martedì 26 luglio 2011

Vitruvio maestro di architettura

Vitruvio maestro di architettura
CORRIERE ADRIATICO venerdì, 22 luglio 2011

Sono aperte le iscrizioni alla seconda giornata di studi, organizzata dalla associazione Centro studi vitruviani che si terrà nella sala Verdi del Teatro della Fortuna il 7 e 8 ottobre prossimo. Il numero massimo ammesso al convegno è di 100 persone. Curatore della iniziativa è il professor Paolo Clini docente del Politecnico delle Marche.

Il convegno, che si svolge sotto il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, affronterà il tema del disegno di architettura nell'antico in relazione all'opera vitruviana e alla sua influenza sulla rappresentazione nel Cinquecento cercando di approfondire come il De Architectura, nonostante l'assenza di apparati grafici, abbia contribuito a definire il profilo del disegno antico e come esso, attraverso la rilettura cinquecentesca, abbia segnato l'architettura e la cultura rinascimentale. Il convegno sarà guidato dal presidente del comitato scientifico del Centro Studi Vitruviani Salvatore Settis e vedrà la partecipazione di alcuni tra i massimi studiosi a livello internazionale: Pierre Gros, Werner Oechslin, Howard Burns, Antonio Monterroso, Antonio Corso, Piernicola Pagliara, Bruno Zanardi, Mario Luni e Marco Gaiani. Per l'occasione sono state attivate 30 micro borse di studio riservate a studenti universitari che avranno un’occasione unica di ascoltare e confrontarsi all'interno di un contesto scientifico di assoluta eccellenza. In occasione dell’incontro. L’iniziativa costituirà anche occasione per un evento che si terrà sabato mattina, 8 ottobre, nella splendida gola naturale del Furlo e specificatamente riservato ai convegnisti. Infatti verrà ufficialmente presentata la riapertura della galleria piccola del Furlo lungo l'antica via consolare Flaminia dopo i lavoro di recupero. Nell'occasione sarà possibile visitare le interessanti strutture archeologiche della Gola del Furlo e le sue straordinarie bellezze naturali. Il Centro studi vitruviani è stato istituito grazie allo stimolo fornito dall’assessorato alla Cultura della Provincia.

Vasari

La Repubblica 9.7.11
Vasari
Gli Uffizi celebrano fino al 30 ottobre il loro "autore" e la Firenze di Cosimo I
Tra quadri e disegni, c’è spazio anche per una serie di ricostruzioni virtuali
Dai dipinti ai progetti in 3D i cinquecento anni dell´artista che mise in scena l’architettura

