giovedì 31 gennaio 2008

"La psicoanalisi addormenta le coscienze. Sprofondati nell'inconscio, ci dimentichiamo del mondo"

Corriere della sera, martedi, 18 maggio 1993
James Hillman, epigono i Jung, accusa: " la psicoanalisi addormenta le coscienze. sprofondati nell' inconscio, ci dimentichiamo del mondo "
ma e tutta colpa dello strizzacervelli

Chiaberge Riccardo
PSICHE e SOCIETÀ
James Hillman, epigono di Jung, accusa: "La psicoanalisi addormenta le coscienze. Sprofondati nell'inconscio, ci dimentichiamo del mondo"
Ma è tutta colpa dello strizzacervelli "Con la sua ossessione di adattare l'uomo al sistema, la terapia è diventata la fabbrica dei mediocri. Coccolati sul lettino di Freud gli occidentali abdicano al ruolo di cittadini, elaborano lutti e non vanno a votare"
Non bastavano l'effetto serra, il buco nell'ozono, Chernobyl, le maree nere e la distruzione dell'Amazzonia. Un'altra forma di inquinamento, più subdola ma non meno insidiosa, serpeggia nel mondo sviluppato: la psicoanalisi. La disciplina ideata da Sigmund Freud quasi un secolo fa per curare le nevrosi si è trasformata, nelle mani dei suoi epigoni, in una droga che narcotizza le coscienze e riduce gli individui allo stadio di bamboc ci inermi e conformisti. Ogni giorno, a New York come a Parigi o a Milano, migliaia di Woody Allen si stendono sul sofà del loro "strizzacervelli" di fiducia e passano qualche ora a rivangare i traumi della propria infanzia, a sezionare i rapporti co n genitori e coniugi, a "elaborare lutti" e a eliminare "rimozioni". Il tutto in cambio di parcelle milionarie. E intanto, sprofondati nel pozzo dell'inconscio, dimenticano il mondo, la politica, le guerre, i problemi della società in cui vi vono. Abdicano al proprio ruolo di cittadini. Insomma, per dirla tutta: se il pianeta va a rotoli, è anche per colpa della psicoanalisi. Non ce ne vogliano i signori analisti, queste accuse non le abbiamo inventate noi. Vengono da un loro collega, e non certo da un pivellino alle prime armi: trattasi di James Hillman, sessantasette anni, americano di Atlantic City, allievo e successore di Carl Gustav Jung, autore di lavori fondamentali come Saggio su Pan, Il mito dell'analisi, Il sogno e il mo ndo infero, Anima, La vana fuga dagli dei. Hillman non è mai stato tenero con la sua categoria. Ma questa volta ha davvero affondato la lama fino all'elsa: con l'aiuto del giornalista e scrittore Michael Ventura ha scritto un libro selvaggio e tras gressivo, un libro, come ci dice lui al telefono, che "passa col rosso". Già il titolo è tutto un programma: Cento anni di psicoterapia... e il mondo va sempre peggio. In Italia sta per uscire, a giorni, presso l'editore Garzanti. La forma è quella del dialogo platonico (con l'aggiunta di uno scambio epistolare): incalzato dal suo interlocutore, il grande junghiano demolisce a uno a uno riti, miti e inganni del grande business della psiche. La scena si apre sulle Pacific Palisades di Sa nta Monica in California: sole, scogliere, gabbiani, petroliere all'orizzonte. E una vagabonda che dorme sul prato, muta testimone e simbolo di uno sfondo sociale degradato. "Il mondo si va deteriorando . esordisce Hillman. . Perchè la terapia non se n'è accorta? Perchè lavora soltanto su ciò che sta dentro l'anima. Gli edifici sono malati, le istituzioni sono malate, il sistema bancario è malato, e così la scuola, il traffico: la malattia è là fuori". E invece, tutti a scavare nella psiche, com e se l'origine di tutto fosse lì. E una forma di strabismo che impedisce di vedere le cause vere del disagio. Arriviamo stressati dall'analista per aver guidato in mezzo al traffico, un camionista ci ha quasi fatto uscire di strada, e quello r iesce a farci dire che nostro padre era un figlio di puttana e che quel camionista ci ricorda lui. Ci commuoviamo davanti a un barbone, e il terapeuta ci spiega che quella pena è in realtà un sentimento di dolore per noi stessi. Ogni sussulto di in dignazione, ogni emozione, ogni shock esterno vengono invariabilmente ricondotti al nocciolo duro dell'io. Dice Hillman: "Perchè la gente sensibile, intelligente . almeno fra la classe media bianca . è così passiva? Perchè negli Stati Uniti questa ge nte è in terapia da trenta, quarant'anni, e durante questo periodo c'è stato un terribile declino politico". La psicoterapia che oggi è di moda consiste in un viaggio a ritroso alla scoperta del "bambino interiore", di quello che Jung chiamava "l'a rchetipo del fanciullo". Ma questo, secondo Hillman, è un disastro per la nostra democrazia. "La democrazia dipende da cittadini estremamente attivi, non da bambini. Enfatizzando l'archetipo del fanciullo, riducendo le nostre sedute a rituali in cui si evoca l'infanzia e si ricostruisce l'adolescenza, ci escludiamo dalla vita politica". Guardate i cittadini dell'Unione Sovietica o dei Paesi ex comunisti, dove la psicoanalisi è stata bandita per decenni: loro sì che sanno ancora fare la rivoluz ione. Gli occidentali, viziati e coccolati sul lettino di Freud, non vanno più nemmeno a votare. Il vecchio junghiano di Atlantic City pensa ovviamente ai suoi compatrioti, ma noi non siamo poi tanto diversi: maniacalmente devoti al culto di sè, os sessionati dalle rughe e dalla forma fisica, sempre in autostrada o a bordo di un jet, tutti antenna parabolica, fax e telefonino. Ma tremendamente soli. Dice James Hillman: "Posso guardare trentaquattro canali televisivi, comunicare con gente di o gni parte del mondo, volare da un capo all'altro del Paese. Vivo dappertutto e in nessun posto. Eppure non so chi abita alla porta accanto. Questo "iper" di comunicazione e di informazione fa parte di ciò che tiene a distanza l'anima". Per Hillman la psicoanalisi non è . come pensava Freud . una "lotta contro il demone" dell'irrazionalità. E un incontro con gli angeli e gli dei che sono dentro di noi. Analizzare è fare anima, secondo l'espressione di Keats: "Chiama il mondo, ti prego, la valle del fare anima. Allora scoprirai a che serve il mondo". L'errore dunque non sta nell'introspezione, nella ricerca interiore, di lunga durata, ma nei suoi obiettivi. Che non devono essere l'estraniazione dal mondo, la chiusura dell'individuo in se stesso, ma al contrario, la "interiorizzazione della comunità". "Se io non sono in un campo psichico con gli altri, con la gente, gli edifici, gli animali e le piante, io non sono". Parafrasando Cartesio si potrebbe dire "Convivo ergo sum". La psic oterapia di oggi, accusa Hillman, è la fabbrica dei mediocri. Con la sua ossessione di appianare, di "elaborare", di alleggerire lo stress, di adattare l'individuo al sistema, è diventata una sorta di anestetico universale. Mira a trasformare la gent e in "pane bianco", privo di lievito genuino. In tante Barbie di plastica, in tanti Dan Quayle senza qualità e senza stravaganze ("non come Clinton, che ha avuto una vita emotiva complessa, ha studiato a Oxford ed è un idealista"). E così il mondo va sempre peggio. Come fermare questa deriva? Il grande junghiano ha una ricetta: "Aprire la mente... incoraggiare quel meraviglioso e folle aviario di pensieri che volano sfrenati, di fantasie sature di sesso, di desideri incredibili, di ferite sang uinanti, e quei musei di frammenti arcaici che costituiscono la psiche". Anzichè rifiutare la patologia, bisogna vedere in essa la nostra salvezza: "È la finestra nel muro, attraverso cui entrano i demoni e gli angeli". È un rovesciamento completo del metodo psicoanalitico, quello che Hillman propone: "Invece di leggere la nostra vita come il risultato di sconfitte patite quando eravamo bambini, leggiamo la nostra infanzia come un modello in miniatura, come un cammeo della nostra vita". Dice va Jung: "Si diventa quello che si è". In ognuno di noi c'è fin dalla nascita un "nucleo germinale", una "ghianda" che è l'immagine di ciò che saremo. Anche quelli che in un ragazzo sembrano comportamenti patologici possono essere l'espressione di po tenzialità future. A scuola, Einstein era considerato ottuso e Marcel Proust troppo prolisso nei temi, Edison era uno degli ultimi della classe, e Picasso fu addirittura espulso perchè "si rifiutava ostinatamente di fare qualunque altra cosa che no n fosse dipingere". Il compito della vita non è quello di normalizzare l'eccentricità, ma di "lasciarsi guidare dal proprio genio (o demone, o angelo)". E l'analista deve aiutare il paziente a fare questo. Il suo studio deve diventare una "cellula rivoluzionaria", un mezzo per cambiare non solo se stessi ma anche il mondo. Resta una domanda in sospeso: siamo sicuri che sarebbe un mondo migliore?

mercoledì 30 gennaio 2008

Grand Tour nella "Roma picta". Dai mosaici a Raffaello, a Scipione: la città vista dagli artisti

Grand Tour nella "Roma picta". Dai mosaici a Raffaello, a Scipione: la città vista dagli artisti
LUDOVICO PRATESI
30 GENNAIO 2008, LA REPUBBLICA, ROMA



Dalla veduta del quarto secolo in Santa Pudenziana alla prima San Pietro nell´Incendio di Borgo fino agli scorci di Roesler Franz



"Soltanto a Roma ho sentito cos´è realmente un uomo" scrive Goethe nel 1786. Roma, una meta imprescindibile nell´età dell´illuminismo e del Grand Tour. Un mito creato prima di tutto dagli artisti che l´hanno raffigurata attraverso mosaici, dipinti, disegni e incisioni. Il nostro itinerario alla scoperta della Roma picta - in vista dell´uscita domani in edicola del libro di Repubblica I colori di Roma - comincia dalla chiesa di Santa Pudenziana: al centro del mosaico absidale (IV secolo d. C.) compare il profilo di una città di templi e palazzi, certamente ispirato all´aspetto che doveva avere allora la capitale dell´impero cristiano.
Da quell´immagine arcaica e solenne, passiamo ai palazzi Vaticani, dove Raffaello, chiamato da papa Giulio II all´alba del ´500, offre scorci di notevole bellezza della Roma rinascimentale. A cominciare da una rara immagine dipinta della facciata medievale della basilica di San Pietro nell´affresco dell´Incendio di Borgo, accompagnata da una suggestiva veduta sullo sfondo dell´Incontro tra Leone III e Attila, nella sala di Eliodoro. Negli stessi anni, un amico e collega di Raffaello, Baldassarre Peruzzi, è impegnato a decorare la villa di Agostino Chigi in Trastevere (oggi villa Farnesina) dove nel 1514 realizza la sala delle Prospettive, con un colonnato affrescato a trompe l´oeil: tra le colonne si intravedono diversi scorci di Roma, con tanto di minuziosi dettagli dipinti a fil di pennello.
Un´altra veduta urbana fa da arioso sfondo al Bagno di Betsabea (1552-54) affrescato da Francesco Salviati in palazzo Sacchetti (via Giulia 66; visitabile solo su richiesta). Più comuni le scene urbane del Seicento, come quella realizzata dal Domenichino nell´affresco con Santa Cecilia che dona le sue ricchezze ai poveri (1614) in San Luigi dei Francesi. A celebrare i fasti della Roma barocca sulla tela non è un italiano, ma un olandese, Gaspar Van Wittel: tra le vedute custodite in alcune importanti pinacoteche romane, Castel Sant´Angelo alla Galleria Corsini.
Protagoniste assolute del vedutismo romano del Settecento sono invece le incisioni di Piranesi custodite alla Calcografia nazionale, mentre chi ama le atmosfere un po´ malinconiche delle piazze romane di metà Ottocento può ammirare le tele di Ippolito Caffi esposte a palazzo Braschi o gli acquerelli della Roma sparita di Ettore Roesler Franz al museo in Trastevere. I cantori di Roma del primo Novecento sono i pittori della Scuola Romana, conservati nelle collezioni (attualmente chiuse al pubblico) della Galleria comunale in via Francesco Crispi: il Cardinal Decano di Scipione e le Demolizioni di Mario Mafai testimoniano il volto della capitale, sempre in bilico tra passato e presente, tradizione e modernità.

