domenica 28 settembre 2008

Alba Fucens

Le mura poligonali di Alba Fucens, antico centro del territorio degli Equis. Foto degli anni '30

Un Patrimonio che non costa nulla. A Monza torna Teodolinda, a Milano visite in costume a Villa Litta

Un Patrimonio che non costa nulla. A Monza torna Teodolinda, a Milano visite in costume a Villa Litta
27-09-2008 CORRIERE DELLA SERA MILANO

Iniziativa Aperture gratuite straordinarie, visite guidate, mostre e concerti nei luoghi della cultura

ville eventi gratuiti oggi e domani in tutta Italia, oltre centoventi solo in Lombardia: aperture straordinarie, mostre, conferenze, concerti, visite guidate a spasso tra musei, biblioteche e luoghi della cultura.
Tutto per celebrare le Giornate europee del Patrimonio 2008, a cura del ministero per i Beni culturali con Fondo ambiente italiano e altre istituzioni (programma completo e orari su www.lombardia.beniculturali.it e www.fondoambiente.it). Tra gli appuntamenti fuori porta spicca un ritorno eccellente. Al Museo del Duomo di Monza (ingresso con biglietto ridotto) rientrano a casa dopo 277 anni di assenza due preziosi frammenti del ciclo tardogotico con «Storie di Teodolinda» affrescato dagli Zavattari: due raffinate testine, forse ritratti di Teodolinda stessa e del marito Au-tari, staccate nel '700 adesso recuperate grazie alla donazione di un collezionista privato. Tra le iniziative, oltre l'eccezionale open day di ville, castelli e chiese della Brianza (vedi notizia in alto a destra), i percorsi guidati al Castellazzo di Bollate o all'Oratorio affrescato di Solare oppure, per chi ama il design d'autore, al Museo Kartell di Noviglio. Restando in città, apre i battenti al pubblico con visite animate in costume il settecentesco Palazzo Otta in corso Magenta 24 (prenotare al tei. 02.86.45.45.45), espone dipinti recentemente restaurati la Pinacoteca di Brera (via Brera 28, Sala XXVIII.), mentre al Cimitero Monumentale si visitano ogni mezz'ora, dalle 9.30 alle 17, i capolavori scolpiti di questo «museo a cielo aperto». Da vedere con percorsi guidati la gotica Chiesa Rossa, in via Neera 24, e l'ultima nata in casa del Fai, la sontuosa Villa Necchi Campiglio in via Mozart 14- Da ascoltare la conferenza sull'antico «tappeto di caccia» del Museo Poldi Pezzoli (oggi ore 16, via Manzoni 12). Chiara Vanzetto

martedì 23 settembre 2008

Si sono riaperte, a Pompei, undici domus

CAMPANIA - Si sono riaperte, a Pompei, undici domus
22/09/2008 il mattino

Si sono riaperte, a Pompei, undici domus, negate ai visitatori da oltre 20 anni, altre otto si riapriranno a novembre per la gioia dei turisti (3 milioni annui). Finalmente possiamo ammirare la casa di Diomede, di Meleagro, del Menandro, del Chirurgo, del Profumiere, del Principe di Napoli ecc. Col ritorno delle nuove domus, dal primo settembre si possono acquistare on line i biglietti d’ingresso al sito archeologico più suggestivo del mondo, la città antica, per la quale il 24 agosto del 79 d. C. scoccava l’ora fatale. Plinio il Giovane fu l’unico testimone di quella tragedia (tragedia, si fa per dire, oggi mette conto chiamarla «fortuna»). Egli ce ne lasciava la cronaca in 2 lettere, inviate allo storico Tacito, nelle quali narra pure la morte dello zio, Plinio il Vecchio, che s’era spinto fino a Stabia, per soccorrere amici in pericolo e osservare il fenomeno da vicino. Allora Plinio il Giovane aveva 18 anni e si trovava a Miseno, da dove la paura lo costrinse a fuggire. Dirà: «Credevo di dover morire anch’io. Poi quella caligine si rischiarò, uscì il sole e al nostro sguardo apparve tutto mutato, ricoperto da una spessa coltre di cenere, come neve». Ma da sotto quella cenere, alta 3 metri, ecco Pompei ridestarsi con uno sbadiglio, dopo un sonno così lungo, per mostrarci la sua bellezza e la sua storia, i suoi tesori di arte, e più ancora gli abitanti con le loro abitudini di vita quotidiana, gli strumenti e i segni delle loro attività, il tipo di alimentazione, gli svaghi, i malesseri fisici, da cui erano affetti e tante altre cose, molte delle quali ci affascinano, proprio perché ancora avvolte dal mistero. Pareva che il vulcano con i suoi spaventosi boati volesse prendere di mira solo Pompei e Oplonti, bersagliandole con una pioggia di cenere e lapilli, il cui peso faceva crollare gli edifici. Almeno così credevano gli ercolanesi, che guardavano l’orrendo spettacolo da sotto i portici o in riva al mare, sperando di farsela franca. Invece, la notte seguente, toccò pure a loro. Le centinaia di scheletri, trovati nei fornici del borgo marinaro dimostrano che risultò del tutto vano tentare la fuga con le barche. Li stroncarono i gas venefici, il fango bollente e le temperature infernali. Era come se il Vesuvio, 1929 anni fa, avesse voluto fermare il tempo, per custodire quasi in uno scrigno le sue città più belle e restituircele, dopo circa 2 millenni, così palpitanti, che oggi ci pare ancora di assistere a quella catastrofe con le sue scene apocalittiche e di vedere quella gente scappare terrorizzata, prendendo la via del mare o immettendosi sulla strada, che univa Nocera a Napoli, per piombare giù, poco dopo, a 2 passi dalla salvezza. Come quella intera famiglia, trovata dal Maiuri in una casa presso Porta Nuceria: una donna che stringe la mano del suo bambino, mentre l’uomo, proteso verso di loro, facendo leva col braccio, cerca di resistere al tetto che viene giù per il peso della cenere. O l’altra famiglia, rinvenuta tra Porta Nuceria e Porta Stabia: 2 bambini, una donna incinta e un uomo in atto di proteggerli. O i 5 scheletri, scoperti a pochi metri da Porta Stabia, quasi abbracciati. O i 2 corpi aggrovigliati, rinvenuti nella Villa di Diomede, di cui uno aveva un anello d’oro al dito, in mano una chiave d’argento e una grande quantità di sesterzi. Abbracci, che sbucavano da sotto terra, a testimoniare l’aiuto disperato, che l’uomo cerca nel pericolo, l’estrema solidarietà nella sventura, di leopardiana memoria, quando egli avverte la sua fragilità davanti a una Natura possente, inesorabile, rappresentata qui dallo «Sterminator Vesevo». Luigino Piccirilli - AFRAGOLA

Il papiro porta al falsario Simonidis, che s'ispirò all'artista tedesco

Corriere della Sera 22.9.08
Sulla rivista «Storia dell'arte» Maurizio Calvesi conferma la tesi di Luciano Canfora
Artemidoro? Sembra proprio Dürer
Il papiro porta al falsario Simonidis, che s'ispirò all'artista tedesco
di Maurizio Calvesi

