sabato 28 febbraio 2009

Il segreto dei Della Robbia

l’Unità 28.2.09
Il segreto dei Della Robbia
Luca, Andrea, Giovanni e Girolamo
Omaggio toscano alla famiglia delle ceramiche «glassate»
di Renato Barilli

Arezzo. È nozione alquanto scolastica e abusata che la Firenze del primo Quattrocento, nella scultura, abbia visto lo scontro tra Donatello (1386-1466), con le sue creazioni aspre, arrembanti, vivacissime, e invece Luca Della Robbia (1400-1482), calmo, pacioso, tranquillizzante. Non che ci fosse un dissidio personale tra i due, anzi, il più giovane crebbe forse alla scuola dell’altro, e anche di quella del Ghiberti e del Brunelleschi, come attesta una mostra scrupolosa ora allestita a Lucca, i cui primi pezzi vedono appunto una collaborazione tra Luca e i suoi maggiori. Ma certi luoghi comuni, anche se sono tali, nondimeno risultano puntualmente verificabili. Proprio tra le prime opere esposte a Lucca c’è una Madonna col Bambino, di non sicura attribuzione a Donatello, sul cui conto però non ci sarebbe da dubitare. Le mani della Madonna si allungano adunche a cingere con stretta possessiva il figlio, che leva il visino in alto aprendo la boccuccia, abbozzando una smorfia che già anticipa i grafismi duri e dolenti del Mantegna. E il manto della Madonna asseconda queste tensioni scattanti descrivendo pieghe contorte. Si veda, sempre di Donatello, La creazione di Eva, in cui il corpo della prima donna attraversa la formella tracciandovi un’obliqua tesa come una lacerazione. Al confronto, Luca viene per smorzare quegli impeti, immobilizzando le figure al centro della composizione, e disegnandone i volti quasi col compasso, in tante versioni statiche, «centriche», gonfie, paffute. Si potrebbe dire, in termini odierni, che Donatello sceglie per sé l’anoressia, mentre il Della Robbia appare favorevole alla bulimia. Ma poi scatta il ben noto segreto tecnico di Luca, che stava nell’invetriare le ceramiche, cioè nel glassarle con un’epidermide lucida, riflettente, inossidabile, quasi in anticipo su certe caratteristiche dei materiali plastici di sintesi dei nostri tempi, con cui gli artisti rendono le immagini «più vere del vero».
GRAZIE ORNAMENTALI
Si pensi alle nature morte di Piero Gilardi, o ai personaggi rifatti a grandezza naturale da Dwane Hanson. Per di più, quelle ceramiche invetriate erano capaci di assorbire e restituire avidamente il colore, certi azzurro cobalto intensi, oppure il giallo dei fiori, il dorato delle aureole, il verde delle piante. E dunque, quello che Luca perdeva nelle sue immagini a livello di carica energetica, di espressione tesa e drammatica, lo acquistava a livello di grazie ornamentali, correndo in avanti fino a rasentare gli esiti che nel Novecento avrebbe conseguito l’Art Déco. A un certo punto, Luca passò la mano a una schiera di discendenti, il nipote Andrea, e i figli di lui, tra i quali si distinsero Giovanni e Girolamo, tutti ben documentati in mostra, ma via via più sterotipati, sempre più lontani dagli ideali intensi degli inizi del secolo. Con la curiosa conseguenza che, pur ormai assestati su una routine così conformista, parteggiarono per la causa del Savonarola, ma forse nel nome di un medesimo culto del tempo antico.
I Della Robbia. Il dialogo tra le arti nel Rinascimento A cura di G. Gentilini
Arezzo, Museo statale d’arte medievale e moderna Fino al 7 giugno - Catalogo: Skira

lunedì 23 febbraio 2009

Portici, il bestiario della Reggia

Portici, il bestiario della Reggia
STELLA CERVASIO
DOMENICA, 22 FEBBRAIO 2009 LA REPUBBLICA - Napoli

