giovedì 29 settembre 2011

Il restauratore dell’affresco “castrato”: siamo pronti a metterlo a posto

Il restauratore dell’affresco “castrato”: siamo pronti a metterlo a posto
VENERDÌ, 19 AGOSTO 2011 IL TIRRENO - Grosseto

Durante il restauro dell’Albero della fecondità, affresco medievale di Massa Marittima (risale al 1265), è stato “castrato” il frutto-fallico che pendeva dalla pianta? «Con tutte le autorizzazioni del caso, e senza costi aggiuntivi, possiamo reintegrare quanto manca», dice candidamente il restauratore Giuseppe Gavazzi, raggiunto per telefono.
Nessuna volontà di censurare, insomma: la cancellazione dal frutto di alcuni dettagli che lo rendono fallico «potrebbe essere stata provocata dall’aggressione di alcune sostanze chimiche», dice Gavazzi. «Dobbiamo considerare - aggiunge - che abbiamo lavorato su un’opera molto deteriorata». Il restauratore precisa che «i lavori sono stati comunque eseguiti così come scelto dalla Sovrintendenza che li ha costantemente monitorati».
Del resto, il 6 agosto scorso, quando l’opera è stata esposta di nuovo al pubblico, tutti i soggetti coinvolti nel restauro hanno dato il via libera. Ma quando l’affresco è stato di nuovo visibile, Gabriele Galeotti, del movimento civico Massa Comune, si è accorto dei particolari mancanti e ha subito presentato un esposto alla Procura, ai carabinieri, al ministero e alla Sovrintendenza perché l’affresco appare «fortemente compromesso».



È una “castrazione chimica” Ma i restauratori sono pronti a ridare gli attributi al frutto

Agenti erosivi potrebbero aver nascosto le tracce originali «In ogni caso è possibile riparare, senza costi ulteriori»



Parla l’esperto che ha curato il restyling: «Lavori attenti e scrupolosi, con l’ok delle autorità»

ALFREDO FAETTI
MASSA MARITTIMA. Potrebbe esserci un’aggressione di fattori chimici dietro alla “castrazione” di quel frutto che pende dall’Albero della Fecondità a Massa Marittima. Lo spiega il restauratore, Giuseppe Gavazzi, che sottolinea come «i lavori siano stati eseguiti così come scelto dalla Soprintendenza».
«Dobbiamo considerare che abbiamo lavorato in funzione di uno stato di forte deterioramento», spiega il restauratore che ha sede aziendale a Siena. E potrebbe essere stato proprio questo fattore ad aver cancellato dal frutto dell’affresco quei dettagli che - per volontà dell’antico autore - di fatto lo rendevano un fallo.
Gavazzi, raggiunto al telefono, spiega di non aver ben presente a quale dettaglio ci si riferisca. Vuole però precisare che «il restauro ha seguito quanto è stato deciso dalla Sovrintendenza di Siena, che ha monitorato costantemente i lavori». Del resto, quando il 6 agosto scorso l’affresco del XIII secolo è stato riconsegnato al pubblico, tutti i soggetti coinvolti nel restauro hanno dato il via libera. «Se è stato esposto vuol dire che si è deciso di farlo rimanere quello attuale». Che però ha dei difetti rispetto al disegno originale. «Se qualcuno è andato a vedere il dettaglio possiamo comunque, con tutte le autorizzazioni del caso, reintegrare quanto manca».
Qualcuno in effetti è andato a vedere, e ha trovato un particolare indigesto. Spedendo persino un esposto alle autorità perché a suo parere «l’affresco è fortemente compromesso nella sua autenticità».
Ma cosa ha portato alla “castrazione” di quel frutto? «I lavori sono stati fatti con grande cura e attenzione», garantisce Gavazzi, che nel settore è un’autorità. «È probabile che questa mancanza di foglie e particolari del frutto possa essere dovuto all’aggressione che l’affresco ha subito negli anni». L’aggressione di cui parla il restauratore riguarda alcune sostanze chimiche che hanno creato un problema alla superficie del muro, minando sia il colore che le forme dell’opera. «Noi abbiamo installato degli impacchi perché il disegno fosse protetto, ma a quanto pare queste sostanze sono riuscite a oltrepassarli». Del resto, il disegno è alla base di un palazzo medievale, quello dell’Abbondanza, raffigurato proprio sopra delle fonti. Di acqua attraverso quel muro, insomma, ne passa tanta. «Noi non potevamo aspettarci un’aggressione simile all’opera».
Tirando le fila, quindi, l’Albero della Fecondità potrebbe aver subito modifiche da agenti chimici presenti nella sua superficie, senza che nessuno dei soggetti, dagli stessi restauratori alla Sovrintendenza, abbia notato (oppure abbia deciso di lasciar correre) il ramo su cui pende il frutto non più fertile come un tempo. «Comunque, se sarà deciso, non ci saranno problemi a fare l’integrazione a quanto scomparso, senza costi aggiuntivi», conclude Gavazzi.

