martedì 29 aprile 2008

Un grande anello preistorico nel cantiere del S. Anna

Un grande anello preistorico nel cantiere del S. Anna
Roberto Caimi-Dario Lucca
La Provincia Como 03-07-2007

SAN FERMO DELLA BATTAGLIA Risalirebbe all’Età del Bronzo o addirittura al periodo precedente - Resta un mistero il perché sia stato costruito

Gli scavi archeologici hanno portato alla luce mura a secco che formano due cerchi concentrici con un diametro di 70 metri

SAN FERMO DELLA BATTAGLIA
«È sicuramente un ritrovamento molto particolare e, al tempo stesso, molto importante e inconsueto.
Nel suo genere, come vastità e struttura, non trova confronti in tutta l’Italia del Nord». È questa la fotografia che la dottoressa Stefania Iorio, responsabile della Soprintendenza dei beni archeologici di Milano, fornisce su quanto ritrovato all’interno del cantiere del nuovo ospedale Sant’Anna.
Cosa siano quei due grandi cerchi concentrici, settanta metri circa di diametro, quando e perché siano stati realizzati per il momento nemmeno l’archeologo sa, o forse preferisce attendere nuove conferme, spiegare.
Da una parte il cantiere della nuova struttura ospedaliera, dall’altra il lavoro certosino degli archeologi.
Da una parte le ruspe, dall’altra pala, piccone e attrezzi ancor più piccoli e precisi.
Si scava nella piana solcata dal Val Grande, un torrente di modeste dimensioni, e racchiusa tra le colline di San Fermo e Montano Lucino.
Come un piccolo scrigno ha conservato gelosamente sotto pochi centimetri di terra un tesoro preistorico ancora tutto da valutare che potrebbe risalire a 5mila anni fa.
Pietre su pietre, posizionate con pazienza e metodo che da gennaio sono via via diventate una sorta di muro sempre più grande che è andato via via formando un doppio anello dal quale si dirama una sorta di raggiera.
Metro dopo metro il «circulum» ha preso forma, alimentano stupore e curiosità tra gli stessi studiosi anche ancora non sanno dare risposte certe.
«Si tratta sicuramente di una struttura protostorica realizzata lungo il tracciato del fiume - spiega ancora da dottoressa Iorio - abbiamo liberato quasi tutta quella parte su cui insisterà il futuro edificio ospedaliero. I nostri scavi hanno così riportato alla luce una struttura decisamente inconsueta per la zona e per le dimensioni davvero enormi: settanta metri di diametro».
A gennaio si parlava di costruzioni dell’Età del ferro, questa datazione oggi può essere confermata?
«Nella stessa area sono state trovate alcune tombe collocabili in quel periodo, ma il grande manufatti è ancora più antico: dell’età del bronzo (tra il 3500 e il 1200 Avanti Cristo circa), forse ancora prima. Diciamo che non abbiamo ancora trovato elementi che ci permettano di collocare esattamente nel tempo la costruzione».
Resta avvolta nel mistero, un giallo ancora tutto da chiarire, a cosa serviva e perché è stato costruito il doppio anello. Su questo argomento la dottoressa Iorio prende tempo, non preferisce sbilanciarsi.
Anche se dalle sue parole traspare ottimismo: la soluzione sarebbe molto vicina, forse attende solo delle conferme.
«Sono domande che per il momento non hanno ancora una risposta - spiega - di certo il nostro lavoro non è finito.
Faremo altri scavi, più in profondità e dei piani operativi: a breve le idee saranno sicuramente più chiare. Per adesso mi sento di escludere che si tratti di una necropoli, le tombesono più recenti rispetto alla grande struttura».
Il mistero resta anche quando la domanda improvvisa un parallelo con una sorta di nuova Stonehenge.
La dottoressa Iorio non si scandalizza più di tanto per il paragone anche se precisa «che là c’erano elementi diversi».
«È sicuramente un ritrovamento molto importante e inconsueto senza paragoni in tutto il Nord Italia»

DOPO CHE IL SINDACO NON AVEVA CONVOCATO IL CONSIGLIO PER CHIARIRE LA VICENDA
La minoranza: un esposto ai carabinieri di Monza per tutelare il sito
SAN FERMO DELLA BATTAGLIA Il sindaco non aveva convocato la riunione straordinaria del consiglio comunale chiesta dalla minoranza sul caso dei reperti archeologici rinvenuti nel cantiere del nuovo ospedale. Per questo motivo i due consiglieri comunali del gruppo di “Nuova San Fermo con l’arcobaleno” hanno presentato un esposto ai carabinieri di Monza, nucleo operativo a tutela del patrimonio culturale della Regione Lombardia. L’obiettivo dichiarato è quello di una maggior vigilanza sul sito archeologico, non tanto quello di mettere i bastoni tra le ruote del cantiere.
«Da sempre abbiamo ritenuto la piana dei “Tre Camini” inadeguata per ospitare il nuovo ospedale così come espresso da Wwf e “Italia Nostra” che con documenti alla mano avevano dimostrato la conformazione idrogeologica e morfologica dell’intera area di cantiere non adeguata per un insediamento di tipo sanitario sia per motivi di natura tecnico-economica, ma anche e soprattutto perché area estremamente umida ed interessata dalla presenza di consistenti nebbie nelle mezze stagioni - scrivono i consiglieri Marte Ferrari e Giampiero Arnaboldi inviandone copia anche al direttore generale Roberto Antinozzi, al prefetto di Como Sante Frantellizzi, al presidente regionale Roberto Formigoni e al sindaco di San Fermo Pierluigi Mascetti - Oltre ai numerosi rinvenimenti archeologici nel 1968 in occasione della realizzazione dell’autostrada Grandate-Chiasso ecco che dallo scorso gennaio sono emersi nuovi reperti archeologici risalenti al periodo protostorico che hanno portato ad un immediato interessamento della Sovrintendenza ai Beni Archeologici che si è però limitata per alcuni giorni ad un primo e superficiale esame in loco dei reperti a seguito del quale l’area è stata in qualche modo delimitata.
Dopo ciò sulla delicata questione è caduto un silenzio che non possiamo accettare».
«Da qui - continua l’esposto - la decisione di presentare la denuncia ai carabinieri del reparto di Monza affinché sia imminente un autorevole intervento degli uomini dell’arma al fine di salvaguardare un patrimonio dello Stato quale appunto sono i reperti archeologici individuati o da individuare nel cantiere. Ai sensi di legge chiediamo verifiche dettagliate e indagini approfondite con l’obiettivo di salvare il salvabile, musealizzando in loco i reperti non amovibili e integrando così cultura e servizio pubblico, nell’intereresse generale».
«Non ho motivi di credere - ha commentato il sindaco Mascetti - che sia la Regione Lombardia che la società che sta costruendo il nuovo nosocomio comasco si siano mosse con tutti gli avvertimenti del caso. Per quel che mi è dato sapere tutto è in regola e sono convinto che anche le eventuali e successive verifiche dei carabinieri di Monza certificheranno che al cantiere del nuovo ospedale Sant’Anna si stanno eseguendo i lavori ad arte e nel pieno rispetto delle normativi vigenti».

Arte rupestre della Valcamonica

Arte rupestre della Valcamonica
di PIETRO M. TRIVELLI
Domenica 03 Giugno 2007 Il Messaggero, roma

SE un bisonte si sposa con un cavallo, nasceranno mostri mitologici? No, pargoli o pargolette, anche nella preistoria, quando i “contratti di matrimonio” erano già regolati da un codice. Le donne della tribù del bisonte dovevano accoppiarsi solo con maschi del clan del cavallo. Gli animali simboleggiavano il rispettivo gruppo totemico, appartenente al culto dello stesso totem.
«Le figure rupestri sui matrimoni sono le testimonianze più antiche», spiega il direttore del Centro Camuno di studi preistorici, Emmanuel Anati. Ha annunciato la scoperta, per lui epocale, al Valcamonica Symposium 2007; in terra lombarda, dove la prima popolazione citata dal comasco Plinio il Vecchio fu proprio quella dei Camuni. Dal 1979 l'Unesco considera l'arte rupestre della Valcamonica Patrimonio dell'Umanità.
Qual è la scoperta epocale? «E' la lettura dell'arte rupestre - risponde Anati - non solo da ammirare, ma come scrittura pittografica leggibile, grafia crittografica somigliante a quelle primitive di cinesi o mesopotami o egiziani, prima dei geroglifici». La scoperta non riguarda solo la Valcamonica. «Attraverso formule - aggiunge Anati - abbiamo decifrato 64 figure che raccontano un mito sullo spirito ancestrale della virilità. I contratti di matrimonio, figure paleolitiche di oltre 30.000 anni, si “leggono” nella Dordogna, a Ferrassie, in Francia. Il segno di punto (.) è un elemento del discorso: accanto a un piede significa “camminare”, o anche il verbo “fare”, per esempio in una scena erotica».
Oltre che le più antiche, le incisioni rupestri sui matrimoni documentano un codice. Gli antenati preistorici avevano già pensato al diritto di famiglia (dico o non dico)? «Ogni tribù codificava il gruppo totemico con il quale le donne potevano accoppiarsi - risponde ancora il direttore del Centro Camuno - e quelle del gruppo del bisonte, per esempio, dovevano “sposare” uomini della tribù del cavallo». Anche la Rosa Camuna è un simbolo tribale: somiglia a un quadrifoglio puntinato. E' una delle incisioni più diffuse in Valcamonica, tanto da essere scelta come stemma della Regione Lombardia.
La preistoria, dunque, diventa storia, se questa nasce dalla scrittura. Come stabilire l'attendibilità dei “documenti” rupestri? «Con una metodologia che analizza la struttura grammaticale, basata su tre elementi: pittogrammi, ideogrammi, psicogrammi. Abbiamo creato una nuova disciplina che tiene conto della linguistica, della psicologia, della psicanalisi e altri fattori». E' convincente? «Al Valcamonica Simposyum - conclude Emmanuel Anati - abbiamo sottoposto questo nuovo metodo di lettura a un centinaio di specialisti di trentaquattro paesi. La maggioranza lo condivide. I geroglifici, del resto, sono nati da un processo analogo, pur diversi perché avevano già un valore alfabetico».
Prossimo Symposium nel 2009: “Fare storia con la preistoria”, sempre sotto l'egida dell'Unesco, rappresentata da Nuria Sanz, archeologa e specialista di beni culturali, la quale sollecita accordi internazionali. «Uno sforzo necessario - dice - perché i siti d’arte rupestre rappresentano le radici comuni dell'umanità». Prodigio e gloria dell'universo, insegna Darwin, che studiava le scimmie anche senza quest'arte.

riemerge la storia di Selinunte

SICILIA - riemerge la storia di Selinunte
LAURA NOBILE
SABATO, 09 GIUGNO 2007 LA REPUBBLICA - Palermo

Nel grande santuario urbano dell´acropoli di Selinunte, torna alla luce un pezzo di storia della città finora rimasto inedito. Una nuova stratigrafia che evidenzia le diverse fasi di vita del sito, dalla preistoria alla tarda età classica, e, con molta probabilità, anche un altro tempio ancora interrato.
A scoprirla è stata la missione del professore Clemente Marconi, condotta per conto dell´Institute of Fine arts della New York University, in convenzione col servizio archeologico della Soprintendenza di Trapani. Marconi, considerato il più importante esperto delle sculture dei templi selinuntini, poco meno di un mese fa è tornato sull´acropoli di Selinunte con un team di dieci studiosi, per intraprendervi un nuovo rilievo nell´area tra i templi B e C, ma anche una campagna di scavi che già dopo tre settimane fornisce importanti risposte scientifiche. «In quest´area non si scavava più dagli anni Venti - racconta Marconi - forse perché si pensava che non ci fosse più nulla da scoprire. E invece lo scavo ha riportato alla luce una stratigrafia archeologica conservata miracolosamente intatta, e mai scavata prima». A occhio nudo, appare come una voragine profonda due metri e mezzo, pazientemente scavata solo con la trowl, un piccolo strumento inglese simile alla cazzuola. «Qui tra la sabbia, la terra e la calcarenite ci sono, idealmente, le linee della storia - spiega Marconi - l´età ellenistica, tardo classica e quella arcaica: quest´ultima ha restituito una grande quantità di materiali ceramici, soprattutto ceramica corinzia decorata, e una kotule quasi integra particolarmente fine. La ceramica, insieme alle schegge di blocchi di colore rinvenuti all´esterno, ci consentirà di datare in modo più preciso il tempio B».
Finora, infatti, la datazione oscillava di un secolo, tra il 350 e il 250 avanti Cristo. «Ora possiamo restringere notevolmente quest´arco di tempo e proporre la datazione al 330 avanti Cristo». Via che si scende verso il fondo cambia il colore delle pareti dello scavo, fino alle fasi protostorica e preistorica. Negli ultimi strati considerati «sterili», quasi a contatto col banco di roccia, è stata ritrovata una lama di ossidiana che testimonia la presenza dell´uomo.
E nello strato d´età classica, l´archeologo ha trovato qualcosa di molto più importante: un grande frammento di scultura in marmo pario dello stesso tipo usato nelle statue acrolitiche (marmo più calcarenite o legno) dei santuari. «È troppo presto per dire di cosa si tratta - dice Marconi - sembra un arto, un piede o una mano, ma potrebbe anche trattarsi della figura di un animale. Di certo presenta i fori di un perno e i solchi lasciati dall´uso del trapano».
Le sorprese non sono finite. Perché l´esame delle fondazioni evidenzia la presenza, sotto la scalinata sotto il tempio B, di una struttura più antica: ci sono blocchi delle stesse dimensioni che forse appartengono a un tempio preesistente o un altare di età arcaica.
Le unità stratigrafiche sono custodite sotto le fondazioni di questo piccolo tempio, un´area sacra che finora aveva celato gelosamente i suoi segreti. «Il tempio B era uno dei più piccoli dell´acropoli ma anche uno dei più importanti luoghi di culto eretti in Sicilia in età tardo classica. Eppure l´ultimo scavo era stato fatto nel 1870: ora la sua fisionomia riappare poco per volta».