Perché possiamo dirci zapateriani

Perché possiamo dirci zapateriani
L'Unità del 30 gennaio 2008, pag. 11

di Umberto De Giovannangeli

Tempi elettorali. In Italia come in Spagna. Tempi di verifica sulle rispettive esperienze. Di governo, e non solo. Tempi di convergenze e di nuove affi­nità, come quella che lega l'idea di Partito demo­cratico tratteggiata da Walter Veltroni e il «socialismo gentile» propugnato da Josè Luis Zapatero. Zapatero fa discutere. Per le posizioni assunte in ma­teria di diritti civili nel campo della sessualità, per il rapporto rispettoso ma laicamente forte stabili­to con la Chiesa cattolica del suo Paese. Un leader che nasce all'interno dell'apparato di partito ma che non ne resta imprigionato. Un socialista che guarda oltre i confini tradizionali del socialismo europeo, ponendo al centro della sua azione di go­verno la questione dei diritti, delle libertà della persona. Conquistando su questo terreno anche i suoi avversali. Lo dimostra la presa di posizione del leader dello schieramento conservatore spagnolo, Mariano Rajoy, presidente e candidato del Partito popolare contro Zapatero: «I diritti dei gay? Se vinco li confermo», ha affermato. Zapate­ro che lancia un «dialogo di civiltà» con l'Islam; colui per il quale il socialismo è aiutare i singoli, non le classi, il premier che in nome dell'europeismo, rompe con Bush e punta ad un rafforzamen­to politico dell'Unione Europea. E ancora, il capo di governo che non esita a rendere l'ora di religio­ne non più obbligatoria ma opzionale, scatenan­do la reazione della gerarchia cattolica. Cosa «invi­diare» del modello-Zapatero? L'Unità ne discute con lo storico Massimo Salvadori, il politologo Angelo Bolaffi, con Ettore Siniscalchi, giornalista e autore di «Zapatero, un socialismo gentile» (Manifestolibri) e con Aldo Garzia, autore assieme a Marco Calami, del libro-intervista «Zapatero. Il so­cialismo dei cittadini» (Feltrinelli).



1) Il modello-Zapatero, la sua «rivoluzione morbida», il suo «socialismo gentile»: in che misura e su quali terre­ni l'esperienza del leader spagnolo può offrire indica­zioni utili anche alla sini­stra e ai progressisti italiani?



2) Molto si discute di modelli elettorali in Italia: tra quelli di ferimenti, c'è il modello spagnolo. Ma al di là del si­stema elettorale, su quali ambiti il progressimo zapateriano rappresenta un punto di riferimento?




Aldo Garzia

«Gli invidiamo la laicità e i diritti di cittadinanza»



1) «Ciò che ha subito colpito, fin dai giorni immediatamente successivi alla vittoria di Zapatero, è stato il rinnovamento culturale della piattaforma politica con cui si era presentato alle elezioni. Infatti, Zapatero aveva posto al centro della sua proposta politica la questione dell'estensione dei diritti di cittadinanza e dei diritti sociali. Ciò nasceva dall'idea

che la Spagna dovesse portare a compimento il processo di piena democratizzazione della sua società e delle sue istituzioni. Ma il vero punto di novità che la sinistra europea non ha saputo o voluto cogliere all'inizio dell'esperienza di Zapatero, è che si era in presenza di un rovesciamento del modo tradizionale con cui la sinistra si pone il problema del governo. Nell'epoca della globalizzazione e del Trattato di Maastricht, un governo di sinistra può agire poco sui vincoli nazionali, anche se rispetto alla destra deve difendere e riformare il proprio welfare, ma ciò che più conta, incide e innova è il porre al centro del proprio agire politico e di governo, come ha fatto Zapatero, il tema della democrazia, della laicità, dei diritti individuali e collettivi, riducendo ogni forma di potere statale sulla vita di ognuno. Sulla base di questa innovazione, Zapatero si è preoccupato, prima e dopo le elezioni del 2004, di avere come consulente un teorico della politica e della democrazia come Philip Pettit: non è un fatto abituale che un premier faccia i conti anche con la teoria politica».



2) «Ora la discussione sull'esperimento-Zapatero si riapre anche in Italia, forse perché la Spagna rischia di essere l'unico Paese significativo in Europa dove governa la sinistra socialista. Peccato che la sinistra in Italia abbia "demonizzato" fino a ieri Zapatero, forse temendo la sua coerenza sui temi della laicità e dei diritti dei gay, e non abbia invece colto la complessità del suo esperimento politico. Insomma, la sinistra italiana ha incensato troppo Blair e non si è accorta di Zapatero. Un altro punto di forza, non secondario, di Zapatero è la forte sintonia con un Paese dinamico, giovane, in crescita economica e che vuole lasciarsi alle spalle gli ultimi residui della dittatura franchista. Ecco perché la società e la sinistra spagnole ci fanno invidia».




Massimo Salvadori

«Dietro le spalle ha un partito forte non diviso come il nostro centrosinistra»



1) «Innanzitutto, Zapatero ha dietro di sé un grande partito, e questo partito è in grado di fornirgli una maggioranza parlamentare tale da sostenere il potere esecutivo e di essere, il Psoe, depositario delle aspettative, degli interessi di tutta quella parte della società spagnola che ha portato Zapatero al potere. Qui sta la prima, sostanziale differenza con il centrosinistra italiano al quale è mancato, almeno finora, la possibilità di contare su un soggetto forte, organizzato. E così, da un versante, quello spagnolo, abbiamo un Zapatero con un forte partito socialista che lo sostiene, mentre dal versante nostro, quello del centrosinistra italiano, abbiamo invece tre componenti tutte ancora "in mezzo al guado". Abbiamo frammentazione e ricerca di definizione».



2) «Zapatero, vinca o non vinca alle prossime elezioni, arriva all'appuntamento elettorale con una esperienza importante, che si è definita, ha prodotto delle conseguenze significative; una esperienza di governo che ha avuto un capo e una coda e con questa esperienza Zapatero si presenta all'elettorato spagnolo e sfida il campo avversario. Altro elemento importante, è che Zapatero oggi è un leader forte, riconosciuto, indiscusso, mentre noi non abbiamo una situazione di questo genere: anche nel Partito democratico quella di Veltroni è una leadership certa ma non è, in ultima analisi, una leadership così sicura nel senso che, di fronte ad una situazione complicata quale la nostra, anche all'interno del Pd ci sono in ballo molte questioni da definire. In ogni caso, il centrosinistra non ha un leader unico, ne ha tanti che sono pure in competizione tra di loro. Un altro aspetto importante, sta nel fatto che Zapatero si è misurato con la questione della laicità in un Paese a grande maggioranza cattolica. Zapatero, e per me questo è un risultato di grande peso e valore, ha portato avanti una idea di laicità che ha enormemente consolidato i diritti civili, rispettando in pieno l'autonomia della Chiesa cattolica ma allo stesso tempo non cedendo all'ingerenza della Chiesa stessa. A ciò va aggiunto che la Spagna è un Paese che ha assicurato una leadership politica che a sua volta si è sposata con una capacità di crescita economica molto importante».




Ettore Siniscalchi

«Non ha mai fatto l'occhiolino al nuovismo e all'antipolitica»



1) «Un primo motivo di "invidia", ritengo che possa essere la costruzione della leadership. Zapatero è una persona che ha costruito la sua leadership senza un apparato che gli mettesse freni. Lui è andato a un congresso, lo ha vinto abbastanza a sorpresa appellandosi al forte scontento che c'era all'interno del Psoe, nell'ambiente della militanza

rispetto alla vecchia generazione e alla fine del percorso politico di Gonzales e agli successivi che sono stati segnati dall'incapacità di creare un ricambio, di ritornare al potere...Zapatero ha intercettato questa esigenza che era poi anche quella che lui rappresentava generazionalmente. E una volta che ha vinto il congresso, Zapatero ha costruito una leadership molto forte, ha scelto i dirigenti del partito, ha messo da parte la "vecchia guardia" salvando però alcuni personaggi in apparenza di seconda fila ma in realtà molto importanti già nelle esperienze di governo di Gonzales - stutti Alfredo Perez Rubalcaba, attuale ministro degli Interni -: uomini di macchina estremamente preparati e che hanno fatto da raccordo sia prima di arrivare al potere nel partito sia dopo, garantendo al nuovo segretario, Zapatero, una

forza di apparato che altrimenti non avrebbe avuto».



2) «Quello che non è accaduto nel Psoe, e questo dovrebbe essere oggetto di "invidia" da parte di tutti i progressisti italiani, è che l'apparato non ha fatto resistenza passiva. Zapatero, che pure è uomo di mediazione, vince il congresso, fa le sue nomine, forma il suo esecutivo e governa un partito pure così complesso e articolato come è il Psoe, che ha nelle componenti regionalistiche le sue vere correnti. Un altro aspetto significativo, è che Zapatero non ha dovuto fare tabula rasa, e a ciò va aggiunto, come altro elemento di "invidia", che Zapatero si proposto come innovatore ma nel segno della continuità: lui è un uomo di apparato, cresciuto nel Psoe, e in quanto tale ha rivendicato la sua formazione politica, non ha mai fatto l'occhiolino all'antipolitica, al nuovismo fine a se stesso, ma ha sempre incentivato un discorso di continuità e di forza culturale anche come creazione di leadership alte, medie e intermedie, cioè il partito come luogo dove si crea la classe dirigente del Paese».




Angelo Bolaffi

«Non ha nemici a sinistra e il sistema elettorale spagnolo funziona bene»



1) «Zapatero non deve fare i conti con una forte sinistra alla sua sinistra, come invece avviene in altri Paesi europei dove la tendenza è a stabilizzare una sinistra-sinistra accanto a una sinistra-centro. Zapatero "non ha nemici a sinistra" e questo indubbiamente lo rafforza. Come a rafforzarlo è il sistema elettorale spagnolo, che ha dimostrato di

funzionare altrettanto bene di quello tedesco. E non è un caso che sia il modello spagnolo che quello tedesco siano stati al centro del dibattito in Italia sulla riforma elettorale. Un elemento di indubbia innovazione politico-culturale introdotto da Zapatero rispetto ai canoni classici della socialdemocrazia europea, è di aver impostato il suo riformismo non più tanto sull'economia quanto sulla libertà del singolo. Non puntare sull'elemento dell'uguaglianza sociale ma su quello della libertà inteso in senso ampio, quindi anche come libertà di costume, come esercizio forte e diffuso dei diritti della persona, bé, questo è un tema molto più post moderno rispetto alla modernità un po' datata della socialdemocrazia classica, e questo è indubbiamente un elemento di forza di Zapatero e del suo liberalismo post moderno: lui unisce questa idea di afflato sociale con quella della libertà individuale, dei costumi, che certamente introduce un elemento nuovo nella cultura socialdemocratica».



2) «Zapatero non ha inventato dal nulla il suo liberalismo dei diritti della persona, per certi versi si può dire che se lo sia trovato addosso come esito della modernizzazione spagnola, ma questo non sminuisce la sua capacità innovativa. Zapatero si stacca dalla dimensione puramente del sociale e va sul personale. E quello della persona, che è il tema cristiano-cattolico per eccellenza, Zapatero lo declina come libertà della persona da un altro punto di vista: non è più solo la difesa della persona ma come libertà del singolo. E questo è un tema forte, che la sinistra in Italia non ha saputo finora affrontare con la stessa incisività e capacità innovativa dimostrata da Zapatero. Un limite nello "zapaterismo", come nel progressismo di sinistra italiano, è quello dell'assenza dell'ecologia e dell'idea di una difesa laica della persona che senza cadere nel dogmatismo cristiano si fa carico dell'idea del limite».

martedì 29 gennaio 2008

L’India britannica sconfitta da un uomo

La Repubblica 29.1.08
L’India britannica sconfitta da un uomo
di John Lloyd

Disobbedienza.Gandhi fu uno stratega raffinato che trovò la maniera di combattere l´impero