FIRENZE. Nell´Italia delle mille e una mostra, Firenze – e gli Uffizi in particolare – non poteva certo esimersi dal celebrare con un´esposizione il quinto centenario della nascita di Giorgio Vasari (1511-1574), massimo artefice storiografico dell´idea del primato toscano nelle arti del disegno e autore, tra l´altro, proprio degli Uffizi, ovvero di quel mirabile dispositivo architettonico a scala urbana, originariamente pensato per ospitare gli uffici amministrativi del Granducato (di qui il nome), che unificando, sia idealmente che concretamente, le due residenze di Cosimo I – Palazzo Vecchio, sede del governo, e Palazzo Pitti, dimora privata di là d´Arno – è la più geniale invenzione urbanistica dell´assolutismo mediceo e, al tempo stesso, la sua più pregnante icona, che ne incarna alla perfezione il carattere occhiutamente accentratore.
Mettendo la sua consumata esperienza di realizzatore di apparati effimeri al servizio dell´esigenza del granduca di forgiare simboli identitari forti, capaci di rinsaldare la propria presa egemonica su una compagine statale nata sulle ceneri di conflitti secolari e con ferite ancora non cicatrizzate, Vasari ha infatti realizzato con gli Uffizi una sorta di scenografia permanente, concepita, sulla scia delle famose "mutazioni a vista" degli scenari di commedia fiorentini, come un reversibile cannocchiale prospettico, dal quale, se ci si volge verso l´Arno, si traguardano il fiume e le colline inquadrati da una spettacolare serliana, ma se si fa dietrofront è la piazza della Signoria, con le sue spettacolari emergenze – Palazzo Vecchio, la cupola di Brunelleschi, il campanile giottesco – a offrirsi come esaltante fondale riassuntivo delle glorie fiorentine. Che poi, a pochi anni dalla quasi contemporanea morte di Cosimo I e di Vasari, i diretti eredi del granduca abbiano felicemente trasformato questa struttura urbana ad altissima densità simbolica nella Galleria in cui esibire in bell´ordine le proprie eccezionali raccolte d´arte, è un´ulteriore dimostrazione, da un lato, che una componente fondamentale della genialità architettonica vasariana è proprio la duttilità, la flessibilità d´uso; dall´altro, che se fin dal Medioevo a Firenze la produzione artistica, con annessi settori artigianali, costituiva uno dei motori principali dell´attività economica e una fonte di grande prestigio internazionale, questo processo con l´assolutismo mediceo finì per compenetrarsi talmente con le strutture economiche e simboliche del Granducato, da trasformare l´arte nel più solido architrave del regime: un´"industria di stato", oculatamente incentivata e protetta, con effetti così duraturi da modellare per sempre il ruolo esercitato da Firenze e dalla Toscana nell´immaginario collettivo globalizzato.
Non sempre le esposizioni eseguite "per dovere d´ufficio" riescono bene, né è facile, com´è arcinoto, "mettere in mostra" l´architettura. A maggior ragione, va pertanto riconosciuto a chi l´ha ideata e curata (in primis a Claudia Conforti e ad Antonio Natali) il godibilissimo esito della rassegna odierna (Vasari, gli Uffizi e il Duca, Galleria degli Uffizi, fino al 30 ottobre), ottenuto grazie a una sapiente miscela di quella sagace versatilità e duttile intelligenza pratica che furono le doti maggiori dell´artista cui è rivolto l´omaggio espositivo. Antonio Godoli, autore dell´allestimento, ha saputo sfruttare l´intrigante circostanza che il principale contenuto della mostra coincida con il suo contenitore, aprendo funzionali feritoie e affacci a sorpresa sull´esterno e non mancando di invogliare il pubblico a verificare lo spettacolare ribaltamento prospettico città-campagna inventato da Vasari, con un´apposita postazione apprestata sul verone. Ricorrendo, ma con giudizio, a strumenti multimediali, si è potuto evocare i modelli concreti dell´architettura romana e veneziana cui Vasari si è ispirato e perfino, attraverso un efficacissimo rendering a 3D, di ricostruire progetti alternativi mai messi in opera. Ma l´uso del linguaggio virtuale non è mai disgiunto dall´esibizione di preziosi manufatti (disegni, sculture antiche e moderne, dipinti, arazzi, perfino una sbalorditiva sequenza di magnifiche porte intagliate delle antiche Magistrature ospitate negli Uffizi), che ci riportano alla dimensione fattuale, concreta delle opere d´arte. Grazie a questo dosato mix di virtuale e reale, lo sguardo del visitatore si allarga a tutte le altre imprese con cui Vasari, da versatile factotum qual era, soddisfece con prontezza, ma anche con un pizzico di autonomia intellettuale, le esigenze autorappresentative del suo granduca (senza trascurare le proprie). A cominciare dal Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio dove l´artista, coadiuvato da uno stuolo di allievi e iconografi, ha rappresentato l´edificazione, battaglia dopo battaglia, dello Stato mediceo, coronandola al centro del soffitto con un tondo in cui Cosimo vigila dall´alto sul suo Stato, godendosi in eterno la propria apoteosi, mentre la città di Firenze e i suoi sudditi lo incoronano.

lunedì 25 luglio 2011

I luoghi comuni platonici

La Repubblica 11.7.11
I luoghi comuni platonici
Dall’amore al mito della caverna, così si banalizza il filosofo
Le idee del più studiato pensatore antico sono entrate, fraintese e semplificate, nel lessico di tutti. Ma oggi nuove traduzioni delle sue opere recuperano, riportandolo alle origini, il loro significato
di Matteo Nucci

Nel "Simposio" non ha affatto predicato un rapporto solo spirituale senza trasporto fisico
C´è però anche chi sostiene che volgarizzazioni e distorsioni sono segni di vitalità