Lo sguardo inquieto di Caravaggio

IL DIPINTO Lo sguardo inquieto di Caravaggio
10/06/2007 il mattino

Dalle ricerche d’archivio alla riscoperta dell’ultima opera del grande pittore grazie a Banca Intesa

Nicola Spinosa La Sant’Orsola confitta dal tiranno, così come l’opera viene segnalata nelle antiche carte di archivio, ebbi modo di vederla la prima volta giovanissimo, nel 1963 al Palazzo Reale di Napoli, in occasione di una mostra sul Caravaggio e sui caravaggeschi. Il dipinto, che era ancora di proprietà di Romano-Avezzana a Eboli, prima di essere di lì a poco acquistato dalla Banca Commerciale Italiana, era stato segnalato da Ferdinando Bologna ed esposto in mostra con una discussa attribuzione a Mattia Preti. Devo, tuttavia, confessare che, o per ignoranza o per inesperienza, forse anche per il mediocre stato di conservazione in cui l’opera allora si presentava, non ricordo che riportai una grande impressione di quel primo incontro con la Sant’Orsola. Così, invece, non fu dieci anni dopo, quando, entrato da poco a far parte dello staff scientifico della Soprintendenza, l’opera fu affidata, per il necessario intervento di restauro, alle cure di Antonio De Mata, nei laboratori del Museo di Capodimonte e sotto la direzione di Raffaello Causa. E fu per me un’esperienza emozionante, quella vissuta durante il complesso e difficile intervento cui la Sant’Orsola fu nell’occasione sottoposta: emozionante perché, proprio grazie a De Mata (...), seppi finalmente apprezzarne le altissime qualità pittoriche e di resa emozionale del tragico evento illustrato dal pittore lombardo. Da allora della Sant’Orsola, dipinta dal Caravaggio per il principe Marcantonio Doria a Genova, poco prima di ripartire da Napoli per tentare inutilmente di far ritorno a Roma, sappiamo ormai tutto, grazie alle ricerche archivistiche di Vincenzo Pacelli e agli studi di Ferdinando Bologna e di Mina Gregori. Meglio, sapevamo quasi tutto. Almeno fino a quando, presentatasi la necessità di sottoporre il dipinto a un intervento conservativo e di «messa a punto» delle superfici pittoriche intanto fortemente alteratesi col passare degli anni, la nostra Soprintendenza non propose a Banca Intesa, nella cui proprietà era confluita anche la ricca e prestigiosa collezione d’arte già Comit, di affidare l’opera alla provata esperienza di Carlo e Donatella Giantomassi. La Banca aderì con entusiasmo, coordinando gli approfondimenti scientifici e sostenendo in proprio l’onere del restauro, e infine - viste le rilevanti novità emerse - progettò una mostra itinerante per proporre al mondo scientifico e culturale la «riscoperta» della Sant’Orsola. L'intervento di restauro, sotto la direzione di Denise Maria Pagano, si è potuto realizzare all’interno dei laboratori dell’Istituto Centrale per il Restauro di Roma. (...)La Sant’Orsola, forse l’opera più ampiamente e meglio documentata di Michelangelo Merisi da Caravaggio, è non solo l’ultima opera dipinta da quest’ultimo prima della morte, ma anche o soprattutto il documento più esplicito di quella sua intensa stagione d’arte e di vita, che iniziata con la sofferta fuga da Roma, dopo il 28 maggio del 1606, si sarebbe tragicamente conclusa, nel luglio del 1610, sul litorale maremmano. Un documento tanto più perentorio ed esplicito, quindi, anche per la sua rigorosa e severa essenzialità, per la sua drammatica immediatezza visiva ed espressiva, che, nel collocarsi al culmine dell'attività finale del maestro lombardo, evidenzia e sintetizza al massimo inclinazioni, scelte e qualità della sua produzione finale, a Napoli, a Malta, in Sicilia e ancora a Napoli. Gli anni più difficili, quelli vissuti dal Caravaggio dopo la precipitosa fuga da Roma a seguito dell’uccisione di Ranuccio Tomassoni al Campo Marzio, per le alterne vicende che, tra condanne e perdoni, fughe e ritorni, favori e disgrazie, lo avrebbero accompagnato fino alla morte. Ma anche gli anni durante i quali l’artista, l’uomo soprattutto, maturò, seguendo un processo già da tempo avviato, un’ancora più sofferta esperienza di vita, una più attenta e amara percezione o consapevolezza di quanto infinitamente tragica e dolorosa fosse, in ogni tempo e in ogni luogo, la condizione dell’uomo nel suo essere e nel suo divenire: con conseguenze che ne avrebbero segnato profondamente l’intera produzione finale. A Napoli, nell’antica, popolosa e caotica capitale del viceregno spagnolo in Italia meridionale, nella città un po’ greca e un po’ latina, impregnata di tutti gli umori, i colori e i sapori del Mediterraneo, cosmopolita e già multietnica, aperta già da tempo alle esperienze e ai traffici più diversi, sia artistici sia mercantili, segnata nel profondo da insanabili contrasti e continue contraddizioni, attraversata da segni costanti di diffusa miseria e da esempi interminabili di superba e sfolgorante nobiltà, tra manifestazioni concrete di religiosità vera e di inguaribile superstizione, il pittore lombardo ebbe modo di percepire con gli occhi, col cuore e con la mente, come forse neppure a Roma gli era stato concesso, a quali vertici di desolante emarginazione, di irreversibile dolore, di esasperante solitudine, la condizione dell’uomo potesse essere sollecitata e sospinta dal lento ma lacerante trascorrere del vivere quotidiano. Ma, al tempo stesso, come proprio da questa condizione di infinite e strazianti miserie potessero emergere, in particolare tra i più umili e i più emarginati, tra i disadattati e i diseredati, tra la gente dei vicoli più bui e maleodoranti, i «bassi» più foschi e le taverne più losche, esempi inimmaginabili di umanità vera, sincera e comunicativa, di tenace e rassicurante solidarietà, di forza morale e altissima dignità, anche a fronte delle più disperanti esperienze imposte dalla realtà circostante. È la Napoli d’inizio Seicento, è la stessa gente che Caravaggio, appena arrivato in città, ha incontrato nelle stradine strette e pullulanti di vita dei quartieri spagnoli o dei dintorni della Vicaria e che perentoriamente ha trasferito sulla grande tela per i governatori del Pio Monte della Misericordia, facendo emergere dall’ombra densa della notte, alla luce di qualche torcia e bloccati per l'eternità, brani o frammenti di realtà quotidiana: nobili di «cappa e spada», un pezzente avvolto in pochi stracci, un oste pingue e godereccio, un misero barbone assetato di vino, una fanciulla intenta a offrire quasi di nascosto il suo prospero seno a un vecchio avido e affamato, sotto l'agitarsi al vento di lenzuola stese ad asciugare dietro le quali s'affaccia, tra giovanotti arditi e spericolati, una giovane mamma col figlioletto al collo, mentre più in là, dietro l’angolo, s’intravede l’eterna presenza della morte e della fine di ogni umana passione. (...) Un percorso d’arte e di vita che di lì a poco lo avrebbe spinto a chiudere e bloccare per sempre, nel breve spazio concesso alla Sant’Orsola confitta dal tiranno e a pochi giorni dalla immatura scomparsa, la sua angosciata percezione o visione della vita e della morte, del tragico legame tra umano e divino, tra reale e sovrannaturale, tra essere e divenire.

Suggestivo ritorno della Sirena Partenope

Suggestivo ritorno della Sirena Partenope
Laura Caico
Roma 12/06/2007

Una cerimonia suggestiva. Completato, dopo anni di lavoro, il complesso e delicato restauro della Sirena Partenope, intrapreso dall'associazione culturale "Mario Brancaccio" presieduta da Gaetano Brancaccio e da Vodafone Italia, l'antico gruppo scultoreo è tornato al suo posto, sul frontone del teatro San Carlo di Napoli, così come progettato da Antonio Niccolini nel 1816: per rimuovere il drappo celeste che ammanta la ritrovata bellezza dell'opera monumentale si sono riunite sul palco - approntato a ridosso della Galleria Umberto - le maggiori autorità cittadine, provinciali e regionali.
Fra i presenti, il Governatore della Campania Antonio Bassolino, il presidente della Provincia Dino Di Palma, il sindaco Rosa Iervolino Russo, il Sovrintendente ai Beni Ambientali e Architettonici di Napoli Enrico Guglielmo, il Sovrintendente del teatro San Carlo Gioacchino Tomasi di Lampedusa e Luca Rossetto, direttore generale Vodafone, affiancati da molti assessori e consiglieri. L'importante evento, che ha preso inizio alle ore 20.30 "spaccate", è stato presentato dalla presidente della "Commissione Restauro" Giuliana Gargiulo - per un decennio infaticabile conduttrice anche del "Premio Guglia" promosso dall'associazione Brancaccio - che ha saputo rendere pregnante il vivo interesse secolare della popolazione napoletana per la leggenda di Partenope e la portata culturale del restauro che ne riporta ai primigeni fasti l'immagine scultorea. Durante la cerimonia c'è stato un intermezzo musicale di una delegazione dell'Orchestra San Carlo. Densa di mito e magia, la storia della bellissima sirena sconfitta dall'astuzia di Ulisse impronta Napoli, sia nel nome antico della città che nei luoghi dedicati ad essa e alle sorelle Ligea e Leucosia, che preferirono annegare nelle acque del Golfo piuttosto che sopravvivere all'onta del fallimento: gli scogli delle Sirenuse, l'isolotto Li Galli, la tomba di Partenope (identificata dapprima nel Tempio della Fortuna, poi nell'altura di San Giovanni Maggiore o nell'isolotto di Megaride dove ne approdò il corpo esanime) esprimono il valore unico e assoluto che quest'immagine detiene nel cuore dei napoletani. Appare, pertanto, ancor più meritoria la lunga e paziente opera di ripristino che la "Commissione di Restauro" (presieduta da Giuliana Gargiulo e composta dai responsabili scientifici, architetti Vittorio Brescia, Luciano Raffin e Paolo Mascilli Migliorini) ha svolto in questo biennio per restituire alla città un siffatto simulacro, con il sostegno di vari sponsor fra cui l'Acen (Associazione Costruttori napoletani) presieduta da Ambrogio Prezioso, Acen Gruppo Giovani presieduta da Pietro Milano, Kone Ascensori, Fiart Mare (Nautica da diporto) di cui è amministratore delegato Fabrizio Brancaccio. Lo svolgimento della manifestazione raggiunge l'acme quando viene allontanato il manto che sovrasta la sommità del Teatro San Carlo e Partenope torna a sovrastare la sua città, sfolgorante nell'abbacinante candore della resina e del marmo: rinnovata nella bianca veste d'arte, la sirena è rappresentata in veste di matrona romana, ritta su un trono, mentre si accinge a incoronare i geni della commedia e della tragedia, raffigurati in abiti classici, cinti da una corona d'oro e da un serto di alloro. La folla esplode allora in un emozionante, incontenibile, applauso che esprime i suoi più intensi sentimenti: un approccio verso il futuro, che lascia ben sperare per le sorti della città offuscata dall'ombra delle vicende di ordinaria portata, ma desiderosa di risorgere ai fasti del passato e di ridiventare la capitale del Mediterraneo che ha illuminato per secoli l'Europa con la luce della propria arte, cultura, ineguagliabile umanità.

