondo rimpicciolito dalla velocità delle comunicazioni, dei trasporti, ha ucciso, per lui, anche il viaggio esotico, come esisteva un tempo. Era già minacciato al tempo di Tristi Tropici.

Lévi-Strauss, una rivoluzionaria idea di uomo

La Repubblica 21.11.08
Lévi-Strauss, una rivoluzionaria idea di uomo
Il grande antropologo compie cent’anni il 28 novembre
di Marino Niola

Il padre dello strutturalismo non è diventato famoso per aver descritto popoli primitivi, ma per le implicazioni generali del suo pensiero che incidono profondamente sul rapporto natura-cultura aprendo strade del tutto nuove
Il suo è un attacco frontale alla concezione antropocentrica dell´universo
Ad essere scardinata è la storia della metafisica e dei suoi concetti

Il 28 novembre si festeggia il centesimo compleanno di Claude Lévi-Strauss. L´ultimo dei maîtres à penser. L´uomo che ha fatto dell´antropologia quel che Freud fece della psicoanalisi, cioè uno dei grandi saperi del Novecento. Non solo una disciplina specialistica, per pochi esploratori di mondi esotici, ma un nuovo modo di vedere l´uomo.
Nessun antropologo ha esercitato un´influenza altrettanto vasta al di fuori del proprio campo. Con questo moralista classico in presa diretta sullo stato d´urgenza planetaria l´antropologia va fuori di sé per diventare scommessa filosofica in grado di revocare in questione l´opposizione tra natura e cultura, e la definizione stessa dell´umano. A differenza di altri grandi antropologi come Franz Boas, Bronislaw Malinowski, Margaret Mead e Gregory Bateson, il padre dello strutturalismo non è divenuto celebre per aver descritto popoli primitivi ma piuttosto per le implicazioni generali del suo pensiero. E proprio in questo ampio respiro stanno il fascino e la sfida dell´impresa teorica levistraussiana.
L´antropologo francese non è stato il primo né il solo a sottolineare il carattere strutturale dei fenomeni sociali, ma la sua originalità sta nel prendere questo carattere sul serio e trarne imperturbabilmente le conseguenze. È naturale che una ricerca di questo tipo abbia suscitato discussioni e polemiche non fosse altro che per il fatto di condurre ad una messa in discussione di certe categorie tipiche dell´umanesimo occidentale, non ultimi i concetti di «uomo» e di «umanità». E d´altra parte in un celebre passo del Pensiero selvaggio Lévi-Strauss ha affermato che «il fine ultimo delle scienze umane non consiste nel costituire l´uomo ma nel dissolverlo».
La conoscenza dell´alterità, che rappresenta il compito dell´etnologia, è solo la prima tappa di un itinerario di ricerca delle invarianti che consentono di riassorbire «talune umanità particolari in una umanità generale». E dunque di «reintegrare la cultura nella natura e, in sostanza, la vita nell´insieme delle sue condizioni fisico-chimiche». Il vero oggetto della polemica levistraussiana è con tutta evidenza quell´umanismo che fonda i diritti dell´uomo sul carattere unico e privilegiato di una specie vivente, quella umana, anziché vedere in tale carattere un caso particolare dei diritti di tutte le specie. Più che di una professione di antiumanesimo si tratta di un attacco frontale portato alla sua declinazione antropocentrica, alla metafisica umanistica del soggetto. A questo insopportabile enfant gaté delle scienze umane, il grande antropologo oppone una concezione dell´uomo «che pone l´altro prima dell´io, e una concezione dell´umanità che, prima degli uomini, pone la vita». In questo senso è stato osservato che Lévi-Strauss ha contribuito a decostruire «la convinzione giudaico-cristiana e cartesiana secondo la quale la creatura umana è la sola ad essere stata creata ad immagine e somiglianza di Dio».
* * *
Se si chiede ad un Indiano americano cosa sia un mito, ci sono molte probabilità che risponda: «una storia dei tempi in cui gli uomini e gli animali non erano ancora distinti». Questa definizione appare a Lévi-Strauss di grande profondità perché «malgrado le nuvole d´inchiostro sollevate dalla tradizione ebraico-cristiana per mascherarla, nessuna situazione pare più tragica, più offensiva per il cuore e per l´intelligenza, di quella di una umanità che coesiste con altre specie viventi su una terra di cui queste ultime condividono l´usufrutto e con le quali non può comunicare». Affiora qui il pessimismo dell´autore di Tristi Tropici che all´idea prometeica dell´uomo che assoggetta la natura, sostituisce una visione tragica del soggetto e di una natura entrambi mutilati, perché separati dall´altra parte di sé.