Vita di corte, bosco e paesaggio in uno studio di Maria Luisa Margiotta

Mercoledì la presentazione alla Provincia con Dino Di Palma e i soprintendenti

QUANDO a Portici abitavano i "gatti mammoni". Nel parco della reggia per la quale si incapricciarono Carlo di Borbone, che il giardino l´aveva nel sangue grazie alla madre Elisabetta Farnese, e Amalia di Sassonia - che con il marito divise ogni passione e follia edilizia, scampati a un naufragio nell´approdo del Granatello. Se ne parla nel libro "Il Real Sito di Portici" a cura di Maria Luisa Margiotta (editore Paparo) che verrà presentato mercoledì alle 11 nella Sala Cirillo della Provincia in piazza Matteotti. Saranno presenti il presidente della Provincia Dino Di Palma, l´assessore alla Cultura Antonella Basilico, i soprintendenti Enrico Guglielmo e Stefano Gizzi che seguono il programma di recupero del sito di Portici, di cui questo libro è una tappa. A volte dopo un´avventura in mare non si vuole più tornare, re e regina invece ebbero una tale voglia di metter su casa a Portici, che cominciarono a costruir muri e recintare prima ancora di concludere il contratto con i proprietari del fondo, tra i quali il conte di Mascambruno e il principe di Caramanico. La coppia Borbone è ammirata dalla bellezza del sito e annichilita dalla paura del Vesuvio: in una parola, è il sublime. Si reclutano le archi-star dell´epoca: a Portici lavora a staffetta una squadra di grandi nomi, da Medrano e Canevari (autori il primo del teatro San Carlo, e insieme della reggia di Capodimonte), Vanvitelli, Fuga. Dove si scava per trovare i resti dell´antica Ercolano, si preleva terreno che viene trasferito nel parco. I paesaggisti del re progettano tempietti alla turca, pagliaie, gabbie dove verranno esibiti gatti mammoni (una scimmia o il gatto himalayano?) e pantere, leoni, tigri ma anche stalle per cammelli, mucche, cavalli. Il bestiario del re era fitto di animali.
Bosco superiore e inferiore, Peschiera, una Montagnola cresciuta come belvedere artificiale per godersi la veduta: con questi e altri escamotage paesaggistici il sito porticese attraversa gli anni e le mode, scivolando dal modello del giardino all´italiana e francese a quello inglese. Carlo III ci starà dal 1740 al 1744 nel buen retiro suo e di Amalia, che destina a Portici una delle più amabili curiosità conservate a Napoli: il Salottino Cinese, trasferito a Capodimonte. Sarà una rivelazione per molti, il libro della paesaggista Maria Luisa Margiotta, che ha riunito i testi di Filippo Barbera, Annalisa Porzio, Renata Cantilena, Mascilli Migliorini, Gabriella D´Amato, Massimo Visone, Angelo Cirasa, Ilaria Punzo e Alessandra De Martino. Margiotta, autrice di tanti restauri di verde storico campano, ha premesso al testo la sua accurata ricostruzione dovuta ad anni di frequentazione del sito reale, che invita a riscoprire dignità e bellezza di un posto sconosciuto a molti non-vesuviani.

Le radici antiche di Livorno Etruschi e romani, i reperti in mostra a Villa Mimbelli

Le radici antiche di Livorno Etruschi e romani, i reperti in mostra a Villa Mimbelli
DOMENICA, 22 FEBBRAIO 2009 IL TIRRENO - Livorno

Livorno e il passato con la mostra “Alle origini di Livorno. L’età etrusca e romana”, in programma ai Granai di Villa Mimbelli dal prossimo sabato al 17 maggio 2009. Promossa dal Comune e dalla Fondazione Cassa di Risparmi l’esposizione offre un quadro della storia di Livorno nel periodo etrusco e della Roma imperiale.
Vasellame, bronzi e morsi equini, busti, fibule, anelli, unguentari e coppe di bucchero saranno esposti nelle grandi sale dei Granai lungo un percorso curato da Stefano Bruni (docente di Etruscologia e Antichità Italiche dell’Università di Ferrara) che, nel ricostruire il quadro della vicenda antica del territorio livornese, ha articolato la mostra in più sezioni relative ai diversi stadi evolutivi degli insediamenti. Risulterà che Livorno non è poi tanto “giovane” e che fin dalla prima età del Ferro la sua area (da Santo Stefano ai Lupi, a nord della città, fino a Vada) presenta una forte vitalità strettamente connessa allo sviluppo del vicino Portus Pisanus. Dai ritrovamenti tombali risulterà infatti che già a partire da IX secolo a.c. piccoli nuclei insediativi sono strategicamente posizionati sia sulle colline (Monte Burrone e Limone), sia sulla costa in corrispondenza di approdi naturali come quello di Quercianella, la punta del Romito e il promontorio di Castiglioncello.
Interessantissime informazioni al riguardo saranno offerte dalla collezione archeologica Enrico Chiellini, donata al Comune di Livorno nel 1883 che, in questa occasione, viene in gran parte esposta al pubblico. La raccolta riunisce un massiccio numero di reperti archeologici databili tra il XIII secolo a.c. e il VIIº secolo d.c. di grande importanza storica per la ricostruzione del passato livornese e non solo, comprende anche significativi lotti di materiale come quello rosellano, tarquiniese ed etrusco centro-meridionale. Accanto alla collezione Chiellini la mostra proporrà anche importanti reperti provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze, come il busto bronzeo di fanciullo trovato nel 1739 presso la Fonte di Santo Stefano, il porta lucerne in bronzo recuperato nel 1873 alle Secche della Meloria e sempre alla Meloria il ritratto in bronzo di Omero rinvenuto nel 1722. In mostra anche l’elmo risalente alla fine del IV secolo e rinvenuto alla Valla Benedetta nel 1692.
Di proprietà dei Musei Vaticani sarà esposto un bellissimo cratere in bronzo trovato anche questo nelle acque antistanti Livorno, tra Meloria e Gorgona.
Info. Granai di Villa Mimbelli - via San Jacopo in Acquaviva. 1º marzo 17 maggio 2009. Inaugurazione: sabato 28 febbraio - ore 17. Orario apertura: 10-13 e 16-19; chiusa il lunedì, il 12 aprile (Pasqua) ed il 1º maggio. Ingresso: intero 6 euro; ridotto 4 euro. Per gruppi organizzati (min.15) e scolaresche fuori Livorno 2.50 euro. Supplemento visita guidata 1.50 euro. Ingresso gratuito per studenti livornesi.