Si dice che quando nel 1930 il Mahatma Gandhi visitò l´India, già da leader del movimento nazionalista indiano contro la Gran Bretagna, gli fu chiesto che cosa ne pensasse della civiltà occidentale ed egli rispose: «Sarebbe una buona idea». Si tratta di una battuta di spirito che rifletteva l´amarezza sarcastica di chi, avendo già trascorso due anni di prigione, aveva assaggiato il lato sgradevole dell´imperialismo britannico. Era tuttavia impropria nel suo sottintendere che la Gran Bretagna non aveva portato alcuna influenza civilizzatrice e nessuna istituzione in India - ivi incluse la democrazia parlamentare e la legalità. Ma per un verso la frase di Gandhi era sicuramente legittima: faceva chiaramente intendere ai britannici e al mondo occidentale che i loro principi liberali e democratici non erano stati esportati nel Paese sul quale governavano.
La genialità di Gandhi era consistita nel maturare, durante i 21 anni da lui trascorsi in Sudafrica dal 1893 al 1914, la strategia della resistenza non violenta, nota anche come resistenza passiva: uno scontro con l´autorità di masse di persone che si rifiutavano di lavorare, di muoversi e tanto meno di obbedire agli ordini, ma attuato pacificamente, senza offrire alcuna resistenza attiva alla polizia o all´esercito. Questa sua strategia lo ha reso un modello per molti protagonisti della resistenza pacifica del XX secolo, tra i quali Martin Luther King negli Stati Uniti e Aung San Suu Kyi in Birmania; ha garantito che il movimento popolare contro gli inglesi fosse per buona parte non violento e ha offerto un´alternativa positiva alle rivoluzioni e ai colpi di Stato che hanno contrassegnato il secolo scorso. Ma, più di ogni altra cosa, la sua strategia ha raggiunto lo scopo che si era prefissa: disonorare l´impero britannico.
L´imperialismo britannico in India risultava inammissibile in particolar modo a tutti gli indiani che avevano completato i loro studi in Gran Bretagna - come Nehru, il Primo ministro indiano, Muhammad Ali Jinnah, il fondatore del Pakistan, e Gandhi stesso, che avevano tutti studiato giurisprudenza a Londra. I principi da loro acquisiti di giustizia, eguaglianza e diritti erano in aperto conflitto con la palese esclusione degli indiani dalla maggior parte delle questioni di governo del loro Paese. Gandhi, consapevole delle divergenze di opinione presenti anche in Gran Bretagna, sapeva di avere davanti a sé due platee differenti: da un lato quella dei suoi compatrioti, che egli aveva persuaso a opporre resistenza agli inglesi, e dall´altro quella formata dai liberali e socialisti britannici sempre più contagiati dall´opinione che l´Impero era una pesante responsabilità e al contempo una vergogna.
La seconda di queste platee crebbe lentamente. Era l´India, più di qualsiasi altro territorio dell´Impero britannico, a dare alla Gran Bretagna il suo status di superpotenza mondiale, negli anni prima della guerra. Churchill si oppose accanitamente a qualsiasi iniziativa volta a concedere l´indipendenza: in una serie di discorsi degli anni Trenta, quando non era al governo ed era fuori dalle grazie del Partito conservatore al quale apparteneva, si scagliò apertamente contro Gandhi. In un discorso del 1931 denunciò pubblicamente il viceré indiano di aver scarcerato Gandhi per lasciarlo negoziare la fine della sua campagna di disobbedienza non violenta. Disse: «È nauseante vedere Gandhi, un avvocato sedizioso che ora si atteggia a quel genere di fakir (asceta indu) ben noto in Oriente, salire a gran passi e mezzo nudo la scalinata del palazzo del viceré per conferire alla pari con il rappresentante del nostro Re». Questa dichiarazione segna il punto più basso raggiunto da Churchill, incapace di comprendere gli argomenti e le motivazioni alla base dell´indipendenza e dell´auto-governo, determinato a considerare l´India niente più di un possedimento, a garanzia della potenza e del commercio britannici. Nondimeno, la sua era una posizione condivisa e molto popolare.
Le cose cambiarono: perfino i governi conservatori di prima della guerra iniziarono a prendere in considerazione l´idea di concedere all´India lo stesso status di autogoverno accordato ad Australia, Canada e Nuova Zelanda. Scoppiò la guerra e Gandhi si oppose a che l´India inviasse sue truppe ad aiutare lo sforzo di guerra, organizzando invece il movimento "Quit India" che si prefiggeva di obbligare i britannici ad andarsene. Quantunque non avesse sottoscritto le posizioni di Subhas Chandra Bose - che influenzato dal fascismo aveva fondato l´Esercito nazionale indiano per combattere con i giapponesi contro gli inglesi - tuttavia vide nella guerra l´occasione giusta per conquistare l´indipendenza, e si batté ancor più fermamente per essa. Fu imprigionato ancora una volta, anche se nel lusso relativo del Palazzo dell´Aga Khan di Pune (dove morì sua moglie). Il governo Labour del Dopoguerra, non senza incontrare una forte opposizione, si adoperò rapidamente per concedere l´indipendenza nel 1946, alla quale fece poi seguito la separazione dell´India in due Stati distinti, uno indu (India) e uno musulmano (Pakistan) - partizione alla quale Gandhi si oppose energicamente - e che creò forti ostilità ancor oggi fonte di pericolo e tensioni.
Come modello ispiratore e simbolo Gandhi non ha avuto equivalenti nel XX secolo. Come politico fu invece la disperazione del movimento nazionalista indiano. Durante la guerra arrivò a esortare i britannici a «invitare Herr Hitler e il Signor Mussolini a prendersi tutto ciò che vogliono dei Paesi che voi chiamate vostri possedimenti... e se questi gentiluomini decideranno di occupare le vostre case, voi le evacuerete; se non vi permetteranno di andarvene, lascerete che vi massacrino tutti, ma vi rifiuterete categoricamente di giurar loro fedeltà». In un´intervista rilasciata alla fine della guerra, si spinse ancora oltre, dichiarando che «gli ebrei in Europa avrebbero dovuto offrirsi al coltello del carnefice. Avrebbero dovuto lasciarsi cadere in mare dalle scogliere». Per Gandhi, tentare di rovesciare una tirannia, o opporsi a un genocidio, equivaleva a commettere un gesto tanto esecrabile quanto la tirannia o il genocidio stessi - opinione che pare ripresa oggi da coloro che si oppongono a qualsivoglia intervento per porre fine a un genocidio. Malgrado ciò, Gandhi mandò in briciole non solo l´Impero britannico, ma l´idea stessa di impero. Lo fece opponendo resistenza ai britannici e al mondo, fungendo da specchio nel quale potessero riflettersi mentre predicavano la legalità, la democrazia e i diritti civili in patria, opprimendo gli altri popoli all´estero. E nella seconda metà del XX secolo fu questa sua visione a trionfare.

(traduzione di Anna Bissanti)

I modi del gandhismo di dire no alla guerra

La Repubblica 29.1.08
I modi del gandhismo di dire no alla guerra
di Guido Rampoldi

Winston Churchill disse: «È nauseante vedere un avvocato sedizioso salire a gran passi e mezzo nudo la scalinata del palazzo per conferire alla pari con il rappresentate del Re»
Il clamoroso trionfo del Mahatma rovesciò l´immagine sommaria che voleva il pacifismo pauroso, fiacco e perdente, Occorreva un coraggio sovrumano per sfidare i fucili di un impero
Una tradizione pacifista che in Italia soprattutto si è intrecciata con il cristianesimo

Quando la nonviolenza gandhiana mandò al tappeto l´impero britannico, a quel tempo già terminale ma ancora poderoso, il pacifismo non godeva di buona fama. E tutto sommato con ragione. Pesava il ricordo di Monaco. Al grido di "Pace, pace!" nel settembre del 1938 folle entusiastiche avevano accolto il britannico Chamberlain e il francese Daladier, che a Monaco avevano sì evitato la guerra, ma al prezzo di consegnare a Hitler la Cecoslovacchia. A Parigi Daladier aveva salutato il tripudio pacifista con gesti larghi del braccio e il più amorevole dei sorrisi; poi, rivolto al suo segretario, aveva mormorato: «Che idioti! se sapessero...» (il testuale fu più pesante). Non sappiamo cosa Chamberlain abbia detto in privato, ma in pubblico si sbilanciò: garantì di essere tornato in patria con una pace onorevole e rassicurò i londinesi, «Andate a casa e fatevi un sonno tranquillo». Un anno dopo il fragore dei cingolati tedeschi che invadevano la Polonia risvegliarono i britannici da quel "sonno tranquillo" e anticiparono ai francesi l´occupazione nazista.
Il clamoroso trionfo del Mahatma rovesciò l´immagine sommaria che voleva il pacifismo pauroso, egoista, fiacco e perdente come lo era stato nel 1938. Occorreva un coraggio sovrumano per sfidare i fucili di un impero che non aveva esitato a sparare a freddo sulle folle; e una formidabile disciplina per non cedere al desiderio di vendetta. Inoltre quel pacifismo patriottico di mostrava il rigore etico invece mancato alla gran parte dei movimenti anti-coloniali, i quali, strappata la frusta dalla mano dei loro oppressori, l´abbattevano con la medesima ferocia sulla schiena di minoranze ostili. Ma soprattutto, la resistenza non violenta si dimostrò un metodo di lotta straordinariamente efficace. Quale altro movimento di liberazione era riuscito a piegare un impero agguerrito semplicemente con l´arma della propria superiorità morale?
Quella vittoria nobilissima non poteva non colpire l´immaginazione di un´Europa che era stata il campo di battaglia di due conflitti mondiali e ne rischiava un terzo, combattuto con armi atomiche. Con il tempo il gandhismo fascinò e contaminò culture politiche diverse, spesso per il tramite di un cristianesimo eterodosso. In Italia fu immediatamente intercettato dal Partito radicale, rapidamente convinse almeno una parte del cattolicesimo sociale, si saldò con naturalezza al femminismo e alla critica del militarismo, e tre anni fa rappresentò, con l´audace svolta non violenta di Rifondazione, l´ultimo approdo del comunismo riformato. Diede origine al movimento degli obiettori di coscienza. Ebbe tra i suoi alfieri figure straordinarie per tenacia e per coraggio: Aldo Capitini, Danilo Dolci, Ernesto Balducci, Primo Mazzolari, don Milani... Oggi se ne può trovare un´eco nella critica all´interventismo umanitario, che se condotta da una sinistra rigorosa (la Fondazione Basso, Danilo Zolo, Alessandro Colombo) o perlomeno animata da una compassione autentica (Vauro), svolge un ruolo comunque prezioso: ci invita a diffidare sistematicamente della guerra. Ma più spesso il pacifismo gandhiano sembra diventata la griffe di una sinistra sgangherata, la posa accigliata di un puritanesimo vanitoso e vacuo, insomma una finzione.
Però è una finzione di successo. Il marketing politico sconsiglia di smascherarla, e quasi nessuno a sinistra osa dire una cosa ovvia ma impopolare: la nonviolenza non può pretendersi metodo di lotta universale, applicabile in qualunque circostanza e contro qualsiasi avversario. Risulta efficace soltanto dove ricorrano alcune condizione, in primo luogo un contendente che riconosca determinati valori e per conseguenza accetti un limite "etico" ai propri metodi di lotta. Gandhi prevalse sulla patria della Magna Charta, una democrazia governata da un partito laburista. Un movimento di massa che si fosse opposto con metodi altrettanto pacifici a Hitler, a Stalin, a Pol Pot, perfino a Franco, sarebbe stato sterminato e avrebbe fallito miseramente. In altre parole la non-violenza esprime ciò di cui difetta l´interventismo umanitario, una coerenza tra la nobiltà dei fini e la purezza dei mezzi, ma è del tutto inefficace contro regimi o movimenti totalitari. Piaccia o no, soltanto una guerra giusta talvolta riesce a piegare quel nemico.
È il problema delle conseguenze e si pose già in quel 1947, subito dopo l´indipendenza all´India: Ghandi non riuscì a evitare il bagno di sangue che portò alla Partizione. Il trionfo della nonviolenza si ribaltò in un´orgia di violenze. Un milione di uccisi. Sarebbe stato un numero assai minore se l´esercito britannico avesse condotto per tempo una repressione spietata dei nazionalismi islamico e indu. Astenendosi (per calcolo politico), dimostrò quel che più tardi la storia ha confermato: anche la rinuncia alla violenza può uccidere. Lo potrebbero testimoniare, tra gli altri, i centomila bosniaci ammazzati durante una guerra che la Nato fermò con una settimana di bombardamenti, dopo tre anni di inazione. A sua volta anche un conflitto che persegua le motivazioni più nobili può rovesciarsi nel suo opposto e produrre risultati spaventosi.
Nel suo appassionante Chi è il mio prossimo, Adriano Sofri lo chiama «lo scacco della buona intenzione», e nota che non vi sfuggì Gandhi, ma neppure vi sfuggono gli interventismi occidentali, anche per risultato di una deriva "tecnica": nelle moderne guerre «gli "effetti collaterali" si ingrandiscono a dismisura, e sempre più spesso prendono il sopravvento sulla motivazione primaria e il suo frutto». Estremizzando questa giusta annotazione, oggi il neo-gandhismo sostiene che la "guerra aerea", cioè l´attuale modo di combattere degli occidentali, è intrinsecamente terroristica, in quanto si propone non più di sconfiggere l´esercito avversario, ma di rendere il conflitto insopportabile a un´intera società. In sostanza gli "effetti collaterali" sarebbero il mezzo adottato per piegare una volontà generale, non un risultato indesiderato. Ma ammesso che questo sia vero, e talvolta lo è, mezzi spuri, "sporchi", talvolta possono arrestare un´ecatombe; e all´opposto la nonviolenza può risultare del tutto inefficace. Dove si aprisse un conflitto tra i fini e i mezzi sarebbe preferibile salvare la coscienza e i principi oppure, concretamente, vite umane? Poiché il calcolo dei costi e dei benefici varia da situazione in situazione, questo dilemma non ha una risposta unica, applicabile sempre. Ma come spiega l´ambasciatore Robero Toscano nel saggio La violenza, le regole, non è affatto impossibile sottomettere la guerra ai limiti etici dello justum bellum, la guerra giusta, (Toscano cita in proposito un rapporto del 2001, Responsibility to Protect, finanziato dal governo canadese e da fondazione internazionali). Insomma c´è uno spazio tra la resa alla barbarie e la resa all´illusione.