Itaca (Costantino Kavafis)

Itaca (Costantino Kavafis)

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d'incontri
se il pensiero resta alto e il sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga
che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche aromi
penetranti d'ogni sorta, più aromi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca
- raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo,per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

“I neutrini superveloci smentiscono Einstein”

La Stampa 23.9.11
“I neutrini superveloci smentiscono Einstein”
“Sembrano più rapidi della luce”. Oggi l’annuncio del test italiano al Gran Sasso
di Valentina Arcovio

I neutrini sono più veloci della luce, almeno secondo i dati dell’esperimento italiano «Opera», nel quale un fascio di neutrini viene lanciato dal Cern di Ginevra e raggiunge, dopo 730 km, i Laboratori Nazionali del Gran Sasso.
Questa è la notizia che da giorni circolava nella comunità scientifica. Poi, ieri, Antonino Zichichi, rompendo a sorpresa il rigoroso embargo imposto alla comunità scientifica internazionale, ne ha dato conferma, anticipando lo scienziato che è il portavoce del team internazionale che ha effettuato l’osservazione. Si tratta di Antonio Ereditato, un cervello italiano che lavora all’Università di Berna. Il fisico ha ammesso che i neutrini, nel corso di 3 diverse misurazioni, sono arrivati sull’obiettivo con un anticipo di 60 nanosecondi rispetto a quanto avrebbero fatto, se avessero viaggiato alla velocità della luce.
L’Infn e il Cern, però, rispondono con un secco «no comment». Senza un «paper» ufficiale i due enti di ricerca optano per un prudente silenzio. I dati dovrebbero essere diffusi dal sito www.arxiv. org, ma, più importante, oggi è previsto un seminario al Cern di Ginevra, in cui gli scienziati autori della scoperta presenteranno i loro dati, confrontandosi con la comunità scientifica internazionale. La posta in gioco, infatti, è troppo alta per permettersi falsi passi: questa scoperta farebbe crollare uno dei pezzi più importanti della fisica attuale.
Lo stesso Albert Einstein verrebbe messo in discussione. Se i neutrini sono per davvero più veloci della luce, la teoria della Relatività speciale subirebbe un duro colpo. Nella concezione relativistica lo spazio ed il tempo formano un’unica entità, il «continuo spazio-tempo», con quattro dimensioni: tre dimensioni spaziali ed una temporale.Se gli scienziati dovessero confermare l’osservazione, questo «continuo» non esisterebbe, così come il «principio di casualità», e si aprirebbero scenari inediti.
Fino ad oggi si riteneva impossibile che i neutrini, particelle con una massa infinitesimale, potessero viaggiare più veloci dei fotoni, particelle senza massa che raggiungono una velocità di circa un miliardo di chilometri l’ora. Adesso - ci si chiede - tutta la fisica moderna è destinata a cambiare? E con questa anche il lavoro, presente e futuro, dei laboratori di ricerca di tutto il mondo?
Ora, comunque, la palla passa alla comunità scientifica che, con i dati alla mano, dovrà capire se confermare o smentire l’osservazione. E’ inevitabile che a questo esperimento, destinato a far discutere, dovrannoseguirne molti altri prima di arrivare a una risposta che si possa definire certa. «Siamo piuttosto sicuri dei nostri risultati - ha detto, laconico, Ereditato -. Ma abbiamo bisogno che altri colleghi li confermino».