Lo sguardo dello storico dell'arte può aggiungere, all'esame «interno» del papiro di Artemidoro, qualche osservazione sul segno, che appare uniforme in alcune delle figure, nonché nella mappa. Si veda come il tratto ondulato e sottile dei fiumi si ripeta nella chioma del sapiente che è stampato di profilo nell'agraphon, davanti alla colonna di apertura. Almeno le due figure dell'agraphon sembrano della stessa mano della mappa (ovvero di quella di Simonidis).
Allievo di un allievo di David fu quest'ultimo, che è certamente l'autore del testo. Ma egli era, per l'appunto, anche un artista. Che il suo maggiore maestro sia stato alla scuola di David, lo ha lasciato scritto Callinico Jeromonaco nella notizia biografica posta al principio dei Symmiga (Mosca 1853).
La figura più grintosa del papiro è senza dubbio la testa posta di profilo di fronte alla prima colonna, in basso: lo sguardo fermo, il naso rincagnato nel primo tratto e poi sporgente, la bocca stretta, i capelli come anche la ruga della fronte e il sopracciglio delineati con un tratto più leggero, la barba riconfusa con i capelli, e presentata con tratti anche orizzontali. Questa strana barba, pettinata lungo la gota in direzione della nuca, è un elemento classico che possiamo trovare nella scultura romana (si veda il Pugile delle Terme, nel Museo Nazionale Romano) come nei disegni neo-classici, proprio di David, tenendo anche presente il gusto del maestro per i profili dell'antico; ma nel complesso a me sembra che l'impronta severa della figura richiami soprattutto Dürer, come potrebbe suggerire un confronto con la testa di Nicodemo nel Compianto di Monaco, Alte Pinakothek, o anche con alcune delle teste barbute che così frequentemente compaiono nella grafica düreriana.
Ancora nel recto, lemani e i piedi sono disposti con regolarità secondo un gusto accademico (non già «alla rinfusa» come vorrebbe Settis): quattro mani ordinate a losanga, la losanga che penetra nel triangolo formato dai tre piedi sottostanti. Il motivo delle mani ha un buon riscontro, nel libro di Canfora Il papiro di Artemidoro, con una tavola dell'Enciclopédie. Tuttavia il più famoso esempio di una composizione di quattro mani è quello visibile al centro del Gesù tra i dottori di Dürer (in collezione Thyssen) dove le quattro mani formano un quadrato e non una losanga, ma possono indurre l'imitatore a riprodurre un disegno geometrico e centrale formato da due mani sinistre e due destre, come nel papiro. È un motivo celebre che ha sedotto più pittori, anche della nostra stagione: una mano sinistra e una destra, una sinistra e una destra. E che una delle mani di Simonidis sia ricalcata — come propone puntualmente Canfora — da Raffaello, con il medio e l'anulare congiunti, il pollice aperto, e le fossette laddove la mano è più paffuta, è una conferma dell'attenzione accademica di Simonidis ai grandi maestri del Rinascimento.
Ma l'interesse per Dürer sembra decisamente confermato da un'altra figurazione del verso. Un cervo assale un lupo che gli punta contro le zampe come rattrappite. Canfora ha scovato un eccellente confronto con il centauro che assale un lupo nella Uranographia di Hevelius. Si tratta di una mappa delle costellazioni, che Simonidis — segnalo — può aver osservato anche in altre versioni, come quella, bellissima, di Andreas Cellarius (Keller) verso il 1660, dove il
lupus prende il nome di fera, o in altre e forse soprattutto nel suo prototipo che risale proprio a Dürer, a una sua incisione dello stesso soggetto in cui il gruppo (centaurus contro fera) assume una fisionomia altrettanto prossima all'immagine del papiro: è verosimile che proprio da qui Simonidis abbia attinto. Sostituita la testa del cervo a quella del centauro, la figura (dunque notissima) si è adattata pienamente alla fantasia del falsario.
Piccole glosse: l'elefante è detto «sterile» in Artemidoro-Simonidis.
«Apprendiamo dalla didascalia che l'elefante che combatte con il serpente — scrive Stefano Micunco nel libro di Canfora — sarebbe steiros, sterile. L'unico possibile raffronto è con il testo del Physiologus, il quale afferma che l'elefante "non ha naturale desiderio di unione sessuale"». È possibile aggiungere che una frase simile è reperibile anche nel Bestiaire di Philippe de Thaün (che del resto riprende dal Physiologus): l'elefante «non procrea spesso»; e nel Bestiaire
di Gervaise: «Non si accoppia mai con la sua compagna se non ha deciso di generare». E veniamo alla mappa: «una carta geografica — l'unica del genere che si sia conservata dall'antichità»; «sarebbe in ogni caso l'unica mappa antica pervenuta, e per di più tramandata sullo stesso rotolo che conteneva il testo geografico. Ciò che non è ad oggi documentato né da altre testimonianze pervenuteci, né dalle fonti antiche. Le quali anzi informano che le mappe geografiche erano di norma riportate su supporti materiali autonomi »; «una fantasiosa mappa piena di impressionistiche vignette adattabili a qualunque parte del mondo fornita di fiumi». Forse la carta è di pura invenzione.
Se cerchiamo, nel disegno dei fiumi, qualcosa di vicino al tratto sottile e leggero, delicatamente ondulato, con cui i fiumi sono segnati nella mappa del papiro, potremmo guardare alla cartografia del Kircher. Qui ricorre frequentemente, per quel che può valere, anche quella biforcazione finale del segno- fiume che indica un delta e trova riscontri nella carta dell'Artemidoro simonideo. Kircher poteva essere un autore ben conosciuto da Simonidis, che era interessato ai geroglifici.
A sinistra, un particolare dall'incisione «I disperati» di Dürer. A destra, un'immagine dal «papiro di Artemidoro»

Leopardi antropologo. l’Oriente oltre la siepe

l’Unità 23.9.08
Leopardi antropologo. l’Oriente oltre la siepe
di Antonio Prete

IL CONVEGNO La scrittura del poeta muove spesso da una prospettiva antropologica, che si affida di volta in volta all’altro, all’antico, o al lontano... come accade per i versi orientali che scorrono nella sua lingua. È l’inzio di una nuova stagione di studi leopardiani? Forse sì...

A Recanati quattro giorni con studiosi di tutto il mondo
Torna a Recanati, dopo quasi un decennio, un grande convegno internazionale organizzato dal Centro Nazionale di Studi Leopardiani. Da oggi a venerdì si discuterà su La prospettiva antropologica nel pensiero e nella poesia di Giacomo Leopardi. Aprirà il convegno, nell’aula Magna del Comune, Antonio Prete con un intervento su «Nomadismo dello sguardo e pensiero dell’alterità. Sull’antropologia poetica di Leopardi». A seguire Pietro Clemente («Comparazioni immaginative: Leopardi preantropologo»), Ernesto Miranda («Sulla natura degli uomini. Leopardi e l’antropologia filosofica»), Gilberto Lonardi («Prima della scrittura: il “qualunque”, il lontano, il canto con le ali del pastore dell’Asia»), Perle Abbrugiati («Se ben vi si guardasse. La critica leopardiana del pensiero a priori, tra filosofia e antropologia»). E ancora Marco Moneta («Dal bosco a civiltade. Antropologia e storia in Leopardi»), Alessandra Aloisi («Esperienza del sublime e dinamica del desiderio in Giacomo Leopardi»), Gilda Policastro («La ragion perché i morti ebber sotterra.... Per un’antropologia dell’Ade»). Nei giorni successivi interverranno, tra gli altri, Jean-Charles Vegliante, Joanna Ugniewska, Nicola Feo, Giulio Ferroni, Sebastian Neumeister, Massimo Natale, Michael Caesar, Gaspare Polizzi, Stefano Biancu, Maurizio Bettini, Gianni D’Elia, Alberto Folin, Marino Niola.

Il convegno che si apre oggi a Recanati ha per tema La prospettiva antropologica nel pensiero e nella poesia di Giacomo Leopardi. Per quattro giorni studiosi non solo italiani, e appartenenti a generazioni diverse, si incontreranno intorno alla grande esperienza di colui che della modernità ha colto, con straordinaria passione critica, il gioco delle maschere, il dominio dell’opinione e del danaro, le forme di astrazione e di violenza, la dimenticanza del «poetico», e dunque del vivente e corporeo, la trama resistente dell’egoismo e gli stili di sopraffazione.
Questo convegno, proposto dal Centro nazionale di studi leopardiani (ora rinnovato nel suo Comitato scientifico, diretto da Lucio Felici, e con la nuova presidenza del sindaco di Recanati, Fabio Corvatta) è dedicato alla memoria di Franco Foschi, che per vent’anni del Centro studi è stato Presidente attivissimo e solerte.
Nella grande Sala del Palazzo comunale di Recanati - inaugurata nel 1898 con una prolusione leopardiana di Carducci - si succederanno letture e interpretazioni: il vero soggetto della scena sarà, dunque, la scrittura leopardiana. Con la sua distanza da ogni sistematica e dottrinaria postura. Con le sue variabilissime forme (il testo poetico, il frammento teorico, il dialogo, il saggio, la lettera, l’indagine filologica, la traduzione). Con la sua libertà inventiva, che sempre prelude e domanda e mai si acquieta. Con la sua singolare capacità di unire meditazione e canto, interrogazione sul tragico dell’esistenza e invenzione poetica.
I convegni leopardiani a Recanati hanno scadenza quadriennale: per qualche giorno, nella città di vento e di pietra, dove la luce giunge, da una parte, dal mare, e dall’altra, dalla sconfinata onda collinare, accade che gli incontri di studiosi e le discussioni diano origine a solide amicizie intellettuali e anche a concreti progetti di ricerca. Molto devono gli studiosi a quegli incontri (quanto alla mia esperienza, tra tanti nomi, voglio fare quelli di Cesare Luporini e di Giuseppe Pacella).
Questo convegno cade in un momento in cui la presenza di Leopardi nelle diverse lingue appare consolidata nel solo modo per dir così duraturo, cioè attraverso le traduzioni, le edizioni, i commenti. Da pochi anni, presso Allia, è uscita l’edizione francese di tutto lo Zibaldone, nella traduzione di Bertrand Schefer. Le edizioni Allia - quasi in analogia a quello che in Italia hanno fatto Boringhieri per Freud e Adelphi per Nietzsche - hanno tradotto quasi tutto Leopardi: l’anno scorso è uscito l’intero Epistolario, nella bella traduzione di Monique Baccelli. È ora in corso la traduzione inglese dello Zibaldone, affidata a un’équipe diretta a Birmingham da Mike Caesar e Franco D’Intino. E il progetto di una traduzione spagnola dello Zibaldone sta per muovere i primi passi in Spagna, a cura di Blanca Muñiz che aveva già tradotto e commentato i Canti.
Tornando al tema del convegno, si potrebbe dire che nelle rappresentazioni dell’antico, della sua poesia, dei suoi miti, nella ricerca assidua intorno ai modi della civilizzazione, nello sguardo sui rapporti che intercorrono tra individui e nazioni, tra popoli e lingue, la riflessione di Leopardi muove spesso da una prospettiva antropologica. Anzi quella prospettiva per molti aspetti inaugura o contribuisce a definire. Ma, come accade per il rapporto tra filosofia e poesia, anche per il rapporto tra antropologia e poesia, ogni distinzione di genere è destinata a naufragare: lo sguardo antropologico, cioè quello sguardo capace di dislocarsi ogni volta nel punto di vista dell’altro, o del lontano, o dell’antico, o del fanciullo, o del cosiddetto primitivo, non si fissa in nessuna forma disciplinare o di sapere precostituito, e si affida di volta in volta alla narrazione, al dialogo, al frammento, al ritmo della poesia. Se le forme di questo sguardo hanno qualche precedente, esso va cercato nella capacità di incantamento degli antichi, nella grande tensione comparativa di Vico - nella sua genealogia della conoscenza -, nell’affabulazone critica di Montaigne, dei suoi Essais.
Per Leopardi la disposizione etnografica negli studi adolescenziali - dalle Dissertazioni filosofiche alla Storia della astronomia al Saggio sopra gli errori popolari degli antichi - non è mai abbandonata, e l’interesse per le rappresentazioni di culture e popoli lontani trascorre in molti passaggi dello Zibaldone. Singolare è, in questo senso, l’attenzione alle cronache del Nuovo Mondo. Non solo è criticata in più occasioni la «pretesa perfezione» della nostra civiltà, la quale sulla miseria dei molti fonda il benessere dei pochi, ma è rifiutata l’opposizione tra barbarie e civiltà («E generalmente noi chiamiamo barbaro quel ch’è diverso dalle nostre assuefazioni ecc.» ). Ed è rovesciato il senso delle immagini che gli europei hanno dei «Californi»: in analogia a quanto aveva fatto Montaigne nel saggio su Les Cannibales, a proposito dell’idea europea di sauvage, idea riportata alla sua vera radice, cioè intesa come relazione spontanea con la natura, sottratta dunque all’opposizione con «civilizzato».
Per Leopardi non solo il lontano, ma anche il vicino è oggetto di un’attenzione antropologica: va ricordato il rilievo che il poeta dà alle tradizioni popolari, in particolare a quelle marchigiane, al loro rapporto con l’oralità, il canto, la musica, la poesia.
Racconto fantastico dell’etnos e critica della civiltà, delle sue credenze, si uniscono nelle Operette morali: dalla Storia del genere umano alla Scommessa di Prometeo al dialogo della Moda e la Morte al Tristano il sapere della civiltà mostra la sua astrazione dal corpo, dai sensi, dal desiderio. E si dovrebbe ancora dire, nell’orizzonte di un’antropologia critica, del particolare orientalismo di Leopardi, di fatto assai poco studiato sino ad oggi. L’Oriente è per Leopardi una figura dello sguardo. Un principio di alterità. Da assumere come soglia per la critica. Ha la stessa funzione che ha la lontananza. Ci sono, nella scrittura leopardiana, passaggi rilevantissimi su un’idea di poesia «orientale» - accesa, piena di vita e di immaginazione, fortemente metaforica -, sulla poesia biblica e l’Oriente, sugli alfabeti orientali e il loro rapporto con le vocali, intese come le vere animatrici «di tutta la favella», e che di fatto scorrono in tutto il corpo della lingua «come il sangue per le vene degli animali». La stessa antropologia del male, quando nello Zibaldone si dispiega come meditazione sul «Tutto è male», è affidata allo sguardo di «un filosofo antico, indiano...».
L’origine, poi, della poesia, è osservata nella relazione tra memoria, oralità e canto. L’idea della radice musicale e popolare della poesia, del rapporto tra la voce e il ritmo, tra l’oralità e il verso non abbandonerà mai Leopardi e mostrerà del resto i suoi riflessi nella stessa poesia dei Canti. In particolare il Canto notturno di un pastore errante nell’Asia raccoglierà i tanti motivi fin qui esposti (l’occasione stessa di quel canto è dovuta, si sa, a una notizia antropologica sui canti lunari e malinconici dei nomadi Kirghisi).
E si dovrebbe ricordare lo studio leopardiano, nello Zibaldone, sul ruolo che ha l’assuefazione nella formazione delle opinioni, del gusto, e nelle rappresentazioni dell’altro. E ancora: lo studio della lingua e delle lingue dal punto di vista dei rapporti tra le culture, i popoli, i caratteri nazionali. La comparazione tra la società italiana - usanze, convenzioni, caratteri, uniformità, morale pubblica - e le società di altre nazioni «civili», così come appare nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani. Infine la riscrittura dell’idea di animalità, di linguaggio e pensiero animale, come prende forma al margine della lettura dell’Histoire naturelle di Buffon. Tutti motivi che il convegno recanatese esplorerà, avviando, c’è da augurarsi, una nuova stagione di studi leopardiani.