Sessant'anni fa moriva per mano di un fanatico il Mahatma

La Repubblica 29.1.08
La lezione che l’Occidente ignora
Sessant'anni fa moriva per mano di un fanatico il Mahatma
di Federico Rampini

Aveva 78 anni e pesava 49 chili quando un fondamentalista gli sparò tre colpi
Che cosa resta dell´artefice della nonviolenza in un mondo che ama pochissimo la pace

«Il venerdì 30 gennaio 1948 - racconta Rajmohan Gandhi - cominciò come tutti gli altri giorni per mio nonno. Si svegliò alle tre e mezzo del mattino, recitò la sua preghiera preferita: Perdonami, o Dio misericordioso, per tutti i miei peccati. Non chiedo il paradiso né la mia liberazione ma la fine del dolore per tutti coloro che soffrono...». A 78 anni, stremato dai ripetuti digiuni di protesta, Gandhi era ormai ridotto a uno scheletro: pesava 49 chili. «Quel pomeriggio alle cinque uscì per andare al terreno di preghiera. Camminava appoggiandosi alle nipotine Abha e Manu, in mezzo a due ali di folla. Un giovanotto, Nathuram Godse, arrivò di corsa, diede uno spintone a Manu, si piazzò di fronte a Gandhi puntando una pistola. Tre colpi in rapida successione, uno allo stomaco e due al petto. Mio nonno si accasciò tra le braccia di Abha. Mormorò soltanto He Rama: oh Dio. Una macchia rossa di sangue sporcò il vestito di cotone candido. Con le mani giunte in un ultimo segno di saluto e di preghiera, si accasciò per terra». Godse era un giovane giornalista militante, della corrente più fanatica del nazionalismo indù. Venne arrestato, condannato a morte e giustiziato. Membro della casta braminica, odiava in Gandhi il fautore della riconciliazione con i musulmani. Molti come Godse avevano giurato di eliminare il Mahatma. L´inventore della resistenza passiva, il leader del più grande movimento di liberazione nella storia umana, il padre dell´India indipendente che aveva messo in ginocchio l´impero britannico, era ormai da tempo lui stesso un condannato a morte in attesa di esecuzione.
Il calvario di Gandhi comincia almeno un anno prima del suo assassinio. Già all´inizio del 1947, mentre gli inglesi devono rassegnarsi all´inevitabile indipendenza indiana, accettano anche il diktat della comunità musulmana: il leader Mohammed Ali Jinnah vuole la secessione delle regioni settentrionali a maggioranza islamica. L´indipendenza deve coincidere con la spartizione e la nascita del Pakistan. Ma la fondazione di uno Stato islamico, che Gandhi ha avversato fino all´ultimo, non sarà indolore. In tutte le zone del subcontinente le comunità religiose sono mescolate da sempre. Rancori ancestrali che covano da secoli tornano a galla, i leader integralisti soffiano sul fuoco della tensione. Ha inizio la più vasta tragedia di "pulizia etnica" mai accaduta: un esodo di milioni di persone in preda al panico, tra regolamenti di conti, vendette e massacri.
Profeta dell´amore, Gandhi si aggira per il paese cercando di placare gli animi. Spende il suo enorme carisma rivolgendosi soprattutto alla maggioranza induista perché cessi il genocidio. Nell´agosto 1947, proprio mentre a New Delhi il premier Nehru si appresta a celebrare la "mezzanotte della libertà", il Mahatma si dirige dall´altra parte del paese, nel Bengala, dove la popolazione islamica è numerosa. Arriva a Calcutta dove le autorità sono latitanti, le strade sono in mano a bande armate. Inizia un digiuno che grazie alla diffusione della radio viene seguito con trepidazione da tutta l´India. Sembra che gli riesca un nuovo miracolo, Calcutta vive sospesa in una calma irreale grazie alla sua presenza. I leader delle diverse comunità indù, musulmana e sikh vengono in pellegrinaggio al suo capezzale. S´impegnano solennemente a mantenere la pace, iniziano a disarmare le loro milizie. Lo supplicano d´interrompere il digiuno che lo sta riducendo a un cadavere.
Lord Mountbatten, l´ultimo viceré inglese che nell´interregno comanda ancora l´esercito locale, in quei giorni scrive: «Nel Punjab ho 500 mila soldati eppure ci sono disordini gravi. Nel Bengala le nostre forze sono fatte di un uomo solo, e non ci sono disordini. Gandhi ha ottenuto con la persuasione morale ciò che quattro divisioni militari non avrebbero ottenuto con la forza».
Ma quella vittoria è effimera, i focolai di violenza continuano a moltiplicarsi in tutto il paese, il terrore dilaga. Gandhi decide di rientrare a Delhi dove il conflitto religioso imperversa. La capitale è invasa dai campi profughi dove si accalcano gli induisti e i sikh sfollati dal Pakistan: gonfi di risentimento, premono per "ripulire" il vecchio quartiere islamico e impadronirsi di quelle abitazioni. I musulmani in fuga verso il Pakistan sono a loro volta bersaglio di rappresaglie atroci. I treni degli sfollati vengono assaltati nottetempo dalle bande che li aspettano al varco e macellano orrendamente i passeggeri. Interi convogli silenziosi arrivano di giorno nelle stazioni offrendo uno spettacolo macabro: sono carichi di soli cadaveri.
A Delhi il 13 gennaio 1948 Gandhi comincia un nuovo digiuno. «Sarà il più grande», confida ai suoi cari. Sarà l´ultimo. Ancora una volta è verso i fratelli di fede induisti che rivolge tutta la sua forza di pressione, la stessa arma della non violenza che per decenni ha usato per piegare gli inglesi. «Metto Delhi alla prova - dichiara - Quali che siano i massacri che avvengono nel resto dell´India o nel Pakistan, imploro il popolo della capitale di non lasciarsi fuorviare dal suo dovere. Anche se tutti gli indù e i sikh del Pakistan dovessero essere sgozzati, la vita del più miserabile bambino musulmano che abita nel nostro paese deve essere salvata». Aggiunge un´invocazione urgente al governo Nehru: deve versare subito al Pakistan la quota che gli spetta delle riserve della banca centrale che gli inglesi hanno lasciato a Delhi.
Sono richieste dure, impopolari. Alimentano la rabbia e i complotti contro di lui. Mentre una parte della popolazione segue con trepidazione il bollettino medico del suo ultimo digiuno, i gesti di ostilità si fanno più frequenti. Un giorno che giace sul letto sfinito dalla fame, un corteo vociferante sfila davanti a casa sua. «Non sento bene», chiede al suo segretario Pyarelal, «cosa dicono?». L´assistente esita a lungo prima di rivelargli la verità: «Urlano: lasciamo che muoia Gandhi». Le forze sembrano abbandonarlo, i medici perdono ogni speranza, il Mahatma è ormai un moribondo. Dal suo letto di dolore con un filo di voce fa giungere ogni giorno i suoi messaggi alla nazione. La commozione sale di nuovo nel paese, che assiste al sacrificio supremo del leader spirituale.
Il 17 gennaio accade ancora una volta il miracolo. 130 rappresentanti delle diverse comunità religiose votano una mozione per ristabilire la pace sociale. Una delegazione raggiunge la capanna di Gandhi e gli legge «il desiderio sincero espresso da indù, musulmani, sikh, di vivere a Delhi nell´amicizia perfetta». Al sesto giorno Gandhi interrompe il suo digiuno. Paradossalmente i festeggiamenti sono più forti in Pakistan: Nehru ha ceduto alle richieste del Mahatma, lo Stato islamico è salvato dalla bancarotta. Ma il 20 gennaio una bomba esplode proprio sul terreno di preghiera dove Gandhi si reca quotidianamente. Lui si salva per caso dall´attentato. Sa che i suoi giorni sono contati, le trame per eliminarlo si moltiplicano: «Alla fine sarà quel che Rama comanda. Io danzo come un burattino, lui tira i fili». Sul giornale dell´estremismo indù dove scrive Nathuram Godse il pacifismo gandhiano è accusato di «evirare la nazione».
Rajmohan Gandhi ricorda il giorno della morte citando il poeta-sarto Kabir: cinque secoli prima aveva paragonato l´anima umana a una chadariya, un panno di cotone tessuto a mano secondo la tradizione indiana. «Per più di 40 anni, prima in Sudafrica e poi in India, questa chadariya che è l´anima di mio nonno guidò eserciti di donne e uomini disarmati verso la conquista della dignità. Le pallottole non uccisero quel Gandhi. Lo consegnarono all´eternità dei tempi e ai popoli di tutti i continenti».

lunedì 28 gennaio 2008

Chi sono i padroni del paesaggio

Chi sono i padroni del paesaggio
La Repubblica del 28 gennaio 2008, pag. 1

di Giovanni Valentini

A chi appartiene il pae­saggio? Chi è illegittimo "proprietario" del terri­torio, cioè di quel patrimonio costituito nel tempo dalla na­tura e dalla storia? Le popola­zioni che lo abitano oppure l'intera nazione?



Di fronte allo scempio del Belpaese, consu­mato dalla distruzione dell'ambiente, dalla cementificazione selvaggia, da­gli abusi edilizi, dall'inquina­mento dell'aria e dell'acqua, la tutela del paesaggio assume un valore culturale determinante perla difesa della nostra identità collettiva. E nel pieno dell'emer­genza rifiuti che sta deturpando agli occhi del mondo l'immagine di Napoli, della Campania e purtroppo di tutta l'Italia, di­venta una priorità nazionale per salvaguardare - oltre alla salute pubblica anche gli interessi sociali ed economici dei cittadini, delle generazioni presenti e di quelle future.



La riforma del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio predi­sposta dal ministro Francesco Rutelli e varata in extremis dal governo uscente, a quattro anni dalla legge-delega dell'ex ministro Giuliano Urbani, rappre­senta perciò un'occasione deci­siva per segnare una svolta nella vita della nostra collettività. Può essere, insomma, l'inizio di una rifondazione ecologica del Pae­se, la prima pietra di una "nuova Italia", più ordinata, più pulita e dunque più vivibile. Se le Commissioni parlamentari a cui spetta ratificare entro tre mesi i 184 articoli del decreto legislati­vo avranno la capacità di approvarlo integralmente, magari al di là della logica degli schiera­menti contrapposti, forse potrà partire proprio da qui un mo­derno "rinascimento" civile o quantomeno una fase virtuosa nella gestione dell'ambiente, inteso nel senso più largo come sistema di relazioni con la natu­ra e con il prossimo.



Fondato sull'articolo 9 della Costituzione, in cui si sancisce in modo solenne che la Repub­blica "tutela il paesaggio e il pa­trimonio storico e artistico della Nazione", il Codice interviene opportunamente sul nodo dei rapporti tra governo centrale ed enti locali, per riportare questa responsabilità nell'ambito di una visione più generale. Si ri­duce cosi un eccesso di delega che, in questo come in altri cam­pi, ha prodotto una sovrapposi­zione e frammentazione di po­teri decisionali tra Regioni, Pro­vince e Comuni, spesso a danno della trasparenza, della legalità e soprattutto dell'interesse col­lettivo. Se la salvaguardia del la­go di Garda coinvolge contemporaneamente la Lombardia, il Veneto e il Trentino; o quella del lago Trasimeno riguarda la To­scana e l'Umbria; se l'infausto progetto dell'autostrada della Maremma attraversa (speriamo solo sulla carta) la Toscana e il Lazio; se la difesa della Sila, del Pollino o delle Murge chiama in causa la Calabria, la Basilicata e la Puglia, evidentemente l'unica autorità in grado di provvedere adeguatamente è proprio quel­la statale come punto di riferi­mento e di mediazione.



Al contrario, un malinteso fe­deralismo può solo alimentare gli egoismi e i particolarismi, disgregando ulteriormente il ter­ritorio, il paesaggio e il tessuto civile del Paese. Dall'ambiente al fisco, passando per la scuola, la sanità e la spazzatura, l'auto­nomia delle amministrazioni locali non deve confliggere con una politica organica di pro­grammazione e di solidarietà. Il federalismo, d'altronde, nasce storicamente per unire e non per dividere, serve per crescere e non per regredire.



Elaborata da una commissione speciale che ha lavorato per un anno e due mesi, sotto l'autorevole presidenza del professor Salvatore Settis, la riscrittura del Codice è stata avallata in corso d'opera dalla stessa Corte costi­tuzionale, con un'importante sentenza del novembre scorso (n.367/2007). La tutela del pae­saggio, come ha ribadito la Con­sulta, costituisce un valore pri­mario e assoluto. E perciò, rien­tra nella competenza "esclusi­va" dello Stato, precedendo e limitando il governo del territorio attribuito agli enti locali.