martedì 27 settembre 2011

Neutrini birichini. Anche Einstein non si sente troppo bene

il Fatto 24.9.11
Neutrini birichini. Anche Einstein non si sente troppo bene
Margherita Hack: per la prima volta la relatività è messa in discussione
di Francesca Gambarini

Cosa vuol dire questa scoperta? Che anche Einstein non era perfetto”, ride Margherita Hack, 89 anni, con quel suo caldo accento toscano che ti fa sentire subito a casa tua anche quando si parla di fotoni, acceleratori, relatività, neutrini e nanosecondi. Ieri, alla conferenza stampa internazionale convocata nel Cern, il più grande laboratorio scientifico del mondo, è arrivata la conferma di ciò che da qualche giorno si vociferava nei corridoi di Ginevra. La velocità della luce è stata superata. La Teoria della Relatività, figlia prediletta del papà della fisica moderna, si sarebbe frantumata, sbriciolata, disintegrata di fronte ai risultati raggiunti dopo tre anni di esperi-menti che dimostrano che sì, c’è qualcosa, nell’universo mondo, che va più veloce di 300 mila chilometri al secondo. Qualcosa di infinitamente piccolo, i neutrini, inafferrabili particelle elementari, che possono viaggiare a una velocità stimata di due millesimi di percento superiore a quella della luce. Eppure la celebre astrofisica, stuzzicata sull’incredibile rivelazione, che da un paio di giorni ha messo in subbuglio l’intera comunità scientifica internazionale, non si scompone.
Qual è la sua prima considerazione, professoressa?
Io la vedo così. Penso che l’uomo sia indissolubilmente legato al concetto di infinito, di immenso. Siamo attratti da ciò che non possiamo spiegare. La scienza non è niente altro che questo bisogno tradotto in formule ed equazioni, teorie e manuali. Ecco perché uno scienziato vero non si preoccupa di mettere in dubbio qualunque teoria, sempre e comunque. Anche quando si tratta di Einstein .
Come hanno appena fatto gli scienziati del Cern di Ginevra.
Il loro studio potrebbe, in futuro e, attenzione, qui lo dico e lo ridico, solo se confermato e riconfermato, aprire ma anche spalancare nuovi universi.
Ci faccia anche un solo esempio.
Oggi, per esempio, si pensa che non sia possibile percorrere le enormi distanze cosmiche che separano un sistema solare da un altro, proprio perché si considerava che non fosse possibile andare oltre la velocità dei fotoni, superando la barriera della luce.
E domani?
Domani chissà... Chissà che, dopo questo esperimento, tra qualche anno, non cambi davvero la geografia astronomica e che non si riesca a coprirle, quelle distanze. Ma è presto per dirlo.