"Così scompare il patrimonio dell'antica Mesopotamia"

"Così scompare il patrimonio dell'antica Mesopotamia"
Alix Van Buren
la Repubblica, 14-06-2007

Diciotto santuari persi in un mese: parla Alastair Northedge, massimo esperto di Samarra

TRE giorni di lutto nazionale in Iraq per i minareti sbriciolati del santuario di Askariyah: è plumbea la voce di Alastair Northedge, massima autorità mondiale nell'arte di Samarra, docente di Arte e Archeologia islamica alla Sorbonne parigina. Se nel febbraio del 2006, alla notizia del bombardamento di quello stesso mausoleo, lui tuonava contro la profanazione del culto, dell'arte e della storia, questa volta al telefono da Parigi ha il tono sconsolato di chi cerca rifugio nella rassegnazione: «Il fatto è», dice, «che la devastazione dell'Iraq è per certi versi dissimile dalla rovina toccata a tanti Paesi infestati dalle guerre: qui si assiste alla distruzione del patrimonio di una intera nazione, anziché di città isolate. Se infatti osserva la Seconda guerra mondiale, in Europa si sono persi beni inestimabili, però più per negligenza che per proposito. E invece adesso, dalle forze della coalizione all'insorgenza, tutti si accaniscono contro le fragili architetture dell'antica Mesopotamia».
Professore Northedge, che aspetto ha la mappa dell' arte irachena vista dal suo osservatorio?
«È una mappa tutta crivellata dagli scavi dei trafficanti di antichità, dai colpi degli obici e dei mortai di entrambi gli schieramenti avversari. Poco sfugge alla violenza. Oggi fanno notizia le bombe detonate da mani esperte a Samarra, ma in un solo mese si è consumata un'orgia di scempi: 18 santuari del IX e X secolo sono andati perduti in appena quattro settimane, e fra questi alcune delle più splendide moschee del mondo arabo».
Qual è il danno reale inferto a Samarra?
«Il danno già era stato causato dagli ordigni del 2006: un colpo ben studiato contro il luogo di sepoltura di due fra gli imam più venerati, progettato da chi voleva un'apocalisse. Adesso quegli stessi ci riprovano, con mezzi identici. Sotto il profilo architettonico, i minareti hanno un valore relativo. Risalgono all'Ottocento: sono piuttosto recenti. Ma sotto il profilo politico il potenziale è esplosivo: la carica deriva dalla centralità del culto del Dodicesimo imam, cioè a dire del Messia, svanito in quel luogo e di cui si aspetta il ritorno. Davvero: il nuovo attentato è una pessima notizia: l'ultima di una indicibile sequenza di ferite». A quali altre pensa?
«A troppe per riassumerle: penso a Ur, la città di Abramo, sfigurata da scariche di granate. Penso al tragico destino del Museo nazionale, alla metà dei capolavori svanita; ai cinque secoli di testi ottomani dati alle fiamme nella Biblioteca nazionale, alla grandiosa città di Babilonia riconvertita in base americana, i viali plurimillenari spianati dai tank».
«Vuole che le dica ancora? Il caravanserraglio di Khan al-Raba, del X secolo, è stato usato dalle forze alleate per far esplodere gli arsenali catturati agli insorti. Rimangono solo rovine. I resti di Isin e Shurnpak, città del 2000 a.C, sono evaporati, e così pure castelli, ziqqurat, antichi minareti e moschee. E fuori della capitale, almeno diecimila siti d'inestimabile valore per la storia della civiltà occidentale sono alla mercé dei saccheggiatori».
Professore, lei sta dipingendo un patrimonio dell’umanità per sempre perduto?
«Niente affatto: malgrado la profondità dell'orrore, nell'archeologia esiste sempre un margine parziale di conservazione. Nemmeno i saccheggiatori sanno distruggere tutto. Però, perché la storia e l'arte dell'Iraq risorgano, bisognerà aspettare la fine della guerra, il ritiro americano. Nell'attesa, noi archeologi non possiamo far altro che stare a guardare».

SAMARRA
Nel 2005 il celebre minareto a spirale, detto il Malwiyya, è decapitato dall'artiglieria. Nel 2006, due bombe al santuario
UR
La città di Abramo, fra le più antiche al mondo, è crivellata dai colpi di granate. Oggi vi sorge una base militare Usa
BABILONIA
Trasformata in base militare Usa la città di Nabucodonosor: spianati dai tank viali millenari e tavolette cuneiformi
FALLUJA
La "città delle 100 moschee" ha subito bombardamenti intensivi: tutte le moschee lese secondo la Croce Rossa
BAGDAD
Trafugati dal Museo metà dei capolavori; distrutta dalle bombe l'università Moustansiryia del XIII secolo
SITI ARCHEOLOGICI
Fuori del la capitale saccheggiati almeno 10 mila siti impareggiabili per la storia della civiltà occidentale

La vera storia dell'Atleta di Lisippo a Fano

La vera storia dell'Atleta di Lisippo a Fano
di NESTORE MOROSINI
CORRIERE DELLA SERA 10-07-2007

BENI ARTISTICI Oggi Rutelli sarà nel luogo dove è sorta la controversia tra Italia e Getty Museum

Fu pescato al largo, sotterrato e venduto per tre milioni e mezzo

FANO — A chi appartiene una delle statue più importanti dell'antica Grecia? All'Italia, come sostiene Francesco Rutelli, ministro dei Beni culturali che oggi è in visita a Fano, oppure al Paul Getty Museum di Malibu, come sostengono gli avvocati americani che lo rappresentano? Quello dell'Atleta di Lisippo è un «giallo» affascinante.
Ricorda il professor Alberto Berardi, ex assessore alla Cultura della provincia di Pesaro-Urbino, che sulla statua ha effettuato un bel numero di indagini: «Era l'alba di un venerdì dell'estate 1964, quando il peschereccio "Ferri Ferruccio", comandato da Romeo Pirani, trasse a bordo una statua piena di incrostazioni. Sull'imbarcazione lavoravano, oltre a Pirani, Valentino Caprara, Nello Ragaini, Benito Burasca, Derno Ferri, Durante Romagnoli e Athos Rosato. Gli ultimi tre sono viventi. Rosato, oggi, ricorda bene il luogo del ritrovamento: circa 43 miglia a levante del monte Conero e circa 27 miglia dalla costa croata, un punto di mare chiamato Scogli di Pedaso. In quel tratto, secondo il mozzo, la profondità del mare era circa di 43-44 braccia, il che significa che la statua era poggiata a circa 75 metri dalla superficie».
Rosato cosi conferma quanto ha sempre sostenuto Pirani e cioè che la statua fu rinvenuta in acque internazionali. Derno Ferri, invece, non ha mai aperto bocca: forse sul racconto di Pirani, che probabilmente temeva i rigori della legge, non era d'accordo. «Capimmo subito che si trattava di una statua di grande valore», ha detto in passato Durante Romagnoli, oggi ottantenne. «Un gran valore per quell'epoca erano di certo i 3 milioni e mezzo che i pescatori ricavarono dalla statua», precisa Berardi.
Dopo il rinvenimento la statua venne messa su un carretto e trasportata a casa della proprietaria della barca, Valentina Magi, dove finì in un sottoscala. Nei giorni seguenti fu visionata da molte persone, forse troppe. Infatti l'andirivieni preoccupava i pescatori perché la Guardia di finanza era molto attenta a perseguire il commercio di reperti archeologici trovati in mare. Spaventati, decisero di chiedere a un loro amico, Dario Felici, di poterla
sotterrare in un campo di cavoli. Qui avvenne la svolta. La statua venne vista e acquistata dall'antiquario Pietro Barbetti di Gubbio, al quale era arrivata all'orecchio l'eco della storia. La richiesta fu di 3 milioni e mezzo di lire: Pirani disse, una volta, di averci pagato parte della casa. Più tardi Pietro Barbetti fu portato in tribunale con i parenti Fabio e Giacomo Barbetti e il prete Giovanni Nargni. L'accusa era di avere acquistato e occultato un'antica opera d'arte in danno dello Stato. Assolti in primo grado per insufficienza di prove, i quattro furono però riconosciuti colpevoli dalla Corte d'appello, che condannò i Barbetti a 4 mesi di reclusione e don Nargni a 2 mesi. La Cassazione rimandò i quattro alla Corte d'appello di Roma, che li assolse tutti con formula piena. «E gli avvocati del Getty — spiega Berardi — oggi si chiedono che cosa noi si reclami, visto che lo Stato italiano mai si costituì parte civile in quei processi».
Una denuncia anonima aveva causato l'intervento dei carabinieri in casa di don Nargni. «Ai militari—racconta Berardi—la perpetua del sacerdote, Giselda Gaggini, rivelò che la statua fu portata nella canonica da Pietro e Fabio Barbetti e per qualche tempo custodita nella casa. Fatto confermato anche dal sacerdote. Pietro Barbetti, poi, disse di aver prestato i 3 milioni e mezzo dell'acquisto al cugino Giacomo, il quale affermò di aver venduto, per 4 milioni, la statua a un milanese di cui non conoscevano il nome. E don Nargni disse che alcuni esperti la considerarono un falso. Tuttavia, secondo alcuni "si dice", la statua partì per il Brasile in una cassa di medi-
cinali diretta a un'iniziativa religiosa in cui operava una persona legata ai Barbetti. Un'uscita dall'Italia illegale».
Ora, dopo anni di omertà, viene alla luce un fatto. Racconta Berardi: «Rinvenni un pezzo della concrezione che si era staccata dalla statua durante il dissotterramento dal campo di cavoli. Era stata regalata a Elio Celesti, professionista e politico fanese, che su mia segnalazione la consegnò al procuratore della Repubblica di Pesaro, Savoldelli Pedrocchi. L'analisi dell'Istituto del restauro confermò che la concrezione era stata a contatto con una lega metallica rame-stagno. Tutto questo è il passato, che gli americani non contestano, come invece ha sempre fatto Jiri Frel, direttore del Getty. L'avvocato del museo, Ronald Olson, oggi sostiene che la pesca avvenne in acque internazionali e che il Getty Museum si attivò per l'acquisto quando le pratiche giudiziarie si erano concluse e l'opera era sul mercato internazionale».
Dicendo questo, tuttavia, l'avvocato Olson ammette che l'Atleta di Lisippo proveniva dall'Italia. Non bisogna dimenticare, però, che nel nostro Paese mai c'è stata una qualche condanna per esportazione illegale: e Olson afferma che il diritto consuetudinario sosterrebbe la restituzione solo in caso di violazione delle norme sulla esportazione.
Precisa, però, Berardi: «II nostro governo cita una norma del diritto della navigazione, per cui le navi battenti bandiera italiana equivalgono, in alto mare, allo stesso territorio nazionale. E quindi, qualunque bene proveniente dai fondali marini appartiene all'Italia. Come l'Atleta di Lisippo».
Però Berardi ha in mano una soluzione per dimostrare come l'opera sia, come stabilisce l'Onu, patrimonio dell'umanità da conservare nel Paese di provenienza. Se si trovassero i piedi del Lisippo, staccatisi quando la statua fu issata a bordo, la difesa a oltranza degli americani subirebbe un duro colpo, perché i due pezzi non si potrebbero tenere separati. «Sarebbe—dice sorridendo—come il presepe senza Gesù bambino. E allora, spetta alla nostra marina militare fare ricerche, in collaborazione con i croati, nel luogo del ritrovamento, a 75 metri di profondità. Un'operazione neppure tanto difficile. Se si trovano i piedi del Lisippo, il ministro Rutelli avrà anche la statua senza troppe difficoltà».

PAESTUM - I tre templi della grandezza greca

PAESTUM - I tre templi della grandezza greca
PAOLA DESIDERIO
13/07/2007 IL MATTINO

Milioni di turisti hanno visitato i resti di Paestum, diventati ormai vanto nazionale

La fondazione della città di Poseidonia si deve ai Greci Sibariti che nel VII° secolo avanti Cristo approdarono nella rigogliosa pianura che si estendeva a sud del fiume Sele. Strabone, geografo-storico vissuto nell'età di Augusto, sosteneva che i primi ad approdare a Paestum furono Giasone e gli Argonauti i quali, per ringraziare la Dea Hera di Argo che li aveva protetti durante il loro lungo viaggio in mare, fondarono sulla sponda sinistra del fiume un tempio dedicato alla dea. Di questo tempio sono state rinvenute soprattutto le numerose metope che ne decoravano la parte superiore, oggi custodite nel Museo Archeologico Nazionale di Paestum. Per anni ignorati e abbandonati, i tre templi dorici che assieme alla Tomba del Tuffatore sono il simbolo di Paestum nel mondo, furono riscoperti nel diciottesimo secolo dagli intellettuali che trascinati dalla passione per l'arte, viaggiavano per l'Europa durante il Grand Tour. A sud, vicini tra loro, si innalzano i templi conosciuti come Nettuno e Basilica. Il Tempio di Nettuno (che in realtà sembra fosse dedicato ad Apollo o a Zeus) è quello che si è conservato meglio. Il più antico, datato 630 a.C., è senza dubbio il tempio conosciuto con il nome di Basilica, noto anche come Tempio di Hera. Più a nord sorge il Tempio di Cerere che sembra fosse in realtà dedicato alla dea Athena (Athenaion). Attorno al tempio, definitivamente abbandonato come luogo di culto nel IV° secolo d.C., si rifugiarono gli ultimi abitanti della città, Romani, prima di spostarsi in collina. La città fondata dai Greci, nel 400 a.C. venne, infatti, occupata dai Lucani che la ribattezzarono Paistom. Il nome fu mutato in Paestum dai Romani che nel 273 a.C. mandarono via i Lucani e si impossessarono della città. A partire dalla fine del III° secolo dopo Cristo e per tutto il IV° secolo, iniziò il declino di Paestum. Non rimasero che pochi abitanti, che si ritirarono sulla collina più alta, quella dell'Athenaion, e che ben presto si convertirono al Cristianesimo trasformando il tempio in una chiesa. La città di Paestum è cinta da imponenti mura lunghe 4750 metri. Sembra che la loro altezza originaria si aggirasse intorno ai 7 metri. Lo spessore in alcuni punti supera i 6 metri. In origine era costellata da 28 torri, due delle quali ancora esistenti. Un tempo l'accesso all'interno delle mura avveniva attraverso quattro porte: Porta Aurea a nord, Porta Sirena a ovest, Porta Giustizia a sud e Porta Marina a Est.

lunedì 28 aprile 2008

ARCHEOLOGIA. Scoperto un favoloso tesoro vichingo

ARCHEOLOGIA. Scoperto un favoloso tesoro vichingo
Sabato 21 Luglio 2007, Il Giornale di Vicenza

IL RITROVAMENTO AVVENUTO PER CASO MENTRE DUE CERCATORI D’ORO PER PROFESSIONE STAVANO SETACCIANDO UN PODERE CON UN METAL DETECTOR

Composto da 617 pezzi, è esposto al British Museum di Londra. Il più importante trovato in Inghilterra da oltre centocinquant’anni
Molti degli oggetti provengono da regioni lontane come la Russia e l’Afghanistan
Alcuni modelli fanno riferimento all’islam, alla cristianità e a una religione pre-cristiana