Da qui, appunto, l'obbligo di elaborare i piani paesaggistici con una pianificazione con­giunta fra Stato e Regioni. In questo iter amministrativo, è previsto poi il parere vincolante delle Sovrintendenze su qualsiasi intervento urbanistico o paesaggistico che incida su territori vincolati. Mentre la sub­delega dalle Regioni ai Comuni, per i piani e le licenze edilizie, è subordinata all'istituzione di uffici con competenze specifi­che.



Un'altra rilevante novità con­tenuta nel Codice riguarda il potere attribuito al ministero dei Beni e delle Attività culturali di apporre vincoli paesaggistici "ex novo". Al momento, il terri­torio italiano è già protetto per il 47% dell'estensione complessi­va. Ma la sua particolare confi­gurazione, prodotta storica­mente dall'intreccio fra la natura e la mano dell'uomo, richiede in effetti un'ulteriore tutela per salvaguardarne la straordinaria identità: con ottomila nuclei storici, il nostro è — come si dice in linguaggio tecnico - il Paese più "antropizzato" del mondo. Sono numerosi e frequenti, tut­tavia, i casi in cui l'urbanizzazio-ne provoca un "consumo del territorio" senza incorrere formalmente nell'abusivismo, producendo costruzioni legali con tanto di autorizzazioni e li­cenze edilizie in quelle che Ru­telli definisce le "aree grigie". E a parte alcune iniziative esempla­ri, come quella che ha ridimen­sionato in corso d'opera la "villettopoli" di Monticchiello in Val d'Orcia, gli interventi postu­mi risultano comunque più li­mitati e laboriosi. Carte bollate alla mano, non sempre si riesce ad abbattere gli ecomostri che proliferano da Nord a Sud, sul­l'esempio di quello che s'è fatto a Punta Perotti, sul lungomare di Bari.


Il paesaggio appartiene dun­que a tutti. Non è né di destra né di sinistra. È una grande risorsa collettiva, ambientale e anche economica, da cui dipendono la salute dei cittadini, lo sviluppo del turismo e la stessa occupa­zione del settore, oltre all'iden­tità e all'immagine del Paese. C'è da auspicare perciò che, no­nostante le convulsioni della politica nazionale, la riforma del Codice venga approvata in tem­po utile, quale che sia il governo in carica e la maggioranza parlamentare che lo sostiene.

domenica 27 gennaio 2008

I DEMOCRISTIANI E I "ROSSI" ASSEDIANO CASTEL S. PIETRO

Articolo apparso sul giornale "L’Arena" (2.12.1998) che descrive il clima di tensione sorto in alcuni ambienti di Verona alla notizia che il Castel S. Pietro verrebbe ceduto per la costruzione del Santuario della Madonna di Lourdes.

I DEMOCRISTIANI E I "ROSSI" ASSEDIANO CASTEL S. PIETRO
Per Castel San Pietro, scoppia, nel novembre del 1948, una piccola guerra di religione. A combatterla, ci sono da una parte i democristiani e dall’altra un’inedita coalizione che va dai comunisti ai liberali. Succede quando in Consiglio comunale si discute, tanto per cambiare, del futuro di quello che oggi si usa chiamare uno dei "contenitori" cittadini, il cui avvenire è tutt’ora incerto. In verità, la disputa del 1948 non riguarda solo l’edificio che sovrasta il colle ma anche e soprattutto le zone adiacenti.
La questione nasce in seguito a una richiesta presentata al Comune dai Padri Stimatini. Essi chiedono il "casermone", proponendo una sorta di permuta: poiché il fabbricato è a quell’epoca la sede dell’Istituto Ettore Calderara per l’infanzia abbandonata, essi si dichiarano disposti a realizzare a Villa Colombari un edificio più funzionale e moderno per l’Istituto. In cambio, intendono trasformare, con opportuni adattamenti, il "casermone" in un santuario. Ma la proposta suscita vivaci proteste.
In Consiglio, sia le forze di sinistra che i liberali giustificano la loro opposizione con il timore che i veronesi siano espropriati di un luogo da cui si può ammirare un paesaggio di grande suggestione, con una perdita che si ripercuoterebbe negativamente sul turismo. Al loro fianco, intervengono anche associazioni, come la Pro Verona e gli Amici del paesaggio, e un’istituzione, L’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere, che gode di un notevole prestigio culturale. In un suo ordine del giorno, l’Accademia ricorda che quel colle aveva ospitato "il primo nucleo" della città e che sia in epoca romana che medioevale vi erano sorti grandiosi monumenti. Ai richiami storici ed artistici, si uniscono quelli più prosaici ma non meno efficaci dell’Associazione albergatori, che paventa evidenti rischi per il turismo.
Gli ambienti cattolici, e, sul piano politico, quelli democristiani replicano prontamente. Essi dicono che tutto si basa su un equivoco, creato ad arte e in malafede dai comunisti. A loro avviso si tratta, è il caso di dirlo, di un castello di menzogne... Il progetto, infatti, non ha mai messo in discussione il piazzale panoramico, che resterebbe a disposizione della città. I comunisti, invece, hanno falsato la proposta, presentandola come "la conquista della rocca di Verona da parte degli Stimatini". Di conseguenza, chi è intervenuto in buona fede a difesa di un patrimonio comune dei veronesi, non ha capito di combattere una battaglia inutile, di lottare per qualcosa che nessuno intendeva togliergli.
L’equivoco per i democristiani è tutto qui: i comunisti si sono opposti per motivi politico-ideologici, poiché sono ostili per principio ad ogni iniziativa di tipo religioso e gli altri non hanno capito e li hanno appoggiati. Mentre il dibattito va avanti, il Consiglio comunale decide di non decidere, istituendo una commissione per studiare a fondo il problema. Poi, come è noto, il progetto degli Stimatini non verrà realizzato, ma, dopo cinquant’anni, del destino di Castel San Pietro si discute ancora.
Emanuele Lucani

Un mito da riscrivere «Re Artù era un eroe dell’antica Grecia»

Un mito da riscrivere «Re Artù era un eroe dell’antica Grecia»
A cura di David Keys
Tratto da "La Stampa" del 23 luglio 2004
LONDRA - E’ una delle leggende più fortunate del Medioevo, è la storia di Re Artù. In realtà, sarebbe molto più remota di quanto si è sempre pensato: è nata nella Grecia antica, oppure in Turchia o in Mesopotamia. Lo sostiene Graham Anderson, professore di studi classici all’Università del Kent, e autore del saggio «King Arthur in Antiquity», con una numerosa serie di prove: il suo studio lega direttamente la mitologia classica con le leggende arturiane del Medioevo, legando così per la prima volta in un tutto unico i grandi racconti epici che caratterizzano la grande tradizione dell’Europa. Anderson ha scoperto due proto-Artù: il primo risale alla Grecia dell’Età del Bronzo, mentre il secondo compare nella Lidia dell’VIII secolo prima di Cristo. «La mia ricerca - spiega - vuole dimostrare che Artù è molto più antico, di almeno un millennio». Il primo è Re Arkas, sovrano del regno di Arcadia, in Grecia: a lui era associata una leggenda che parla di una città, «Il Tavolo», e di un’arma, una clava, nota come Kalabrops. E’ significativo che la spada magica di Artù, Excalibur, fosse inizialmente nota come Caliburnus. Quanto alla città, aveva un grande altare (o tavolo), dedicato a Zeus. Lì i primi abitanti dell’Arcadia avevano deciso di elevare alcuni sacrifici umani in onore del dio, ma Zeus si infuriò e, sconvolto dalla loro crudeltà, rovesciò l’altare e provò ad annegare tutti i suoi fedeli con un diluvio in stile Noè. Arkas (che sarebbe più tardi divenuto Arcturus) e Artù (derivato dal nome latino Artorius e da quello più arcaico Arctus, che significa orso) hanno anche un altro punto in comune: entrambi erano considerati depositari delle conoscenze dell’agricoltura. Ma Anderson è convinto di aver risolto il mistero maggiore, vale a dire le origini mitologiche della famiglia di Artù e della sua regina, Ginevra. Ha scoperto che il proto-Artù dell’Arcadia, Arkas, era figlio di una donna di stirpe reale chiamata «La Più Grande» e «Figlia dell’Uomo Drago». Nelle storie arturiane il re è noto come Artù «Pen Dragon», capo-drago. Inoltre, una delle mogli di Arkas era Ganeira (probabilmente Gwaneira in greco antico): significa «Fantasma splendente» in greco antico, proprio come nel nome scozzese Gwenhwyfar. Altre «declinazioni» di questo nome si trovano in numerose storie medievali, non solo francesi, come Ginover e Guenievre, mentre in Inghilterra gli equivalenti sono Gaynor e Waynor. Il secondo proto-Artù - quello anatolico, vale a dire Re Ardus - era conosciuto nella storiografia greca come «Il più grande di tutti i cavalieri». Il suo nome risulta molto simile alla versione francese di Artù, vale a dire Artus. Come se non bastasse, se uno dei nemici di Ardus era Kerses, uno degli avversari di Artù è Cerses. D’altra parte, la Lidia dell’VIII secolo a.C. era dominata da un sovrano chiamato Myrtilus (il sempreverde), che presenta una serie di straordinarie somiglianze con Bertilak, il Cavaliere Verde del ciclo arturiano. L’uno e l’altro avrebbero incoraggiato un personaggio noto come «Il Falco» a tessere una relazione clandestina con la propria moglie. Sia la Lidia antica che il ciclo medievale arturiano condividono poi il tema della «Waste Land», la terra perdura, un territorio condannato a restare un deserto, finché non venga cancellata una terribile maledizione. Per Artù la possibilità di salvezza è legata alla ricerca del Santo Graal. Ultima prova: la mitica città di Sarras, dove termina proprio la ricerca del Graal, deriverebbe dell’antica capitale della Lidia Xuaris (pronunciata Swarris). Sia gli abitanti della Lidia che i Greci avrebbero ereditato alcuni aspetti dei loro proto-Artù da una serie di leggende mediorientali. Queste storie si sarebbero trasmesse oralmente fino al VII-VI secolo a.C. e sarebbero poi state registrate da vari autori in forma scritta tra il V e il III secolo, e tra questi Erastotene. Furono i Romani - come Plauto e Ovidio - a rielaborarle ulteriormente, finché furono assorbite dai Britanni, che le traghettarono fino all’alba del Medioevo.

Quei trulli con vista sul cemento

Quei trulli con vista sul cemento
LELLO PARISE
27 GENNAIO 2008, LA REPUBBLICA - BARI

Trulli con vista. Sì, sul cemento, quello che ad Alberobello materializza moderne costruzioni a ridosso dei due rioni-monumenti nazionali: Aia piccola e Monti. Il colpo d´occhio, in via Morea, è tutt´altro che bello: un´abitazione alta due piani, affaccia a ridosso di un gruppo di tende pietrificate nonché glorificate in tutto il mondo. Tant´è che sempre i trulli, l´Unesco li dichiara patrimonio dell´umanità. Ma proteggerlo, questo patrimonio, non è facile. Prendete la residenza al numero 20 di via Morea: i lavori in corso non sono illegali, però uno dei paesaggi più conosciuti da un capo all´altro del pianeta è irrimediabilmente sfregiato. In nome della legge. O, meglio, di un piano regolatore generale ormai datato. Andrebbe rivisto e soprattutto, corretto: per evitare che veri e propri gironi infernali continuino a circondare le "cattedrali di pietre a secco", un migliaio tra Monti e Aia piccola, dove una volta si eseguiva la trebbiatura e la pulitura del grano. Tuttavia cambiare le regole del gioco, costa un bel po´ di soldi. Penserete: qual è il problema? Sono o non sono un tesoro universale, i trulli, pronti ad essere difesi da tutto e tutti?