Flaubert, Baudelaire, Ingres La seduzione di un «altrove» fra inganni, sogni e illusioni

Corriere della Sera 21.2.09
In cerca dell' Eden
Flaubert, Baudelaire, Ingres La seduzione di un «altrove» fra inganni, sogni e illusioni
Si inaugura domani un'esposizione con le opere di venticinque artisti che, dalla metà dell'800, hanno trovato il loro «paradiso» in terre esotiche
di Dacia Maraini

Si inaugura domani un'esposizione con le opere di venticinque artisti che, dalla metà dell'800, hanno trovato il loro «paradiso» in terre esotiche

Credo di avere avuto una prima idea dell'esotismo quando da bambina ho visto in Giappone il quadro di un allievo di mio padre che rappresentava gli scalini degradanti di un anfiteatro romano in una città fantasiosa, cosparsa di statue in pietra coperte da viluppi di edera e fiori selvatici che crescevano in mezzo alle colonne spezzate di un tempio romano. E io, che non avevo ricordi dell'Italia, essendo partita per il Giappone quando avevo un anno, sono subito stata spinta a identificarmi con quella visione di una città che pure mi era stata descritta tante volte dai miei genitori, ma con occhi razionali: una metropoli caotica, affollata, dominata dai preti e da una antica nobiltà terriera bigotta e senza scrupoli. Una città che ospitava il Parlamento, di cui aveva fatto scempio il fascismo. Questo era il pensiero dei miei. Ma io me la trovavo davanti molto piu accattivante, la grande capitale lontana e sconosciuta, come un misterioso luogo selvatico e silenzioso, abitato da lucertole e farfalle. Un luogo in cui il tempo era sospeso, e le memorie di fatti crudeli giacevano morte e rese inoffensive dal vento della storia, inghiottite da una specie di giungla vegetale fatta di riccioli contorti e spinosi. Per i giapponesi quello era l'esotico: un'Italia astratta e mai esistita in cui contavano solo le rovine di una civiltà scomparsa. Esotico è quel «sentimento che tende a esaltare forme e usanze di paesi lontani» come dice il vocabolario, una «predilezione per tutto ciò che è straniero».
Tornando in Italia nel dopoguerra ho scoperto che le cose che per me erano state la realtà quotidiana, per gli italiani rappresentavano qualcosa di affascinante, di sconosciuto ed esotico. Il teatro Noh, la festa dei ciliegi, i giardini di sabbia e pietra, i grandi Budda di legno, le pagode e i templi verniciati di rosso e di nero che per me erano pane di tutti i giorni, diventavano improvvisamente stranezze da scoprire.
Ho avuto la fortuna di provare in un tempo neanche tanto lungo cosa fosse il sentimento dell'esotismo. Capivo che era un innamoramento del diverso. Ma in che rapporto stava questo amore con l'opposto sentimento di sospetto e di odio per il dissimile? Non c'erano forse dei legami sotterranei che ne facevano l'uno la faccia scura e l'altro la faccia chiara di qualcosa che ci turba e ci inquieta?
Ricordo la prima volta che sono capitata davanti a un quadro di Gauguin. Quei cavalli azzurri, quelle palme rosa, quelle madonne dai piedi nudi e il seno fasciato da una veste di cotone, leggera, a colori sgargianti, mi sorprendevano e mi ammaliavano. Era l'esotismo europeo del XlX secolo. Un sogno succoso e colorato che rammentava isole lontane immaginate felici. Le stesse isole che si trovavano nei libri di Conrad, nei romanzi di Stevenson che io divoravo con fame insaziabile.
Certamente l'esotismo è seducente. Ti soggioga attraverso il sogno di qualcosa che non c'è e non ci sarà mai, ma lo stesso vive per i tuoi sensi abbagliati, in un interno sottile godimento che tocca le viscere.
Solo leggendo Flaubert e studiando le sue lettere ho capito quanto l'esotismo possa essere ingannevole e perverso. Flaubert detestava l'esotismo, lo considerava un moto dell'anima da disprezzare, un'emozione incolta, primitiva e infantile. Di cui però poi si ingozzava pure lui. Per pentirsene in un secondo tempo e attribuire i suoi «bassi gusti» alla eroina Madame Bovary.
Flaubert disprezzava le fantasticherie esotiche di Emma, ma nel fondo del suo cuore ne era attratto anche se si impediva di praticarle. Questo non lo fermerà, sui trent'anni, dall'intraprendere un lungo viaggio in Oriente che lo farà stare lontano dalla Francia per ben due anni. E non gli impedirà di andare a cercare una famosa prostituta «nera e bellissima, tutta unta di oli speziati» di cui avevano parlato e scritto famosi esploratori dell'Africa del Nord. La cerca, la incontra, ci passa una notte e ne esce con la sifilide. Malattia che lo porterà poi alla morte. Ma subito comincia a ingrassare e a perdere i capelli. Tanto che quando rientra in Francia, la madre che va a incontrarlo al porto, non lo riconosce.
Per quanto io abbia amato e frequentato gli scrittori romantici, non riesco a vedere l'esotismo come una tentazione inesorabile dello spirito. Forse l'avere scoperto da bambina che l'esotismo è relativo e quindi fatto di fumi, mi ha salvato dall'innamoramento di paesi lontani e sconosciuti. Il mio viaggiare ha preso altri significati, quelli della conoscenza e dell'esperienza dell'altro, senza nebbie e vaghezze.
Eppure dobbiamo dire che l'esotismo ha guidato le mani di magnifici poeti e di generosi pittori. Ho amato e continuo ad amare Baudelaire per i suoi ritmi che conoscono il respiro delle grandi maree. «La stupidità è spesso ornamento della bellezza; è la stupidità che dà agli occhi la limpidezza opaca degli stagni nerastri, la calma oleosa dei mari tropicali», scrive Baudelaire nei «Diari intimi». E si capisce che questa esaltazione della bellezza come stupidità, natura perfetta in quanto incapace di capire e volere, non poteva che portare infelicità nei suoi rapporti con l'altro sesso.
Ma allora, ci chiediamo: esiste un esotismo incolto, volgare e un esotismo colto? O è proprio l'esotismo che porta alla falsificazione della conoscenza? O addirittura esclude ogni possibile conoscenza del reale? Per Flaubert questa è la maledizione sghemba e infida dell'amore idealizzato per paesi lontani. Consapevolezza che non gli ha impedito di costruire un intero romanzo, «Salambò », sugli ori, le gemme e il sangue di una civiltà tutta immaginata e grondante di misteri mai svelati.
Per altri, l'Oriente è un'occasione per ragionare da osservatori obiettivi, come per Montesquieu con le sue «Lettere persiane ». Ma questo accadeva un secolo prima. Saranno Ingres e Delacroix a svelarci un aspetto inedito e giocoso dell'esotismo con i loro corpi femminili, le loro teste fasciate, i loro abiti dal gusto fortemente teatrale.