Un favoloso tesoro vichingo, composto da 617 pezzi in argenti, un bracciale a fascia e un tamburo rivestito d’argento, è stato scoperto con dei metal detector in Gran Bretagna. Lo ha reso noto il British Museum.
Secondo il museo londinese si tratta del più importante tesoro dei Vichinghi scoperto nel paese da più di 150 anni. Il suo ritrovamento si deve a due britannici, David Whelan, 60 anni, e il figlio Andrew, 25 anni, cercatori d’oro per professione, che si sono imbattuti nel tesoro mentre con l’aiuto di un metal detector setacciavano un podere nei pressi di Harrogate nel North Yorkshire (Inghilterra settentrionale).
Alcuni pezzi provengono, secondo il British, da Afghanistan, Russia, Scandinavia, Europa continentale e Irlanda. In alcuni casi sono modelli molto rari che fanno riferimento all’islam, alla cristianità e ad una forma pre-cristiana di religione dei Vichinghi.
Il tesoro è da ieri esposto al British Museum. «La quantità e la qualità dei pezzi è considerevole. È una scoperta estremamente significativa a livello mondiale», ha detto Gareth Williams, esperto del museo, che non ha trattenuto l’entusiasmo.
Secondo lo studioso, era dal 1840 che non avveniva un ritrovamento di tale importanza. Allora, nella località britannica di Cuerdale furono scoperte 8500 monete d’argento, catene ed amuleti.
L’importanza del tesoro scoperto ora deriva dal fatto che molti dei pezzi provengono da regioni lontane come l’Afghanistan, la Russia e l’Europa continentale a testimonianza delle relazioni commerciali con altri popoli e dei numerosi viaggi intrapresi dai Vichinghi.
Alcune delle monete sono state, inoltre, messe in relazione con l’Islam e con religioni pre-cristiane.
Il tutto sembra aver superato brillantemente la prova del tempo grazie al forziere di piombo in cui era stato «impacchettato».
Un gruppo di esperti sta ora valutando il valore del tesoro, per stabilire quale sarà la ricompensa da dare a chi l’ha scoperto. In base alle leggi in vigore, il tesoro è stato dichiarato, infatti, un bene appartenente allo stato.
I Vichingi, un popolo di navigatori e guerrieri provenienti da terre che corrispondono oggi a parti della Norvegia e della Danimarca, approdarono sulle coste della Gran Bretagna alla fine dell’ottavo secolo dopo Cristo. Nell’865 giunse sulle coste orientali dell’Inghilterra un grande esercito, presumibilmente guidato da Ivar, Halfdan e Guthrum. Essi conquistarono la città di York e una parte di loro si insediò là per coltivare la terra. La maggior parte dei regni inglesi stava all’epoca affrontando tumulti interni e non poteva in alcun modo contrastare l’attacco vichingo. In meno di cento anni colonizzarono l’isola, stabilendosi, in particolare, nel nord, dove ancora oggi si possono vedere le tracce del loro passato.
Il tesoro, come detto, consiste in oltre 600 monete e decine di altri oggetti, raccolti tra Scandinavia, Russia, Francia e Irlanda.

ILLASI. La necropoli di Arano rivelata

ILLASI. La necropoli di Arano rivelata
Vittorio Zambaldo
Lunedì 23 Luglio 2007 , L'ARENA

I risultati preliminari di tre mesi di scavi effettuati dalla Soprintendenza sono stati illustrati alla popolazione
Reperti del 2000 avanti Cristo
Le 50 tombe rinvenute risalgono all’antica età del Bronzo Necessari un paio d’anni per l’analisi completa dei resti
La sfida ora è l’accordo con i privati


È probabilmente dell’antica età del Bronzo, tra il 2100 e il 1900 avanti Cristo, la necropoli trovata a Cellore, in località Arano, lo scorso marzo su un terreno destinato a una lottizzazione.
«È necessaria la datazione con il carbonio 14 per avere l’approssimazione più vicina possibile», anticipa Luciano Salzani, l’archeologo che è il direttore del Nucleo operativo di Verona della Soprintendenza ai beni archeologici del Veneto, «ma questo sarà possibile solo fra un paio d’anni, quando si avranno le analisi complete sui resti delle 50 tombe».
Sei sono ancora da aprire, ma gli esperti non escludono che ce ne siano altre.
I risultati preliminari di tre mesi di scavi sono stati illustrati alla popolazione in una serata organizzata dall’amministrazione comunale, fugando dubbi e illustrando le possibilità di sviluppo del sito.
È durata probabilmente fra le tre e le quattro generazioni, circa un centinaio d’anni, la presenza di questa popolazione ad Arano, ma non è escluso che vi fossero insediamenti precedenti.
Il sito è importante sia per la sua dimensione sia perché grazie all’avvertimento della Soprintendenza e all’obbligo del Comune di avviare un sondaggio preventivo prima dei lavori di lottizzazione è stato possibile uno scavo scientifico con criteri moderni.
Le tombe venute alla luce sono cosiddette «a fossa strutturata», con un’ellisse di pietre sopra cui stava probabilmente un assito a copertura della salma, posta in posizione fetale con orientamento bipolare (maschi con la testa a Nord e femmine a Sud).
I corredi rinvenuti sono poveri, limitati a perline di pietra, un bicchiere di ceramica con dei denti, un pomolo di corno di un pugnale, un filo di rame o di bronzo e la punta metallica di un pugnale rinvenuta in quella che probabilmente è la sepoltura del personaggio più autorevole della comunità.
Proprio l’analisi del metallo permetterà di dire se sia di rame o bronzo.
Alberto Manicardi, direttore tecnico del cantiere di scavo nel quale hanno lavorato settanta professionisti, ha messo in luce le fasi dell’intervento e la cura con cui i resti sono stati trattati ed è stata documentata la campagna di scavo, anche con filmati digitali professionali.
Irene Baldi, antropologa dell’università di Firenze, ha denunciato la cattiva conservazione a causa del terreno acido che ha consumato le ossa, dello strato argilloso con inserti di ghiaia che dilatandosi e contraendosi ha creato numerose fratture, come del resto le radici del vigneto soprastante.
Anche la realizzazione dei quattro calchi ottenuti dal Comune dalla Soprintendenza hanno portato alla perdita di diverse possibilità di studio su quelle sepolture.
Quanto è comunque rimasto integro sarà studiato in laboratorio, perché secondo la studiosa è raro il ritrovamento di una necropoli così vasta che permetta uno studio non solo sul singolo individuo ma sull’intera comunità, ricavando le presenze maschili e femminili, l’età, l’altezza, l’alimentazione, l’occupazione e lo stile di vita, oltre al Dna antico. «La partita si gioca in tre, con Soprintendenza, amministrazione comunale e proprietà», riconosce il sindaco Giuseppe Trabucchi, che ammette l’impegno di tutti per una soluzione che non è facile.
Come preservare il sito e nello stesso tempo rispettare il diritto acquisito dei proprietari a costruire? Lasciare le testimonianze preistoriche dove sono o trasferirle su un’area di proprietà comunale?
«Ci sono trattative in corso», risponde Alessandro Leardini a nome della società lottizzante Pancaldo Real estate spa, «ma noi siamo fermi sulle nostre richieste: abbiamo dato la massima disponibilità e non abbiamo mai intralciato i lavori di scavo. Possiamo fare tutto quanto ci chiede l’amministrazione, purché ci sia in cambio un’equa contropartita».
«Più elasticità, perché il paese sente questo ritrovamento come suo e non lo lascerà tanto facilmente», è la richiesta di Flavio Dal Forno a nome del comitato dei cittadini per la salvaguardia dei reperti archeologici di Cellore, che auspica si trovi l'accordo per la creazione di un percorso archeologico sul territorio.V.Z.

Un parco archeologico per la Stonehenge di S. Fermo

Un parco archeologico per la Stonehenge di S. Fermo
Roberto Caimi
La Provincia Como - 26 luglio 2007

SAN FERMO DELLA BATTAGLIA - Un parco archeologico accanto al nuovo ospedale Sant’Anna per proteggere e valorizzare quella che, fatte le debite proporzioni, è la «Stonehenge» comasca. Tanto per scomodare un sia pur lontano illustre parente.
Nella piana dei Tre Camini la tecnologia del ventunesimo secolo, in questo caso applicata all’assistenza medica, va braccetto con riti e usanze della lontana preistoria sotto forma di un osservatorio astronomico di cinquemila anni fa.
Un ritrovamento, quest’ultimo, definito dagli stessi esperti che stanno da mesi stanno portando avanti gli scavi, unico nel suo genere per quanto riguarda il territorio italiano. Qualcosa di simile lo si può trovare nel Nord Europa, in particolare in Germania e in Irlanda.
«Sicuramente siamo di fronte ad un antico luogo sacro che verrà adeguatamente protetto e valorizzato per il pubblico» conferma Stefania Iorio, sovrintendente ai beni archeologici di Milano. «Se da una parte il ritrovamento non interferirà più di tanto sulla realizzazione del nuovo ospedale - aggiunge la dottoressa Iorio - dall’altra la struttura rimarrà al suo posto e già si sta predisponendo un piano per renderlo visitabile
e accessibile al pubblico nel prossimo futuro».
Di parti passo al cantiere per la realizzazione del Sant’Anna bis, quindi, sta già prendendo forma un piano per la valorizzazione dei ritrovamenti preistorici.
Di fatto la presenza dei due grandi cerchi concentrici megalitici, dal diametro di circa settanta metri, hanno già costretto ad un cambiamento di programma per quanto riguarda i lavori relativi alle immediate pertinenze di quello che sarà il futuro edificio ospedaliero. Proprio la settimana scorsa a Milano in un vertice convocato per fare il punto della situazione del cantiere si è deciso di non realizzare più la preventivata bretella stradale che sarebbe dovuta passare proprio sul sito archeologico.
«A questo punto credo proprio che anche la prevista deviazione del corso d’acqua che attraversa la piana - aggiunge Stefania Iorio - subirà delle modifiche proprio nella logica della protezione del sito archeologico.
La deviazione ci sarà, ma in una zona diversa».
Il doppio cerchio megalitico si trova ad ovest del luogo dove sorgerà l’edificio ospedaliero vero e proprio, ma rimane nell’area di pertinenza dell’ospedale stesso. «Tanto che - continua il soprintendente - prevediamo un accesso al sito archeologico dall’ospedale. Nel contempo prevediamo un accesso esterno, con posti auto nelle immediate adiacenze proprio per favore l’accesso del pubblico».
Pannelli illustrativi didattici e cartine daranno una visione di insieme anche dei ritrovamenti, è il caso di alcune tombe, ad esempio, che non potranno essere conservate anche perché una volta svuotate dei corredi funebri (già prelevati e avviati al restauro) si presentano come semplici buche nel terreno.

Un cimitero preistorico sotto l'ospedale

Un cimitero preistorico sotto l'ospedale
Mirko Molteni
La Padania 27/7/2007

SAN FERMO - Quasi uno scherzo del destino. Così il presidente della Provincia di Como, il leghista Leonardo Carioni, commenta la sensazionale scoperta archeologica a San Fermo della Battaglia, presso il cantiere del nuovo ospedale Sant'Anna. Era stato proprio l'esponente del Carroccio a premere perché in quella zona, e non altrove, trovasse sede la nuova struttura ospedaliera. E ora, grazie ai lavori di sbancamento della terra superficiale, sta emergendo un antico complesso funerario la cui posizione, per giunta, non interferisce con la costruzione del nosocomio.
Como si ritrova quindi cori un prezioso sito archeologico, databile ad almeno tremila anni fa, senza dover rinunciare al nuovo Sant'Anna. Meglio di così, insomma, non poteva andare. La stampa locale già parla di una nuova Stonehenge, ma Carioni invita alla calma: «Mi sembra per il momento affrettato definire il complesso una nuova Stonehenge. Sicuramente è un'area di culto in cui sono state ritrovate molte tombe. Ma saranno gli esperti a pronunciarsi nel merito. Posso solo aggiungere che di sicuro siamo di fronte alla grande storia. Non dimentichiamoci che tutta l'area di Como è stata per millenni un punto nodale negli spostamenti delle antiche popolazioni. Da qui ci si affacciava sul lago e, costeggiandone le sponde, si raggiungeva la Valtellina. Dunque una regione di transito importante fin dalla preistoria».
Secondo i primi rilevamenti degli archeologi,, le tombe e le strutture messe in luce risalirebbero all'Età del Bronzo, che nelle nostre terre è databile grosso modo tra il 2500 e il 1000 avanti Cristo. In particolare spiccano due cerchi concentrici, con un diametro massimo di 70 metri, realizzati con la posa di migliaia di pietre a formare un vasto selciato. Nei sepolcri giacevano anche guerrieri con le loro spade. Tutto il complesso, stando agli esperti, testimonia profondi legami culturali dell'area lombarda con le culture megalitiche dell'Europa del Nord. E pensare che questo tesoro giaceva sotto appena mezzo metro di terriccio...
Ricorda infatti il presidente della Provincia: «II sito era lì, pronto per essere scoperto, ad appena 50 centimetri di profondità, in un terreno rimasto vergine per secoli. A parte lo spostamento di una strada, nessuna conseguenza si avrà sulla realizzazione dell'ospedale. E pensare che sono stato proprio io a individuare in quel luogo la sede ideale del Sant'Anna, contro il parere della Regione e del Comune. Non credo nel soprannaturale - continua Carioni - ma di sicuro è incredibile che grazie al progetto del nuovo ospedale il destino ci abbia rivelato questa scoperta archeologica».
Il presidente della Provincia sottolinea un altro aspetto: «Non è stata una scoperta dovuta a qualche speculazione immobiliare, ma legata a un'opera basilare come un ospedale, che dal dolore porta alla gioia tanti cittadini. Sembra davvero che ci sia qualcosa di preordinato in una casualità del genere».
Ora la scoperta è ancora troppo "fresca" perché ci si sbilanci sulla sua reale portata. Di certo, una volta completati gli scavi, la prospettiva di un'apertura alle visite del pubblico si farà concreta. Carioni, da parte sua, conclude: «Il sito verrà sicuramente valorizzato. Questa necropoli è una testimonianza molto preziosa sulle nostre più antiche radici storiche e culturali e merita di essere visitata e ammirata».