Un decentramento del soggetto che riflette l´idea di un rapporto non strumentale con la natura in cui, per dirla con Adorno, questa non è mero oggetto, Gegenstand, ma piuttosto partner, Gegenspieler. Già nei primi anni Cinquanta, con una sensibilità ecologista in largo anticipo sui movimenti ambientalisti attuali, l´antropologo francese denunciava il pericolo di un umanesimo narcisisticamente antropocentrico, e per ciò stesso etnocentrico, che dimentica i diritti del vivente in nome di un´idea astratta della vita, che fa dell´uomo il signore unico del pianeta e della sua riproduzione il fine ultimo della natura. In questo senso Michel Maffessoli ha ritenuto di poter accostare la denuncia levistraussiana del saccheggio del mondo alla critica heideggeriana della devastazione della terra da parte della metafisica.
Per Derrida la nascita stessa dell´antropologia è stata possibile a condizione di questo decentramento del soggetto che ha inizio «nel momento in cui la cultura europea - e di conseguenza la storia della metafisica e dei suoi concetti - è stata scardinata, scacciata dal suo posto, costretta quindi a non considerarsi più come cultura di riferimento». La critica dell´etnocentrismo, che è stata, e resta, la condizione stessa dei saperi antropologici è, per l´autore de La scrittura e la differenza, contemporanea, addirittura simultanea alla distruzione della storia della metafisica.
In un celebre testo dedicato a Jean-Jacques Rousseau, Lévi-Strauss istituisce una relazione tra l´identificazione agli altri, e addirittura «al più "altro" fra tutti gli altri, l´animale», e il rifiuto di tutto ciò che può rendere accettabile l´io. Il rifiuto insomma di quella trascendenza di ripiego che resta, a suo avviso, profondamente insediata nell´umanesimo. In molte occasioni il padre dello strutturalismo rimprovera infatti ai filosofi, in particolare agli esistenzialisti, di aver operato un rovesciamento prospettico, dando prova di un´autentica perversione epistemologica, pur di costruire un rifugio per l´io «nel quale quel misero tesoro che è l´identità personale tenda a essere protetto e dato che le due cose insieme sono impossibili essi preferiscono un soggetto senza razionalità a una razionalità senza soggetto». In questa idea di una razionalità senza soggetto affiora proprio quel «kantismo senza soggetto trascendentale» attribuito a Lévi-Strauss da Paul Ricoeur a proposito dell´analisi dei miti con la quale il grande antropologo ha offerto la formulazione più radicale delle sue tesi sull´accordo esistente tra cultura e natura, fra spirito e mondo.
E a quei filosofi che lo accusano di avere abolito il significato dei miti e di averne ridotto lo studio a sintassi di un discorso che non dice niente, Lévi-Strauss, nelle ultime pagine de L´uomo nudo, riserva una risposta a dir poco tranchante. Le mitologie, egli afferma, non nascondono nessuna verità metafisica né ideologica ma in compenso ci insegnano, per un verso, molte cose sulle società che le tramandano e per l´altro verso ci offrono l´accesso a certe modalità operative dello spirito così stabili nel tempo e ricorrenti nello spazio da poterle considerare basilari. E conclude con una suprema sprezzatura: «lungi dall´averne abolito il senso, la mia analisi dei miti di un pugno di tribù americane ne ha tratto più significato di quanto se ne trovi nelle banalità e nei luoghi comuni a cui si riducono, da circa duemilacinquecento anni, le riflessioni dei filosofi sulla mitologia, a eccezione di quelle di Plutarco».
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Molti hanno rimproverato allo strutturalismo un atteggiamento antistorico, ma in realtà Lévi-Strauss ha sempre tenuto a distinguere nettamente la storia, alla quale attribuisce un´importanza straordinaria, dalla filosofia della storia à la Sartre, una pseudo-storia che, in ogni sua versione, laica o confessionale, evoluzionista o storicista, costituisce un tentativo di sopprimere i problemi posti dalla diversità delle culture pur fingendo di riconoscerli in pieno. Tale filosofia della storia - che appare a Lévi-Strauss della medesima natura del mito - deriva dalla fede biblica in un compimento futuro e finisce con la secolarizzazione del suo modello escatologico che si muta in teoria del progresso. Il vizio costitutivo di tale filosofia, che rivolge verso il futuro il concetto classico di istorein e trasforma il racconto del passato in previsione del futuro, un futuro oggetto di un´attesa fideistica. In questo senso Lévi-Strauss non si limita a respingere l´accusa di antistoricismo ma, quel che più conta, rivendica all´antropologia un modo tutto proprio di interrogare i materiali storici, con quell´attenzione ai fatti minuti della vita quotidiana che fa degli etnologi gli «straccivendoli» della storia, quelli che rimestano nelle sue pattumiere.
E una vera e propria eterologia quella messa in opera da Claude Lévi-Strauss, in grado di farci cogliere quanto di noi stessi c´è nell´altro e quanto di altro si trova in fondo a noi stessi. Quel fondo che ci fa tutti parenti perché tutti differenti e che qualcuno continua a chiamare umanità.

