mercoledì 20 aprile 2011

Quadri di Arnold Böcklin, Giorgio de Chirico e Antonio Nunziante in esposizione

l’Unità Firenze 17.04.2011
L’enigma e il fascino dell’isola, il chiodo fisso di Adolf Hitler
Quadri di Arnold Böcklin, Giorgio de Chirico e Antonio Nunziante in esposizione fino al 19 giugno al Palazzo comunale di Fiesole
Gianni Caverni

Quattro quadri di Arnold Böcklin, piuttosto malridotti, nemmeno del tutto terminati, eppure pieni di un fascino straordinario. “Isole del pensiero” è il titolo della mostra curata da Giovanni Faccenda che, fino al 19 giugno, mette insieme nella sala del Basolato del palazzo comunale di Fiesole, il maestro di Basilea, Giorgio de Chirico che tanto gli ha dovuto, e Antonio Nunziante, pittore contemporaneo. Anche il titolo della mostra evoca il “quadro dei quadri”, quell’Isola dei morti che tanto fascino ha esercitato su schiere di artisti. La prima che fece fu nel 1880, poi altre quattro ne seguirono secondo il consiglio del mercante berlinese che colse al volo la straordinarietà dell’opera. Un fascino che è stato capace di coinvolgere profondamente personaggi come Freud, Hitler, Lenin, Dalì, Strindberg, Druié e D’Annunzio. Hitler, che ne possedeva una, volle che tutto ciò che di Böcklin era rimasto nella villa Bellagio a San Domenico di Fiesole fosse portato via, si salvarono solo quei 4 quadri e qualche disegno, probabilmente nascosti in qualche modo. Il “Pan fra i bambini in girotondo” è palesemente non finito, era quello che fu trovato ancora sul cavalletto quando l’artista morì, nel 1901. Dei 5 de Chirico in mostra 4 sono del periodo “barocco” che risale fra gli anni ’40 e ’50 del secolo scorso. Potrebbe però valere una visita anche solo la “Passeggiata, il tempio di Apollo a Delfi” che l’artista greco di nascita, ma italiano di origine, dipinse fra il 1909 e il 1910 probabilmente quando abitava a Firenze. Si tratta del quadro che registra la fase di preannuncio dei temi esplicitamente metafisici e il paesaggio nel quale si svolge la scena è probabilmente ispirato ad un luogo reale della zona di Fiesole, naturalmente letto secondo la grammatica di Böcklin.
L’isola, o meglio una sua interpretazione, è quasi costantemente presente nei quadri di Antonio Nunziante che segue la via a suo tempo aperta dall’artista svizzero e percorsa poi da tutti gli artisti classificabili, per necessità di sintesi, come surrealisti. L’isola di Nunziante è “più positiva”, come lui stesso la definisce. E’ comunque un enigma per dirla col de Chirico metafisico, si colloca all’esterno ma anche all’interno di stanze deserte il cui pavimento in legno è allagato dal torrente che scorre fra i cipressi. O, in questo citando non solo de Chirico ma anche suo fratello Savinio, in interni che si fanno esterni attraverso il soffitto mancante.

martedì 19 aprile 2011

Leggere un ritratto



Che un ritratto dica sempre molto, non solo del personaggio che rappresenta, bensì anche del pittore che lo ha dipinto, dell'epoca e della società in cui visse, pare forse ovvio a molti, ma un breve viaggio fra le tele ne dà una conferma affascinante...

La pittura di Lorenzo Lotto



Capire l'arte di Lorenzo Lotto attraverso l'analisi di uno dei suoi capolavori, la Pala di San Bernardino: è Giovanni Carlo Federico Villa, curatore della mostra che le Scuderie del Quirinale di Roma dedicano al pittore, a spiegare in questo video il significato e il valore dell'opera.

Risulta così evidente come Lorenzo Lotto, tra i più grandi protagonisti del rinascimento europeo, sia stato l'alternativa alla classicità di Raffaello e all'aulicità di Tiziano: le sue opere rifiutano la rigidità delle simmetrie e grazie all'intensità della sua tavolozza cromatica è riuscito a raccontare meglio di ogni altro artista le emozioni dei suoi personaggi.