Per i profani della fisica, a parte lo stordimento iniziale, la questione è difficile da capire.
Sì, lo comprendo. Avvicinarsi a queste cifre, ponderare questi dati, immaginarsi, anche solo per gioco, che cosa significhino, è estremamente difficile.
Quasi impossibile. In sintesi estrema che cosa cambia nella nostra percezione?
Secondo Einstein, nessun corpo dotato di materia può andare oltre la velocità della luce, anzi, nemmeno eguagliarla. Per farlo, dovrebbe avere una massa infinitamente grande, in base alla formula E=mc². Il che ovviamente è assurdo. Invece i neutrini, che hanno una massa, seppur minima, questa velocità se la sono mangiata.
E quindi?
È la prima volta che la teoria del vecchio Albert non viene confermata. È dal 1905, l’anno in cui la elaborò, chiamandola Teoria della relatività ristretta, che si prova e si riprova a montarla e smontarla. L’abbiamo messa in discussione non so nemmeno dirle quante volte, ma i dati sperimentali gli hanno sempre dato ragione. Inequivocabilmente.
Se si confermeranno per veri i risultati del Cern, bisognerà riconsiderare quella che finora era stata ritenuta da tutti gli scienziati la teoria dell’universo, e riscrivere i libri di fisica?
Ma questo non vuol dire che la vecchia relatività sia tutta da buttare. Può darsi che si dimostri una teoria imperfetta, come molte altre. E il genio di Einstein rimarrebbe comunque intatto.
Certo, si tratta di una di quelle scoperte che colpiscono l’immaginario collettivo: c’è già chi parla di viaggi nel tempo, chi di inesplorati universi paralleli ora finalmente alla portata umana...
Suvvia (ridacchia un poco, ma subito si fa seria, ndr). Questa è fantascienza, divertissement, semplice pour parler. Con la scienza si deve sempre aspettare prima di gridare al miracolo. Il punto di partenza, e non è male, è che i dati ci sono. E da ieri sono a disposizione della comunità scientifica perché li verifichi. Intanto c’è subito una cosa da fare. Provare di nuovo. Uno degli assiomi della scienza è la riproducibilità dell’esperi-mento. È un passo fondamentale. Se un dato è verificato una sola volta, il risultato a cui porta non esiste, per la scienza.
Allora mi vuole dire che c’è molto da aspettare e niente nel mondo cambierà dopo tutto questo stupirsi e sconvolgersi?
Certo che sì. La scienza ha bisogno dei suoi tempi. E infatti nessuno degli scienziati del Cern ha azzardato interpretazioni teoriche. Bisogna incrociare i dati tra loro, magari studiare lo stesso esperimento su altre particelle dotate di massa più grande, come l’elettrone, capire come sono stati misurati i neutrini. C’è n’è di lavoro...