giovedì 18 settembre 2008

La storia Le decorazioni che Correggio realizzò per Giovanna da Piacenza andarono ben oltre le richieste

Corriere della Sera 18.9.08
La storia Le decorazioni che Correggio realizzò per Giovanna da Piacenza andarono ben oltre le richieste
E la badessa arrossì: festa dei sensi in camera
di Francesca Bonazzoli

Arrossire! Proprio lei che per difendere i suoi privilegi di badessa si era destreggiata fra le faide delle famiglie parmensi culminate addirittura in un omicidio. Proprio a lei toccava ora sentire il sangue fluire improvviso sulle guance immacolate, lei che si era appellata niente meno che al papa finché Giulio II — quello che si faceva dipingere le stanze da Raffaello e scolpire la tomba da Michelangelo, quello che, come lei stessa, si preoccupava più del potere temporale che di fare la guida spirituale — non le rilasciò una bolla che la autorizzava ad esautorare l'amministratore del convento sostituendolo con il proprio cognato.
Non era certo tipo da arrossire, lei, Giovanna da Piacenza, entrata nel monastero benedettino di San Paolo a diciannove anni e divenutane badessa a vita a soli ventotto.
Eppure, probabilmente, un lieve rossore comparve sul volto di Donna Giovanna quando vide quale spregiudicata decorazione il giovane pittore Antonio, allora quasi sconosciuto, aveva apparecchiato nella stanza dove riceveva amici e letterati come a corte, vestita di abiti sfarzosi. Quel trentenne che lei aveva chiamato a Parma dal paese di Correggio l'aveva superata nelle intenzioni andando a indovinare fantasie che teneva ben nascoste anche a se stessa: lei, è vero, gli aveva detto cosa dipingere, e cioè un programma di motti latini ed exempla classici, secondo il gusto degli umanisti; ma quel pittore timido e male in arnese ne aveva tirato fuori un'atmosfera birichina che circolava adesso nella stanza passando dagli amorini intenti a giocare, nudi e felici, alla figura di Diana, in piedi sul cocchio mentre si gode il vento che le scompiglia vesti e capelli. Non solo: aveva aggiunto una tenerezza di cera fusa persino a quelle figure che lei aveva immaginato come statue così che le tre Grazie, il giovane nudo con la lancia o il satiro, sembravano scaldate dall'interno e fremere come fossero di carne e ossa. Come avevano potuto le sue indicazioni su un programma iconografico cristiano trasformarsi in una meravigliosa festa dei sensi pagana? Forse ora quella stanza si sarebbe rivelata un po' imbarazzante, ma che gioia rispetto a quella accanto, affrescata solo pochi anni prima da Alessandro Araldi con figure rigide e convenzionali: sembrava che nel frattempo fosse passata un'epoca! .
Che genio quel ragazzo gracilino; gli erano bastati un viaggio a Milano, dove aveva visto il gran pergolato che Leonardo da Vinci aveva dipinto nel Castello di Ludovico il Moro, e un secondo a Roma dove si era intrufolato nei cantieri di Raffaello in Vaticano e alla villa Farnesina, per capire che aria tirava: dolcezza dei sensi, voluttà, libertà delle figure di muoversi nello spazio senza più bisogno delle rigide briglie della prospettiva. Ora tutto si poteva giocare sulla luce e i suoi ambigui chiaro scuri, sui trapassi tonali, sui moti dell'animo, ovvero sulle espressioni degli occhi o di un sorriso. E lui, tornato a Parma, ne aveva subito approfittato per trasformare la vecchia volta goticheggiante del soffitto in un fresco pergolato dalle cui aperture ovali si intravedevano putti irrequieti dai capelli dorati, più simili agli erotes dell'antica Grecia che agli angeli cristiani. Sotto di loro, nelle lunette, aveva affrescato divinità classiche in finto marmo ma che in realtà palpitavano di sensualità e bellezza classica da far innamorare. E infine, sopra il camino, aveva dipinto lei, Giovanna da Piacenza nelle vesti di Diana, con la mezzaluna sulla testa, simbolo della dea ma anche emblema araldico di famiglia perché fosse chiaro che la badessa, come la dea, era una vergine combattiva, pronta a difendere le donne, ovvero le consorelle, dalle insidie esterne.
Insidie che si chiamavano clausura, comunione dei beni ed elezione annuale della badessa. Alla fine la riforma passò, ma alla combattiva Donna Giovanna venne concesso il privilegio di rimanere badessa fino alla morte che la portò via a soli 45 anni, la stessa età in cui la Parca recise il filo della vita anche del suo pittore Antonio che le aveva apparecchiato la sua ultima festa pagana.