mercoledì 19 novembre 2008

La scoperta dei fiori e del paesaggio leonardesco

La scoperta dei fiori e del paesaggio leonardesco
MERCOLEDÌ, 19 NOVEMBRE 2008 LA REPUBBLICA

Il recupero è stato curato da Marco Ciatti e Patrizia Riitano ed è durato otto anni

Dopo dieci anni passati all´Opificio delle Pietre Dure di Firenze, dove è stata analizzata e studiata con accurate indagini scientifiche prima di essere sottoposta ad un millimetrico intervento di restauro, la Madonna del cardellino di Raffaello, una delle opere del maestro urbinate più conosciute e riprodotte, verrà esposta al pubblico a Palazzo Medici Riccardi dal 23 novembre al 1 marzo 2009. Un evento che susciterà sorpresa tra i tanti che hanno ammirato il quadro alla Galleria degli Uffizi, da sempre coperto da una patina scura di vernici. Perché la rivedranno piena di luce e colori, con dettagli tornati leggibili sullo sfondo del paesaggio leonardesco, compresi i piccoli mazzetti di fiori ai piedi della Madonna, del Bambino e San Giovannino.
Una metamorfosi e un recupero della superficie pittorica realizzati nel laboratorio dell´Opificio sotto la direzione di Marco Ciatti, con l´intervento della restauratrice Patrizia Riitano, che per otto anni ha lavorato sul dipinto, sottraendo millimetro per millimetro, strati di patine e vernici giallastre.
«Si è trattato di una pulitura selettiva e non invasiva fatta costantemente al microscopio - spiega Ciatti - che ha permesso di ritrovare lo strato di Raffaello, la sua bella patina. Solo successivamente siamo passati all´intervento di ridipintura, per riarmonizzare le varie parti». La tavola, dipinta dall´artista di Urbino durante la sua permanenza a Firenze (1504-1508) su commissione dell´amico e ricco mercante Lorenzo Nasi intorno al 1505, è stata sottoposta prima ancora ad un sofisticato intervento di risanamento ligneo, poiché nel 1547 fu danneggiata e ridotta in frammenti nel rovinoso crollo per lo smottamento della collina di San Giorgio, dove si trovava appunto la casa del mercante Lorenzo Nasi, che l´aveva collocata a capoletto.
Recuperata da Ridolfo del Ghirlandaio, dopo questo primo restauro cinquecentesco che ne ricompose i pezzi e la pittura, la tavola subì pesanti verniciature, due delle quali nell´800.
Il progetto di conservazione dell´Opificio ha permesso innanzitutto il recupero della parte lignea, dopo di che la restauratrice Patrizia Riitano ha lavorato per assottigliare le ridipinture e recuperare la policromia di Raffaello, togliendo le aggiunte che via via evidenziavano perdite di colore lungo le parti danneggiate. Infine il recupero «con piccole pennellate per ricoprire le lacune della superficie pittorica - racconta Riitano -ma si è trattato di un intervento reversibile, che può essere tolto in un quarto d´ora da un restauratore». Leggibilità e integrità sono così state recuperate completamente. Tanto da lasciare stupiti. E chissà se l´intervento farà discutere gli esperti di storia dell´arte. «Quello che è stato cancellato - osserva Ciatti - è solo il sovrappiù, i depositi del tempo. Con l´attenzione, la sensibilità e la professionalità che caratterizzano da sempre la tradizione e gli interventi dell´Opificio delle Pietre Dure». Dopo la mostra a Palazzo Medici Riccardi, il capolavoro sarà ricollocato agli Uffizi. «E da qui non uscirà mai più», assicura la soprintendente Cristina Acidini.