giovedì 19 febbraio 2009

Della Robbia, la magia della nuova arte

La Repubblica 19.2.09
Della Robbia, la magia della nuova arte
di Paolo Vagheggi

Sabato 21 febbraio apre ad Arezzo una rassegna su una delle famiglie più importanti di scultori e ceramisti. Le loro opere realizzate tra ´400 e ´500 sono messe a confronto con quelle dei protagonisti assoluti del tempo da Donatello al Perugino, da Lippi a Leonardo

AREZZO. Il Medioevo, il Rinascimento e le maioliche di Pablo Picasso. E i Della Robbia. Non v´è dubbio che senza i Della Robbia il contemporaneo in questo particolare settore avrebbe avuto una storia assai diversa, a cominciare da quella di Picasso.
I Della Robbia furono, tra il XV e il XVI secolo, una delle famiglie più celebri e importanti di scultori e ceramisti, fiorentina d´origine, celebrata dall´aretino Giorgio Vasari nelle sue Vite. Ed è proprio Arezzo, con una mostra allestita nelle sale del Museo statale d´arte medievale e moderna da sabato 21 febbraio al 7 giugno 2009, che ora ricostruisce la loro operosa e splendida attività, dai primi decenni del Quattrocento fin ben oltre la seconda metà del Cinquecento. Sono più di cento anni che segnarono in modo indelebile tutta la moderna cultura occidentale come ricorda il titolo dell´esposizione, "I Della Robbia. Il dialogo tra le arti nel Rinascimento", che vuol evidenziare gli intrecci, le relazioni che connotarono l´età rinascimentale. Per questo i fulminanti capolavori dei Della Robbia, le straordinarie realizzazioni di Luca, Andrea, Giovanni e Girolamo, sono a confronto con le opere dei protagonisti assoluti del tempo: Donatello, Ghiberti, Verrocchio, Rossellino, Pisanello, Filippo Lippi, Pollaiolo, Ghirlandaio, Perugino, Leonardo, Domenico Veneziano, Sansovino...
E´ questo il viaggio che presenta la mostra curata da Giancarlo Gentilini e da Liletta Fornasari, che ha come punto di partenza l´esperienza di Luca Della Robbia (Firenze 1400-1482), con i suoi bianchi specchianti, il verde dei festoni, gli azzurri celestiali, il giallo dei limoni, celebrato da Leon Battista Alberti tra i padri della Rinascita poiché nella sue innovative "sculture e pitture invetriate" si rivelò capace di far convergere e declinare varie forme d´arte.
La scultura in terracotta invetriata rappresentò nella produzione artistica dell´epoca un´innovazione fondamentale e una sorpresa per un pubblico abituato a opere in marmo, pietra, legno. Fu un´idea geniale. Consisteva e consiste nell´applicare alla scultura monumentale fittile il rivestimento di smalto tannifero della maiolica, solidificato in seconda cottura e colorato con ossidi metallici. Fu Luca che si applicò, con successo, in questa ricerca. Ricorda il Vasari che «andò tanto ghiribizzando... per che dopo aver molte cose sperimentato trovò che il dar loro una copertura d´invetriato addosso, fatto con stagno, terra ghetta, antimonio et altri minerali e misture, cotte al fuoco d´una fornace...».
Fu una vera invenzione, "un´arte nuova, utile e bellissima". Il successo presso le corti e gli aristocratici collezionisti di tutta Europa fu eccezionale, le commissioni enormi, la concorrenza e la rivalità tra artisti e botteghe fortissima. Anche per questo la formula della terracotta invetriata restò a lungo segreta. I Della Robbia la nascosero gelosamente non lasciando alcuna indicazione o appunto su metodi e procedimenti tecnici da seguire. La leggenda narra che la "magica ricetta" passò nelle mani di Benedetto Buglioni grazie a una donna di casa Della Robbia e che così si sfatò il misterioso arcano. Cominciò una vera e propria produzione di massa tanto che sul finire del Quattrocento Andrea "industrializzò" le opere facendogli assumere caratteristiche decorative convenzionali. E la stessa strada seguirono i suoi figli, Gerolamo e Giovanni.
Ma il fulgore è quello che fu toccato da Luca e dal nipote Andrea, il primo ben attento alla lezione di Donatello e del Ghiberti, il secondo al Verrocchio. E´ un universo segnato dalla molteplicità dei colori, da effetti sempre felicemente brillanti che riscoprono, in realtà, una tecnica elaborata dalle civiltà orientali, ereditata dal mondo romano e bizantino, e quindi trasmessa per mano degli arabi nelle regioni europee di cultura moresca, poi arrivata fino ai giorni nostri, fino al contemporaneo, a Pablo Picasso, ai cretti di Alberto Burri, alle meraviglie di Lucio Fontana.
Fu Luca a ritrovare questa eccellenza, portandola a livelli eccelsi: la sua fu una nuova arte spesso dalle tonalità sgargianti che colpì profondamente e fece dibattere artisti e scrittori, tanto che l´aretino Vasari si scusò per essersi troppo dilungato con la vita di Luca Della Robbia: «scusimi ognuno, poiché l´aver trovato Luca queste nuove sculture, le quali non ebbero, che si sappia, gl´antichi Romani, richiedeva che, come ho fatto, se ne ragionasse allungo».