Kolossal Correggio

Corriere della Sera 18.9.08
Kolossal Correggio
Gli affreschi e 35 capolavori: Parma celebra il suo gigante «di provincia»
di Francesca Montorfano

Pittore della grazia e degli affetti, dei sensi e della voluttà. Insuperabile interprete di soggetti sacri e motivi squisitamente profani. Capace come pochi altri di dipingere lo splendore della luce, i volti ridenti dei fanciulli e la seta dei capelli femminili, di rendere anche l'aria, anche i vapori e i profumi, anche le nuvole, quelle nuvole soltanto sue, dense, materiche, libere di muoversi nei cieli. «Nessuno meglio di lui toccò colori, né con maggior vaghezza o con più rilievo alcun artefice dipinse meglio di lui, tanta era la morbidezza delle carni ch'egli faceva e la grazia con che e' finiva i suoi lavori», scrisse di lui Giorgio Vasari, accompagnando la vita del Correggio a quelle di Leonardo e di Giorgione, quasi a indicarlo come l'erede, come il punto d'incontro tra le tante voci dell'arte italiana del primo Cinquecento.
È un genio, quello di Antonio Allegri da Correggio, da accostare ai maestri del Rinascimento, a Michelangelo e Raffaello, a Leonardo e Tiziano, ma forse non altrettanto riconosciuto per l'importanza del suo ruolo e l'originalità espressiva. La sua è una scelta pittorica in stupefacente equilibrio tra sensibilità naturalistica lombarda e cromatismo veneziano, una scelta rielaborata in piena autonomia, personalissima, già anticipatrice di una maniera moderna. Ma il pittore è anche l'unico grande artista della sua epoca a non aver mai lavorato nelle capitali culturali del tempo, a Roma, Firenze o Venezia, né stabilmente per una corte. La sua carriera fulminante, quel ventennio di attività febbrile che va dal 1514 al '34, si è svolta quasi esclusivamente tra il paese natale, Correggio, allora una piccola corte aristocratica, Mantova con le suggestioni di Mantegna e il ruolo di primo piano giocato da Isabella d'Este e Parma, allora un brulichio di intelligenze artistiche e di atelier, la città che lo adotta e gli consente di realizzare alcuni dei suoi più alti capolavori. E proprio Parma dedica oggi al pittore la più ampia e organica rassegna che gli sia mai stata riservata e che vede per la prima volta riunita gran parte dei dipinti trasportabili dell'artista in arrivo da alcuni dei più prestigiosi musei del mondo.
«Questa mostra sarà una riscoperta assoluta anche per chi già conosce Correggio», afferma Lucia Fornari Schianchi, curatrice dell'evento parmense. «Abbiamo voluto ricostruire la biografia umana e artistica del pittore, approfondendola nei suoi vari aspetti attraverso un racconto che illustri il clima culturale del tempo e i luoghi che hanno visto nascere ed esplodere la sua arte: quella pianura intorno alla valle del Po dove si è svolta gran parte della sua vita e che ritorna anche nella resa atmosferica, nell'attenzione al paesaggio che Correggio anticipa come un soggetto autonomo, in una visione già protobarocca degli spazi. Sarà anche l'occasione di vedere finalmente a confronto opere di soggetto religioso e tele di carattere mitologico e profano, come "L'educazione di Amore" della National Gallery di Londra o "Venere, satiro e Cupido" del Louvre, che rivelano come il linguaggio dell'artista sia ugualmente caldo e coinvolgente, ugualmente seduttivo nei due generi, nella resa dei sentimenti e delle emozioni, nei capelli scompigliati dal vento o scarmigliati dal dolore, come in quel "Compianto sul Cristo morto" così denso di pathos e carnalità. Un linguaggio che si rivela profano quando è sacro e sacrale anche nella pittura erotica».
Alla Galleria Nazionale saranno così esposti 35 dipinti tra i più significativi dell'artista, tra cui una recente attribuzione, il «Volto di Cristo» di collezione privata inglese accanto a una tavola di uguale soggetto del Getty Museum di Los Angeles. In più saranno visibili circa quaranta studi e disegni preparatori, in un emozionante riscontro con le opere finite. Il percorso racconterà la formazione del pittore, la sua crescita professionale, i committenti, l'officina creativa e i rapporti con la cultura del tempo, documentata da più di 90 opere tra maioliche, sculture, codici e dipinti, tra cui alcuni capolavori di Leonardo, Mantegna, Giorgione, Dosso Dossi o Lorenzo Lotto, i grandi maestri con cui questo artista «di provincia» ha saputo dialogare alla pari. La rassegna costituirà comunque solo la prima tappa dell'itinerario. A poche centinaia di metri saranno visitabili con una visione ravvicinata grazie a speciali ponteggi dotati di ascensore anche i grandi cicli affrescati: nella camera picta della badessa nel convento di San Paolo, nella chiesa del monastero di San Giovanni Evangelista e nel Duomo. Ed è qui, in questa cupola definita da Anton Raphael Mengs «la più bella di tutte», ma ritenuta scandalosa dai contemporanei, in questo Paradiso affollato di personaggi raffigurati in audaci scorci illusionistici, che Correggio dà un'ulteriore, stupefacente prova della sua arte.

martedì 16 settembre 2008

UNESCO - Come si compila la lista dei capolavori mondiali

UNESCO - Come si compila la lista dei capolavori mondiali
di Vincenzo Pepe
IL GIORNALE Edizione 193 del 15-09-2008

Quali sono le caratteristiche necessarie per essere inclusi nella whl

Il patrimonio mondiale è diviso in patrimonio culturale e patrimonio naturale. Patrimonio culturale - Il bene culturale proposto per l’inclusione nella Whl deve possedere: a) l’autenticità, costituendo una perfezione artistica unica e/o un capolavoro del genio creatore; b) deve aver esercitato una grande influenza in un periodo di tempo o in un’area culturale del mondo sull’evoluzione dell’architettura, le arti monumentali o la pianificazione urbana e paesaggistica; c) deve essere testimonianza unica o perlomeno, essenziale di una civiltà scomparsa; d) deve costituire un esempio eccezionale di un tipo di struttura che illustri una tappa significativa della storia; e) deve costituire un esempio eccezionale di una sistemazione umana tradizionale, rappresentativa di una cultura vulnerabile a seguito di un degrado irreversibile; f) deve essere direttamente e percettibilmente associato ad avvenimenti, idee e credenze di importanza universale ed eccezionale.

Patrimonio naturale - I beni naturali, proposti per l’inclusione nella Whl, debbono possedere almeno uno dei seguenti criteri: a) rappresentare esempi eccezionali delle tappe dell’evoluzione storica del nostro pianeta; b) rappresentare esempi eccezionali dei processi geologici in corso, dell’evoluzione biologica dell’uomo nel suo ambiente naturale, a differenza dei periodi d’evoluzione geologica si tratta in questo caso di processi in corso di sviluppo in comunità fitozoologiche; c) rappresentare esempi di fenomeni naturali eccezionali, formazione di aree di straordinario interesse naturalistico, ecosistemi straordinari e importanti per il genere umano; d) rappresentare i principali habitat naturali dove ancora sopravvivono specie animali o vegetali di valore universale ed eccezionale dal punto di vista della scienza o della conservazione. Possono entrare nella Elenco dei beni del patrimonio mondiale in pericolo solo i beni del patrimonio mondiale minacciati da pericoli gravi come:

– la minaccia di scomparsa dovuta a degrado accelerato, ai progetti di grandi lavori pubblici o privati, al rapido sviluppo urbano o turistico; – la distruzione dovuta a modifica di uso del suolo o della proprietà; – le alterazioni profonde dovute a cause sconosciute; – i conflitti armati; – le calamità naturali e cataclismi quali grandi incendi, terremoti, eruzioni vulcaniche, frane, inondazioni, maremoti. Per iscrivere un bene nella Elenco dei beni del patrimonio mondiale in pericolo debbono verificarsi le seguenti condizioni: a) il bene deve rientrare nella Lista del patrimonio mondiale; b) il bene deve essere minacciato da pericoli gravi e precisi; c) per la salvaguardia del bene sono necessari ingenti lavori; d) per il bene è stata redatta la domanda di salvaguardia nei termini previsti dalla Convenzione, domanda che in alcuni casi può essere posta sotto forma di messaggio e può essere richiesta da qualsiasi membro del Comitato o della Segreteria.

Con la Convenzione Unesco del 1972 è stato creato un Fondo del patrimonio mondiale da utilizzare non solo per rafforzare gli intenti di uno Stato nel preservare il proprio patrimonio culturale e naturale, ma anche quando si verifica il pericolo imminente di distruzione di un bene incluso nell’Elenco del patrimonio mondiale. Ogni Stato, aderente alla Convenzione, può chiedere assistenza in favore di un bene situato nel proprio territorio e incluso nella Lista del patrimonio mondiale o nella Lista del patrimonio mondiale in pericolo. Nel dicembre 1993 il Comitato del patrimonio mondiale dell’Unesco, in collaborazione con l’Icomos e con la consulenza dell’Uicn, ha istituito un gruppo di lavoro sul paesaggio culturale che nell’aprile del 1994 ha stilato le Guidelines of the Conservation of Culture. Nel febbraio 1995 il Comitato del patrimonio mondiale ha revisionato e ampliato le indicazioni per le Operational Guidelines di supporto alla Convenzione del patrimonio mondiale con l’inserimento del concetto di paesaggio culturale. I paesaggi culturali debbono rappresentare “(...) opere combinate dalla natura e dall’uomo”. Con questa definizione si rappresenta una varietà di beni frutto d’azioni interattive tra l’uomo e l’ambiente naturale. Le classificazioni dei paesaggi culturali attualmente in uso nella Convenzione comprendono: giardini e parchi creati dall’uomo; paesaggio di tipo evolutivo che può essere fossile, nel quale il processo evolutivo in passato si è arrestato, o vivente, che conserva un ruolo sociale attivo con modalità che continuano la sua tradizione precedente. Sono state individuate tre categorie di paesaggi culturali:

a) la prima categoria comprende il paesaggio concepito e creato dall’uomo, i giardini e i parchi creati per motivi naturalistici; b) la seconda categoria è costituita dal paesaggio evolutivo, ovvero dal paesaggio reliquia, è il paesaggio il cui processo evolutivo si è arrestato improvvisamente o declinando nel tempo. Il paesaggio vivente è il paesaggio che conserva un ruolo sociale attivo nella società contemporanea, strettamente legato alla vita tradizionale e al normale processo evolutivo; c) la terza categoria è il paesaggio culturale associativo, in altre parole, un paesaggio caratterizzato da fenomeni religiosi, artistici o culturali legati alla natura in modo tale da identificare un dato paesaggio dandone valore eccezionale. Il senso del recupero della memoria storica legato alla natura offre ai paesaggi culturali un nuovo significato, soprattutto, all’interazione tra l’uomo e l’ambiente. La tutela dei paesaggi culturali può determinare la conservazione delle differenze biologiche (la biodiversità), fondamentale valore ecologico e culturale oggi universalmente riconosciuto, strettamente dipendente dalla permanenza di forme tradizionali d’utilizzazione dei territori.