lunedì 17 novembre 2008

Settis contro Canfora: «Non è un falso»

Settis contro Canfora: «Non è un falso»
S.L.
Il Tirreno 16/11/2008

ROMA. Il Papiro di Artemidoro «non è un falso». Dopo le polemiche con Luciano Canfora, convinto dalla prima ora che si tratti del lavoro di un calligrafo greco della metà dell’Ottocento, ma soprattutto dopo la pubblicazione della corposa Edizione del testo, Salvatore Settis affida ad un nuovo libro le sue considerazioni sulla autenticità del reperto acquistato nel 2004 per 2,7 milioni di euro dalla Fondazione per l’Arte della Compagnia di San Paolo e poi affidato al Museo Egizio di Torino. In libreria dalla prossima settimana, “Artemidoro. Un papiro dal I secolo al XXI” (Einaudi, pp. 124, euro 26) è in realtà, con qualche ampliamento e ritocco, il testo della conferenza che il direttore della Normale tenne a marzo del 2008 a Berlino in apertura della mostra dedicata al Papiro, al centro da mesi di una animata querelle tra gli studiosi. All’epoca della conferenza, sottolinea Settis, era stata appena pubblicata l’Edizione del Papiro, firmata da lui insieme con Claudio Gallazzi e Barbel Kramer. E proprio questo lavoro ha permesso di trarre alcune conclusioni. A sostegno della autenticità del Papiro, lo studioso riporta prima di tutto le analisi chimiche e fisiche del documento, che circoscrivono all’ambito di un secolo, il I dopo Cristo la vita «attiva» del Papiro. In particolare, il test al carbonio 14 colloca con una approssimazione del 95,4% tra il 40 avanti Cristo ed il 130 dopo Cristo la fabbricazione del papiro bianco. Ma anche gli inchiostri vegetali usati per il testo scritto e per i disegni risultano di età greco-romana e l’analisi fisica del papiro, così come le indagini al microscopio, dimostrano secondo Settis che tutto quello che c’è sopra, quindi il testo ma anche i disegni e le mappe (la straordinarietà del Papiro di Artemidoro è legata per molti versi proprio alla presenza di quella che potrebbe essere la carta geografica più antica del mondo classico) è circoscrivibile nell’ambito del I secolo dopo Cristo. Per confutare l’attribuzione fatta da Canfora al falsario ottocentesco Costantino Simonidis, Settis sottolinea tra l’altro la citazione della città di Ipsa, che, spiega, non è citata da nessuna fonte letteraria antica e si ritrova invece per la prima volta su alcune monete del I sec. d.C., scoperte in Portogallo nel 1986, molto dopo quindi la morte di Simonidis. Ma questo è solo un esempio, perché nella lunga relazione, Settis confuta una per una le obiezioni mosse dal grecista Canfora (che definisce «impaziente», per sottolineare il fatto che abbia parlato prima che venisse pubblicata l’Edizione del testo). Approntato al principio del I secolo, secondo l’ipotesi di Settis, il Papiro ebbe almeno tre vite. Nella prima (inizio del I sec) venne scritto il testo, copiandolo dall’opera del geografo Artemidoro. Poi, attraverso varie fasi, nel 100 d.C, il papiro, che ormai era diventato carta da macero, venne riusato, insieme ad altri 25, forse per imbottire una piccola mummia. Il libro finisce con una elencazione dei problemi e dei temi aperti. «Pubblicare un papiro di tanto interesse e tanta complessità non è stata e non poteva essere un’impresa facile», sottolinea Settis. Che conclude: «la nostra speranza, nel licenziare l’editio princeps non è che essa “chiuda” i problemi, ma al contrario che apra una discussione scientifica basata sui dati». Il riferimento a Canfora, molto citato anche nel post scriptum, sembra chiaro.