The Dacian Adorers, also called "Le Ninfe Dacie", Adoratoarele dace de l...

venerdì 15 aprile 2011

Onfray: i freudiani sono una setta che lancia anatemi

Corriere della Sera 13.4.11
Onfray: i freudiani sono una setta che lancia anatemi
Stefano Montefiori

CAEN — «Non so lei, ma francamente io non sono mai stato attratto da mia madre. E da bambino andavo più d’accordo con mio padre. Solo che, per Freud, questo fa di me una vittima di Edipo al cubo: sarei così edipico che lo nego. Son capaci tutti di avere ragione così...» . Dopo essersela presa con Dio (Trattato di ateologia, 2005) e sempre insofferente al principio di autorità, il filosofo Michel Onfray attacca ora la divinità laica Sigmund Freud, il fondatore della psicoanalisi. In Crepuscolo di un idolo, che domani esce in Italia per Ponte alle Grazie (traduzione di Gregorio De Paola, pp. 486, e 22), lei si impegna a demolire personalità e dottrina di un totem della cultura occidentale, soprattutto di sinistra. Sceglie sempre il bersaglio grosso? «Ma no, ho riletto un po’ per caso Il libro nero della psicoanalisi, che all’uscita nel 2005 avevo tralasciato, fidandomi delle recensioni feroci. Mi sono incuriosito, ho trovato argomenti molto fondati, e ho deciso di fare ulteriori ricerche studiando l’opera completa di Freud e la sua corrispondenza, trovando verità straordinarie e volutamente dimenticate» . Per esempio? «Le simpatie di Freud per Mussolini, al quale scrisse una dedica piena di ammirazione, e per il cancelliere fascista austriaco Engelbert Dollfuss. E poi la costruzione di una rete di fedelissimi in ogni capitale europea, chiamati a una ferrea obbedienza al capo, l’emarginazione dei dissidenti e di chiunque potesse fargli ombra. Freud aveva il culto del leader, nei suoi scritti teorizza la necessità che una sorta di superuomo prenda il potere per guidare la massa informe. La sinistra si è scelta davvero uno strano idolo» . Questo quanto alla personalità di Freud. E la psicoanalisi? «Una truffa fondata sulla totale ascientificità dei suoi enunciati. Attenzione, io me la prendo solo con la psicoanalisi freudiana, non con la psicoanalisi tout court e tantomeno con tutte le altre tecniche di terapia psicologica. Ma Freud ha fondato un sistema chiuso, una pseudoscienza, per curare sintomi e problemi che erano solo suoi. Da lì ad applicarli al resto dell’umanità ce ne corre. Freud si è basato su un caso particolare, se stesso, e a colpi di prepotenza intellettuale e tecniche egemoniche ha preteso di estenderlo all’universale. Dopodiché a qualcuno può piacere e persino servire, ma sia chiaro che è tutto fondato sulle turbe di una sola persona» . La correttezza scientifica di Freud è contestata ormai da tempo, resta il suo valore culturale. «Ma lo si studi allora come un pensatore tra tanti. Il suo strapotere negli Stati Uniti è finito dagli anni Sessanta, in Francia invece è tuttora un’autorità indiscutibile. Forse l’Italia è più fortunata, non ha conosciuto l’era di Lacan, che ha protratto l’influenza freudiana fino ai giorni nostri. Quella di Freud in Francia è una chiesa pronta a scomunicare. Basta guardare l’accoglienza che ha avuto il mio libro» . Un ottimo successo di pubblico. «E articoli violenti contro il saggio ma soprattutto contro di me. Sono stato trattato da nazista e massacrato dalla stampa intera, tranne Lire e Le Point. Eppure sono noto per avere idee di sinistra. Il fascista semmai è Freud. E nessuno, neanche uno dei miei tanti critici, ha saputo smontare le mie tesi. Solo insulti» . Signor Onfray, non è che il successo l’ha fatta diventare antipatico? «Questo è sicuro, in Francia la popolarità è un peccato imperdonabile. Negli Stati Uniti mi avrebbero già offerto un campus, qui continuo a riempire il teatro di Hérouville-Saint-Clair alla periferia di Caen. Ne sono fiero. Ottocento persone due volte al mese vengono per sentirmi parlare di Otto Gross o Wilhelm Reich. Non è un risultato da poco, specie per uno completamente fuori dalle combriccole come me» . Lei gioca a fare l’outsider ma la si vede spesso in tv, anche lei è un personaggio mediatico. «Per ogni invito accettato ce ne sono decine rifiutati. E non vedo perché dovrei condannarmi a sparire, visto che già sono stato fatto fuori dai grandi giornali. Mi piace farmi sentire, almeno ogni tanto. Sono un provinciale capace di andare in televisione» .