giovedì 5 febbraio 2009

Tuscania, gli strati della Storia terra di draghi, frati e pellegrini

Tuscania, gli strati della Storia terra di draghi, frati e pellegrini
GABRIELLA SICA
GIOVEDÌ, 05 FEBBRAIO 2009 LA REPUBBLICA - Roma

Fuori raccordo

Dal Belvedere si contempla un paesaggio straordinario quello tipico italiano, tra i più belli e apprezzati dai viaggiatori dell´ 800
Quel comune duecentesco in rovina, con la cresta merlettata di un´unica alta parete superstite, è un esemplare magnifico in tufo


E´ il paesaggio vivo e fertile, tutto verde di foglie e giallo, con il cielo maiolicato azzurro, il prezioso paesaggio rurale che nell´Alto Lazio è rimasto intatto. Più lontano, quando lo spazio si apre, si vedono il profilo dell´Argentario e di Montefiascone. Se apparisse un uomo sarebbe un classico, come gli alberi. Tante volte ho percorso questa strada che pare immersa in un quieto stupore, molte proprio per gustare di questa vista laggiù in fondo alla strada, l´apparizione strepitosa di quello che può fare e rivelare la natura, il tempo e la mano dell´uomo insieme. Sulla curva per salire al paese, l´altra bellissima chiesa di S. Maria Maggiore, l´altra perla di Tuscania, con lo stesso rosone bianco, piena di animali e di simboli da decifrare. Si trovano subito le due chiese, a portata evidente dei pellegrini d´un tempo di passaggio verso Roma. Sono in una posizione che appare enigmatica, l´una in cima e l´altra alle pendici del colle. Non solo di spalle, facciata verso abside, perché orientate a nord, ma la chiesa in basso ha davanti, a un paio di metri, una tozza torre campanaria che toglie la vista. Forse costruita dai muratori per impedire ai muratori dell´altra chiesa di essere visti e copiati, secondo una leggenda locale, anche se il periodo di costruzione non fu proprio lo stesso. E su base etrusca naturalmente, perché qui è tutto etrusco.
Mi fermo, ma la chiesa è chiusa. Il cartello con gli orari appare generico e vecchio. La chiesa di San Pietro è invece aperta. La gestisce Paoletta, una giovane donna di Tuscania dall´enorme massa di capelli nerissimi, lunghi e ricci, che sembra uscita da un film di Pier Paolo Pasolini, come il marito, tuscanese dalla faccia autentica, magari da Uccellacci e uccellini, girato proprio sullo spiazzo erboso davanti alla chiesa, con comparse che erano tutte del paese. C´erano anche la madre e la zia, mi dice Paoletta, che hanno fatto nella chiesa il suo stesso lavoro con l´inconsueto e strano titolo di "assuntore di custodia". In pratica, per mezzo secolo la sua famiglia ha gestito la chiesa, con un guadagno annuale davvero simbolico. Ancora è così. Le diatribe tra Ministero dei Beni Culturali, Curia, Soprintendenze e Comune non hanno mai avuto fine. E Paoletta per ora ha lasciato la chiesa di San Maria Maggiore, che infatti è chiusa da otto mesi. Sembra impossibile. Ma è così. E ora anche il Comune è commissariato. Impossibile che un angolo di paradiso in terra sia preda di una politica che non è mai, in Italia, all´altezza della situazione. San Francesco, davvero passato a Tuscania, parlava con gli uccelli. Ma i due frati francescani di Pasolini, Totò e Davoli, che cercano di parlare con i falchi e i passeri e mettere pace tra loro non ci riescono, allora come oggi, in un mondo fatto di candidi uccellini e impietosi uccellacci. Anche sulla splendida facciata di San Pietro due draghi alati in rilievo inseguono la preda-agnello, dall´alto in basso. Rimane la bellezza di una terra, lo sforzo di un bue e di una giovenca, aggettanti sulla facciata della chiesa, che trascinano a fatica l´aratro mistico.