L’entrata dei paesaggi culturali nella Lista del patrimonio mondiale dell’Unesco determina una maggiore attenzione del paesaggio nell’azione dei poteri pubblici; la tutela del paesaggio culturale necessita di uno sviluppo economico e sociale costante. Paesaggio e sviluppo non possono essere due concetti opposti ma debbono congiuntamente contribuire ad una migliore qualità della vita e della società. I paesaggi si sono sempre evoluti sotto l’influenza dei fenomeni naturali e/o con la trasformazione dei bisogni umani. Il paesaggio costituisce l’habitat di tutte le attività umane. La Convenzione europea del paesaggio, di cui al gruppo di lavoro del Consiglio d’Europa riunito a Strasburgo il 22 agosto 1996, ha individuato la necessità di un maggiore mutuo contributo tra ricerca della qualità del paesaggio e sviluppo, ciò si inserisce nel principio di sostenibilità sancito nella Conferenza di Rio de Janeiro, nel 1992. La sostenibilità del paesaggio necessita di uno sviluppo che risponda ai bisogni attuali della società senza compromettere i bisogni delle generazioni future. Lo sviluppo deve essere sostenibile e garantire la tutela delle risorse naturali per la loro utilizzazione ma sostenibile ed equa per le generazioni future.

La messa in opera di uno sviluppo sostenibile in vista della ricerca della qualità dei territori necessita della mobilitazione di tutti gli attori locali che direttamente o indirettamente esercitano pressione sul paesaggio. La tutela del paesaggio deve mirare ad una protezione dinamica che si sostanzia in tre orientamenti principali: a) tutela attiva; b) gestione dinamica; c) miglioramento. Questi principi implicano un’influenza sui paesaggi determinandone i caratteri, la singolarità, la vivibilità e lo sviluppo. I paesaggi culturali sono determinati nelle loro qualità e diversità dalle attività umane realizzate nel corso dei millenni e dalle loro interazioni con la natura. Se le trasformazioni costituiscono una caratteristica fondamentale dei paesaggi, compresi i più naturali, in certe condizioni questi possono alterare la diversità dei territori e condurre alla distruzione delle risorse naturali. L’estensione dell’urbanizzazione, spesso mal controllata e poco organizzata nelle zone di forte pressione demografica come i litorali, le grandi vallate alluvionali, le periferie delle grandi città hanno deteriorato paesaggi naturali, creando “nuovi paesaggi”. In ogni caso la protezione dinamica del territorio deve tendere a migliorare la qualità dei paesaggi in funzione delle aspirazioni dei popoli autoctoni e del retaggio culturale degli stessi.

sabato 13 settembre 2008

La battaglia per salvare lo skyline del Mantegna

MANTOVA. La battaglia per salvare lo skyline del Mantegna
Francesco Battistini
corriere della sera, 12-09-2008

Il progetto di villette bocciato dalla giunta e riabilitato dal Tar. Lo scontro all’interno del centrosinistra. L’ex assessore ds favorevole all’opera: è soltanto una guerra per bande

«S’affacci, signora, s’affacci...». Giulia Maria Crespi era a Palazzo Ducale, qualche mese fa, e si stava gustando la Camera degli Sposi: «A un certo punto mi prende
per un braccio Filippo Trevisani, il sovrintendente, e mi porta alla finestra per contemplare il panorama...». S’ammirano le memorie dell’arte italiana, da lì: i
laghi medievali del Pitentino, l’ostello di Sparafucile, l’opera di Verdi, Rigoletto e il Duca di Mantova, cortigiani vil razza dannata, un paesaggio che sembra un quadro... Anzi, lo è: «Il sovrintendente mi mostra un volume, La Morte della Vergine del Mantegna. Sta a Madrid, al museo del Prado. Ma in quel momento, è come se l’avessi davanti...». La presidente del Fondo per l’ambiente è incantata: «Lo stesso, identico panorama. Lo sfondo collinare, il ponte di San Giorgio. Il sovrintendente mi ha portato alla finestra per una ragione: questo paesaggio, dice, è dove s’è dato il permesso per una costruzione d’edilizia-residenziale. Villette a tre piani, un albergo di otto, due torri condominiali, uffici, un parcheggio. Una cosa mostruosa. Dunque, anche il Mantegna viene svillaneggiato...».
Vil(lette) razza dannata. Lungo Strada Cipata, proprio di fronte al profilo del castello e delle mura e della cupola di Sant’Andrea, il cemento prossimo venturo è annunciato da qualche baracca dell’immobiliare Lagocastello e dagl’inviti a prenotare sin d’ora Il Mincio come il Pincio. A Mantova sono scesi in campo Rutelli, Carlo Ripa di Meana, i grillini. Perché si teme che le ruspe ripartano, adesso: uno sfregio alla città che si fregia d’essere patrimonio mondiale dell’Unesco, è la protesta, case in una zona che è già afflitta dal petrolchimico, dai veleni che respira, da un rischio tumore trenta volte superiore alla media nazionale. S’indigna il presentatore tv Patrizio Roversi, mantovano, turista per caso e qualche volta in casa: «In questi giorni, ero a Mantova per il festival letterario. Una meraviglia. Abbiamo lo skyline più bello del mondo: i turisti si tamponano sul ponte, quando se lo trovano davanti. E allora decidiamo: il futuro è valorizzare la cultura e il Mantegna o il cemento e il petrolchimico?».
Diritto alla bellezza, lo chiama il sindaco Brioni. Anche se in ballo non c’è solo il Mantegna. E c’entra una furibonda guerra nel centrosinistra locale. E poi la grande opportunità, dicono i palazzinari, di ripopolare il centro d’una Mantova ricca ma svuotata, che potrebbe superare quota 5omila abitanti e risalire nella considerazione
nazionale. Senza contare i 4o milioni di danni (e l’inevitabile bancarotta municipale) che Antonio Muto, il costruttore, esigerà in caso d’inadempienza: «Ma quale speculazione, l’area è edificabile dal 1984! - dice Stefano Montanari, ex assessore ds nella giunta Burchiellaro -. Qui c’è solo un privato che ha subìto un danno e dei giudici che finalmente gli stanno dando ragione. Il resto sono chiacchiere». Però c’è una anche una bocciatura politica, per la vostra giunta... «Questi dei Pd si nascondono dietro la cultura, invece fanno le solite guerre per bande. Tabula rasa su tutto quel che non è il loro "nuovo". Sa che l’Ermitage, il più grande museo dei mondo, ci aveva scelti come sede? Poi sono arrivati loro e hanno detto no. No all’Ermitage!». Che infatti ha cambiato paesaggio, quello sì: e se n’è andato a Ferrara.

Da van Gogh a Picasso a caccia di capolavori

La Repubblica 12.9.08
Due secoli di tesori da lunedì a Perugia
Da van Gogh a Picasso a caccia di capolavori
di Paolo Vagheggi

PERUGIA - Da lunedì fino al 18 gennaio 2009 la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia propone, nella propria sede espositiva di Palazzo Baldeschi al Corso, il confronto tra le collezioni degli americani Duncan ed Elisa Phillips e del nobile piacentino Giuseppe Ricci Oddi. Il titolo dell´esposizione, allestita in Corso Vannucci 66, è Da Corot a Picasso, da Fattori a De Pisis. L´orario è dalle 10 alle 18. L´ingresso costa 8 euro, ridotti 6 euro, scuole 3 euro. La mostra è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, a cura di Vittorio Sgarbi. Catalogo Silvana Editoriale. L´organizzazione è di Civita.
Informazioni e prenotazioni: www. fondazionecrpg. it Telefono 199 199 111 E mail: servizicita. it

Due collezionisti a confronto, due uomini dai gusti simili e al contempo assai diversi: l´americano Duncan Phillips e l´italiano Giuseppe Ricci Oddi. Una selezione delle loro raccolte, assai note al pubblico, viene presentata a Perugia, a Palazzo Baldeschi al Corso, nella sede della Fondazione della locale Cassa di Risparmio che quest´anno festeggia un secolo di vita. L´esposizione, aperta al pubblico dal 15 settembre al 18 gennaio, ha un doppio titolo Da Corot a Picasso e Da Fattori a De Pisis. Dagli Stati Uniti arriva una selezione di opere dei maggiori maestri dell´impressionismo e delle avanguardie europee del Novecento, tra cui Corot, Courbet, Manet, Degas, Monet, Bonnard, Van Gogh, Cézanne, Modigliani, Kandinsky, Braque, Picasso.
Questi grandi maestri si confronteranno con le opere dei protagonisti dell´arte italiana tra Ottocento e Novecento tra cui Fattori, Sartorio, Carrà, Casorati, Campigli, De Pisis.