L´unico filosofo che non fece riferimento a lui fu Socrate. Ma il motivo è semplice: ne fu il maestro e morì prima che il discepolo cominciasse a dire la sua. Bastarono pochi anni dal suo primo scritto e Platone divenne semplicemente "il divino" e chi, in seguito, tra i filosofi, non lo abbia citato esplicitamente lo ha fatto comunque fra le righe, anche solo per negare di sentirsi un epigono. Nel 1929, Alfred North Whitehead, matematico e filosofo inglese, lo scrisse in una frase semplicissima: «La storia della filosofia occidentale non è che una serie di note a margine a Platone». Ma non poteva immaginare che all´alba del successivo millennio, l´aggettivo derivato dal nome del pensatore ateniese potesse essere utilizzato durante la telecronaca di una partita di calcio, per definire il lancio di un difensore in difficoltà, tentato da una sorta di utopia disperata: sognare un attaccante che raccoglie il pallone e va in gol: "un passaggio platonico" appunto. Il fatto è che di nessun filosofo come di Platone, la storia ha banalizzato il pensiero, finendo per produrre luoghi comuni che sono ormai parte dell´immaginario collettivo, tanto che è difficile estirparli per chi si dedichi allo studio e all´insegnamento. L´amore platonico, le idee, la caverna. Temi, concetti, immagini che la storia del nostro pensiero ha via via reso fruibili, in una semplificazione sempre più impoverita dell´originaria potenza. «Basta rileggere i dialoghi», dicono concordi i maggiori platonisti italiani uniti adesso nel progetto portato avanti da Einaudi di ritradurre l´opera di Platone. «In fondo è tutto cominciato molto presto», spiega Franco Trabattoni, professore di Filosofia Antica all´Università di Milano, «Già i primi interpreti di Platone hanno cercato di offrire l´immagine di un filosofo sognatore, segnato da un eccessivo oltremondismo. Come se Platone disprezzasse il mondo alla stregua loro. È "l´assimilazione a dio" tipicamente neoplatonica. Una fuga dal mondo che non ha niente a che vedere con quel che scrive Platone».
Il caso più significativo è l´amore. Nei dialoghi consacrati all´eros – soprattutto il Simposio e il Fedro – nulla racconta di un disprezzo del corpo e di una relazione spiritualizzata in cui il contatto sessuale non ha luogo, come vuole la vulgata che nasce in sostanza con Marsilio Ficino. «L´entusiasmo erotico non viene mortificato in senso ascetico da Platone», spiega Bruno Centrone, antichista docente all´Università di Pisa. «Semmai lo scopo è riorientarlo: quell´entusiasmo si dovrebbe provare oltre che per i corpi belli, anche per la bellezza morale, dunque per la virtù, la giustizia e, su tutto, per il sapere. Allora eros diventa una forza potentissima». «Il sesso non è negato, per farla breve», aggiunge Trabattoni. «L´idea di liberarsi dal corpo non è affatto di Platone, ma di Plotino, più di sei secoli dopo. Per Platone, il corpo ce l´hai e lo devi usare. Il rischio sta nell´affidarsi unicamente alla realtà sensibile e nel rivolgere eros solo e soltanto verso i corpi».