Dal Belvedere di Tuscania non si chiede che di contemplare uno straordinario paesaggio, quello tipico italiano, tra i più belli e i più apprezzati dai viaggiatori ottocenteschi, che nelle rovine tra la natura vedevano il segno del tempo passato ma anche del futuro. Qui, accanto al colle di S. Pietro, il colle del Palazzo Rivellino, il comune duecentesco in rovina, con la nuda cresta merlettata di un´unica alta parete superstite, è un esemplare magnifico in tufo che spicca tra il verde cresciuto nei secoli. Sembra, a guardare bene, che da un momento all´altro possa spuntare dalla terra qualcuna di quelle donne agghindate e sdraiate mollemente al banchetto della vita, pronte a conversare, con le labbra strette ed enigmatiche, che ho appena visto al Museo Archeologico. Un patrimonio di corpi distesi sterminato e disperso nei musei di tutto il mondo. Qui è rimasto qualche cosa, ma niente rispetto al tesoro che Tuscania possedeva nelle sue terre.
Due giovani uomini, molto belli, passeggiano. Sono norvegesi, mi dicono, e hanno una casa in paese, dove vengono almeno quattro volte l´anno. "Un paese bellissimo e tranquillo", dicono. Da qui possono andare a Tarquinia o a Bolsena, al mare o al lago, e anche a Viterbo. Un´asse viaria privilegiata per un paese isolato eppure strategicamente importante. Un tempo erano i paesi confinanti con cui Tuscania ha dovuto competere per strappare un´identità di cui è stata sistematicamente depredata, forse per il suo nobile spirito d´indipendenza comunale. Ribelle al papato e a Viterbo, fu punita da Bonifacio VIII con il nome riduttivo di Toscanella, abbandonato solo da un secolo. Paese agricolo, che guardava più a coltivare un pezzo di terra, che ad altro, che provava magari fastidio per tutte quelle statue sottoterra solo ostacoli alla coltivazione. Eppure ora Tuscania, dopo l´ultima terribile ferita subita con il terremoto del 1971, sembra rinata. Anzi sono emersi tracce e affreschi che il tempo aveva coperto.
Il centro storico sembra mezzo addormentato, ma perfetto per nitore e pulizia. Complicata la conformazione e la rete di strade e stradine, tra scalette e fontane, salite e discese, case-torri e chiese tipicamente romaniche. Strade che sembrano bloccarsi in una specie di labirinto, con un centro dislocato. Riesco a individuare la parte medievale, con la chiesa della Rosa, e la parte cinquecentesca e farnesiana, con il duomo e, sulla piazza, una grande fontana con quattro sirenette che versano acqua dalla bocca-cannella, che ai tuscanesi piace pensare che sia berniana. Sulla piazza ora hanno aperto anche una libreria.
Dovrebbe abitare a Tuscania Alfonso Berardinelli, a quanto ne so. Ma non ne trovo traccia. Non c´è traccia neppure del libro che ho portato con me come guida: Benedetti italiani di Curzio Malaparte. Ci sono le più belle pagine scritte su Tuscania, che appare simile a "un alto pascolo dell´Asia" o alle "alte praterie" d´Etiopia", ma anche come "la Toscana vera, l´antica, quella dei padri etruschi" dove gira "gente dura, e feroce, e chiusa", un po´ di pietra ma virtuosa. Ci andò, racconta Malaparte, con Moravia piuttosto estraneo a un luogo simile. E anche con Arturo Martini, che invece tra quegli etruschi di pietra dovette trovare non poca della sua ispirazione, lui che in un sasso abbandonato, senza vita, vedeva la cosa più poetica. Tuscania è una calamita per gli scultori. C´era Giuseppe Cesetti. Ora vive qui Alessandro Kokocinski, che vado a trovare nel suo immenso studio, una chiesa sconsacrata davanti alle mura calde di tufo di Tuscania. Ho cominciato a lavorare con la creta, mi dice, da quando sono venuto a abitare qui. A Tuscania venivo con il mio maestro Tommasi Ferroni, a trovare l´armonia dell´anima e del corpo che questo luogo offre in abbondanza.

Egitto. Viaggio tra i tesori nascosti dal mare

La Repubblica 5.2.09
Egitto. Viaggio tra i tesori nascosti dal mare
Da sabato a Torino nella reggia di Venaria cinquecento reperti tra oggetti, sculture, monete e gioielli provenienti da Alessandria e dal tempio di Canopo
La stupenda statua lucida e nera di una regina nuda sotto un velo bagnato