Una diga inghiottirà Hasankeyf, villaggio meraviglia del mondo

Una diga inghiottirà Hasankeyf, villaggio meraviglia del mondo
Luisa Morgantini
31 luglio 2007, Liberazione

La costruzione della diga di Ilisu sta per sommergere uno dei tesori della Turchia sud-orientale curda. Hasankeyf è un esempio di cultura mesopotamica nel triangolo compreso tra Diyarbakir, Batman e Mardin; è un museo all'aperto di 12mila anni, arroccato sulle sponde rocciose del Tigri.

Le sovrapposizioni di civiltà e culture dell'intera regione si mostrano nelle tracce di antichissimi insediamenti umani, con le centinaia di grotte, nell'elegante minareto della moschea El-Rizk e, sulla riva opposta, le tombe monumentali, una cupola su cui sono visibili le tessere di ceramica azzurra che ricordano la vicina arte persiana.

Oggi tra le vestigia di Hasankeyf vivono pastori e agricoltori curdi, ma anche artigiani, venditori di souvenir, e Mehmet che ci serve il pane e il kebab in un piccolo ristorante sulle rocce, di fronte ad una vista mozzafiato. Anche loro rischiano di sparire. Mehmet che è nato lì dice che non vuole andarsene, ma tutte le manifestazioni e le proteste non sono servite a nulla: «L'unica speranza - dice - è che le banche straniere non continuino il finanziamento del progetto». Mehmet è innamorato della zona, e non solo perché c'è il suo lavoro, ma, dice, «non posso pensare di non poter vedere più il sole che illumina le grotte, pescare nel fiume, parlare con tante gente che viene da lontano e guarda con meraviglia questo tesoro che si vuole distruggere». Il governo ha promesso il trasferimento e la ricollocazione della popolazione: «Hanno detto che trasferiranno e riprodurranno il minareto, anche le tombe, anzi stanno già esportando sassi, ma sarà tutto falso». Il cameriere Said dice che per lui non cambierà molto: «Non sono nato qui, e se mi daranno un lavoro e se la diga dovesse davvero servire a dare acqua ai campi, non ci soffrirei; le grotte non sono abitate adesso, molta gente se ne è andata negli anni della guerra, avevano paura, c'erano sempre i soldati».

Sono davvero molti anni che si parla della diga: Ruken, che mi accompagna, non era ancora nata e oggi è una delle attiviste che cercano di trovare vie alternative allo sviluppo dell'area senza che si costruisca la diga. Nel 1980 il governo turco ha avviato il Gap, Progetto Idrico per l'Anatolia Sud-Orientale, che prevede la costruzione di dighe e centrali idroelettriche lungo l'alto corso del Tigri e dell'Eufrate. Alcune sono già state costruite e si calcola che 320 villaggi siano stati evacuati, molto spesso con la forza, bombardamenti, incendi. Della diga di Ilisu si è ritornati a parlare solo nel 1999 dopo le dichiarazioni del cessate il fuoco unilaterale da parte del movimento di guerriglia, la condanna di Ocalan e la sospensione dell'emergenza militare. Venne creato un consorzio internazionale, guidato dalla banca svizzera Sulzer AG, disposta a finanziare e realizzare i lavori. Ma molte furono le mobilitazioni internazionali che sembrava avessero avuto l'effetto voluto: far desistere le ditte coinvolte, far rinascere le speranze di trovare vie alternative alla diga lavorando al contempo per un rilancio turistico di Hasankeyf. Un'illusione.

Oggi il governo ha ripreso il progetto e vuole fare presto, sostiene di voler terminare i lavori della diga entro il 2014. La Turchia è uno dei paesi al mondo con più progetti di dighe, la maggior parte e le più grandi delle quali proprio in territorio curdo: il Kurdistan turco è ricchissimo d'acqua e spesso tale ricchezza lo ha condannato a essere vittima di risvolti sociali, economici e politici gravi. La lotta militare per l'indipendenza della popolazione curda, prima, e la lotta di questi ultimi anni per la democrazia e il riconoscimento dell'identità politica e culturale curda è costata molto alla popolazione curda e turca. Migliaia di morti, una repressione brutale e il carcere per migliaia e migliaia di curdi da parte del governo turco. Negli anni '90, in una campagna militare contro il partito curdo Pkk, le forze di sicurezza turche distrussero 3.428 villaggi curdi: più di tre milioni di persone furono costrette ad abbandonare le terre d'origine, per essere sfollati nelle periferie delle grandi città, in improvvisati campi profughi come a Istanbul o a Dyarbakir, o come migliaia di attivisti costretti a fuggire dalla Turchia per non essere torturati e condannati ad anni e anni di prigione.

A questi si aggiungeranno gli sfollati provenienti dalle vallate sommerse dalle acque delle dighe previste dal Gap. Infatti, la diga di Ilisu continuerà l'opera di spopolamento: finiti i lavori sarà la seconda diga del paese, con una capacità di circa 10 kmu00B3 e una superficie di 313 kmu00B2, sommergerà 6mila ettari di terre arabili e il bacino idrico che si formerà inonderà una valle lunga 136 km, con una produzione di 3833 Gwh l'anno per 300 milioni di dollari di ricavati. Il rovescio della medaglia è ovviamente drammatico: oltre 289 siti d'inestimabile valore archeologico verranno spazzati via e più di 200 insediamenti umani saranno sommersi, costringendo 55mila persone allo sradicamento, alla perdita del lavoro, delle case o al trasferimento forzato in altre zone del paese, esposte all'esclusione sociale e all'emarginazione. Anche dal punto di vista ambientale la diga di Ilusu presenta delle falle e per questo viene duramente osteggiata dalle oltre 72 organizzazioni (centri culturali, municipalità locali, volontari, sindacati, associazioni per i diritti umani) attive in Turchia che chiedono la sopravvivenza di Hasankeyef, denunciando, oltre ai danni sulle popolazioni locali, i rischi di crolli della roccia su cui sorge il villaggio, non adatta a sostenere il carico generato dall'invaso, per la riduzione della bio-diversita a causa dei cambiamenti indotti negli ambienti fluviali, il rischio di scomparsa della fauna locale e quelli conseguenti all'aumento di umidità sui resti archeologici nonché sul rischio di variazione nel regime climatico dell'area e sulla possibilità della diffusione di infezioni e malattie, malaria in primis.

La diga di Ilisu, infine, nascerà a soli 65 km dal confine con la Siria e l'Iraq e sono imprevedibili le ripercussioni che il controllo delle acque del fiume da parte della Turchia avranno sugli equilibri geo-politici in una regione così precaria: la gestione e il trattamento delle acque di un fiume come il Tigri che attraversa più Paesi, dovrebbero essere regolamentati da leggi internazionali se si vuole allontanare il rischio di ripercussioni sulle popolazioni civili, che si vedranno diminuire la quantità e la qualità delle scorte di acqua, e quello di altri conflitti causati, questa volta non dal petrolio ma dalla preziosissima risorsa acqua. Se gli scopi delle dighe, è vero, sono la produzione di energia idroelettrica e l'utilizzo irriguo, è anche vero che la Turchia è ottava al mondo per energia geotermica utilizzabile, ma ne sfrutta solo il 2,7%, è ai primi posti in Europa come potenziale eolico sfruttabile, oltre ad avere un enorme potenziale solare.

Come si fa a non ascoltare allora le motivazioni di Ruken che parla di una diga a così breve distanza dai confini che può servire come area di sicurezza per possibili infiltrazioni di terroristi di Al Qaeda o di guerriglieri del Pkk e che in nome della sicurezza vengono ancora una volta sacrificati gli interessi della popolazione curda, che continua a subire limitazioni della propria libertà di espressione e del diritto di esistere come minoranza, a cominciare dal divieto di utilizzare la propria lingua nelle amministrazioni locali?

In questi mesi si vedrà se la mobilitazione di movimenti, politici e cittadini in Turchia come all'estero si riuscirà a salvare Hasankeyf. Intanto in Italia, attivisti di varie associazioni ecologiste e per i diritti umani (tra cui l'Associazione verso il Kurdistan, Arci e Legambiente, Donne in Nero, oltre che rappresentanti della Campagna per la Riforma per la Banca Mondiale) si sono già mobilitati, dandosi appuntamento lo scorso 18 luglio davanti alla sede di Unicredit a Milano per chiedere ai dirigenti della banca di ritirare il sostegno economico al progetto della diga. La Unicredit, infatti, attraverso la società controllata Austria Bank Creditanstalt è coinvolta nel finanziamento per un totale di 280 milioni di euro. Una petizione è tuttora in corso in Italia (www.acquasuav.org; acquasuav@yahoo.it) come in altri Paesi Europei e in Germania e in Svizzera alcune Ong hanno consegnato 37mila firme contro tale progetto. Un primo risultato delle mobilitazioni comunque si è raggiunto nelle scorse settimane con il ritiro della Zuercher Kantonalbank che ha ceduto alle pressioni dei cittadini svizzeri.

Vedremo se con il nuovo parlamento e la presenza della minoranza curda, in tutto 22 deputati, si riuscirà a fare in modo che Hasankeyf non sparisca, portando avanti nello stesso tempo la lotta democratica per i diritti della popolazione curda. Chissà forse davvero come diceva Leyla Zana, quando ancora era in prigione e mentre veniva giudicata al processo, il futuro della Turchia è quello dell'arcobaleno.

Liberazione, 29 luglio 2007

Tombe etrusche intatte dopo duemila anni

Tombe etrusche intatte dopo duemila anni
IRENE BLUNDO
LA NAZIONE 12-08-2007

Eccezionale scoperta a Civitella Paganico Roride giorno e notte per il timore dei furti

INVIOLATA per oltre duemila anni. Nascosta dalla vegetazione del bosco e da rigogliosi lecci, una tomba etnisca del periodo Ellenistico è stata scoperta a Casenovole. Una piccola località nel comune di Civitella Paganico, a 45 chilometri da Grosseto. Un ritrovamento archeologico di grande significato. Un colpo sfuggito anche ai più esperti tombaroli. Già sedici le urne cinerarie venute alla luce, insieme a vasi di bronzo e ceramica, E a monete che potranno dirci con certezza il periodo della sepoltura. Ma è ancora troppo presto per lare un bilancio. Le operazioni andranno avanti almeno per altri due giorni.
VICINO al medievale castello di Casenovole, l'associazione archeologica «Odysseus» sta conducendo gli scavi in collaborazione con la Soprintendenza ai Beni archeologici di Siena. «E' noto che questa sia una zona di insediamento etrusco, rna non pensavamo certo di trovarci di fronte a una scoperta così emozionante. Da questo poggettino ricoperto di alberi - spiega l'archeologo And rea Marcocci, presidente di Odysseus — si intravedevano le due pareti laterali di pietra scavata che compongono il dromos, il corridoio di accesso alla carriera funeraria vera e propria, posta sotto terra. E iti alto, sotto una grande radice, sì scorgeva una cavità. La gioia più grande, comunque, è stata vedere che tutto era intatto. L'importanza della sepoltura è stata subito evidente quando abbiamo trovato i primi reperti nel dromos, perché si tratta di ceramiche e vasellame di pregio. Le urne in pietra sono tre, di cui una con decorazione floreale con croce celtica. Le altre sono in terracotta con coperchio a ciotola». Al loro interno le ceneri dei defunti e frammenti di ossa.
MA NON C'È neanche il tempo di analizzare, o più semplicemente di osservare. Gli archeologici, guidati da Andrea Marcocci «armato» di pennello e trowel, procedono senza sosia nel loro paziente e delicato lavoro. Strato dopo strato affiorano tracce di storia. L'eccitazione è palpabile, Ma l'imperativo è portare via tutto il prima possibile, per metterlo al sicuro al Comune di Civitella Paganico. Almeno per il momento. Anche se il guaio, adesso che la notizia del ritrovamento si è diffusa, è garantire che nulla venga trafugato. Ci penserà una ronda che non perderà mai di vista il sito, né di giorno né di notte.
«A CINQUANTA metri da questa — racconta Andrea Marcocci — abbiamo già individuato un'altra tomba». E mentre parla, l'archeologo sporco di terra, accovacciato nella cavità della collinetta, scopre nuovi oggetti. Ecco uno specchietto con il manico intatto. Ecco un kyathos, e ancora altri vasi. Una torcia elettrica illumina i movimenti precisi e sicuri del nostro Indiana Jones. «La sepoltura dovrebbe risalire al 300 avanti Cristo — spiega il presidente di Odysseus — ma solo le analisi ci daranno con certezza la datazione di ogni oggetto. I reperti, infatti, potrebbero appartenere a epoche diverse».