L´americano Phillips prestò attenzione alle radici della contemporaneità dalla luce candida di Corot ai ballerini di Manet
S´apre lunedì a Perugia un´esposizione che raccoglie le opere di due collezionisti di gusto di differente ma di eguale passione
L´italiano Ricci Oddi prediligeva dipinti d´aria divisionista e simbolista, da Previati a Sartorio, da Pellizza a Tito
Il punto d´incontro tra le due diverse raccolte è nel lavoro di Zandomeneghi influenzato dalla pittura impressionista, specie da Edgar Degas
Da Washington arriva anche una splendida "Natura morta" di Cézanne nella quale lo spazio è franto e moltiplicato

Se da una mostra attendete soprattutto il conforto per lo sguardo e l´incontro con il capolavoro, quella che sarà aperta lunedì a Palazzo Baldeschi di Perugia, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio della città umbra (Da Corot a Picasso. Da Fattori a De Pisis. La Phillips Collection di Washington e la Collezione Ricci Oddi di Piacenza, a cura di Vittorio Sgarbi, catalogo Silvana Editoriale), è la vostra mostra. Fianco a fianco vi sono esposte alcune opere di due storiche collezioni, l´una americana e l´altra italiana, che poco hanno in comune quanto a radici, possibilità economiche e prospettive, ma che sono nate entrambe, tanto tempo fa, dalla passione di due collezionisti, i quali le hanno poi donate generosamente alla collettività. Di Duncan Phillips e Giuseppe Ricci Oddi, che rispettivamente a Washington, una delle capitali del mondo, e nell´appartata Piacenza fondarono il loro sogno e le loro istituzioni nei primi decenni del XX secolo, dice più diffusamente in queste pagine Paolo Vagheggi. Vale qui soltanto ribadire il tratto precipuo che caratterizzò i due uomini, e che si riflette nelle loro vaste raccolte: l´uno, Phillips, volto a prestare orecchio alla contemporaneità più arrischiata, e alle radici d´essa più sbilanciate verso una lingua moderna; l´altro, Ricci Oddi, costituzionalmente alieno dagli azzardi di ogni avanguardia, ed anzi «moderatamente conservatore», come ha scritto Stefano Fugazza.
La selezione oggi compiuta rispetta questa distanza, e porta così a Perugia due gruppi d´opere diversamente orientati. Da Washington giungono alcuni capolavori assoluti, a partire da quelli nati nell´alveo della nouvelle peinture parigina. Muove anzi da una delle formulazioni più antiche del nuovo corso della pittura francese dell´Ottocento, con il prezioso Corot del 1826, Veduta dai giardini Farnese, un piccolo olio ancora dipinto su carta, come era d´uso in epoca neoclassica, seguendo una tradizione che risaliva almeno a Valenciennes, e che richiedeva all´artista di compiere rapidamente il primo studio del suo dipinto all´aperto, su un supporto facilmente trasportabile. Il dipinto risale al primo soggiorno a Roma di Corot (che tornerà in Italia altre due volte), e l´aria tersa, la luce candida e piena che lo imbevono ne fanno, già, un piccolo gioiello indimenticabile. Di qui, con un salto di cinquant´anni, si giunge a un Courbet tardo, risalente agli anni del doloroso esilio in Svizzera del pittore, dopo la Comune. Datato al sesto decennio del secolo, invece, un Daumier che basta a dire del grado in cui il maestro di Marsiglia può aver suggestionato la giovinezza di Cézanne.
Poi un nucleo d´impressionisti e postimpressionisti, introdotto dallo straordinario Balletto spagnolo di Manet, che si disse dipinto dal pittore convocando a studio l´intera compagnia di danzatori che, proveniente dal teatro reale di Madrid, aveva sedotto il pubblico parigino nel ‘62. In realtà qui Manet, che aveva assistito con Baudelaire a un loro spettacolo all´Hippodrome, ondeggia fra realtà e sogno, fra splendore e brutalità, seguendo forse la prima volta sino a tal segno la lezione di Velázquez e di Goya, ad una cui stampa egli s´ispira testualmente per alcune figure. Qui, come nella coeva Lola de Valence, Manet intride il pennello nel nero fiammante che sarà sempre suo, e costruisce con esso gli scoppi di luce del dipinto.
Neve a Louveciennes di Sisley (del 1874, l´anno della prima mostra impressionista) prelude poi alla Strada che porta a Vétheuil di Monet, del 1879: di un tempo in cui Monet può finalmente asserire con orgoglio il suo essere capofila del gruppo, ma insieme comincia a dubitare del dogma della pura impressione ottica.
E´ il tempo, questo, in cui la mostra trova un punto di tangenza fra le due collezioni che la costituiscono: viene dalla Ricci Oddi, infatti, la Piazza d´Anversa a Parigi, tela di Federico Zandomeneghi che usualmente s´ascrive al 1880. Il pittore veneziano era da qualche anno, allora, nella capitale francese, ove risentì subito e profondamente della lezione impressionista, soprattutto di quella di Degas e di Renoir. In questa tela importante, però, che segna un apice della sua produzione, Zandomeneghi sembra in più punti, e soprattutto nell´impianto nuovamente prospettico dello spazio, ascoltare la nuova rivoluzione che sarà portata da Seurat nel linguaggio dell´impressionismo, partecipando all´ultima mostra del gruppo, nel 1886, ed esponendovi la Grande Jatte, uno dei quadri cruciali della vicenda pittorica di quegli anni e dell´intera età moderna, di cui Piazza d´Anversa ripete anche molti particolari.
Resta dunque dubbia la data della stesura ultima del dipinto di Zandomeneghi; ma rimane egualmente certo il suo grande interesse.
Da Washington giungono ancora due Cézanne, fra i quali una splendida Natura morta dei primi anni Novanta, nella quale lo spazio è ormai franto e moltiplicato, in uno sguardo concitato sulla realtà che sarà via privilegiata per i cubisti, e - coevo - un bel Van Gogh, Casa ad Auvers. Poi il nuovo secolo: Rousseau e Modigliani, Kandinsky, Picasso, Braque e Juan Gris, Rouault e Utrillo, altri ancora.
A tanto rispondono, in tutt´altro clima, gli italiani della Ricci Oddi. Fra i quali giustamente s´è voluto sottolineare il rilievo che assume nella collezione piacentina il gruppo di dipinti d´aria divisionista e simbolista: del 1887 sono Le fumatrici di oppio di Previati, poi - a cavallo dei due secoli - la Sirena di Sartorio, La colonna di fumo di Nomellini, il Tramonto di Pellizza, Le ninfe di Ettore Tito, fino a L´alba domenicale di Angelo Morbelli e al Boccioni ancora prefuturista del Ritratto della madre. Negli stessi anni d´inizio secolo, fanno da contraltare a queste quasi astratte eleganze dei due dipinti turgidi di foga, di carnale sensualità e di materia di Antonio Mancini (Donna alla toeletta) e di Giacomo Grosso (Allo specchio). E, quasi a chiusura del percorso cronologico in un´Italia che Ricci Oddi vide aliena da troppo bruschi turbamenti, il bel Ritratto di Bruno Barilli d´un giovane Campigli.

Ecco il segreto dell´acqua nel giardino di Pantelleria

La Repubblica 13.9.08
Ecco il segreto dell´acqua nel giardino di Pantelleria
di Carlo Brambilla

L´umidità del vento si condensa sulla pietra lavica: un microclima miracoloso
Sensori su recinti e piante per capire come usare una fortunata sequenza naturale

Come un nuraghe scoperchiato il torrione di pietra lavica del giardino pantesco sembra una fortificazione militare nel vento che sferza senza sosta l´isola di Pantelleria. Da centrotrenta giorni non scende una goccia d´acqua dal cielo. L´isola non ha sorgenti o falde profonde da cui attingere acqua. Nessuno può irrigare la terra. Ma nell´isola assetata, dietro quel muro circolare, a secco, fatto posando una sull´altra pietre vulcaniche tagliate a mano, porose come pomice, si nasconde una sorpresa straordinaria. Un immenso rigogliosissimo albero carico di arance particolarmente dolci e profumate. Un esempio di agricoltura senza acqua sul quale ha avviato una ricerca il Cnr di Bologna, in collaborazione col dipartimento di Colture arboree dell´Università di Palermo. Siamo all´inaugurazione dell´ultimo gioiello, il più meridionale di tutti, acquisito dal Fai, il Fondo per l´ambiente italiano.
Il giardino pantesco, donato dalla famiglia Rallo, proprietaria dell´azienda vinicola Donnafugata, verrà aperto al pubblico, completamente ristrutturato, nei prossimi mesi estivi. «Questa è la più piccola proprietà del Fai per estensione, ma ne siamo particolarmente orgogliosi - racconta Marco Magnifico, direttore generale culturale del Fai, arrivato sull´isola per firmare davanti al notaio l´atto della nuova donazione - un simbolo della lotta intelligente allo spreco di acqua. Una risorsa preziosa in un mondo che ha sempre più sete. Anche in Italia l´emergenza idrica è spesso una realtà quotidiana fatta di una distribuzione inefficace irrazionale ed inutili sprechi». I muri a secco di pietra consentono infatti un´agricoltura senz´acqua, realizzabile grazie alla condensa dell´umidità contenuta nell´aria marina.
A spiegare il meccanismo nella sua semplicità sono Giuseppe Barbera e Antonio Motisi, del dipartimento di Colture arboree dell´Università di Palermo: «Il vento caldo che sferza l´isola è carico di umidità. A contatto con la pietra lavica, che di notte si raffredda, l´umidità si condensa in tante piccole goccioline d´acqua. La pietra porosa raccoglie l´acqua come una spugna. E la rilascia lentamente al terreno. Consentendo alla pianta di arancio, particolarmente delicata, di crescere perfettamente. Grazie al muro che la circonda, che la protegge dal vento e permette il realizzarsi di un microclima ideale, parzialmente ombreggiato».
Condizioni ottimali che il Cnr intende studiare, applicando una serie di sensori al muro, al terreno e alla pianta. Per capire fino a che punto un´antica sapienza agricola può essere sfruttata al meglio, in futuro, grazie alle moderne tecnologie e ai nuovi materiali. Spiega Antonio Motisi: «Pensiamo a più comodi e leggeri film plastici capaci di far condensare le nebbie. O a particolari reti capaci di catturare l´umidità notturna. Per questo intendiamo studiare il bilancio energetico complessivo, durante tutto l´anno, del giardino pantesco, utilizzando termometri, termografi, strumenti sensibili ai raggi infrarossi. Per capire se questo modello può essere applicato in altre realtà agricole diverse, particolarmente povere di acqua».
Ma il giardino pantesco non interessa solo agli scienziati. Per la sua bellezza, all´interno di un´isola che non ha certo bisogno di presentazioni, è destinato ad attirare il turismo culturale attento alla tutela del paesaggio e delle tradizioni. «A Pantelleria la maggior parte dei giardini panteschi sono vuoti o da recuperare - racconta Giacomo Rallo, fondatore di Donnafugata - con questa donazione abbiamo voluto aprirne per la prima volta uno ai visitatori, nella speranza di tenere alta l´attenzione per tutto ciò che è rivolto a dare un contributo culturale al contesto che ci circonda». «I giardini murati di Pantelleria sono particolarmente importanti - commenta con entusiasmo Luca Mercalli, meteorologo e climatologo - perché sono lì a ricordarci che non bisogna perdere la memoria di quanto forse un domani tornerà utile».