alberobello - Tutte le cose vere, come i trulli, somigliano a favole. E le favole con i tempi che corrono, fanno l´impossibile per somigliare alla verità. Ma, per dirla con un filosofo cinese, la verità è infinita; l´intelligenza umana al contrario, è finita. E, da queste parti, non è difficile dare ragione ai predicatori del taoismo, di cui l´ambientalismo si rivela una componente essenziale. In un´altra strada di Alberobello, via Monte San Gabriele, è ormai da due-tre anni che tirano su una quarantina di residenze lungo la linea di confine con le aree protette. Anche in questo caso, tutto è a posto, le "carte" della lottizzazione sono in regola. Però lo spettacolo è avvilente: sarebbe come se ville o condomìni fossero realizzati a non più di venti passi dal colosseo o dalla torre di Pisa. Senza che nessuno possa fare qualcosa per impedire lo scempio.
A questo punto, insistete: no, non è possibile che accada. Invece, accade. Il segretario di Rifondazione comunista, l´architetto Michelangelo Dragone, scuote la testa per metà avvilito, per metà rassegnato al peggio: «E´ sbagliato ipotizzare zone di espansione edilizia accanto a zone tutelate». Un errore è peggio di un delitto. Ma il sindaco di Alberobello, Bruno De Luca, non vuole recitare il ruolo del colpevole né per questo immagina di essere impiccato ad uno dei pinnacoli decorativi che abbelliscono i trulli: «D´accordo, dovremmo approvare un nuovo piano regolatore. Ma non abbiamo il denaro sufficiente per farlo: ci vorrebbero almeno 200 mila euro. Tuttavia la Regione di euro ne mette a disposizione 19 mila. Roba che non basterebbe nemmeno per un piano di recupero. Né del resto, il sottoscritto può indebitare la città fino al collo e allo stesso tempo negare agli aberobellesi i servizi fondamentali per vivere dignitosamente».
Trionfa l´arte di arrangiarsi, in questo comune grande 10 mila abitanti e con un bilancio che non supera i 5 milioni. Le entrate del municipio poi, non sembrano destinate a crescere: «Si costruisce pochissimo e gli oneri di urbanizzazione non superano i 200 mila euro» assicura De Luca. Deve essere per questo che i prezzi degli appartamenti salgono alle stelle: tra i 1.200 e i 2 mila 500 euro al metro quadrato, mentre l´acquisto di un trullo può toccare quota 300 mila. A quanto pare vorrebbero orchestrare il business dei parcheggi, per rimpolpare le casse comunali: uno, sotterraneo, dovrebbe essere allestito proprio in via Morea insieme con un auditorium affogato nel verde quando abbatteranno il mercato coperto, «che è una porcheria» tuona il sindaco; l´altro, un po´ più in là, verso via Indipendenza, ospiterebbe un terminal turistico, sessantamila metri cubi. Di tutti e due i progetti si parla con l´unico strumento da taglio che si affila all´ombra delle costruzioni rurali: la lingua maligna.
Allontana, il sindaco, il fantasma chiamato speculazione: «Questo è un piccolo territorio e siamo in grado di controllarlo». Non dice bugie, ma l´impresa appare titanica giacché all´Ufficio centro storico, il cane da guardia contro il malaffare a colpi di malta, lavorano un architetto e un applicato di segreteria. Nessun´altro. E´ ancora una questione di quattrini, perché soltanto chi li ha naviga col vento in poppa. Si sfogava, nove mesi fa, De Luca a Ferrara al raduno delle città italiane sotto l´ala dell´Unesco: «Abbiamo risorse esigue, ma dobbiamo custodire un cumulo di beni dal valore inestimabile che appartiene a tutti. Le metropoli, piuttosto, non solo dispongono di maggiori risorse, ma molto spesso hanno la responsabilità di tutelare non intere aree, ma singoli monumenti». E´ il cane che si morde la coda? Il presidente di Legambiente Francesco Tarantini non ha dubbi: «La fonte di tutti i mali è il piano regolatore generale in servizio permanente effettivo. E´ arrivato il momento di metterci mano. Manca il denaro per farlo? Intervenga l´assessore regionale all´Urbanistica Angela Barbanente, una donna sensibile, che deve considerare Alberobello un investimento, non una croce da trascinarsi sulle spalle. Questo non è un comune qualsiasi e qualcuno dovrà pure accorgersene prima che sia troppo tardi».

Gli allievi di Brera con Fo celebrano il funerale dell´arte

Gli allievi di Brera con Fo celebrano il funerale dell´arte
FRANCO VANNI
27 GENNAIO 2008, LA REPUBBLICA - MILANO

Pochi fondi e titolo non riconosciuto. Dalla Chiesa: "Accademie presto equiparate"

In corteo con una bara: "Studiare è difficile"

Laboratori del marmo senza aspiratori delle polveri, professori precari per il 75%

Una bara accompagnata dalle note della marcia funebre di Chopin. A portarla in corteo, i 200 studenti dell´Accademia di Brera e del Conservatorio che ieri mattina hanno inscenato il "funerale dell´arte". Una manifestazione di protesta contro la scarsità di finanziamenti alle accademie, la mancanza di attrezzature per studiare e per chiedere che il titolo di studio rilasciato sia riconosciuto come laurea a tutti gli effetti.
Il corteo, a cui ha preso parte anche Dario Fo, è partito da piazza Cinque Giornate e si è sciolto in piazza Duomo. Ragazze vestite a lutto precedevano una bara portata a spalle dai compagni, mentre una banda accompagnava la sfilata. Serena Francone, rappresentante degli studenti, spiega: «Ci barcameniamo ogni giorno fra aule insufficienti, segreteria inceppata e dotazioni di sicurezza quasi nulle». I ragazzi denunciano anche che i laboratori di scultura, dove si lavora il marmo, si tengono senza un aspiratore che porti via le polveri, che c´è una sola maschera protettiva per i 40 ragazzi che usano saldatori e seghe circolari, che le lastre da 120 chili vengono spostate da loro con carrelli senza protezione di sicurezza.
Alla sede distaccata dell´accademia in viale Marche, dove si tengono i corsi di media-art e design, le cose non vanno meglio. Loretta Borrelli, studentessa al biennio, denuncia: «La carenza di attrezzature è grave: al corso di montaggio abbiamo 4 computer per 70 studenti». Sul piede di guerra anche i professori a contratto, il 75% del corpo docenti. Antonio Caronia, loro rappresentante, lamenta: «Facciamo tesi ed esami che non ci vengono pagati e lavoriamo tutto l´anno senza contratto. È una situazione insostenibile». Il direttore dell´accademia Fernando De Filippi sta con gli studenti: «Le carenze che denunciano sono reali, nel 2008 il ministero dell´Università ci darà 350mila euro, una miseria per un´accademia che ha quasi 4mila iscritti. Non ce la facciamo. Un esempio: abbiamo informatizzato la segreteria ma manca il personale per farla funzionare, l´ufficio lavora con cinque dipendenti, ne servirebbero 50».
Il sottosegretario all´Università Nando dalla Chiesa invita gli studenti a stilare un documento sulla situazione di Brera, da presentargli all´incontro che farà il 13 e 14 febbraio con gli allievi delle accademie di Belle Arti di tutta Italia. Sulla questione del riconoscimento della laurea, già previsto dalla legge 508 del 1999, rassicura: «Il problema è risolto: è pronta una circolare da inviare a tutti i rami della pubblica amministrazione in cui si ribadisce che i laureati in accademia sono ammessi ai concorsi pubblici».

Cagnacci, la via romagnola a Caravaggio

l’Unità 27.1.08
Cagnacci, la via romagnola a Caravaggio
di Renato Barilli

SEICENTO A differenza del più aulico Furini in mostra a Firenze, l’artista di Romagna in mostra a Forlì segue la lezione del grande Merisi con un’inflessione tutta particolare, carnale e «quotidiana»

Ho già segnalato la fortunata circostanza che consente di visitare in contemporanea mostre dedicate al fiorentino Francesco Furini e al romagnolo Guido Cagnacci, l’uno proprio a Firenze, Palazzo Pitti, l’altro nel complesso monumentale del S. Domenico a Forlì. A unirli, quel dato curioso dei seni femminili nudi al vento di cui furono strenui ed efficaci cultori, riscuotendo ai loro tempi ammirazione e riprovazione in parti uguali. Ma visti da vicino, i due inevitabilmente si differenziano, come permette di constatare la mostra che al Cagnacci (1601-1663) ora viene dedicata appunto a Forlì (a cura di Daniele Benati e a Antonio Paolucci, fino al 22 giugno, cat. Silvana). A fare la differenza, contribuiscono intanto i ben diversi contesti culturali e geografici. Il Furini vive quella sorta di autunno delle passate grandezze, e di tramonto delle glorie medicee, da cui è dominato il Seicento fiorentino. Si devono apprezzare gli sforzi di una studiosa come Mina Gregari impegnata a dimostrare che il Seicento toscano non è poi del tutto indegno della grandeur trascorsa, e così è senza dubbio, ma ciò non toglie che Firenze in quegli anni ceda la leadership detenuta invariabilmente per alcuni secoli, e ad approfittarne è il territorio emiliano-romagnolo, che forse per la prima e unica volta nella sua storia assurge a un primato nazionale, e perfino europeo, non solo per virtù propria, ma beneficiando del fatto, per altri aspetti infelice, di essere all’ombra della Roma papale. Si aggiunga a questa liaison, felice almeno sul piano pittorico, il dato etnico, perfino con qualche rischio folclorico, insito nel tradizionale «sangue romagnolo». Infatti i nudi, le immagini erotiche del Furini si collocano in un clima nevrotico, perfino malato, anche per la curiosa doppiezza dell’artista che divenne sacerdote, vivendo sulla propria pelle un contrasto tra il diavolo e l’acqua santa. Al contrario le nudità di Cagnacci si pongono in un contesto più sano, tranquillo, perfino casalingo, come se fossero di buone massaie, di «rezdore», come si dice da quelle parti, disposte a denudarsi nell’intimità delle proprie stanze per resistere all’afa, cedendo a deliqui, a svenimenti, ma forse anche a salutari pennichelle.
Ad accostare i due rispettivi percorsi c’è attorno ai loro vent’anni d’età, e negli anni ’20 del secolo, un comune inevitabile soggiorno a Roma, dove furono entrambi colpiti dalla rivoluzione caravaggesca, ma mentre di questa nel Fiorentino ci sono tracce effimere, l’altro la intende più da vicino, traendo profitto proprio da un Caravaggio giovanile, quale ben attestato, in mostra, dalla Maddalena penitente. È il Caravaggio «pittore della realtà», nell’accezione più stretta, in quanto il suo occhio viene calamitato da una singola figura, non ancora avvolta nelle tenebre, ma al contrario nitidamente colta, quasi con sharp focus. Una sorta di precisionismo avanti lettera che il giovane rivoluzionario condivide col più anziano Orazio Gentileschi, anche lui giustamente documentato in mostra con una sua Maddalena. Tra parentesi, l’intera vicenda tra Cagnacci e Furini e loro maestri si può ben ridurre a una storia di Maddalene, e di Cleopatre, condite dall’uno e dall’altro in salse diverse. Ma il romagnolo, colpito da un autentico caravaggismo, trae dal maestro una sodezza di carni, e una capacità di fare il vuoto attorno alle figure. A Roma egli condivide l’abitazione addirittura col Guercino, uno dei grandi interpreti della Scuola bolognese, e alla sua formazione non è stato indifferente neppure il padre fondatore, Ludovico Carracci, e beninteso da tutti loro egli si sente vieppiù indotto a dipingere con colori densi, grassi, fortemente sensuali. Ma non li segue affatto nella propensione a comporre «macchine» gremite di figure, secondo i ritmi industriosi e agitati del barocco. Vale davvero quel calamitarsi su una figura per volta che egli ha tratto dal primo Caravaggio, e che poi va a conciliarsi con l’insegnamento di un altro Bolognese di razza, Guido Reni.
E dunque risulta davvero esemplare il sottotitolo della mostra, che pone il Nostro tra Caravaggio e Guido Reni, se solo si precisa che il Divino Guido giunge a influenzarlo per i suoi esiti finali, quando il Reni scioglie i gruppi, dandoci singole immagini, busti, volti, ma resi pallidi, opalescenti, lunari. Il Cagnacci lo segue nell’appuntarsi su protagonisti isolati, «uno per volta per carità», ma mantiene, della iniziale partenza caravaggesca, una consistenza piena di carni. Che l’artista romagnolo non ami affatto le composizioni gremite e intricate, le «macchine» stupefacenti, lo si vede dai due quadroni realizzati per il S. Mercuriale della sua città. Gli angeli si librano nel cielo azzurro, ma si sente che non sono affatto disposti a rinunciare alla propria individualità per fare gruppo, preferirebbero atterrare, essere inquadrati entro uno spazio fatto su misura, meglio insomma il dipinto da cavalletto che la pala d’altare. E infatti il clou della mostra forlivese sta nella galleria finale, allestita in un soppalco, dove sfilano i busti delle brave massaie, di appartenenza sacra o profana, che amano tanto alleggerirsi, dare aria alle pelli roride di sudore, quasi senza malizia. Tanto è vero che la galleria non è solo al femminile, il Nostro ama spogliare anche santi e guerrieri, come sgusciare dei gamberoni fuori dalle corazze e farli apparire a nudo, rosei e paffuti.