venerdì 16 settembre 2011

Storia dell’Arte, una riforma contro l’Italia

La Stampa 14.9.11
Storia dell’Arte, una riforma contro l’Italia
di Francesco Bonami

Per tutta la vita andando in giro per il mondo quando la gente scopriva che ero italiano, di Firenze, e per di più che lavoravo nel campo dell’arte regolarmente esclamava «Of course!», è ovvio che uno nato a Firenze abbia scelto come professione l’arte. Naturale, come per uno nato su un’isola fare il pescatore. Wonderful! Meraviglioso! Essere così nfortunato da nascere in un Paese dove a colazione si mangia pane e Rinascimento. Chissà come rimarrebbero delusi i miei interlocutori se avessi avuto il coraggio di confessare che in Italia Educazione Artistica e Storia dell’Arte sono da sempre, nelle scuole inferiori e superiori, materie considerate un gradino sopra l’Educazione Fisica.
Chissà come sarebbero delusi nel venire a sapere che oggi il ministro della Pubblica Istruzione ha fatto una riforma abbastanza confusa da rendere queste materie ancora meno essenziali all’insegnamento scolastico tanto che in alcuni istituti sono addirittura eliminate. Che situazione paradossale quella di vivere dentro un museo e non avere fin da piccolissimi la possibilità di conoscere gli strumenti per utilizzare la realtà che ci circonda al meglio. Pare che l’arte e la cultura siano quasi una seccatura dalle nostre parti. Ma guarda cosa ci è capitato! Nascere in una nazione piena di opere d’arte. Costretti a mantenerle. Obbligati a rispettarle. Per difendersi da questo mal di Dio allora l’unica strada è quella d’ignorarle, di non conoscerle, di disprezzarle e se nessuno ci vede anche di rovinarle.
A parte gli scherzi. La crisi economica ci devasta e ci fa perdere di vista molte altre cose non meno importanti del denaro e dei nostri risparmi. Tra queste cose la cultura e l’insegnamento. Due cose che vanno mano nella mano nella crescita di un individuo civile e responsabile e nella crescita del Paese dove vive. Un tempo l’ignoranza era una vergogna. Non a caso c’era il maestro Manzi che ci ricordava sulla Rai che non era mai troppo tardi per sconfiggere l’analfabetismo e quindi la nostra ignoranza. Poi, non so bene quando, essere ignoranti è diventato quasi un merito. Fare il «grano» è diventato più importante che studiare. Anzi studiare è stato considerato da molti quasi un intralcio al benessere economico. Perché mai tentare di fare il professore di scuola media, figuriamoci il maestro delle elementari, se con lo stipendio che guadagnerei non potrei mai permettermi quello che altre professioni possono offrirmi. Così la scuola è diventata quasi tempo buttato via. Figuriamoci la storia dell’arte. Sembrano essere di questa opinione un po’ tutti, dal ministro dell’Economia a quello della Pubblica Istruzione. Per fortuna il nuovo ministro dei Beni Culturali ha preso il suo incarico come una vera responsabilità, un lavoro difficile ma serio, non semplicemente come una poltrona da occupare. Davanti al vandalismo e l’ignoranza non alza le spalle ma reagisce. Chi deturpa un’opera d’arte, un monumento, non importa quanto famoso o importante sia, non compie uno scherzo di cattivo gusto, compie un crimine per il quale deve finire in galera. Ma questo crimine verso il patrimonio artistico è un crimine del quale sono responsabili tutti coloro che considerano la cultura poco più di una ginnastica. Coloro che ritengono l’arte ed il suo insegnamento una perdita di tempo e magari di denaro. E’ ora di cambiare rotta. Sarebbe triste se i nostri figli e nipoti davanti alla meraviglia di chi, più sfortunato di noi, è nato in un Paese senza un patrimonio artistico fossero costretti a dire «I am sorry», mi dispiace, io di arte non ne so niente. Sarebbe triste vivere fra gente cresciuta con la convinzione che Carpaccio è un antipasto e Bellini un cocktail leggero.

le who' s who de la mythologie indo-europeenne

le who' s who de la mythologie indo-europeenne

domenica 4 settembre 2011

Antichi Sepolcri

annunciamo la creazione di un blog specifico per la pubblicazione di testi, foto e disegni di antichi sepolcri.
http://antichisepolcri.blogspot.com
dal questo blog riportiamo il seguente disegno:

cerimonia funebre da un vaso greco.

sabato 3 settembre 2011

L´affresco perde gli attributi, scoppia la lite

L´affresco perde gli attributi, scoppia la lite
MARIA CRISTINA CARRATU
VENERDÌ, 19 AGOSTO 2011 LA REPUBBLICA - Firenze

Massa Marittima, l´esposto: è stato censurato. Il soprintendente: erano un´aggiunta

Dall´Albero della fecondità pendono organi sessuali maschili: sono spariti due testicoli