TORINO. Una reggia barocca ospita testimonianze provenienti da una città regale ellenistica nella mostra Egitto. Tesori sommersi, che s´inaugura sabato. Cinquecento reperti, rivelati da una campagna archeologica subacquea effettuata al largo delle coste di Alessandria, arrivano a Venaria dopo un trionfale giro d´Europa. Si tratta di un enorme campionario di opere d´arte, oggetti di uso quotidiano, sculture, monete, anfore e gioielli che offrono un quadro delle varie civiltà che si sono susseguite su un tratto di costa relativamente breve, ma che ha subito rivolgimenti straordinari.
Lì, tra paludi e laghi salmastri, ben prima che Alessandro fondasse la sua capitale egiziana, sorgevano gli avamposti del regno dei Faraoni, le città doganali dove i mercanti cretesi e micenei gestivano i loro empori. Lì il Nilo si divideva in molteplici rami e, anno dopo anno, le piene primaverili modificavano l´incerta linea costiera. Alessandro non vide mai finita la città che aveva disegnato sulla sabbia usando, secondo la leggenda, manciate di farina. Ma dopo la sua morte fu sepolto lì, alla foce del grande fiume, in un tomba di alabastro.
Alessandria è stata la capitale dei Tolomei, gli ultimi faraoni: Greci che si erano calati con entusiasmo nella millenaria cultura egizia. Per secoli fu la più grande metropoli del Mediterraneo. Era una città pianificata grandiosamente, con strade porticate larghe trenta metri e lunghe chilometri e un intero quartiere occupato dallo sterminato palazzo reale. C´erano strutture per la diffusione e la raccolta dell´arte e della cultura: il Museo, la Biblioteca, primi nella storia, un porto per le gigantesche navi cerimoniali dei re, giardini decorati con opere d´arte e giochi d´acqua attivati da meccanismi ingegnosi. Infine, collegato alla terra ferma da un ponte-strada lungo sette stadi, quasi un chilometro e mezzo, la meraviglia più grande: il Faro. Una gigantesca torre che segnalava l´ingresso dei vari porti della città.
La fama di Alessandria era legata ad un vicino sobborgo: un villaggio le cui origini leggendarie riconducevano ai miti omerici. Si narrava che qui fosse morto Canopo, il nocchiero di Ulisse. E Canopo era il nome della cittadina che era nota per l´offerta di divertimenti lussuriosi e di sfrenati godimenti nell´intero mondo mediterraneo. Questo luogo particolare è spesso raffigurato nei cosiddetti "mosaici del Nilo": un mondo fluido abitato da ippopotami, coccodrilli e uccelli acquatici, dove galleggiano zattere ornate di fiori e cariche di musici e ballerine che allietano gli spettatori che banchettano sulle rive. Tanto era famosa Canopo che Adriano, l´imperatore architetto, volle costruire nella villa di Tivoli un triclinio estivo che chiamò con quel nome.
Ma a lungo di questa sentina di ogni vizio si sono perse le tracce. Nel corso dei secoli invasioni, incendi e maremoti l´hanno cancellata, hanno modificato la costa e deviato un braccio del grande fiume. Dove i contemporanei di Cleopatra e di Adriano s´erano abbandonati a danze lascive e a banchetti sfrenati, dapprima arrivarono i cristiani. Nel tentativo di purificare un luogo cosi terribile, lo dedicarono ad un santo eremita. Poi ai monaci e ai pellegrini fecero seguito i conquistatori islamici. Infine un cataclisma naturale fece sprofondare Canopo nel mare senza lasciare traccia.
Solo grazie alle prospezioni fatte negli ultimi anni, in mezzo alla baia di Abukir sono stati trovati i resti dell´antica capitale del peccato. E dal tempio di Canopo proviene, insieme ad oggetti, offerte ed ex voto legati a molte diverse credenze, la stupenda statua lucida e nera di una regina, che conclude trionfalmente il percorso della mostra. Altera, acefala e praticamente nuda sotto un velo bagnato che ne accentua piuttosto che nasconderne le forme, non ha nome, potrebbe essere una qualsiasi delle tante Cleopatre, Berenici o Arsinoe che divisero incestuosamente trono e potere con i propri fratelli. Ma la sensualità del soggetto e la morbidezza delle sue grazie richiamano irresistibilmente la storia della più terribile delle regine egizie. Una certa Arsinoe II, bellissima, crudele, avida e sensuale, che fu divinizzata ed equiparata ad Afrodite, dea dell´amore e protettrice dei naviganti. Binomio perfetto per una città dedicata al sesso e al commercio.

domenica 1 febbraio 2009

La notte di Pompei. Le rovine valgono meno dei rifiuti

il Riformista 1.2.09
Occasioni perdute Gli scavi commissariati rendono poco, nell'indifferenza generale
La notte di Pompei. Le rovine valgono meno dei rifiuti
di Adolfo Scotto di Luzio

PATRIMONI. Un libro di Alain Jaubert edito da Gallimard restituisce la sensuale vitalità meridionale messa a dura prova dalla crisi di Napoli. Ma non basta: è ancora possibile sentire la cultura non solo come emozione ma come coscienza di una identità nazionale? Della prestigiosa area archeologica viene sfruttato solo il 5% del potenziale business. È sufficiente il mito anglosassone della «gestione delle risorse», o manca un tassello meno tecnico?