«Un museo europeo per i marmi del Partenone»

«Un museo europeo per i marmi del Partenone»
Paolo Conti
Corriere della Sera 17/11/2008

E se l`antica vicenda dei marmi del Partenone esposti al British Museum, rivendicati da sempre dalla Grecia, si risolvesse con la nascita del primo, grande, vero Museo Europeo dotato di extraterritorialità dove la Gran Bretagna potrebbe esporli senza perderne la proprietà ma mettendoli a disposizione a tutti i cittadini europei in nome di un Continente finalmente unito grazie alle comuni radici culturali?
La proposta, completamente nuova e originale nella sua formulazione, verrà ufficializzata domani, martedì 18 novembre, nel Circolo dell`ambasciata croata presso la Santa Sede, in
via della Conciliazione 4,4 alle 18.3o durante la comunicazione scientifica di un`autorità neutra, al di sopra delle parti: cioè da Francesco Buranelli, segretario della Pontificia commissione
per i Beni culturali della Santa Sede, una sorta di ministro del settore per il Vaticano.
Ma cosa proporrà Buranelli? Partirà da una considerazione storico-giuridica. L`arrivo dei marmi portati da Lord Elgin a Londra nel 1801 è ormai un dato consolidato e «non sussiste alcuna legittimità giuridica alla richiesta del governo greco» soprattutto perché «gran parte dei Paesi ha oramai una propria legge di tutela sui beni culturali e in nessuno di essi vige il principio della retroattività». Problema che riguarda non solo la Gran Bretagna, che detiene massima parte dei marmi ateniesi, ma anche Francia, Italia (il presidente Giorgio Napolitano nel
suo viaggio in Grecia del settembre scorso ne ha restituito un piccolo pezzo al governo ellenico), Germania, Santa Sede, Danimarca che ne hanno altri, pur se minori.
Forse, dirà Buranelli, è arrivato il momento di «pensare di costituire il primo Museo Europeo con una forma di extraterritorialità assimilabile a quello riconosciuto alle ambasciate nel quale tutti gli Stati detentori di pezzi del Partenone possano esporre permanentemente le loro opere mantenendone la legittima proprietà e contribuendo alla ricomposizione di un patrimonio comune a tutti».
Secondo il funzionario vaticano quello spazio già esiste, e sta per essere inaugurato: ovvero il nuovo Museo dell`Acropoli ad Atene che verrà aper to entro la fine di quest`anno e dedicherà
un`ampia sezione alla straordinaria opera marmorea di Fidia.
Nello spazio destinato al Partenone del nuovo museo, che resterebbe ateniese ma non sarebbe più «greco» in senso nazionalistico, agirebbe uno staff europeo con uno statuto comunitario e la bandiera issata sull`edificio non sarebbe quella ellenica ma si tratterebbe del vessillo unitario europeo:
«Il British Museum, nel suo ruolo di detentore della maggior parte delle opere, avrebbe così la sua "sezione" ad Atene, con ben altro spessore culturale rispetto alle operazioni di "esportazione".
Superato il momento "egoistico" del possesso delle opere, i molteplici problemi gestionali potrebbero essere affrontati da un gruppo internazionale di studiosi sotto l`egida dell`Unione europea».

giovedì 6 novembre 2008

La cultura etrusca conquista Roma.

La cultura etrusca conquista Roma.
Anna Maria Vinci
CORRIERE DI VITERBO 04.11.2008

Al Palazzo delle esposizioni le bellezze di Tarquinia e Vulci in vetrina. L’assessore Centini: “Occasione unica per la nostra città”.