Riflessioni su pensiero e tecnica

Corriere della Sera 28.4.08
Riflessioni su pensiero e tecnica
Severino e i valori dell'Occidente
di Leonardo Messinese

La lezione di Parmenide e il confronto con Gentile e Leopardi

Nel suo scritto sul «Corriere» («La filosofia salverà l'Europa », 6 aprile 2008) Emanuele Severino osserva che è «l'essenza del pensiero filosofico» a mostrare come il dispiegamento della «massima potenza» non sia più nelle mani di un «Dio eterno», ma in quelle della scienza e della tecnica. In un precedente intervento («Platone la Tecnica e il Mondo Globale», 22 marzo 2008), egli aveva rilevato che risulta vano appellarsi all'uno o all'altro dei «valori eterni» della civiltà occidentale per assicurare all'Europa la sua «salvezza ». Molto spesso gli scritti politico-culturali di Severino, isolati dal loro contesto teorico-fondativo, corrono il rischio di non essere adeguatamente compresi, mentre quel contesto è di primaria importanza. Propongo due riflessioni.
Quando Severino sottolinea l'estrema «rigorosità» presente nella «distruzione degli immutabili» operata dalla filosofia contemporanea — si pensi a Gentile, a Nietzsche e a Leopardi — non deve essere equivocato. Tale maggiore «verità» è soltanto la maggiore coerenza nell'«errore» che è comune agli «abitatori del tempo», i quali ritengono che sia evidente il «divenire» delle cose. Inoltre, il richiamo a non rapportarsi «ingenuamente» nei confronti della filosofia contemporanea, quando si intende discutere e affrontare praticamente i problemi attuali, in Severino, è accompagnato dall'avvertenza di non lasciare che i «conti della filosofia » siano eseguiti al di fuori della filosofia medesima. La questione essenziale, perciò, riguarda la determinazione del sapere metafisico fondamentale.
Osservo: mentre nella sua opera fondamentale del 1958, La struttura originaria, in nome della «verità dell'essere » era affermata la trascendenza di Dio e la creazione del mondo, a partire dagli scritti raccolti in Essenza del nichilismo (1972), fino al recente Oltrepassare (Adelphi, 2007), tale verità è stata declinata da Severino quale critica della metafisica e dell'antropologia occidentale e anche di quella «cupido mortis » presente in modo sotterraneo nell'agire degli uomini, nel loro affannarsi a «costruire » il mondo e la storia, nel loro preoccuparsi della «salvezza» mondana o della «salvezza eterna». Alla radice di tutto questo vi è la convinzione che ogni cosa nasca e muoia, che l'uomo stesso sia costituito di una natura mortale, che lo spinge ad allontanare da sé, mediante un «fare » artigiano, l'ora della morte.
Ci si deve chiedere: la «verità dell'essere» implica una critica così radicale dell'intera vicenda dei pensieri e delle opere dell'uomo «metafisico »? E, inoltre, qual è l'autentico rapporto di Severino con la tradizione occidentale? In effetti, il suo pensiero si mantiene all'interno dell'eredità della metafisica, per il persistere di una certa dimensione di «trascendenza», che lo distingue da quel superiore e assoluto «empirismo» costituito dall'attualismo immanentista di Giovanni Gentile. Più precisamente, a partire dalla «svolta» inaugurata da Ritornare a Parmenide (1964), Severino afferma una «differenza ontologica» tra l'essere e gli enti nella quale può essere colta una corrispondenza con la «differenza metafisica» tra Dio e il mondo. Si tratta di calibrare, quindi, il significato della «trascendenza » che caratterizza la seconda fase del pensiero severiniano. La «svolta» consiste nel venir meno della «trascendenza» in senso pienamente metafisico, cosicché Dio non è più l'Essere assoluto che crea liberamente il mondo. Nel successivo sviluppo, «dio» è divenuto per Severino la stessa totalità degli enti in quanto se ne sta fuori dell'apparire e, il «mondo », questa stessa totalità di enti in quanto si manifesta.
La discussione con Severino non dovrà mettere in dubbio il valore del Principio di Parmenide, ma dovrà riguardare gli sviluppi di quel Principio, che hanno portato il filosofo a negare la trascendenza metafisica dell'Essere assoluto, a «divinizzare» gli enti del mondo e a giudicare illusoria la fede cristiana sia nella sua dimensione «formale» di fede, sia nei «contenuti» offerti dalla Rivelazione. Tale discussione è di non poco conto, sia per la filosofia, che per la fede cristiana, ma anche per l'interpretazione del corso storico del pensiero occidentale.

domenica 27 aprile 2008

EGITTO: ARCHEOLOGIA, SCOPERTE GIGANTESCHE STATUE DEI FARAONI A LUXOR

EGITTO: ARCHEOLOGIA, SCOPERTE GIGANTESCHE STATUE DEI FARAONI A LUXOR

TRA DI ESSE ANCHE UNA COPPIA DI SFINGI IN GRANITO NERO
Il Cairo, 27 apr. - (Adnkronos) - Nuovi ed eccezionali ritrovamenti archeologici a Luxor, in Egitto, dove sono state state portate alla luce numerose gigantesche statue dell'eta' dei faraoni nell'area dei Colossi di Memnone, databili tra il 1.500 e il 1.200 a.C. Durante gli scavi della missione tedesco-egiziana, diretta dal professor Hourig Sourouzian, sono state scoperte una statua colossale raffigurante la regina Teye, una coppia di sfingi rappresentanti la coppia regale Amenhotep III-Teye ed altre statue dedicate alla dea leone Sekhmet.

sabato 26 aprile 2008

In Macedonia il sepolcro di Alessandro

LA SCOPERTA ARCHEOLOGICA In Macedonia il sepolcro di Alessandro
Emanuele Perugini
25/04/2008 IL MATTINO

È di Alessandro Magno e non del padre Filippo II il corredo funerario scoperto negli anni ’70 in una tomba in Macedonia. Ne sono convinti due archeologi, uno americano e l’altra greca, che hanno studiato in maniera approfondita il tumulo reale macedone portato alla luce nel 1977 da Manolis Andronikos nei pressi del villaggio di Verghinia. In particolare i due ricercatori ritengono che il corredo funerario scoperto in una delle tre tombe fosse in realtà appartenuto allo stesso Alessandro Magno e non a suo padre, assassinato da una congiura nel 336 avanti Cristo. come fino a oggi ritenuto. Tra i reperti tornati alla luce, un elmo di ferro, uno scettro lungo circa due metri, una corona d’argento, una meravigliosa corona d’oro, uno scudo da cerimonia, e tanti altri oggetti segni della dignità reale. Il cimitero reale macedone è costituito da un tumulo in cui sono state trovate tre tombe, una diversa dall’altra. Nella prima sono ospitati i resti di un uomo maturo, di una donna e di un neonato. Nella seconda sono stati trovati i resti di una giovane donna e di un uomo maturo. Infine nella terza sepoltura, caratterizzata da due ampie sale a volta, i resti di un adolescente. In una lunga intervista rilasciata al «National Geographic», Eugene N. Borza, professore della Pennsylvania State University, e Olga Palagia, dell’Università di Atene, spiegano come sono arrivati alla loro clamorosa scoperta. «Più lavoriamo - racconta Borza - e più emergono indizi a supporto della nostra interpretazione». Gli indizi più evidenti sono le tecniche di costruzione (la volta a botte, la cui prima apparizione in Grecia risale al 320 avanti Cristo) e la pittura che riporta motivi già orientalizzanti: lasciano quindi supporre di essere stati realizzati dopo la spedizione di Alessandro Magno in Asia. Un altro indizio è poi rappresentato dal lungo scettro, uguale a quello che viene raffigurato su molte monete coniate all’epoca di Alessandro Magno. Infine, nella tomba sono stati scoperti dei piccoli vascelli d’argento il cui carico è indicato con un’età di misura introdotta da Alessandro. «Questo - sottolinea Borza - vuol dire che la seconda tomba non è di Filippo II ma di un suo discendente. Probabilmente appartiene a Filippo III Arrideo, fratellastro di Alessandro che prese i simboli del potere reale per accreditare agli occhi dei sudditi la sua ascesa al trono dopo la morte di Alessandro Magno. Filippo II sarebbe invece quello sepolto nella prima tomba, mentre nella terza tomba ci sono le spoglie del figlio di Alessandro Magno e di Rossane, Alessandro IV, ucciso quando era ancora un ragazzo».

venerdì 25 aprile 2008

Lombardia, una tomba di cemento per il verde

Lombardia, una tomba di cemento per il verde
Coldiretti Milano e Lodi
Il Manifesto (Milano) 24/04/2008

Una colata di cemento si sta mangiando i campi della Lombardia.
A lanciare l`allarme sono le associazioni delle imprese agricole, Coldiretti di Milano e Lodi, Confagricoltura e Cia che hanno presentato i dati sul trend di scomparsa delle aree verdi attorno al capoluogo e nelle altre province della regione.
Fra la provincia di Milano e l`area metropolitana si arriva, secondo dati del Politecnico, a oltre il 42 per cento del consumo di suolo con quasi 840 chilometri quadrati fra terreni già urbanizzati e altri ancora da edificare. La situazione peggiore si registra nella zona a nord di Milano (con una fetta già consumata e a rischio dell`83 per cento), all`interno del capoluogo (70 per cento), nel Rhodense e nel Legnanese che si attestano sul 58 per cento e la Brianza sul 54 per cento. "A forza di asfalto e cemento rischiamo di trovarci senza più terreni sufficienti da coltivare, con un conseguente danno per l`ambiente.
Noi non siamo contro tutto a priori, ma serve una politica di concertazione sull`uso del territorio che veda coinvolto in prima persona chi di questo territorio si occupa, fra cui noi", dicono gli agricoltori, che in questa battaglia sono affiancati da Legambiente, Wwf, Fai e associazioni dei consumatori.
Attorno al capoluogo lombardo c`è la situazione peggiore con la Tem (Tangenziale est esterna) che per 40 chilometri attraverserà il Parco agricolo Sud Milano, con la Brebemi che si collegherà alla Tem all`altezza di Melzo, con raddoppio della Paullese fra Milano e Crema, con il collegamento della Tem alla Cerca nell`area di Melegnano. Senza dimenticare poi tutto il sistema degli accessi alla Fiera e all`aeroporto di Malpensa, i collegamenti fra la Padana superiore e la Tangenziale Ovest con 14 svincoli fra Abbiategrasso e Magenta e il collegamento a nord con la Boffalora-Malpensa.
"Se andiamo avanti così più che infrastrutture in mezzo alla campagna lombarda, ci ritroveremo una spianata di capannoni e strade punteggiata ogni tanto da qualche terreno agricolo.
Un paradosso, vista l`importanza che le coltivazioni hanno sempre avuto e che stanno assumendo ancora di più oggi anche a livello internazionale -afferma Carlo Franciosi, presidente della Coldiretti di Milano e Lodi - Il suolo non è una risorsa infinita. Non si può certo pensare di coltivare grano e mais sulla corsia di sorpasso della tangenziale o della Brebemi, o di trasformare l`ingresso di una cascina in un casello della Brebemi. Serve una mobilitazione che salvaguardi le aree agricole come zone ad alto valore ambientale evitando che finiscano cannibalizzate da strade che molte volte invece di diminuire il traffico, al contrario lo aumentano, con inquinamento e smog".
L`avanzata del cemento sta colpendo anche il sud della Lombardia, fra le province di Mantova, Lodi e Pavia, dove si stanno espandendo capannoni, strade e poli logistici. Secondo dati raccolti da Legambiente, fra il 1999 e il 2004, a Mantova
ogni anno sono spariti oltre 6 milioni di metri quadrati di terreni verdi, a Lodi oltre 2 milioni, a Pavia quasi 5 milioni e mezzo. Con indici di consumo procapite per abitante fra i più alti della Lombardia: 16 a Mantova, 11 a Lodi e anche a Pavia. Secondo gli agricoltori serve un atteggiamento responsabile degli enti locali per quanto riguarda le pianificazioni urbanistiche e i via libera a insediamenti che potrebbero stravolgere le ultime aree verdi rimaste. Una posizione condivisa anche da ambientalisti e consumatori con i quali Coldiretti, Confagricoltura e Cia stanno dando vita a un patto per la difesa del territorio.
(Coldiretti Milano e Lodi)

mercoledì 23 aprile 2008

L'altra guerra in Iraq "Ci rubano la storia". I siti delle città sumere devastati dai ladri. E dalle basi americane

L'altra guerra in Iraq "Ci rubano la storia". I siti delle città sumere devastati dai ladri. E dalle basi americane
Giordano Stabile
LA STAMPA, 20-09-2007

Disperati appelli degli archeologi «Danni incalcolabili»