Si tratta insomma del grande pregiudizio idealista in base a cui esiste una separazione netta fra sensibile e intellegibile e Platone sarebbe tutto dedito a ciò che sensibile non è. In sostanza, quindi, le famose Idee e il mondo dell´iperuranio, una dimensione al di là del cielo, in cui queste Idee sarebbero confinate, lontanissime e per sempre separate dal nostro mondo. «In questo caso però sono le parole di Platone ad aver favorito interpretazioni del genere», dice Centrone. «Nel senso che è lui stesso a parlare di un luogo oltre il cielo, anche se lo fa in senso mitico. Il problema, come sempre, sta nel prendere un solo aspetto della questione. Perché Platone è un pensatore complesso e ambiguo. È vero, per esempio, che l´Idea è separata dalle cose che prendono il suo nome, ma al tempo stesso in qualche modo deve essere presente in esse». Secondo Trabattoni, però, il punto è altrove: nella tendenza a leggere le Idee come un modo di proiettare fuori dal mondo la risposta, ammettendo dunque il luogo comune in base a cui Platone esalterebbe un filosofo sognatore, dedito alla costruzione di un mondo ideale, un uomo in fuga dalla realtà. «L´Idea non è nient´altro se non un modello che serve a far funzionare il reale. Il calzolaio quando fa una scarpa guarda al modello ideale di scarpa e cerca di fare la sua approssimandosi al modello. L´azione virtuosa si approssima all´Idea di virtù, la cosa bella si approssima all´Idea di Bellezza e così via. L´errore è leggere Platone spostandolo tutto verso la trascendenza. È chiaro che qui parliamo dei secoli in cui neoplatonismo e cristianesimo vanno a intrecciarsi. Ma cosa diceva Nietzsche? Il cristianesimo è il platonismo degli ignoranti».
Interpretazione trascendentista e semplificazione delle complessità sarebbero dunque alle origini della progressiva, inarrestabile banalizzazione del pensiero di Platone. Quello che esemplarmente mostra un´immagine famosa: la caverna, le ombre riflesse sul muro, i prigionieri costretti a credere che quella sia la realtà e incapaci di liberarsi per ascendere alla contemplazione delle vere realtà. Una metafora chiamata erroneamente mito e interpretata semplicisticamente e in senso ascetico, mentre la sua complessità dovrebbe semmai spingere a ben altri sforzi di esegesi e rilettura anche quando l´intento è solo divulgativo. Gli sforzi che per esempio fece Orson Welles, dando voce alle parole di Platone su immagini animate che ora circolano su YouTube e raccontano la metafora nei minimi dettagli (http://www.youtube.com/watch?v=UQfRdl3GTw4).
C´è però chi non è completamente d´accordo. Riccardo Chiaradonna, professore di Filosofia Antica a Roma Tre, sostiene che banalizzazione e distorsione sono segni di vitalità, segni della capacità del pensiero platonico di riplasmarsi e rivivere. «Platone è stato letto e venerato più di ogni altro filosofo. Sia come pensatore altissimo che come modello di stile, come scrittore insomma. Il fatto che la sua filosofia si sia trasformata così tanto nei secoli è un segno della sua forza. Le versioni del platonismo peraltro sono state innumerevoli e non dimentichiamoci che neoplatonici come Porfirio e Proclo erano accaniti avversari del cristianesimo, tuttavia il loro pensiero venne adattato, ripreso e integrato dai Cristiani. Questo dimostra la vitalità del platonismo, non la sua debolezza. Del resto Platone fu un pensatore talmente complesso ed enigmatico che quanto insegnò si poteva interpretare sia in senso antimetafisico e aporetico, sia in senso metafisico e dogmatico. È dalla sua ricchezza che deriva la sua eternità, il moltiplicarsi di interpretazioni, di riletture complesse e anche di semplificazioni e banalizzazioni. Però resta il fatto che oggi, ad esempio, non diciamo di nulla che è "crisippeo", nonostante Crisippo sia stato un importantissimo pensatore antico. Diciamo "platonico". Se lo diciamo a sproposito è nelle cose. È il risultato di un pensiero che da duemilaquattrocento anni non finisce di trasformarsi e ispirare chi vi si avvicina».