Al Palazzo delle Esposizioni della capitale, in vetrina la cultura etrusca della città insieme a Cerveteri, Vejo e Vulci. La mostra sarà fruibile fino al 6 gennaio. "Si tratta di un'importante occasione per la città - riferisce l'assessore alla cultura Angelo Centini - all'evento è stata data ampia diffusione su tutti i media. Auspichiamo che i tesori in mostra invoglino i turisti ad ammirare sul posto il nostro inestimabile patrimonio etrusco esposto al Museo Nazionale e a visitare la nostra Necropoli che per le sue meravigliose pitture parietali si è guadagnata la denominazione di Patrimonio Mondiale dell'Umanità. Ringraziamo il prof Torelli e la Soprintendente Moretti, come tutti gli enti organizzatori, per questa grande opportunità data alla città". Il progetto scientifico dell'esposizione è infatti del prof. Mario Torelli e della Soprintendente Anna Maria Moretti, l'evento è organizzato dalla Regione Lazio, assessorato alla cultura, dal Ministero per i Beni Culturali, dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Etruria Meridionale. La mostra racconta nella sua prima sezione l'eccellenza della civiltà etrusca del Lazio attraverso lo straordinario sviluppo dei suoi principali centri urbani: Veio, Cerveteri, Vulci, Tarquinia, mentre nella seconda sezione "si mette in luce la forte influenza esercitata dalla civiltà etrusca sul mondo romano quanto a pratiche religiose e simbologie del potere, illustrando continuità ma anche differenze tra le due culture". La cultura etrusca della città è sicuramente un'eccellenza: più di 100 sono infatti le tombe affrescate. Al Palazzo delle Esposizioni della capitale, a fare da vetrina, quali veri attrattori culturali, vi sono alcuni dei reperti più significativi della meravigliosa produzione pittorica parietale: in una prima sezione di parla di Tarquinia, nella seconda dell'emporio greco romano di Gravisca , ubicato al Lido di Tarquinia. L'area sacra di Gravisca è stata rinvenuta agli inizi degli anni '70 e si rivelò fondamentale per lo studio delle dinamiche economiche. Il santuario di Gravisca viene rievocato grazie all'esposizione dei molti ex-voto dedicati dai frequentatori, ma anche attraverso la ricostruzione a scala reale del sacello di Adone, dove si celebravano le feste, che scandivano annualmente il ciclo di morte e rinascita del giovane eroe. Presenti all'esposizione anche due affreschi parietali distaccati da due famose tombe della Necropoli cittadina.

lunedì 3 novembre 2008

SIRACUSA - tempio di Apollo

SIRACUSA - tempio di Apollo
02 novembre 2008, LA SICILIA

Raggi di luce sul tempio del dio del sole. E' stata inaugurata, con una cerimonia ufficiale, la nuova illuminazione artistica che rischiara, da venerdì sera, i resti del tempio di Apollo in largo XXV Luglio. A celebrare questo sofisticato sistema luminoso che simula i raggi solari, anche le note della Banda musicale cittadina, riunita per l'occasione insieme con le autorità.

Raggi di luce sul tempio del dio del sole. E' stata inaugurata, con una cerimonia ufficiale, la nuova illuminazione artistica che rischiara, da venerdì sera, i resti del tempio di Apollo in largo XXV Luglio. A celebrare questo sofisticato sistema luminoso che simula i raggi solari, anche le note della Banda musicale cittadina, riunita per l'occasione insieme con le autorità.
Di fronte alle vestigia dell'edificio templare che campeggia all'ingresso di Ortigia, erano presenti la soprintendente, Mariella Muti, il sindaco, Roberto Visentin, il presidente della Provincia, Nicola Bono, e il deputato nazionale Fabio Granata. Insieme con loro cittadini, turisti e curiosi assiepati dinanzi a un buio monumento che, d'improvviso, è stato illuminato da cinque scie soffuse. Un sistema di ultima generazione, regolato da un software che gestisce 54 lampade a basso consumo, per la cui realizzazione i tecnici, sotto la supervisione del servizio Archeologico della soprintendenza, hanno lavorato per sei mesi.
Soddisfazione dei presenti, tra cui il soprintendente emerito Giuseppe Voza, che ha sottolineato l'importanza di rendere pienamente fruibile il monumento architettonico anche nelle ore notturne. E così, grazie alla nuova «luce», il tempio potrà essere meglio ammirato dopo il tramonto, grazie ai fondi del Lotto nel biennio 2004-2006, per una somma di 230 mila euro con cui si realizzerà anche l'illuminazione del Tempio di Zeus di via Elorina. Lo ha assicurato la soprintendente Muti, che ha commentato l'iniziativa come un nuovo, ulteriore, tassello verso la piena valorizzazione dei siti archeologici cittadini.
Protagonisti della cerimonia anche i 50 volontari dell'associazione Nuova Acropoli, che ha adottato il monumento, ai quali è andato il ringraziamento della soprintendenza. E' infatti grazie al lavoro dei soci che il Tempio di Apollo è stato ripulito dalle erbacce e dai rifiuti che per mesi avevano fatto bella mostra di sé tra gli antichi resti.
«Abbiamo accolto l'appello della soprintendenza - affermano i responsabili, Lucia Sinnona e Sebastiano Scifo - che non poteva assicurare la pulizia del sito a causa della carenza di fondi, e quindi abbiamo voluto pulire l'area archeologica completando il lavoro proprio ieri mattina. Inoltre, grazie a una convenzione siglata con la soprintendenza, manterremo il Tempio di Apollo in condizioni decorose».
L'auspicio dei ragazzi di Nuova Acropoli è di ridare lustro a un altro edificio templare in condizioni di abbandono: il Tempio di Zeus. La speranza, tuttavia, è che il lavoro dei volontari possa affiancarsi a quello, legittimo, degli operai pagati dalla Regione, a cui compete la gestione, la cura e la salvaguardia del patrimonio culturale. Volontariato a parte.
isabella di bartolo