“E la fine della storia», ha titolato il quotidiano inglese The Independent citando la sconsolata archeologa libanese Joanne Farchakh. Fine della storia, ma non nel senso di Fujimori e nella sperata cessazione di tutti i conflitti per l'umanità. Quello che sta finendo in Iraq sono le basi materiali della storia, le testimonianze delle antiche civiltà, le prime società urbane comparse sulla Terra, assieme alla matematica, l'astronomia, la scrittura.
Dal 2003, impunemente, venti chilometri quadrati di antichissimi insediamenti urbani sono stati scavati dai ladri, distruggendo tutto tranne i gioielli e gli altri oggetti facilmente vendibili sul mercato dei collezionisti di reperti archeologici. «Non un metro di queste capitali sumere, che giacevano sotto la sabbia da più di quattromila anni, è stato risparmiato», contabilizza Farchakh, che nel 2003 fece da consulente nelle ricerche sugli oggetti depredati dal Museo Archeologico di Baghdad, subito dopo la caduta di Saddam Hussein.
Poca roba, rispetto a quello che è successo nei quattro anni seguenti. «Ci sono l0mila siti archeologici in questo paese. Solo nella provincia di Nassiriya ci sono 840 siti sumeri. Alessandro Magno poteva magari distruggere una città, ma poi ne costruiva una nuova. Ora i ladri stanno spianando tutto fino alle fondamenta che posano sulla roccia: sono organizzati sempre meglio, hanno soldi, finanziatori, sembrano cercare su commissione».
Si dice che l'Iraq abbia due immensi giacimenti: quelli di petrolio (le seconde riserve accertate al mondo, dopo l'Arabia Saudita) e quelli archeologici. L'interesse delle potenze occidentali per quella che fu la «culla della civiltà», assieme all'Egitto, è andata di pari passo con l'interesse per questi giacimenti. I primi ad arrivare furono gli inglesi, che vedevano nel paese tra i due fiumi, allora provincia dell'Impero ottomano, una ghiotta scorciatoia tra l'India e la madrepatria, da presidiare attentamente.
Le scoperte archeologiche furono all'inizio un sottoprodotto di quella presenza, ma nel giro di pochi decenni l'Iraq divenne la più grande miniera a cielo aperto di tesori antichi. Fra il 1811 e il 1817 Claudius James Rich scopriva le rovine di Babilonia e nel 1825 il British Museum acquistava le prime celebri tavolette d'argilla scritte in caratteri cuneiformi. I primi scavi furono però condotti dal francese Paul Emile Botta nel 1842, il quale ritrovò il Palazzo del Re Sargon (710 avanti Cristo) con i mastodontici tori alati dalle teste barbute, che finirono al Louvre di Parigi.
Alla fine dell'Ottocento Hormurd Rassam scoprì la Biblioteca del Re Assurbanipal a Ninive, composta da centinaia e centinaia di tavolette di argilla, decifrate da George Smith, su alcune delle quali era riportata l'Epopea di Gilgamesh, scritta prima di Omero e della Bibbia. Tutto questo ben di Dio è oggi conservato nel British Museum di Londra. Era una corsa all'Iraq, un po' come quella, contemporanea, all'Africa. Solo che qui, oltre al fucile, c'erano anche piccone, cazzuola e scopino.
I tedeschi, organizzati in maniera mirabile nella Società orientale germanica, scoprirono nel 1899 a Babilonia la Porta di Ishtar, la strada delle Processioni, le mura di cinta difese da trecento torri. La Porta di Ishtar con le sue murature in mattoni invetriati, decorati da oltre cento leoni e tori smaltati, negli splendidi colori azzurro e giallo, è la principale attrazione del Museo archeologico di Berlino, un'attrazione che da sola vale il viaggio.
La tremenda depredazione coloniale ha avuto almeno il merito di conservare le incredibili testimonianze delle civiltà babilonese e sumera e portarle a due passi da casa nostra. La depredazione neo-coloniale è invece indirizzata soltanto a case private. Una tavoletta cuneiforme sumera viene pagata sul posto 50 dollari e può valere sul mercato clandestino in Occidente fino a mille volte tanto, per un collezionista esperto e accanito. E il rischio di essere scoperti è pari a zero.
In Iraq il rischio semmai è per chi cerca di fermare il trafugatori. La polizia irachena si è scontrata con una rete ben organizzata e spietata, che si appoggia su solide basi tribali. Nel 2005 agenti della dogana irachena arrestarono una banda nella città di Al Fajir, vicino a Nassiriya. Centinaia di reperti vennero recuperati e subito spediti al Museo archeologico di Baghdad con un convoglio. A poche decine di chilometri dalla capitale le auto furono bloccate, otto agenti uccisi, i corpi bruciati e lasciati nel deserto come monito alle forze dell'ordine.
Le truppe della coalizione non sono quasi mai intervenute. E se sì, hanno fatto più danni che altro. La base costruita dagli americani nell'antica Babilonia, messa lì ufficialmente «per proteggere il sito», si è rivelata un disastro. Il passaggio dei mezzi pesanti e delle jeep blindate ha sbriciolato i muri di mattoni a secco. «È stato come sottoporli a un continuo terremoto», commenta l'archeologo Zainab Bahrani. «I danni sono estesi e irreparabili. Se davvero gli americani volevano proteggerla, sarebbe stato più sensato piazzare guardie attorno al sito, non costruirci sopra il più grande quartier generale della coalizione».
E non ci sono soltanto quelli che noi verrebbero chiamati «tombaroli». I contadini iracheni vedono nei siti, scrive ancora Joanne Farchakh, «un campo che produce terracotte antiche». Non si può chiedere a quella popolazione poverissima di avere una sensibilità per i beni archeologici che a stento si trova nella ricca Europa. «Un sigillo, una scultura, una tavoletta possono valere la metà di quanto guadagna in un mese un impiegato statale. Gli scavi illegali sono per loro una parte di una normale giornata di lavoro».
Una soluzione potrebbe essere quella praticata dall'archeologo italiano Giovanni Pettinato, uno dei più ....

Cerveteri, il miracolo di due tombe intatte

Cerveteri, il miracolo di due tombe intatte
Paolo Fallai
Corriere della Sera, 22 settembre 2007

Archeologia. Un ritrovamento straordinario ai margini della piazza Sacra: giovedì prossimo l'inaugurazione dell'area

Corredi funerari, vasi e specchi bronzei: la Necropoli è ancora più ricca
Non è solo un'area sacra da oltre tremila anni: Cerveteri è veramente il luogo dei miracoli. L'ultima testimonianza è la scoperta di due tombe completamente intatte ai margini della piazza sacra, scavata con passione di fianco alla Tomba delle Cinque Sedie. Un ritrovamento straordinario in un'area che non ha uguali in tutta l'Etruria. Siamo a quaranta chilometri da Roma, nel pianoro della Banditacela, do ve si trova la più estesa (circa 150 ettari) tra le Necropoli Ceretane. Qui si trovano testimonianze di tutto il millennio etrusco, dal periodo villanoviano al secondo secolo.
Protagonista di questo ritrovamento il Gruppo Archeologico Romano che dal 2003, grazie ad una convenzione stipulata con la Soprintendenza archeologica, ha trasformato l'area della Tomba delle Cinque Sedie da un'ipotesi di ricerca, in un sito eccezionale, metà tomba, metà, tempio, tra i più importanti di tutta la Necropoli. Ci vuole passione, determinazione e competenza per scavare, esaminare e portare via 400 camion di terra, dopo averla attentamente vagliata. Il risultato è una catena di ritrovamenti.
Prima di tutto la splendida grande piazza riservata alle cerimonie sacre, trovata cinque metri al di sotto dell'attuale livello stradale, con due scale etrusche scavate nel tufo e ancora in ottimo stato di conservazione: sull'area si aprono 11 tombe, tra cui 9 tra «a camera» e «a fossa» e due di bambini.
Il racconto di Vittoria Carulli, presidente del Gruppo Archeologico Romano, sezione di Cerveteri, restituisce l'emozione dell'ultima scoperta: «Abbiamo ritrovato due tombe completamente intatte, sfuggite, miracolosamente, ai clandestini, con integri 1 due corredi funerari con trenta pezzi fra i quali spicca una oìkonoe con sopra dipinti dei fiori di loto ed una danzatrice dipinta di bianco. Sono stati recuperati anche due specchi bronzei di cui uno, magnifico, inciso, cosa piuttosto rara, con il mito di Leda ed il Cigno. È stato ritrovato anche un vaso panatenaico a figure nere del VI secolo con dipinti due atleti in corsa con alle loro spalle un uomo seduto, forse un giudice, ed un altro in atto di premiarli all'arrivo».
«Nei corredi - prosegue il racconto di Vittoria Carulli - anche molti vasetti dipinti con civette (qualcuno era particolarmente dedito a Minerva) e palmette laterali. Abbiamo trovato anche 35 cippi funerari. Come è noto quelli a colonna (falli) distinguevano gli uomini, quelli a casetta le donne, di cui uno a casetta lungo ben metri 1,07 tra i più grandi di tutta l'Etruria e con una strana peculiarità: il tetto a pagoda. Fra l'altro vanno segnalate anche due lapis manalis con ancora infissi, quindi mai rimossi, i due cippi. Le lapis manalis sono quei tufi squadrati con sopra sulla parte superiore al centro scavato un alveo, nel quale gli etruschi ponevano a tappo questa sorta di pietra ovoidale. Il giorno dei defunti toglievano il sasso affinchè si liberasse l'anima del morto per averlo accanto durante tutto lo svolgersi della giornata, alla fine rimettevano il "sasso" in sede. Su questa usanza etrusca i romani "motteggiavano" molto. Sono state ritrovate anche molte ossa e molte dentature nelle quali si vedono, benissimo, pure le varie carie».
La Tomba delle Cinque Sedie fu scoperta nel 1866 dal Castellani, una ricca famiglia di orafi. È situata ai margini occidentali del pianoro della Banditacela e risale alla seconda metà del VII secolo a.C. (650 - 625 a.C). Costituito da tre camere e dromos di accesso scavati nel tufo, il Sepolcro prende il nome dai cinque tronetti, scolpiti in sequenza nella parete sinistra di una camera laterale.
La grande piazza sacra - sottolinea ancora Vittoria Carulli - «sia per la sua ampiezza, sia per la sua peculiarità architettonica e per la voluta scenografia, non ha attualmente alcun riscontro di questa portata nei luoghi etruschi finora esplorati». L'area sarà aperta ufficialmente il prossimo 27 settembre con un concerto.

Ebla, Dove le donne avevano prestigio e potere, già 2300 anni a.C.

Archeologia. EBLA. Le due regine d'oro e d'argento. Le straordinarie scoperte dei ricercatori della Sapienza nell'antica città della Siria. Dove le donne avevano prestigio e potere, già 2300 anni a.C.
PAOLO MATTHIAE
il Messaggero, 15 ottobre 2007

UN’ATMOSFERA raffinata e un prestigio inatteso circondavano le donne alla corte di Ebla 2300 anni prima di Cristo, quando Sargon di Akkad ”il signore delle battaglie”, dalla Bassa Mesopotamia risalendo il corso dell’Eufrate, intervenne in Alta Siria e sconvolse quel mondo sofisticato, dove potenti ed abili politici, cresciuti in un mondo profondamente impegnato delle contemporanea cultura di Sumer, concepivano ambiziosi progetti imperiali. Come non accadeva in alcuna altra parte del mondo civilizzato di quei tempi, nel palazzo di Ebla durante il governo del re Ishar-Damu, che proprio al grande Sargon dovette soccombere, gli anni di regno spesso prendevano il nome da eventi ed opere delle regine: così, un anno si denominava da un viaggio della regina in una città lontana e un altro dalla nascita di un principe. La regina, in un numero amplissimo di testi dei famosi Archivi Reali del 2350-2300 a.C., compare sempre, in molti atti e cerimonie di stato subito dopo il sovrano e prima dei più alti dignitari del regno.
Finora, tuttavia, nessuna immagine ci era giunta di queste potenti dame della grande città protosiriana che in così alto onore teneva le sue regine, le sue principesse e le sue sacerdotesse. Nella campagna appena conclusa dalla Missione dell’Università La Sapienza di Roma, che ha operato sul sito archeologico per undici settimane portando a termine il 44° anno di scavo, sono state scoperte due splendide statuette in miniatura raffiguranti due regine, una in oro, marmo, legno, steatite e diaspro e l’altra in argento, steatite e legno. La regina stante, in argento, era rappresentata in raccoglimento, a capo scoperto, con una mano chiusa contro una guancia secondo un atteggiamento che avrà lunghissima storia nell’arte della Siria fin in età classica, mentre la regina in trono era raffigurata con un pesante mantello di ciocche di lana, con un’elaboratissima acconciatura tipicamente regale mentre sorregge una coppetta con un braccio proteso.
Le due figura regali femminili formavano un gruppo statuario in miniatura di cui faceva parte anche un incensiere di bronzo, scoperto intatto, che doveva trovarsi tra le due figure. La scena doveva riprodurre l’adorazione da parte dell’ultima regina di Ebla della statua di una regina defunta divinizzata, davanti a cui, appunto, era fatta un’offerta di incenso. Questo singolare piccolo gruppo statuario, tanto prezioso quanto unico nell’arte dell’intero Oriente antico, doveva trovarsi montato su uno stendardo con manico di bronzo di cui sono stati trovati alcuni resti. Era con ogni probabilità un’insegna regale della consorte di Ishar-Damu, regnante quando Sargon invase e distrusse la città.
L’opera è un eccezionale capolavoro dell’arte miniaturistica di Ebla senza paragoni nelle produzioni artistiche dell’Oriente antico, impressionante per raffinatezza di esecuzione e per maturità stilistica. Insieme ad altre opere del Palazzo Reale di Ebla distrutto dal fondatore dell’impero di Akkad, questa splendida insegna è la prova definitiva di quanto la grande arte naturistica di Akkad debba alle sofisticate produzioni palatine della metropoli d’Alta Siria.
La regina raffigurata nell’insegna della nuova sensazionale scoperta è certo colei che per ultima compì, nella lunga storia di Ebla, il complesso cerimoniale descritto nei testi del ”Rituale della Regalità” degli Archivi Reali eblaiti, che si apriva, all’inizio della prima delle tre settimane di questa fondamentale cerimonia d’investitura regia, nel Tempio di Kura, il capo del pantheon eblaita. È questo santuraio, individuato nel 2004, che è stato scavato nella campagna appena conclusa, un imponente edificio di circa metri 30X20, con alzati in mattoni crudi conservati fino a 3,50 metri, che è stato denominato il Tempio della Roccia. Oggi che da poche settimane la cella è stata completamente riportata alla luce, rivelando un’ampia cavità ellissoidale con tre pozzi che penetrano nelle viscere della terra, appare chiaro il grande significato naturale, mitico e storico di questo monumento insigne, che è il più antico edificio sacro della Siria interna.
Il Tempio della Roccia deve essere sorto sul luogo di una fonte, che era considerata certo ad un tempo l’ingresso alla sede del dio Kura, signore degli abissi e delle acque dolci che recano la fertilità, e luogo originario dell’insediamento stesso di Ebla. Il ”Rituale della Regalità” ricorda che le cerimonie dell’insediamento del re e della regina iniziavano presso le mura vicino alla Porta di Kura in un tempio in cui la regina si abbigliava con le vesti e i veli cerimoniali che avrebbe indossato per tutte le tre settimane del rituale, visitando, con i simulacri del dio e della sua paredra, i mausolei dei sovrani defunti e divinizzati cui venivano resi ricchi sacrifici. Al termine delle tre settimane il re e la regina, immagini di Kura e della sua signora, facevano il loro ingresso nel tempio dinastico di Kura sull’Acropoli, presso il Palazzo Reale, divenendo i legittimi signori della potente città protetta da Kura.
Le scoperte del Tempio della Roccia e delle immagini scultoree delle regine di Ebla sono un evento straordinario dell’archeologia orientale per almeno tre motivi maggiori. In primo luogo, recano una luce inattesa sul ruolo unico delle regine nella Ebla protosiriana nella storia più antica di una regione che ancora in età romana darà all’impero, oltre alcune imperatrici della regione di Emesa, il più importante culto di una grande dea, quella che i Romani stessi chiamavano la ”Dea Siriana”, venerata nella stessa capitale dell’impero. In secondo luogo, sono testimonianze impressionanti dell’architettura e dell’arte antichissima di Ebla nel suo periodo di massimo splendore, quando fu temibile rivale dell’Akkad del grande Sargon, rivelando ancora una volta che la Sira nella seconda metà del III millennio a.C. era un centro culturale di straordinario fulgore, che rivaleggiava con l’Egitto dell’Antico Regno e con la Mesopotamia sumerica. Infine, costituiscono la prova inattesa di una continuità artistica, culturale e ideologica sul ruolo unico della donna in una delle più antiche civiltà urbane del Mediterraneo, che ha attraversato i secoli nel segno di un’originalità particolarissima che conferiva una dignità senza confronti alla donna nella concezione stessa della civiltà.