Una notte d'estate, un uomo e due donne, a spasso per gli scavi di Pompei, si abbandonano ad ogni sorta di gioiosa lascivia che, come spiega la più giovane, Anna Maria, i romani riassumevano in cinque verbi: futuere, pedicare, fellare, lingere, irrumare. Naturalmente bevono champagne. È questa la Nuit à Pompei che, su uno sfondo glamour e chic internazionale, dà il titolo al romanzo di Alain Jaubert, uscito di recente in Francia per Gallimard, culmine dell'amorosa inchiesta cominciata quarant'anni prima dal protagonista proprio nei vicoli di Napoli, giovanissimo e solitario viaggiatore.
Scontata qualche ingenuità, il libro di Jaubert è molto interessante. Già il tema scelto, la memoria dell'antico, la vitalità e la sensualità meridionale, convenzionale quanto vi pare appartiene però ad una convenzione poco usuale di questi tempi di predominante leggenda nera sulla città, che anche in Francia ha i suoi adepti. Nel romanzo di Jaubert al contrario tutto si arrangia con leggerezza. La storia scompare e la natura prende il sopravvento. Il romanzo finisce come inizia, con lo sguardo fisso al Vesuvio, immobile, eterno, fertile. Sovranamente indifferente all'umanità brulicante ai suoi piedi.
Questa predominanza è l'espressione di uno sguardo che riduce il Sud, come un tempo l'Italia intera, alla condizione di una terra dolcemente morta alla storia. Eppure il sentimento del paesaggio italiano e napoletano in particolare è sincero, si nutre di una perlustrazione amorosa dei luoghi, restituiti con precisione al lettore. Il romanzo di Jaubert si fa leggere soprattutto perché con un'assoluta mancanza di pudore lo scrittore sceglie un tema gigantesco, quello del rapporto con l'antico come specchio dell'identità dell' uomo moderno, europeo settentrionale, individualista e solitario, colto nel riflesso della diversità di un Sud tradizionale, cattolico e mediterraneo.
Ho ripensato al romanzo di Jaubert dopo la lettura del profilo «americano» che il 12 gennaio di quest'anno il Wall Street Journal ha tracciato di Mario Resca, l'uomo di Sandro Bondi alla gestione del patrimonio museale e archeologico del nostro paese. E non perché, come perfidamente suggerisce l' Economist, il linguaggio manageriale dell' ex boss di Mc Donald Italia assimila i musei ad una «big factory». Piuttosto, nella nuova fase della modernizzazione italiana com'è quella che stiamo attraversando, la scelta del ministro dei beni culturali ripropone un'alternativa tra la mentalità del Nord (genericamente anglosassone) e l' arretratezza meridionale che è stata centrale nel modo con cui gli italiani hanno pensato alla loro mancata modernità. Di fronte ai dati dei visitatori nei nostri musei, Mario Resca ha imparato a reagire come i viaggiatori inglesi all' inizio dell' Ottocento di fronte allo spettacolo della campagna romana. Come ad un problema di efficienza del suo sfruttamento. Parlando di Pompei, ad esempio, Resca nota lo scarto troppo grande tra il potente richiamo della sua memoria e la capacità del sito archeologico di attrarre turisti. Tempo fa quelli di Merryl Lynch hanno calcolato che la ricchezza prodotta da Pompei è appena il 5% del suo potenziale. Naturalmente è decisivo il modo in cui si gestisce un patrimonio culturale. Ma resta inevasa un'altra questione: il senso del rapporto che stabiliamo con il nostro passato.
Proprio le vicende di Pompei sono significative da questo punto di vista. Tra le tante cose di cui i napoletani hanno dato prova di non avere cura ci sono appunto gli scavi. In una città che nel corso del 2008 ha visto molte delle sue istituzioni politiche e civili sottratte alla incapacità di gestirsi dei suoi abitanti, è arrivato anche il commissariamento del sito archeologico più celebre del mondo. Dico dei napoletani perché è impossibile attribuire le condizioni in cui versano gli scavi alla responsabilità del sovrintendente e, oggi, del commissario. L'urgenza che ha mosso il governo è tutta del degrado circostante, che rischiava e rischia di sommergere i resti della città romana sotto l'impeto di un vulcano più minaccioso del Vesuvio, perché è fatto di un disprezzo per la storia degli uomini di cui gli uomini sono gli unici responsabili.
Le immagini del degrado sono state diffuse ampiamente. Gli scavi vi appaiono insidiati da una città che penetra con il suo disordine e il suo malcostume il tracciato dell' insediamento antico. Pompei è l'occasione per mille piccoli arricchimenti senza ricchezza, come di chi si azzuffa per arraffare quanto può dei denari fatti circolare dall'enorme afflusso di turisti, in calo nel 2008 ma sempre più di due milioni in un anno: i parcheggiatori come dei questuanti; l'assenza di sorveglianza fuori e la sua grave carenza dentro il sito archeologico, e poi le guide che litigano per i gruppi di visitatori, i pagamenti in nero, i modi sgarbati del personale; i mille ricatti sindacali, con migliaia di visitatori in fila ad attendere la fine di un'assemblea, le decisioni di una corrente, il beneplacito di un capobastone. Miseria che produce miseria.
Quello che mi colpisce è il moltiplicarsi di atteggiamenti di disaffezione e di indifferenza che tradiscono il dissolversi del legame concreto di una comunità con il suo patrimonio storico e artistico.
Per conservare qualcosa, qualsiasi cosa, bisogna averne il sentimento che non è una generica e lacrimevole disponibilità a lasciarsi emozionare ma è coscienza e dunque cultura. Altrimenti le cose prima o poi si perdono, come si dice di solito, per nascondersi un abbandono, di tutti quegli oggetti di un passato che abbiamo smesso di riconoscere come nostro e che ad un tratto non troviamo più. Dei beni culturali si parla spesso e molto giustamente come di un' occasione di ricchezza materiale, mai come dell' elemento cruciale nella definizione dell'identità degli italiani.