maria cristina carratù
Si è appena spenta la polemica sulla Torre di Pisa a forma di fallo, ed eccone un´altra sullo stesso tema, evidentemente, quest´anno, molto sentito. Ora tocca all´Albero della fecondità di Massa Marittima, capolavoro del 1265 unico nel suo genere, scoperto casualmente nel 1999 ai piedi del Palazzo dell´Abbondanza, mostrato al pubblico e poi chiuso per i danni causati da infiltrazioni d´acqua nella parete retrostante, in una zona piena di falde dove già si trovano delle vasche. Opera che raffigura una grande pianta da cui pendono come frutti tanti organi genitali maschili, con tanto di folla sottostante di donne, da poco tornata visibile dopo un lungo restauro promosso dal Comune e curato dalla Soprintendenza di Siena con la consulenza dell´Opificio delle pietre dure e del Cnr. Ed ecco il «dramma»: secondo Gabriele Galeotti, architetto e esponente del movimento civico Massa Comune, all´opposizione in Comune, dall´Albero restaurato mancherebbe qualcosa. Per la precisione, due testicoli, ben visibili, dopo il precedente restauro, ai lati di un pene-frutto pendente in alto a destra. Quanto basta per far diventare un (eventuale) errore di restauro un´(ennesima) arma politica contro l´amministrazione di centro sinistra guidata dal sindaco Lidia Bai: «L´affresco appare fortemente compromesso nella sua autenticità» ha tuonato Galeotti in un esposto inviato a Procura della Repubblica, carabinieri, Soprintendenza e ministero dei beni culturali, «a causa di una campagna di restauro irrispettosa dei caratteri artistici, tipologici e formali dell´opera» condotta «da una amministrazione inetta e incapace». Galeotti ne è convinto: l´assenza dei due testicoli «potrebbe configurare il reato di danneggiamento di opera pubblica», senza contare l´intento «censorio» ipotizzabile dietro l´incauta cancellazione.
Al Comune, però, di passare per danneggiatore di opere d´arte, nonché per bacchettone, non va giù per niente: «Ma se siamo stati noi i primi a portare alla luce e valorizzare l´Albero» protesta il sindaco Bai, Pd, nel ´99 assessore alla cultura. «Siamo inattaccabili, e del resto cos´altro dovrebbe fare un Comune se non affidarsi a tecnici del massimo valore?». Conferma Cecilia Frosinini, responsabile del settore affreschi dell´Opd: «E´ stato un intervento complesso, prima del restauro abbiamo dovuto analizzare, monitorare e rimuovere grossi strati di sali e calcari depositati dalle infiltrazioni d´acqua». Ed ecco il punto: cosa è accaduto a quel pene? Risponde il soprintendente per i beni artistici e storici di Siena, Mario Scalini: «Si è semplicemente tolta una parte non originale del dipinto» spiega, «che durante il primo intervento seguito alla scoperta dell´Albero era stata aggiunta seguendo le linee-guida del restauro integrativo», mentre oggi si preferisce «rispettare lo stato di fatto delle opere, lacune comprese». Il restauratore, insomma, dice Scalini (la Arc restauri di Giuseppe e Massimo Gavazzi) ha semplicemente tolto quello ciò che a suo tempo aveva aggiunto. Stop. Nessun danneggiamento, e nessuna censura, «visti i tanti altri �baccelli´ di forma inequivocabile» pendenti dalla pianta. Non resta, dunque, che l´ipotesi politica: «Evidentemente il partito di opposizione non ha altri argomenti che polemiche fini a se stesse» replica il sindaco, che per l´autunno annuncia un grande incontro pubblico sull´Albero dell´abbondanza, con esperti e studiosi. A parlare non di falli, ma di arte.

Rolando a Roncisvalle


Rolando a Roncisvalle.

venerdì 2 settembre 2011

Seconda guerra mondiale. «Anche i tedeschi furono vittime»

Corriere della Sera 1.9.11
Grass «rilegge» la Shoah: non fu l'unico crimine Il Nobel rifà i conti della Seconda guerra mondiale. «Anche i tedeschi furono vittime»
di Mara Gergolet