martedì 22 aprile 2008

A Palazzo Te cento capolavori dell´arte greca

A Palazzo Te cento capolavori dell´arte greca
CHIARA GATTI
MARTEDÌ, 22 APRILE 2008 LA REPUBBLICA - Milano

Nella vivace capitale dei Gonzaga fioriscono gli eventi di qualità Eccone due per il lungo weekend

«C´è un solo modo per noi di diventare grandi e forse ineguagliati ed è l´imitazione degli antichi». Lo diceva Winckelmann, il celebre archeologo e storico dell´arte settecentesco, i cui insegnamenti aleggiano sullo sfondo della mostra La forza del bello, dedicata al mito della Grecia classica, curata da un antichista coi fiocchi come Salvatore Settis e da Maria Luisa Catoni (catalogo Skira) nelle sale affrescate di Palazzo Te a Mantova.
Qui 120 capolavori arrivati dai musei di mezzo mondo sono al centro di una mostra che ribadisce il ruolo di capitale della cultura ormai conquistato da Mantova a dieci anni dal primo Festivaletteraura, intelligente e fortunato apripista di tutta una serie di eventi successivi. Filo rosso del percorso: l´ossessione che autori come Winckelmann, Canova e Thorvaldsen, nutrirono per l´arte classica e per i suoi ideali di armonia ed equilibrio cui l´uomo moderno avrebbe dovuto ispirarsi per risollevare, in tempi bui, il livello delle sue virtù etiche e civili. Missione difficile. E infatti molti capitolarono. Piranesi iniziò a incidere vedute di una Roma fatiscente, coi monumenti strangolati dai rampicanti. Il pittore svizzero Füssli si ritrasse in lacrime accanto ai resti del colosso di Costantino. Come a dire che il confronto col passato era insostenibile. La grandezza di autori mitici, del calibro di Policleto, Fidia o Apelle, era diventata nei secoli una leggenda; e la bellezza di opere immortali, corpi di menadi, busti di filosofi, satiri di bronzo ed eroi di marmo candido, si rivelò come una pietra di paragone umiliante. Un miraggio che aveva messo in ginocchio anche i mostri sacri del Rinascimento. Michelangelo venerò il Torso del Belvedere sino a quando, vecchio e cieco, ordinò agli allievi di accompagnarlo ad accarezzare i suoi muscoli turgidi. Potenza del bello. Cui, all´inizio, si arresero – come svela la sezione centrale (e più nutrita) della mostra – persino i romani, conquistatori del mondo ellenico, ma che la Grecia conquistò di rimbalzo piegando, diceva Orazio, «i suoi selvaggi vincitori» con la forza dell´eleganza, arma segreta di ogni oggetto esposto: dai reperti del VII secolo a.C. alle scoperte archeologiche dell´Ottocento, fino alle recenti restituzioni del Getty Museum, i chiacchierati Grifoni carpiti dall´ex ministro della cultura Rutelli al museo di Malibu e che solo giovedì approderanno in mostra. Per unirsi al famoso Torso di kouros di Firenze, al Cratere di Vix, il più grande vaso dell´antichità, alla sexy-Afrodite della Domus Aurea e una menade dormiente i cui glutei scoperti sono un miracolo di perfezione ed erotismo.

lunedì 21 aprile 2008

Salvator Rosa. L'artista più amato dai romantici

La Repubblica 21.4.08
Salvator Rosa. L'artista più amato dai romantici

Lavorò a lungo per la corte medicea ma dopo una lite tornò a Roma
Il merito di aver ristabilito la realtà è di Luigi Salerno con la biografia
Il mito di un personaggio guascone, mago, filosofo e brigante
Per la prima volta l´Italia dedica un´intera rassegna all´esuberante pittore: al museo di Capodimonte

NAPOLI. Rimasto finora ai margini della grande abbuffata espositiva di questi ultimi decenni, Salvator Rosa è tornato prepotentemente alla ribalta in questi mesi, prima come uno dei principali poli d´attrazione dell´eccellente rassegna sulla pittura napoletana del ‘600 nelle collezioni medicee, tenutasi di recente agli Uffizi, ed ora, nella sua Napoli, come protagonista assoluto della prima mostra monografica che gli sia stata dedicata in Italia (Salvator Rosa tra mito e magia, Museo di Capodimonte, fino al 29 giugno).
Nato nel 1615 a Napoli, ma attivo principalmente in Toscana, dove si trattenne per nove anni al servizio dei Medici, e a Roma, dove svolse la maggior parte della sua carriera morendovi nel ‘73, Rosa fu un artista vivacissimo e dalla personalità esuberante, che non si limitò a produrre un gran numero di dipinti, ma si cimentò in molteplici attività, atteggiandosi a filosofo, scrivendo componimenti poetici, dilettandosi di musica e recitando in commedie.
Apprezzatissimo in vita soprattutto per i suoi quadri di genere - furiose battaglie, paesaggi aspri e selvatici animati da figurine di zingari, pitocchi e soldati di ventura, ma anche soggetti capricciosi a sfondo stregonesco - , Rosa godette di un´immensa fama postuma, specie tra fine Sette e Ottocento, ma tale da stravolgerne completamente la reale fisionomia storica. Affascinato dai suoi istrionici autoritratti e dai suoi dipinti, interpretati in chiave di sublime e pittoresco, il Romanticismo europeo, ed in particolare d´Oltremanica, confuse allegramente arte e vita, scambiando il pittore per i suoi personaggi e costruendo il mito di un artista guascone ed abile spadaccino, mago e alchimista, per metà filosofo e per metà brigante, in un crescendo onirico il cui estremo prodotto fu addirittura un delizioso film girato da Blasetti nel ‘39, in cui il giovane Gino Cervi interpretava la parte di un Rosa vezzeggiato dalla corte napoletana, ma che in segreto, nascondendosi sotto una maschera carnevalesca, riattizzava la ribellione popolare, sopita dopo l´amaro fallimento di Masaniello.
Il merito di aver demolito l´ingombrante sovrastruttura che si era incrostata sulla figura storica del Rosa va attribuito principalmente a Luigi Salerno, che dedicò al pittore una monografia nel 1963. Ma nell´immagine dell´artista delineata da quella meritoria revisione storiografica sopravvive ancora qualche residuo del mito romantico che ne ha offuscato per secoli la vera identità.
L´identikit tratteggiato da Salerno è senz´altro più attendibile, ma forse ancora un po´ troppo sbilanciato in favore di un´interpretazione del pittore come fiero esponente del «dissenso», artista che in nome dello stoicismo denuncia il lusso delle corti, anticipando con i suoi atteggiamenti, laici e spregiudicati, i philosophes dell´età dei Lumi.
La grande mostra monografica che si è aperta in questi giorni a Capodimonte non è pertanto solo un evento di richiamo per il grande pubblico, ma anche una preziosa occasione di studio in vista di un più aderente e approfondito bilancio critico su questo artista singolare, ma ancora un po´ misterioso. Ne è garanzia l´ampia ed intelligente selezione compiuta dal Comitato scientifico presieduto da Marco Chiarini, che ci consente di ammirare e confrontare tra loro oltre ottanta dipinti dell´artista, cui si affianca un´adeguata rappresentanza di sue incisioni.
Rosa è artista eclettico che sa abbeverarsi alle fonti più diverse, ma non dimentica mai l´imprinting ricevuto a Napoli dal cognato Francesco Fracanzano, e soprattutto dal vivace e colorito naturalismo di Aniello Falcone. A Roma, dove si recò poco più che ventenne, si fece subito apprezzare per i soggetti di genere, ma si segnalò anche per l´intraprendenza e l´aggressività polemica con cui attaccava l´establishment culturale dominato da Bernini. Il biografo Giovan Battista Passeri, che lo conobbe bene, ce ne offre un ritratto vividissimo: «Salvatore fu di presenza curiosa, perché essendo di statura mediocre, mostrava nell´abilità della vita qualche sveltezza e leggiadria: assai bruno nel colore del viso, ma di una brunezza africana, che non era dispiacevole. Gl´occhi suoi erano turchini, ma vivaci a gran segno; di capelli negri e folti, li quali gli scendevano sopra le spalle ondeggianti e ben disposti naturalmente. Vestiva galante, ma senza gale e superfluità».
A Roma entrò in contatto con quegli ambienti intellettuali che si ispiravano al classicismo e alla filosofia stoica, attorno ai quali ruotavano anche pittori del calibro di Poussin e di Pietro Testa, ma fu a Firenze, dove si recò nel 1639 trattenendosi per quasi un decennio, che strinse i maggiori legami intellettuali: con scienziati come Evangelista Torricelli, allievo di Galilei, e con letterati come Valerio Chimentelli, Andrea Cavalcanti e il cattedratico di Pisa Giovan Battista Ricciardi, che gli rimase indefettibilmente amico per tutta la vita. Con essi Rosa fondò l´Accademia dei Percossi, che si riuniva nella sua dimora della Croce al Trebbio per rianimare l´antica usanza delle Compagnie fiorentine, organizzando cene a tema, in cui si recitavano poesie satiriche e ci si cimentava nella recita di commedie «all´improvvisa».
Comincia a manifestarsi già a Firenze, dove l´artista lavora intensamente per la corte medicea e la nobiltà cittadina, quel dissidio tra l´inclinazione di Rosa a dipingere grandi quadri di storia, in cui riversare temi allegorico-filosofici tratti dalle fonti classiche, e il favore di una committenza che di lui apprezzava soprattutto le battaglie, le marine, i paesaggi aspri e pittoreschi e i capricci negromantici. Un dissidio che si acuirà ancor più dopo il definitivo ritorno dell´artista a Roma nel ‘48-´49, e su cui vale di nuovo la pena di citare un illuminante brano del Passeri: «Gran contrasto hebbe nell´animo suo per voler sostenere che le figure di sua mano della grandezza del naturale fussero della stessa vaglia quanto quelle di minore proporzione...et era entrato in una smania così inquieta per tante opposizioni che ne sentiva, che si era stabilito di non voler mai più dipingere quadri in piccolo...Sentiva dirsi che in grande egli era assai mancante nel disegno quanto alle parti, e che il colorito di quel genere non era adattato né naturale, che le tinte delle sue carni erano di legno e senza sangue, e che l´arie delle teste erano tutte dispettose...che li suoi panni non formavano pieghe elette...che poco intendeva l´ignudo...Si travagliava quando sentiva lodarsi che nelli Paesi occupava il primo luoco nella gloria, nelle marine era singolare, in macchiette e componimenti minuti di capricciose invenzioni prevaleva ad ogni altro, nelle battaglie era unico; nel capriccio e nelle invenzioni delle storie pellegrine e recondite toccava il segno maggiore; nella maestria del pennello non haveva uguale, nell´armonia del colore era il maestro; ma nelle figure grandi perdeva tutte quelle sue buone qualità, perché gli mancava il principale che gl´è lo studio».
Un giudizio per tanti aspetti impietoso e non immune da pregiudizi accademici, ma che, a conti fatti, mi sento di poter sottoscrivere in massima parte.