Colosseo quadrato e cielo azzurro: sì, è proprio Roma

Colosseo quadrato e cielo azzurro: sì, è proprio Roma
Giovedì 10 Marzo 2011 CULTURA Pagina 53 L'ARENA

FOTOGRAFIA. L'edificio è il Palazzo della Civiltà italiana all'Eur

Lorenzo Linthout, architetto veronese, è stato scelto per la sua immagine simbolo della capitale Sarà allegata alle Pagine bianche e alle Pagine gialle

Continua il momento felice dei fotografi veronesi. Dopo i premi per i migliori libri europei di fotografia a Luciano Perbellini e Maurizio Marcato, rispettivamente nelle sezioni reportage e antologia, mentre Renato Begnoni e Marco Ambrosi sono chiamati a esporre le loro opere in Italia e all'estero, un nuovo riconoscimento premia un giovane artista scaligero, che si sta imponendo all'attenzione per il rigore del proprio lavoro. Si tratta di Lorenzo Linthout, trentaseienne architetto scaligero, una cui foto è stata scelta per diventare la copertina del prossimo TuttoCittà di Roma, che sarà allegato agli elenchi telefonici delle Pagine bianche e della Pagine gialle della capitale. Si tratta di un'immagine che si articola in verticale su due piani esattamente simmetrici, alla Luigi Ghirri, sulla sinistra un cielo azzurrissimo appena macchiato dal bianco delle nuvole, sulla destra dieci finestre in cinque file del Palazzo della Civiltà italiana all'Eur, quello che su una delle facciate reca la scritta «Un popolo di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigratori», progettato da Giovanni Guerrini, Ernesto Bruno La Padula e Mario Romano sotto la supervisione di Marcello Piacentini e costruito nell'ambito della grande Esposizione universale di Roma, prevista per il 1942.
Un'immagine che è stata sentita dalla giuria come profondamente «romana», perché identifica subito uno dei luoghi immediatamente riconoscibili del paesaggio urbano capitolino del Novecento, noto anche come Colosseo quadrato, ma anche per la sua qualità artistica.
Linthout, nato a Verona nel 1974, ha iniziato a fotografare a 16 anni con una Praktica BCA corredata da un 28 mm, un 50 mm e un 70-210 mm. Nel '99 si è laureato in Architettura a Ferrara. Dopo una pausa di riflessione durata sette anni, ha ripreso a fotografare da cinque anni, usando una Nikon D80
«Che cos'è per me la fotografia? Voglio descrivere questo concetto», spiega, «con un augurio fattomi qualche tempo fa da un'amica: 'Ti auguro di non arrivare mai alla fine di questo meraviglioso mondo che si chiama “vedere”. Vedere e “fermare” l'istante di un momento attraverso gli ingranaggi dell'universo fotografico è la capacità dell'uomo di astrarre significati spazio-temporali dal mondo reale per portarli su di una superficie bidimensionale. Tutto ciò è un ponte reale fra codifica e decodifica di fenomeni e immagini. Prediligo il tema dell'“urban street” che, associato al continuo interrogativo del rapporto fra incomunicabilità e spazi urbani, fra l'uomo e l'architettura, fra l'indicibilità del reale e la solitudine del soggetto - temi che ritengo onnipresenti di questo secolo - cerco fermare attraverso immagini metafisiche».
Il lavoro di Linthout, qualche mese fa, era stato scelto anche da Repubblica.it per una delle gallerie di immagini fotografiche del sito. Il titolo dato era Le città del silenzio, che rende appunto lo straordinario lavoro di indagine sui labirinti dell'incomunicabilità urbana che il fotografo veronese ha scelto come oggetto e soggetto della propria poetica iconica. Un'indagine molto bella, credeteci, che si può ammirare anche nell'accuratissimo sito del giovane artista, http://www.linthout.it, dove in 21 gallerie si può vedere il meglio della sua notevole produzione.