Guido Cagnacci Protagonista del Seicento tra Caravaggio e Reni Forlì Musei San Domenico Fino al 22 giugno

Duemila pacifisti israeliani «nutrono» Gaza

l’Unità 27.1.08
Duemila pacifisti israeliani «nutrono» Gaza
Carovana d’aiuti nella Giornata globale d’azione. Centinaia d’iniziative in tutto il mondo

DUEMILA PACIFISTI israeliani hanno scortato una carovana d’aiuti a Gaza. È solo una delle centinaia di iniziative promosse ieri per la giornata globale di azione del World Social Forum 2008. Più di mille gruppi mobilitati in tutto il mondo per un mix di marce, dibattiti, sit-in, manifestazioni di solidarietà, secondo la formula scelta quest’anno per dare voce alla «grande alleanza di gruppi, città, movimenti» che animano gli «altro-mondialisti». Non ci sono stati grandi momenti comuni, ma un universo di manifestazioni disseminate su tutto il pianeta, «ciascuno con i propri linguaggi» e «sui propri temi più scottanti», che sono molti e diversi.
In Medio Oriente, i pacifisti israeliani hanno rotto l’isolamento di Gaza, accompagnando un convoglio di aiuti umanitari. Nonostante nella notte l'esercito avesse interrotto l'accesso al punto al confine dove era previsto l'incontro con i palestinesi, il contatto con il responsabile dell’ospedale locale è andato a buon fine.
In Asia, in Corea del Sud contadini e attivisti hanno manifestato per chiedere un mondo «senza povertà e senza discriminazioni», mentre una parata di barche ha attraversato Mumbay, in India, per chiedere giustizia e che la crescita economica non schiacci i diritti dei milioni di poveri del Paese. Gli sfollati vittime degli uragani in Bangladesh sono scesi in piazza per reclamare un tetto sicuro per tutti. In Giappone la coalizione anti-G8 è scesa in piazza per ribadire la sua protesta contro il prossimo vertice previsto a Hokkaido.
In Australia gli aborigeni hanno sfilato per le strade di Melbourne per commemorare l'«Invasion day», la ricorrenza nella quale si ricordano i massacri subiti dalla popolazione indigena da parte dei colonialisti inglesi. In Africa sono in corso il Forum Sociale del Maghreb e quello del Mozambico. In Turchia a Istanbul, Ankara, Izmir e Adana migliaia di persone hanno manifestato contro la guerra e per i diritti umani. In Iraq a Samarra centinaia di bambini hanno consegnato armi giocattolo e ricevuto in cambio palloni.
In Europa, migliaia di persone sono riunite da venerdì a Bercellona per il primo Forum Sociale della Catalogna. Ieri pomeriggio a Parigi grande concerto contro il razzismo. In Russia, iniziative in trenta città per la democrazia, i diritti sociali e il lavoro. In Brasile grande concerto sulla spiaggia di Rio, negli Stati Uniti iniziative per rivendicare il diritto di tornare a New Orleans, per tutti gli sfollati di Katrina. Anche in Italia si sono tenute oltre 300 iniziative in 85 località (40 solo a Firenze, 15 a Roma), sui temi della pace, del disarmo, dei diritti del lavoro, delle economie solidali, dei conflitti, del razzismo, dei rifiuti.
L’idea di fondo è quella di un «laboratorio permanente globale, di lotte, alternative, manifestazioni, eventi culturali», che esprimono la vera natura del Forum sociale mondiale. Se c’è un rischio però nella formula scelta è che, rispetto a edizioni precedenti, la Giornata globale d’azione finisce per essere talmente parcellizzata in una miriade di iniziative da rischiare l’effetto dissolvenza.

sabato 26 gennaio 2008

Petizione del Giorno Pagano Europeo della Memoria

Federazione Pagana: Petizione del Giorno Pagano Europeo della Memoria:
"Petizione del Giorno Pagano Europeo della Memoria"

Questa volta abbiamo voluto aggiornare in anticipo la pagina dei risultati della petizione del Giorno Pagano Europeo della Memoria per il grande numero di firme che abbiamo raccolto questo mese: 43! Grazie a tutti coloro che, in Italia o all'estero, hanno voluto diffondere il link della petizione. Anche la pagina dei commenti alla petizione è stata aggiornata.

Bauman, la nostra paura è riciclata e non smaltita

il Riformista 26.1.08
Stati d'animo uscito da Laterza l'ultimo saggio del sociologo
Bauman, la nostra paura è riciclata e non smaltita
Un'epoca d'angoscia da eventi naturali e culturali, dal terrorismo alle catastrofi. Viene assorbita, indotta e non trova sfogo. La speranza va comunque tenuta viva
di Livia Profeti

«La paura più temibile è la paura diffusa, sparsa, indistinta, libera, disarticolata, fluttuante, priva di un indirizzo e di una causa chiari; la paura che ci perseguita senza una ragione, la minaccia che dovremmo temere e che si intravede ovunque, ma non si mostra mai chiaramente». Con queste parole, che quasi descrivono uno stato d'animo delirante, il sociologo Zygmunt Bauman introduce il suo Paura Liquida appena tradotto in Italia da Laterza (15 euro, pp. 220), ultimo capitolo della sua ricerca sulla società postmoderna dopo Vita liquida e Amore liquido .
Bauman cita Lucien Febvre per evidenziare come nel Cinquecento la paura invadesse tutti gli aspetti del vivere, a cui è seguito un lungo cammino per tentare di avviarsi «verso un mondo liberato dal fato cieco e imperscrutabile, che è la serra di tutte le paure». In realtà l'approdo si è rivelato ben diverso da quello che agli illuministi sembrò a portata di mano, perché «la nostra è, ancora una volta, un'epoca di paure».
Terrorismo, catastrofi naturali, padri e madri di famiglia che improvvisamente sterminano i loro cari, assassinii di massa altrettanto razionalmente incomprensibili: tutto ciò alimenta una paura che Bauman definisce «riciclata» indipendente dalle minacce reali, che si autoalimenta e pervade le vite di un senso di insicurezza, orientando «il comportamento dell'essere umano dopo aver modificato la sua percezione del mondo e le aspettative che ne guidano le scelte».
Ogni giorno i mass-media aggiornano l'inventario dei rischi che corriamo, guardandosi bene dal definirlo come completo e sottolineando che non c'è modo di sapere quanti altri, sfuggiti alla nostra attenzione, si preparano a colpirci all'improvviso. In realtà i pericoli annunciati sono molto meno numerosi di quelli che arrivano veramente; infatti quanti computer conosciamo che siano stati realmente preda del «sinistro millennium bug»? O quante persone ci sono note per essere vittime degli acari sui tappeti o magari aggredite «da qualcuno di quei perfidi e biechi soggetti che chiedono asilo politico»? Bauman rileva pure che «l'opinione secondo la quale il mondo là fuori è pericoloso ed è meglio evitarlo» è irrealisticamente molto più diffusa tra quelli che non escono mai piuttosto che tra coloro che invece amano uscire la sera.
Nell'ultimo capitolo del volume, dal titolo Il pensiero contro la paura , il sociologo rifiuta la convinzione panglossiana secondo la quale si è già fatto tutto ciò che si poteva fare per migliorare l'esistenza umana, e ricorda che "«chi è vivo ha il compito di tenere viva la speranza, o meglio di farla rinascere in un mondo che cambia velocemente e si distingue per modificare velocemente le condizioni in cui si svolge la lotta incessante per renderlo più ospitale per l'umanità».
Nel porsi questo compito Bauman ripropone la questione se «le parole possono cambiare il mondo», notando come gli intellettuali non abbiamo mai avuto molta fiducia in questa possibilità, bensì «hanno sempre avuto bisogno di qualcuno che facesse il lavoro che esortavano a compiere», per ultima la classe operaia. Ma egli rifiuta l'idea che le speranze che hanno animato il socialismo debbano necessariamente «seguire nell'abisso il "soggetto storico" in via di estinzione, come chiedeva il capitano Achab ai suoi marinai». Il secolo che ci aspetta può effettivamente avere esiti catastrofici, ma al contrario potrebbe anche invertire la sua rotta se saprà essere «un'epoca in cui si stringerà e darà vita a un nuovo patto tra intellettuali e popolo, inteso ormai come umanità».
Nell'ambito della sua Lectio magistralis all'ultimo Festival di filosofia di Modena, il sociologo ha sostenuto la tesi che l'esistenza umana è basata su due valori, entrambi imprescindibili sebbene in costante conflitto tra loro: la sicurezza e la libertà. Una condizione ambivalente che orienta il corso della storia umana, che in questo senso può essere vista come un pendolo oscillante tra i due poli: a volte si sposta verso la libertà ma poi, «ossessionati dalle questioni della sicurezza», gli uomini riportano il pendolo verso il polo opposto, rischiando derive autoritarie. Paura liquida è un «inventario» delle paure della nostra società ma anche un tentativo di individuarne le radici comuni: un contributo e una proposta intellettuale per evitare una nuova oscillazione pericolosa del pendolo.

giovedì 24 gennaio 2008

L’effetto serra ci costa 60 miliardi

L’effetto serra ci costa 60 miliardi

La Stampa.it del 24 gennaio 2008

di Marco Zatterin
Tre euro a testa ogni settimana sino al 2020 per combattere l’effetto serra, cosa che in totale fa 60 miliardi. Oppure 3mila euro l’anno, e il rischio di avvelenare il pianeta, se non si farà nulla. La Commissione Ue vara l’atteso pacchetto energia e invita gli europei, e i loro governi, a pronunciarsi su cosa sia meglio fare contro il riscaldamento globale e la dipendenza energetica. «C’è chi dirà che costa troppo - commenta il presidente dell’eurogoverno, José Barroso - ma è facile vedere che il prezzo dell’inazione è dieci volte superiore a quello richiesto per mettere in piedi la strategia che proponiamo». È la grande sfida dell’Europa che vuole diventare leader mondiale nella lotta ai gas nocivi.

L’obiettivo si chiama "20-20-20", ovvero ridurre del 20% rispetto al 1990 le emissioni di biossido di carbonio e produrre almeno il 20% di energia da fonti rinnovabili, compreso un obiettivo del 10% per i biocarburanti nel settore dei trasporti. Tutto entro il 2020, così la cifra è tonda. Diviso in cinque progetti, il pacchetto presentato ieri dovrà passare al vaglio del Parlamento europeo e del Consiglio. Barroso promette effetti positivi per l’economia, sottolinea che il greggio alle stelle è una pessima notizia e annuncia un milione di posti di lavoro. Vorrebbe l’approvazione entro il 2008. Ma le resistenze non mancano. La logica dell’operazione è quella del libero mercato. Lo dimostra il primo pilastro del piano, ovvero la Borsa dei permessi di emissione che dovrà sostituire dal 2013 l’attuale sistema di scambio delle quote di CO2 (Ets).

Nel nuovo contesto gli Stati non dovranno più presentare a Bruxelles dei piani nazionali annuali d’assegnazione (gratuita) dei permessi per ciascun impianto industriale. Sarà invece istituito un registro unico delle emissioni per tutta l’Ue e con quote assegnate a pagamento, in base ad aste aperte annuali. Qualsiasi operatore comunitario potrà comprare quote in qualsiasi Stato. Si stima che il valore di questo interscambio sarà di 50 miliardi l’anno, destinati ad iniziative di crescita comuni. Nell’Ets riformato entreranno settori oggi non considerati: aviazione, alluminio, chimica. Alle industrie energivore esposte alla concorrenza internazionale - acciaio, alluminio, chimica, vetro - sarà offerta una quota consistente di permessi gratuita che andrà azzerandosi sino 2020. Sono escluse le centrali elettriche, che possono trasferire i costi sugli utenti.

E il rischio delocalizzazione? «Abbiamo diverse opzioni», dice il commissario all’Ambiente, Stavros Dimas, suggerendo la possibilità di dazi sulle le merci dei paesi inquinatori per scoraggiare l’esodo. Un secondo provvedimento fissa gli obiettivi nazionali differenziati di riduzione dei gas serra nei settori fuori dall’Ets (come trasporti, agricoltura e riscaldamento). Le rinnovabili sono la terza mossa. Bruxelles fissa limiti nazionali differenziati per la quota di risorse alternative sul consumo di energia. È previsto un incremento per tutti (5,75% del totale) più un ulteriore aumento in base al pil pro capite. Per l’Italia la sfida è arrivare al 17% dei consumi, mentre i gas serra emessi dall’insieme dei settori fuori Ets dovranno essere ridotti del 13% rispetto al 2005. Sul CO2, siamo in ritardo: invece di sfoltire le emissioni del 6,5% rispetto al 1990 come previsto, c’è stata un’impennata del 13%.

Chiudono il pacchetto il quadro giuridico per la "cattura e stoccaggio" del CO2 (con finanziamenti pubblici) e le linee guida per gli aiuti statali all’ambiente e alle rinnovabili. Generalmente positiva l’accoglienza, con le associazioni ambientaliste convinte che si potesse fare di più. Ora parte il confronto politico. È il caso di augurare buona fortuna al pacchetto. Comunque sia, è la migliore delle scelte possibili in un club europeo dalle esigenze diverse e spesso divergenti.

«Decisione giusta Mica è un peccato volere dei figli sani»

«Decisione giusta Mica è un peccato volere dei figli sani»
Corriere della Sera del 24 gennaio 2008, pag. 21

di Mario Pappagallo

«La magistratura sembra interpretare meglio i valori della Costituzione rispetto al Parlamento». Positivo il commento di Umberto Veronesi. L'ex ministro ha sempre denunciato gli errori della legge 40.



A cominciare dal divieto della diagnosi preimpianto...