sabato 1 novembre 2008

Carlucci e l´archeocomplotto "Hanno falsificato la mia firma"

Carlucci e l´archeocomplotto "Hanno falsificato la mia firma"
ANTONELLO CAPORALE
VENERDÌ, 31 OTTOBRE 2008 la Republica

No del ministro

Una provocazione

La deputata forzista disconosce due emendamenti sul condono per i reperti

"È vero, ci avevo pensato, ma Bondi mi ha detto di stare ferma, e io ho desistito"

"Ho sporto denuncia, è una provocazione, magari è stato un funzionario"


L´Archeocomplotto di cui è rimasta vittima l´onorevole Gabriella Carlucci è storia forse minore ma ugualmente inquietante. Una mano di un deputato bilioso o di un funzionario sleale ha vergato non uno ma due emendamenti (intestandoli a lei) con i quali si chiedeva un archeocondono. I possessori di beni e reperti archeologici antecedenti all´anno 476 dopo Cristo, con un obolo versato allo Stato, avrebbero potuto valorizzare di molte migliaia di euro il proprio tesoro.
«Falsissimo, falsissimo. I due emendamenti non li ho scritti io, ho appena sporto denuncia».
Succedono cose gravissime in questo Palazzo.
«Vero, due anni fa mi venne l´idea del condono. L´ho riproposta a settembre scorso, che in quest´epoca velocissima è già l´età della pietra. Il ministro Bondi mi ha invitato a ritirarla e io ho acconsentito».
Lei è vittima di un sabotaggio legislativo.
«La firma non è assolutamente mia. Se vuole firmo e vede».
Non è necessario. La G di Gabriella è inesistente. La C è alta e snella ma la l è più larga di una donna di Botero.
«Avevo in mente il piccolo condono per fare cassa. Però poi ho desistito».
Mica ha tesori archeologici in casa da piazzare?
«Ma le pare!».
C´è un piano per screditarla.
«Bondi mi ha detto di stare ferma e io ferma sono stata»
Qualcuno vuole vederla nella polvere.
«Sempre in Parlamento, sempre al ministero, sempre pronta a raccogliere le necessità della Puglia (chissà perché mi hanno eletta lì ma oramai mi sono affezionata)».
Instancabile, iperattiva.
«Anche in casa cerco di dare un aiuto: il figlio, il marito. Poi c´è Mela Verde».
Il cane.
«La trasmissione televisiva. Diciotto per cento di share».
Che non ruba energie al suo lavoro.
«Esatto, studio anche di notte».
Pensi se il Parlamento avesse approvato un emendamento falso. Sospetti ne ha, vero?
«Nessuno»
Un deputato dell´opposizione.
«Magari un funzionario».
Infedele, traditore. Bisogna dirlo subito a Fini.
«Bondi mi ha chiamata: ma cosa hai fatto?».
L´archeocomplotto.
«Io??? Gli ho subito detto del falso».
C´è sicuramente una mano cattiva.
«Bado a me, alle cose che faccio. I miei genitori mi hanno invitato sempre a puntare sui miei passi».
In effetti porta tacchi altissimi.
«Non ci so stare con le ciabatte. Sono così. Però lavoro tanto, faccio un mucchio di cose e mi piace farle bene».
Ossessiva, ipercinetica, ma sempre sul punto.
«Preparata. Studio sempre».
E quando?
«Il lunedì: Mela Verde e poi studio».
S´era detto che Mela Verde va in onda la domenica.
«Ma registro il lunedì».
Comunque questa questione è veramente delicata.
«Faccio una vita di inferno. Su e giù, su e giù».
Successo e sudore.
«Bravo».
L´emendamento è di un agente provocatore.
«Veramente. Giuro. Ecco, se prendiamo la firma, anzi andiamo a vederla bene. Vuole che firmo?».