BERLINO — Cinque anni fa, Günter Grass stupì e scioccò la Germania, raccontando di quando ragazzo, a 17 anni, si arruolò nelle SS. Fu la rottura di un lungo silenzio. Ma fu anche una confessione — contenuta in due pagine e mezzo del libro autobiografico Sbucciando la cipolla — che incrinò, nella percezione della cultura e società tedesche, la figura dello scrittore che nel dopoguerra è stato il faro intellettuale e morale della sinistra.
Ora, mentre questo libro viene tradotto in Israele e Günter Grass concede un'intervista allo storico israeliano Tom Segev, le sue parole tornano a far discutere e scandalizzare. Ci sono voluti alcuni giorni, perché l'intervista rimbalzasse in Germania, ma l'effetto non di meno è dirompente. Perché Grass torna a parlare di Olocausto, e di vittime della guerra. Stavolta tedesche.
«La follia e il crimine — sostiene Grass — non erano espressi solo nell'Olocausto, e non si sono fermati alla fine della guerra. Di otto milioni di soldati tedeschi che sono stati catturati dai russi, forse due milioni sono sopravvissuti e gli altri sono stati liquidati. E poi ci sono i 14 milioni di rifugiati tedeschi. Metà del Paese è passato direttamente dalla tirannia nazista alla tirannia comunista. Non dico questo per diminuire la gravità del crimine contro gli ebrei, ma l'Olocausto non è stato l'unico crimine. Noi portiamo la responsabilità per i crimini nazisti. Ma i crimini portarono anche a disastrose conseguenze per i tedeschi, che a loro volta divennero vittime».
Quella frase, «l'Olocausto non è l'unico crimine», può far sobbalzare un Paese che nel dopoguerra, in un lungo esercizio d'autoanalisi, ha cercato di fare chiarezza — e redimersi — dal proprio passato. E, sebbene nella lunga intervista Grass mostri enorme rispetto per la tragedia degli ebrei — in un tempo in cui in Francia (come denuncia Claude Lanzmann su «Le Monde») la parola Shoah viene bandita dai manuali scolastici — è facile esporsi alle accuse di voler comparare, relativizzandolo, l'annientamento degli ebrei ad altri stermini.
Ma è sulle «vittime tedesche» che Grass ha raccolto le maggiori critiche. La «Sueddeutsche Zeitung» ha affidato la replica, con un intervento in grande evidenza (pubblicato ieri sera sul sito e oggi sul giornale) allo storico Peter Jahn, direttore dal 1995 al 2006 del museo russo-tedesco di Berlino-Karlshorst. Soprattutto quel numero — sei milioni di soldati tedeschi liquidati — assomiglia in modo inquietante al numero delle vittime della Shoah. «Relativizzare — scrive Jahn — lo sterminio di sei milioni di ebrei paragonandolo all'immagine di pura fantasia della liquidazione di 6 milioni di prigionieri di guerra tedeschi, è una cosa che dal punto di vista morale chiede spiegazioni».
Ora, è vero che la discussione sui morti tedeschi sul fronte orientale non è mai stata chiusa: e le forbici oscillano fortemente. Ma Jahn, da parte sua, riporta quello che ritiene il bilancio più recente: oltre tre milioni di soldati catturati, di questi solo la metà rilasciati tra il 1947-1949. Ben lontano dai numeri di Grass. La questione però non riguarda solo i numeri. Piuttosto, il fatto che Grass riparta dalle «vittime tedesche», dai «nostri prigionieri», ossia dal linguaggio della Germania anni Cinquanta, che i conti con il nazismo non aveva ancora cominciato a farli. O che il premio Nobel tenga in così poco conto la sequenza temporale (e causale) della seconda guerra mondiale: il fatto che a muovere questi orrori — e i milioni di vittime sovietiche — sia stata la macchina da guerra tedesca.
Certo, pensare a un Grass revisionista è troppo. È pur sempre lui lo scrittore che accompagnò Willy Brandt mentre si inginocchiava al ghetto di Varsavia. E a un Tom Segev che gli chiede perché abbia trattato così poco dell'Olocausto nelle sue opere, ricorda che è anche grazie a lui se in Germania è stata pubblicata, negli anni 60, la relazione Stroop (che fece conoscere le dimensioni della Shoah), quella in cui diceva: «A Varsavia non c'è più un ghetto ebraico». Non fa nessuno sconto neppure a se stesso, alla propria appartenenza alle SS, conclusasi dice — con sua grande fortuna — senza aver dovuto ammazzare nessuno. «Ero giovane e stupido. L'ho nascosta così a lungo perché me ne vergognavo». Grass poi ama Israele, è contro il boicottaggio, vorrebbe dare il Nobel ad Amos Oz («ci provo da anni, ma me lo impediscono sempre»). Però, certo, ha molta voglia di parlare (rivedere?) la storia della sua Germania. Che per Grass non è solo quella dei carnefici, ma anche delle vittime. Magari di se stessi.