«Chi si oppone lo fa in nome dei diritti dell'embrione. Da difendere, malato o no. Io non condivido questa posizione, non per ragioni ideologiche ma scientifiche. Chiediamoci cosa è un uovo fecondato. È qualcosa che può dare origine a un individuo, ma non sempre lo fa davvero. Deve impiantarsi, non essere rigettato, trovare le condizioni ormonali favorevoli, una placenta funzionante e superare le mille variabili che possono intralciare il corso biologico. Ricordiamo che la specie umana è fra le meno fertili e che il 70% delle uova fecondate non attecchisce. Ebbene la diagnosi preimpianto si effettua sulle uova fecondate. E un uovo fecondato non è un embrione».



E chi paventa «selezioni della razza»?

«Desiderare figli sani non è un peccato. Già oggi nascono 30mila bambini malformati e la situazione è destinata a peggiorare: le donne hanno il primo figlio sempre più avanti con l'età (quando più mutazioni del Dna sono possibili) e la fertilità, sia maschile sia femminile, è in calo. Allora la procreazione assistita in futuro diventerà sempre più importante. Così come la diagnosi preimpianto. Ammetterla è una scelta di civiltà, in linea con gli altri Paesi. Vietarla è una condanna per coppie già provate dall'infertilità».



E il limite di tre embrioni, tutti da impiantare?
«Limitare a tre gli ovociti da inseminare diminuisce le già ridotte possibilità della procreazione assistita di arrivare al "bimbo in braccio" e sottrae alla donna una riserva a cui attingere in caso di insuccesso. Significa affrontare nuovamente il calvario».

Fecondazione, politici divisi dopo lo stop

Fecondazione, politici divisi dopo lo stop

Il Sole 24 Ore del 24 gennaio 2008, pag. 34

di N.T.

Fa discutere la bocciatura del Tar Lazio alle linee guida sulla fecondazione assistita. Il tribunale amministrativo ha ac­colto il ricorso di un gruppo di associazioni, fra le quali Madre Provetta, Amica Cicogna e Warm, annullando per eccesso di potere le linee guida. La par­te contestata riguarda il divie­to di diagnosi preimpianto agli embrioni contenuto nelle linee guida. Il Tar Lazio ha anche chiesto alla Consulta di pro­nunciarsi sulla costituzionalità della legge 40.



Gianni Baldini, legale dell'as­sociazione Madre Provetta, sot­tolinea che «la parte delle linee guida che prevede una indagine osservazionale sull'embrione ri­sulterebbe illegittima perché contraria alla legge 40». Come spiega il dispositivo della sen­tenza, inoltre, viene sollevata «la questione di legittimità co­stituzionale dell'articolo 14 com­mi 2 e 3 della legge 40», nella par­te in cui prevede per il medico la possibilità di produrre un nu­mero di embrioni non superio­re a tre e l'obbligo di impiantarli tutti. Previsione che risultereb­be in contrasto sia con l'articolo 3 che con l'articolo 32 della Co­stituzione».



In pratica, riassume il presi­dente di Madre Provetta, Moni­ca Soldano, le linee guida varate dal precedente Governo contengono un eccesso di potere: sono più restrittive della legge stessa, mentre dovrebbero solo chiarirne gli aspetti ai medici. «Rientrano in questo eccesso di potere l'obbligo di trasferire gli embrioni prodotti senza la­sciare autonomia decisionale a medico e paziente, e soprattut­to l'aver cancellato la diagnosi genetica preimpianto, introducendo la diagnosi osservaziona­le che è una cosa completamen­te diversa».



La decisione del Tar, tra l'al­tro, arriva mentre il ministro della Salute Livia Turco ha già sul suo tavolo pronte le nuove, annunciate linee guida.



In ordine sparso le reazioni del mondo politico. Donatella Poretti (Rosa nel pugno), segre­taria della commissione Affari sociali della Camera, ha rivolto un appello al ministro Turco perché cambi le linee guida del­la legge: «questa sentenza - af­ferma - si aggiunge ad altre due importanti pronunciamenti dei tribunali, che di fatto hanno an­ch'essi considerato illegittimo il divieto della diagnosi preim­pianto». Stesso tono per il com­mento di Roberto Della Vedo­va, deputato di Forza Italia: «lo stop del Tar del Lazio - spiega -costituisce l'ennesimo inciden­te giudiziario di una legge incon­gruente e ideologica».



A favore della sentenza sono anche Emilia De Biasi (Pd), se­condo cui «vi sono i presuppo­sti sociali e giuridici che consen­tono l'emanazione delle nuove linee guida», e l'eurodeputato Marco Cappato per il quale la sentenza «fa finalmente cadere una proibizione violenta, abusi­va e irragionevole, che finora è stata pagata dai cittadini italiani portatori di malattie geneti­che». Anche il ministro della So­lidarietà sociale, Paiolo Ferrero, plaude alla decisione, definen­do le linee guida sulla legge 40 «più restrittive e oscurantiste della legge».



Secondo Stefania Prestigiacomo, deputato di Forza Italia ed ex ministro per le Pari Opportunità, il Parlamento do­vrebbe approfittare di questo stop alla legge 40 per rivedere la normativa.



Di tutt'altra opinione Rober­to Formigoni: per iil presidente della Regione Lombardia, la decisione del Tar Lazio è «vergo­gnosa e ideologica e finge di di­menticare che questa legge è stata difesa dal 75% dei cittadini italiani». Sulla stessa linea Isa­bella Bertolini, vicepresidente dei deputati di Forza Italia, che parla di sentenza politica, «en­nesimo pronunciamento di un tribunale italiano in contrasto con una legge approvata dai rappresentanti del popolo e dal popolo ratificata con un referen­dum, peraltro con una maggio­ranza schiacciante».


Stupore e perplessità anche dall'associazione Scienza e Vi­ta., «L'esclusione da parte del Tar Lazio della cosiddetta diagnosi di tipo osservazionale sull'embrione (asslolutamente non invasiva) - precisa l'asso­ciazione - aprirebbe la porta, secondo i sostenitori del ricor­so, alla diagnosi genetica pre­impianto che, come la letteratu­ra scientifica ampiamente documenta, è essa stessa causa di gravi danni per l'embrione. Va comunque detto che proprio per queste ragioni nella senten­za del Tar non c'è traccia alcu­na di un via libera alla diagnosi preimpianto».

Aborto: left propone, un anno senza Ferrara è possibile

Agi 24.1.08
Aborto: left propone, un anno senza Ferrara è possibile
(AGI) - Roma, 24 gen. - Stufi e stanchi di chi chiede e richiede una moratoria sull'aborto? Ora c'e' chi propone: "un anno senza Ferrara e' possibile" e si puo' aderire via mail. A lanciare la suggestiva proposta e' il settimanale 'Left' che dedica la seconda copertina del numero di domani in edicola al direttore de 'Il Foglio' di cui si ricordano, "le continue giravolte politiche che lo hanno portato oggi - come si legge in una anticipazione - lui reo confesso di essere stato complice in tre aborti, a farsi paladino di una moratoria sulla legge 194". Chi e' d'accordo con 'Left' e la sua "campagna di autodifesa dall'offensiva integralista, misogina, antiabortista, militarista dell'insostenibile ateo devoto", puo' dirlo mandando una mail al settimanale, 'segreteria@avvenimentionline.it'. "Ferrara si e' fatto interprete, portavoce di un progetto che vede il sopravvento della Chiesa - dice Pino Di Maula, direttore di 'Left' - rispetto a decisioni che spettano allo Stato". Dunque 'un botta e risposta' tra direttori di testate diverse per storia e cultura. "E' arrivato il momento di dire basta - afferma Di Maula - e' questo un gioco pericoloso e perverso che fa comodo a troppi". 'Left', da sempre difensore dei diritti delle donne e della liberta' di ricerca scientifica, "sceglie questa strada come mezzo per ribadire - conclude Di Maula - un'esigenza di laicita' che e' un dovere dello Stato: Ferrara e' un agit-prop che si trova a suo agio in questa situazione e per questo abbiamo voluto questa campagna un po' anomala, a meta' tra il bisogno di riderne e di ritrovare la capacità di ragionare". (AGI) Pat

«Fateci uscire». Le palestinesi assaltano la frontiera di Gaza

«Fateci uscire». Le palestinesi assaltano la frontiera di Gaza

di Michele Giorgio

Il Manifesto del 23/01/2008

Israele allenta l'assedio. In migliaia manifestano al confine egiziano. Al valico di Rafah in molte restano ferite, alcune in modo grave, dal fuoco incrociato delle guardie di frontiera egiziane e dei miliziani di Hamas. E l'Anp di Abu Mazen spera di riacquistare il controllo del valico

Gaza rimane sull'orlo del baratro nonostante il «regalo» del governo israeliano che ieri ha rifornito la Striscia dei primi 700mila di due milioni di litri di gasolio destinati alla centrale elettrica (basteranno solo per 5-6 giorni) che serve il capoluogo Gaza city.
La popolazione è esasperata ma anche decisa a fare quanto è in suo potere per rompere un assedio israeliano che gode di appoggi indiretti, come quello egiziano. Il Cairo si è piegato alla chiusura totale imposta da Israele del valico di Rafah, che pure dal novembre 2005 è sotto il pieno controllo palestinese.
Il fatto che al potere a Gaza oggi ci sia Hamas e non più l'Anp di Abu Mazen - la motivazione dietro la quale si nascondono gli egiziani - è marginale di fronte alle sofferenze di una popolazione che ha perduto la sua unica porta sul mondo e con essa la possibilità di andare in Egitto e altrove a curarsi, a studiare e a lavorare.
Non sorprendono perciò gli scontri violenti scoppiati ieri al terminal di Rafah, dove alcune migliaia di palestinesi, in gran parte donne, hanno protestato contro il blocco. I feriti gravi sono stati almeno cinque: quattro palestinesi e una guardia di frontiera, colpiti da proiettili esplosi dai militari egiziani e da militanti di Hamas.
Qualcuno si è affrettato a parlare di «manifestazione pilotata da Hamas». Vero, ma non ha importanza perché i palestinesi che si sono radunati ieri a Rafah esprimevano una esigenza sentita da tutti gli abitanti di Gaza: essere liberi come dovrebbero esserlo tutti i popoli. Centinaia di donne si sono ammassate per chiedere la riapertura del valico e minacciato di forzare il blocco. Le guardie di frontiera egiziane hanno prima reagito con i cannoni ad acqua e dopo hanno sparato raffiche di mitra in aria per disperdere la donne sostenute da un altro migliaio di manifestanti.
Ad un certo punto una decina di persone sono riuscite a passare il confine e a entrare in territorio egiziano ma sono state fermate e riportare indietro. Il successivo intervento della polizia di Hamas ha messo fine alla manifestazione. Quello che è accaduto ieri in ogni caso è il segnale di una rabbia che non si riesce più a contenere. Nelle stesse ore peraltro migliaia di persone manifestavano in Libano, in Sudan e nello Yemen contro il blocco imposto ai danni di Gaza che anche il «moderato» re Abdallah di Giordania ha definito «inaccettabile». Nel campo profughi di Rachidiyeh, nel sud del Libano, migliaia di dimostranti hanno scandito slogan contro Israele, Stati Uniti, la Lega Araba e «gli amanti della libertà» che non hanno preso posizione. Ad Erez, al confine nord di Gaza con Israele, invece centinaia di dimostranti palestinesi con cittadinanza israeliana, guidati dai deputati Ahmed Tibi (Hadash) e Wasil Taha (Tajammo), hanno sfidato con slogan e canti i dimostranti dell'estrema destra israeliana radunati a poca distanza e capeggiati dal parlamentare dell'Unione Nazionale, Effi Eitam.
A Ramallah al contrario si sono picchiati tra palestinesi. Decine di militanti di Hamas e Fatah si sono presi a pugni durante un raduno del movimento islamico.
«A Gaza, vivere è diventato assolutamente insopportabile, non bisogna permettere che questa situazione continui», ha protestato il premier del governo dell'Anp Salam Fayyad incontrando ieri a Londra il ministro degli esteri britannico David Miliband. Ma non saranno le sue frasi a convincere il governo britannico e neppure quelli degli altri paesi con diritto di veto, membri del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, convocato ieri pomeriggio per discutere il blocco israeliano di Gaza.
La possibilità che il CdS possa fare sua la posizione dei paesi promotori di una risoluzione di condanna di Israele sono remote perché gli Stati Uniti ieri sera apparivano pronti ad intervenire per bloccare la risoluzione con il veto.
Il presidente israeliano Shimon Peres da parte sua ha commentato che l'Onu dovrebbe punire Hamas e non Israele, a causa del continuo lancio da Gaza di razzi (artigianali) Qassam verso il territorio dello Stato ebraico (ieri ne sono caduti un'altra decina vicino Sderot).
Washington intanto si prepara a dare pieno sostegno all'idea di Salam Fayyad che siano i servizi di sicurezza dell'Anp a riprendere il controllo del valico di Rafah, allo scopo di «facilitare la vita della popolazione palestinese». La soluzione tende evidentemente ad escludere Hamas da qualsiasi gestione del confine e quindi rischia di alimentare il conflitto tra l'Anp e il movimento islamico.