venerdì 22 luglio 2011

Un Eldorado di quadrati nel cuore dell’Amazzonia

La Stampa TuttoScienze 20.7.11
Un Eldorado di quadrati nel cuore dell’Amazzonia
Geoglifi giganteschi, che ricordano le famose figure di Nazca
il popolo della foresta
di Cinzia Di Cianni

Gli studi e gli interrogativi «Forse erano aree sacre, collegate da strade Furono edificate nel primo millennio a.C.»
Opere di ingegneria Quadrati ma anche cerchi e figure regolari: i geoglifi dell’ Amazzonia rivelano capacità costruttive superiori
PAESAGGI MANIPOLATI «Il disboscamento potrebbe essere un processo più antico di quanto si pensi»

Un bisogno antico, come la fame di terra, e conquiste recenti come il traffico aereo e il voyeurismo dei satelliti hanno messo a nudo l'Amazzonia. Pezzi di foresta brasiliana sono svaniti, ma, in compenso, le terre spogliate hanno confidato al cielo una storia dimenticata. Il suolo ha mostrato misteriose cicatrici: enormi motivi geometrici scavati nel terreno. Che cosa sono? Trincee della rivoluzione Acriana contro la Bolivia d'inizio Novecento? Resti del leggendario regno di Eldorado? Basi aliene? Infastiditi, gli allevatori propendono per il soprannaturale: il 93enne Jacob Queiroz dice che lì, quando piove, il terreno non assorbe l'acqua ed emette un ronzio. Intanto, queste opere hanno conquistato l'attenzione degli studiosi, ma nessuno ha ancora svelato i loro segreti.
I primi «segni» furono scoperti nel 1977 dall'archeologo brasiliano Ondemar Dias, ma fu il paleontologo Alceu Ranzi a battezzarli «geoglifi» e a farli conoscere al mondo. Per Ranzi, che insegna all'Università di Florianòpolis e ne è uno dei massimi esperti, hanno in comune con quelli peruviani di Nasca il fatto che sono stati osservati casualmente da un aereo e sono visibili nella loro interezza solo dal cielo. Nell'ambito del «Projeto Geoglifos», Ranzi e alcuni archeologi finlandesi hanno esplorato - soprattutto con i satelliti - i bacini del Purús e dell'Acre, affluenti del Rio delle Amazzoni, e alcune aree limitrofe in Bolivia. Se le linee di Nasca sono superficiali, qui si tratta di figure geometriche, formate da fossati profondi da uno a tre metri e larghi una decina, che corrono per centinaia di metri fino a coprire un'area di 250 km x 80. I geoglifi sono in gran parte quadrati e rettangolari e a volte cerchi, ma anche ottagoni e figure composte. Alcuni anelli misurano 300 metri di diametro. Spesso le figure sono presenti in sequenza e sono collegate da strade. Finora sono stati individuati 200 siti, forse il 10% di quanto sarebbe ancora nascosto. Solo pochi geoglifi sono stati raggiunti dai ricercatori e quindi i dati sono scarsi, ma tre studi di imminente pubblicazione - firmati dagli archeologi Sanna Saunaluoma (Università di Helsinki), Martti Pärssinen (Instituto Iberoamericano de Finlandia), Denise Schaan (Università del Parà) e Alceu Ranzi - promettono di fare un po' di luce su un mistero fitto come la foresta superstite.
I primi geoglifi furono localizzati sugli altipiani. Sono lontani almeno 2-5 km dai principali corsi d'acqua, ma non da piccole sorgenti. Si è sempre creduto che queste terre fossero troppo «magre», diverse dai fertili terreni alluvionali che costeggiano i fiumi, ma forse non è così. La terra argillosa veniva accumulata lungo il bordo esterno dei fossati, fino a formare un muro di circa un metro, Il solco, che ancora oggi ha una buona tenuta stagna, era forse usato per la raccolta dell'acqua piovana o l'allevamento di pesci e tartarughe.
Un periodo di siccità Ma come si potevano scavare opere tanto grandi in mezzo alla vegetazione? Semplice! Non c'era la foresta. Un periodo di siccità potrebbe aver trasformato l'Amazzonia in una savana. O forse il disboscamento di oggi non è che il ripetersi di una vecchia storia: nell'area occupata dai geoglifi gli alberi potrebbero avere non più di un migliaio d'anni. Un'altra sorpresa, poi, riguarda gli abitanti. Era opinione comune che, all'epoca dello sbarco del portoghese Cabral, l'Amazzonia ospitasse solo clan nomadi e primitivi, mentre sulle Ande fioriva la civiltà Inca. Ma i geoglifi raccontano una storia diversa, quella di un popolo numeroso e organizzato. Secondo Love Eriksen e Alf Hornborg, dell'Università svedese di Lund, parlava la lingua Arawak, la stessa degli indios emigrati nelle regioni sub-andine del Perù. Un popolo di agricoltori-guerrieri, spesso in guerra con i gruppi Panoani e Tupí per il dominio del bacino del Rio Purús.
Basandosi su una nuova serie di scavi, Saunaluoma non ha dubbi: i geoglifi erano aree cerimoniali pubbliche, create a partire dal primo millennio a.C. «Anche a mio avviso la loro realizzazione era finalizzata alla delimitazione di spazi sacri - precisa Giuseppe Orefici, esperto della cultura Nasca, che ha lavorato con Ranzi -. Sicuramente erano in relazione ad aree agricole di grandi dimensioni, caratterizzate da sistemi per l'irrigazione e la coltivazione di aree soprelevate». In uno studio del 2009 Pärssinen, Schaan e Ranzi calcolavano che, per realizzare un geoglifo di 200 metri, fosse necessario scavare 8 mila metri cubi di terra. Se la media giornaliera era di un metro cubo a persona, erano necessarie 80 persone per 100 giorni. E, visto che questa gente doveva sostentarsi, si suppone che ogni gruppo contasse circa 300 individui e che l'intera regione fosse abitata da almeno 60 mila persone.
I nuovi scavi Purtroppo gli scavi hanno fornito pochi indizi: niente sepolture o manufatti integri. L'unica datazione al radiocarbonio, realizzata dall'Università di Helsinki su un pezzo di carbone, lo colloca nel 1283 d.C., epoca di probabile declino dei siti. I pochi frammenti di vasellame rinvenuti, in stile Quinari, sono di forma cilindrica o sferica e presentano motivi rossi su fondo bianco o incisioni geometriche. «Purtroppo non abbiamo trovato nessun oggetto che ci riempia gli occhi», ha commentato Ranzi. «Ma - aggiunge Orefici - abbiamo rilevato che il materiale ceramico si trovava solo nel solco e all'esterno della figura. Pärssinen l’ha datato ai primi secoli a.C., mentre secondo noi è più certa una collocazione intorno ai secoli VI-VII della nostra era».
Ora si punta a nuove ricerche, ricorrendo al telerilevamento come il «Lidar» (Laser imaging detection and ranging), che vedono sotto la coltre verde. «Forse non sarà il mitico l'Eldorado - ricorda Ranzi - ma ciò che appare è la punta di un iceberg, un vero Eldorado per la scienza».

domenica 17 luglio 2011

sabato 16 luglio 2011