Pantelleria Le piante di agrumi protette come nel 3000 avanti Cristo da edifici in pietra

Corriere della Sera 13.9.08
Pantelleria Le piante di agrumi protette come nel 3000 avanti Cristo da edifici in pietra
Il Fai riapre il giardino dei Sumeri
di Stefano Bucci

PANTELLERIA (TP) — Potrebbe essere il risultato (finalmente concreto) di una delle tante utopie messe in scena quest'anno da Aaron Beetsky nella sua Biennale dell'architettura di Venezia. Oppure uno dei primi effetti dell'appello per progetti sempre più ecosostenibili e autosufficienti lanciato da Jeremy Rifkin. Il Giardino Pantesco Donnafugata inaugurato ieri in Contrada Khamma, a Pantelleria, è invece il frutto (come la secolare pianta di arancio dolce che lo stesso giardino ospita) di un sogno che parte da molto lontano (la prima rappresentazione di questo edificio si ritrova su una tavoletta sumerica del 3000 a.C.) ma che guarda al futuro. A come, per esempio, si possa utilizzare un modello antico «per soddisfare oggi l'esigenza idrica in assenza di irrigazione e in situazioni climatiche di grande siccità» (qui la pioggia non cade da aprile). L'isola, d'altra parte, sembra già esibire una connotazione ecologica: il 36% della raccolta dei rifiuti è differenziata mentre Pantelleria è «Parco nazionale» ed è in corsa per diventare Patrimonio dell'Unesco.
Tutto è nato dalla collaborazione tra il Fai (quel Fondo per l'ambiente italiano che fino al 30 ottobre ha avviato un censimento «per cancellare le brutture d'Italia» e che in Sicilia si sta già occupando del giardino della Kolimbetra ad Agrigento) e l'azienda vinicola Donnafugata della famiglia Rallo, che ha donato questo giardino pantesco (restaurato da Giuseppe Barbera e Gabriella Giuntoli) che rappresenta al pari dei dammusi uno dei simboli di un territorio «desertus et asperrimus » (secondo Seneca) oppure «infernale e verde» (secondo Cesare Brandi). Si tratta di edifici in pietra a secco (in massima parte a pianta circolare), privi di copertura, con una piccola porta che si apre su uno spazio simile all'hortus conclusus e che ospita poche piante di agrumi (a volte addirittura una sola).
Sono «segni» suggestivi che caratterizzano una realtà fatta di pietra lavica, piante di capperi, vento che spazza, ma anche di fichi e viti rigogliosissime. La loro presenza (circa 400) potrà diventare un elemento di attrazione turistica ma anche un laboratorio di sviluppo e ricerca. Ieri durante si è così cercato di presentare in particolare l'aspetto «moderno» di una proposta non solo ambientale (il direttore generale del Fai Marco Magnifico ha sottolineato che ora l'impegno del Fai abbraccia l'Italia «dalla Valtellina fino a Pantelleria, nel segno di una tutela che è integrazione e miglioramento»). Perché come ha spiegato Barbera (docente di culture arboree a Palermo) «i giardini panteschi proteggono la pianta dal vento, aumentano la riserva idrica del suolo, riducono l'evaporazione». Un'idea che potrebbe anche essere molto utile anche oggi; non a caso il Cnr ha messo questo giardino sotto osservazione. Perché, in fondo, il Sud del Mediterraneo, con le sue infinite realtà afflitte da siccità endemica, può ricevere un buon insegnamento anche da una pianta secolare di arancio nascosta dietro un muro di pietre, nel mezzo di un vigneto sull'isola di Pantelleria.

martedì 9 settembre 2008

Capolavori etruschi dall'Ermitage

Il Sole 24 Ore Domenica 7.9.08
Capolavori etruschi dall'Ermitage
di Cinzia Dal Maso

Finalmente l'hanno riportato a casa. È chiamato «il giovane» e sta disteso su un letto, raffinato guardiano delle proprie ceneri. È insomma un'urna cineraria etrusca che, unica al mondo, è fatta di bronzo e non di pietra. E da oggi è in mstra a Cortona assieme ad altri 30 capolavori etruschi dall'Ermitage di San Pietroburgo. Altri bronzi elegantissimi come la placca che raffigura il dio del sole alato e pregevoli specchi. E poi vasi splendidi che, pur fatti in Etruria, riproducono non solo forme e stili greci ma anche temi dell'immaginario greco.
Tutti capolavori eccelsi in perfetto stato di conservazione perché «gli emissari dello zar acquistavano solo cose splendide e perfette», come ricorda Paolo Giulierini, conservatore al Museo dell'Accademia etrusca e della città di Cortona.
Buona parte dell'attuale collezione etrusca dell'Ermitage fu infatti acquistata nel 1861 dal marchese Giampietro Campana, famoso collezionista e cercatore di antichità che si ridusse in bolletta (ricorrendo anche a pratiche illegali) e fu costretto a vendere. L'agente russo Stepan Gedeonov riuscì ad aggiudicarsi la prima scelta vincendo una vera e propria guerra diplomatica con il Louvre e il British Museum. Fu scandalo. Fioccarono le proteste. Inutili. Giovinetto e compari approdarono in riva alla Neva. E tornano solo ora a respirar aria d'Etruria nella città che dell'Etruria è madre, Perché dicevano gli antichi che Cortona fu fondata dai leggendari Pelasgi che approdarono a Spina alla foce del Po e poi scesero verso il centro della Penisola, forse per giungere alla foce del Tevere. Fermandosi a metà strada, a Cortona per l'appunto, l'ombelico d'Italia secondo gli antichi. E da lì molti narrano che nacquero le città etrusche. E non solo quelle.
Secondo Virgilio vi nacque quel Dardano che tornò poi a oriente e fondò Troia. Il capostipite, dunque. della casata troiana a cui apparteneva Enea progenitore dei Romani. Ecco che il cerchio si chiude. Anche Enea, secondo Virgilio, ha fatto il suo «ritorno a casa». E per Licofrone si è persino incontrato con Ulisse, una volta tornato a casa. Perché altre leggende narrano che Ulisse abbandonò a un certo punto Itaca per recarsi proprio a Cortona dove terminò i suoi giorni, e lì fu sepolto e onorato. C'è insomma un fiorire di antiche storie che fanno confluire a Cortona i grandi eroi del mito e mostrano la città come il centro della Penisola e quasi del mondo intero. «Forse fu abilità dei Cortonesi di allora - commenta Giulierini -. Hanno saputo vendere bene la propria immagine, far breccia nell'immaginario antico, entrare di prepotenza nei miti ».
Miti troppo belli perché i Cortonesi li scordassero, Tornarono a galla nel Quattrocento quando la città fu assorbita nell'orbita fiorentina e reagì rivendicando le proprie antiche e nobili origini. E poi ancora nel clima illuministico settecentesco in cui nacque la prestigiosa Accademia Etrusca. Accademia che fu fruttifero cenacolo di letterati e liberi pensatori, e col tempo anche pregevole collezione cii opere antiche e libri rari. L'attuale museo cortonese ha associato a tale collezicne la presentazione della storia della città così com'è emersa dalle ricerche archeologiche più recenti. E le sei nuove sale che aprono oggi mostrano per la prima volta le scoperte ultime e sensazionali: le tombe e rispettivi corredi dei due tumuli venuti alla luce nel 2005 nella zona del Sodo. a due passi grande tumulo «Melone II» che ha da poco rivelato una tomba ancora inviolata e quell'altare così spettacolare e forse non casualmente vicino nello stile a modelli microasiatici. E ancora le scoperte nei magazzini del Museo archeologico di Firenze da dove sono appena emersi i corredi recuperati già ai primi del Novecento dal Melone I e poi creduti dispersi con l'alluvione del 1966.
Ci sono anche ceramiche attiche a figure nere, tra le prime in assoluto apparse sul mercato mondiale del VI secolo a.C. Prova che allora a Cortona, come a Chiusi, arrivava ogni novità, il meglio. Così come oggi arriva il meglio delle collezioni etrusche: la mostra dei tesori dell'Ermitage promette di essere la prima di una serie dedicata agli Etruschi nei grandi musei del mondo. Oggi come un tempo, Cortona è al centro.




giovedì 4 settembre 2008

Chi tocca il Pincio dovrà vedersela con Napoleone, Gide e D'Annunzio

ROMA - Chi tocca il Pincio dovrà vedersela con Napoleone, Gide e D'Annunzio
Il Foglio, 2 settembre 2008

Roma. Per capire quanto sia pazza l'idea dei settecento posti macchina a pagamento su sette piani interrati sotto la terrazza del Pincio, basterebbe rileggersi le cronache della primavera del 2004, quando il progetto fu presentato dalla giunta Veitroni. Si promettevano cantieri "il meno invasivi possibile" e si diceva che i lavori sarebbero partiti a quindici metri dalla balconata, vale a dire a quindici metri (cioè nulla) da quel luogo di cui Andre Gide scriveva che "sembra un palco eretto dalla ciano dell'uomo riconoscente, per ammirare Io spettacolo più grandioso che un Dio d'amore possa offrire alle sue creature". Si minimizzava preventivamente quello che gli sbancamenti avrebbero potuto portare alla luce e si narrava dei quindici sondaggi che non avevano rilevato nulla di interessante. Anzi, nulla del tutto. Il che, a Roma (per di più su quello che nell'antichità si chiamava Collis Hortulorum, perché lì le famiglie patrizie romane avevano i loro più bei giardini, fin dall'età repubblicana) fa amaramente sghignazzare. Perché succede che Roma, come sempre, di questo genere di dispetti poi si vendica, come può. Ad appalto assegnato, è bastato cominciare a scavare e l'antico si è affacciato, con strutture tutt’altro che trascurabili: opere murarie di ampiezza ancora ignota e un criptoportico del Primo secolo avanti Cristo. Ora la storia è chiara. E' una pazza
e pessima idea, fatta di nessun amore per Soma e tantomeno per il Pincio, buona per gli interessi di pochi (in questo caso non c'è nemmeno una metropolitana indispensabile da improvvisare). Il sindaco Alemanno, che nulla deciderà prima del 9 settembre, quando tornerà dal suo viaggio in Israele, quell'idea l'ha sempre osteggiata. E dovrà trovare il modo di uscirne in forma economicamente accettabile, visto che si profila una penale di quaranta milioni di euro in caso di mancata realizzazione dell'opera. Uscirne, e presto, è quello che gli chiedono, tra gli altri, il Comitato Viva Valadier, Italia Nostra e gli studiosi del Gruppo dei Romanisti, che hanno convocato per stamattina alle undici una conferenza stampa con visita guidata al cantiere, per mostrare l'offesa in atto. Che si tratti di offesa è chiaro, e non solo per gli oltranzisti del "nulla si tocchi, mai e in nessun caso". Il Pincio è, di suo, storia antichissima e storia recente stratificate come solo Roma sa fare. Così com'è oggi, con quella terrazza che dovrebbe diventare l'involucro del parcheggio con accesso delle auto direttamente dagli emicicli del Valadier, lo vollero i francesi. Fu Napoleone a scegliere il colle del Pincio per fame un grandioso giardino pubblico nel quale celebrare se stesso nella seconda capitale dell'impero. Roma, che non ama essere seconda a nessuno, assorbì il progetto napoleonico, che fu fatto proprio dal lungimirante Pio VII e dall'architetto Valadier, un signore che girava ancora in parrucca incipriata ma apprezzava l'innovazione, se era il caso.
Lo scrittore Marco Fabio Apolloni, che per vocazione familiare e personale di antiquario conosce bene la storia del Pincio, frutto miracoloso di un'insospettabile alleanza di intenti napoleonici e di umori di restaurazione, dice al Foglio che "Valadier non ha potuto far altro che seguire la falsariga del progetto napoleonico", del quale Apolloni conserva addirittura il disegno originale, per quanto riguarda la fontana, con tanto di approvazione del ministro dei Lavori pubblici francese dell'epoca. Si trattava di un moderno progetto di verde pubblico, elaborato da diversi architetti, il più importante dei quali era Berthault, "anche se -prosegue Apolloni - l'unico vero, grande architetto francese è il potere esecutivo. Del resto, i francesi hanno portato in tutte le città italiane la loro idea di giardini di pubblico godimento". Se la sconfitta di Napoleone non bloccò i lavori del Pincio, cominciati da un paio d'anni, "e se la Restaurazione ebbe a Roma una sorta di intervallo, lo si deve a quello straordinario e mondanissimo cardinale, mai stato prete, che si chiamava Èrcole Consalvi, e che fu il segretario di stato di PioVII".
Molta acqua tiberina, da allora, è passata sotto i ponti, e il Pincio è diventato io sfondo più amato e più classico delle più classiche passeggiate romane. Molto tempo è passato anche da quando D'Annunzio immaginava Andrea Sperelli, il protagonista del "Piacere", mentre contempla il Pincio che "verdeggiava come un'isola in un lago nebbioso". Ora, di nebbioso c'è soprattutto il futuro della terrazza dalla quale si ammira e si respira Roma. Sulla quale, se il parcheggio fosse realizzato, si aprirebbero, dicono ancora le cronache del 2004, "uscite pedonali, bocchettoni, prese d'aria ecc". Tutto questo, a poche centinaia di metri da un immenso parcheggio già esistente - al galoppatoio di Villa Borghese - e sempre vuoto a metà.

Venere di Cirene, uno scambio tra uomini

RESTITUZIONI - Venere di Cirene, uno scambio tra uomini
Adele Cambria
l'Unità 02/09/2008

La Venere di Cirene, ovvero, ancora una volta, il corpo femminile come merce di scambio tra gli uomini che lo signoreggiano? Basta guardare le foto e le riprese televisive di tutt’e tre insieme:
Berlusconi e Gheddafi, i baci a favore di telecamera che si prodigano i due uomini, l’uno in completo blu Caraceni, l’altro in tunica stile haji, e lei, accanto a loro, nuda eppure sacra, nella sua bellezza marmorea. Scriveva IdaMagli nel 1974: «È necessario che le donne vengano scambiate perché la vita sociale del gruppo esista e addirittura perché sia possibile».Magli riconosce che, in principio, Claude Levi-Strauss ammette che «l’alleanza» avrebbe potuto formarsi anche facendo circolare uomini. «In realtà però - aggiunge l’antropologa italiana - le cose sono andate diversamente, sono state le donne a circolare». Concludendo: «Sembra che, nonostante tutto, alla radice prima della condizione della donna sia da riconoscersi una prevalenza della sollecitazione sessuale del
maschio».
Nell’incontro tra i due moderni patriarchi a Bengasi, lo scambio è stato sublimato dall’opera d’arte. E che la sublimazione possa schiudere una coesistenza pacifica nel Mediterraneo è augurabile: a patto che la Venere di Cirene protegga anche il popolo dei e delle migranti.

mercoledì 3 settembre 2008

FIRENZE - «Ratto delle Sabine» a rischio trasloco

FIRENZE - «Ratto delle Sabine» a rischio trasloco
Wanda Lattes
CORRIERE DELLA SERA, 2 settembre 2008

Ecco una notizia preoccupante. Si conferma l'allarme lanciato da noi l'anno scorso a proposito del «Ratto delle Sabine» del Giambologna: lo spettacolare gruppo marmoreo scolpito in un enorme blocco dall'artista fiammingo nel 1574 su richiesta del granduca Francesco dei Medici non può ancora essere considerato in assoluta sicurezza. E dunque oggi e domani la commissione di scienziati e storici dell'arte istituita nel 2003 dall'allora soprintendente Antonio Paolucci si riunisce per esaminare, di nuovo, tutti i dati relativi allo stato di salute del capolavoro.
Bisogna decidere se lasciarlo nella Loggia dei Lanzi, in piazza Signoria, oppure studiare il suo trasferimento, probabilmente agli Uffizi.
L'annuncio della riunione viene dato, con inaspettata ufficialità, dalla soprintendente per il patrimonio artistico, Costina Acidini, che già prospetta l'eventuale necessità del ricovero. Il dubbio che già è stato sottolineato su queste colonne riguarda la tenuta della sostanza chimica distribuita in varie parti del capolavoro dopo l'accurata pulitura decisa nel 2003 dai rappresentanti delle istituzioni. Dopo i processi fotomeccanici e fototermici tesi a rimuovere strati di patina, si sperimentarono diversi stadi di soluzio-
ne di un prodotto che avrebbe dovuto garantire l'aspetto originale del marmo.
Purtroppo si è constatato come un certo colore giallastro apparisse nelle parti trattate con il liquido pur accuratamente selezionato, e dunque è venuta a cadere la sicurezza di una protezione contro la luce, la pioggia e l'inquinamento. La decisione dello spostamento del gruppo, tanto prezioso quanto fragile, con le volute dei suoi 4,10 metri di altezza, comporterebbe enormi problemi pratici e politici. Milioni di persone si soffermano ogni anno a guardare da ogni parte le membra perfette della Sabina rapita, del suo rapitore e del difensore sconfitto.

Cittadella (pd) - Domenica 7 settembre 2008 - con Reitia

Cittadella (pd) - Domenica 7 settembre 2008 - con Reitia

Cittadella (pd)
Domenica 7 settembre
Con la dea Reitia

Anche quest'anno, per la precisione questa è la quinta sfilata, i pagani e wiccan veneti sfileranno intorno alle mura di Cittadella con gli stendardi della dea Reitia.
Tutti vi posso partecipare, è una festa pubblica.
I pagani e wiccan veneti saranno presenti per tutta la giornata con i loro gazebo in piazza. Durante questa edizione della "Festa dei Veneti", organizzata da "Raixe Venete", vi sarà anche la nostra mostra sui veneti antichi.
“I veneti antichi, alla scoperta della nostra storia antica” e’ il tema dell’edizione di quest’anno della festa.
La "Festa dei Veneti" con il passare degli anni si è sempre più affermata, nelle ultime edizioni ha raggiunto le 30.000 presenze. Decine e decine sono i gli espositori.
Per chi vuole partecipare solo alla sfilata, l'orario di partenza degli stendardi è fissato verso le ore 15.00.
Su Youtube si possono trovare i video delle sfilate precedenti.