sabato 9 aprile 2011

Views of the New Galleries for Greek and Roman Art



The opening of the new Hellenistic, Etruscan, and Roman galleries—an entire wing housing approximately 5,300 objects in more than 30,000 square feet—completes the reconstruction and reinstallation of the permanent galleries of Greek and Roman art. The newest galleries present Hellenistic art and its legacy alongside objects from Southern Italy and Etruria, forming the background to the story of Rome from the Late Republican period and the Golden Age of Augustus's Principate to the conversion of Constantine the Great in A.D. 312. The centerpiece of the new installation is the Leon Levy and Shelby White Court, a dramatic, skylit space that links the various galleries and themes. Included are displays of the art of Magna Graecia and the world of the Etruscans, together with the stunning collection of Roman wall paintings that is unrivaled outside of Italy. The presentation of the art of the Late Hellenistic and Early Imperial periods is crowned by the newly reconstructed Cubiculum from the villa at Boscoreale near Pompeii and the Black Bedroom from Boscotrecase. In addition, on the mezzanine floor overlooking Fifth Avenue, there is a large display covering the entire cultural and chronological span of the department's rich collection.

Herculaneum Ancient City Italy Roman Ruins Site Italia Europe Travel Wor...




Ancient city of Herculaneum is located at the northwestern foot of Vesuvius. Destroyed, together with Pompeii and Stabiae, by the eruption of AD 79. Buried under a mass of tufa preserved many fragile items. Excavation began in the 18th century and uncovered numerous artifacts, including paintings and furniture. Later work uncovered the palaestra (sports ground) and a vast central swimming pool.

domenica 3 aprile 2011

Lettura Iliade tradotta in veneziano da Giacomo Casanova. Introduzione i...

Giacomo Casanova nel 286 anniversario in campo s. Samuele a Venezia



Giacomo Casanova tradusse l'Iliade in Veneziano che è stata pubblicata recentemente da Alberto Gardin della Editoria Universitaria di Venezia. Per l'occasione sono stati recitati dei versi dell'Iliade in Veneziano in campo s. Samuele vicino alla casa di Giacomo Casanova

venerdì 1 aprile 2011

Una parte del Paese sta affondando se stessa

Una parte del Paese sta affondando se stessa
Andrea Carandini
Corriere della Sera, martedì 15 marzo 2011

Ho scelto un atteggiamento super partes, riuscendo a preservare il Consiglio dagli scontri della politica, convinto che il patrimonio culturale ha a che vedere più con il tutto che con le parti. Ho invitato l'Amministrazione a partecipare alle riunioni del Consiglio, stabilendo con essa un dialogo, che ha arricchito le scelte di riflessione. Ho invitato esperti esterni, che hanno perfezionato i nostri orientamenti. Il Consiglio è così diventato un luogo di dibattito istituzionale allargato. Oltre ai pareri obbligatori in materia di bilancio — progressivamente svuotati di significato per l'abbattimento dei fondi — e oltre alle difese con successo del Codice abbiamo avanzato proposte su questioni importanti. Si è trattato di problemi di rilevanza nazionale (Roma archeologica, vincoli nel Lazio, impostazione della Grande Brera, Galleria Corsini, via Appia), di problemi metodologici (ricostruzione dell'Aquila, rischio sismico, manutenzione programmata, sistemi informativi territoriali) e di problemi riguardo spese e finanziamenti (residui passivi, Arcus). Il fine è stato quello di favorire razionalizzazioni e finalizzazioni che non comportano esborsi. Nel marzo del 2009 il Ministero poteva contare su 155 milioni di euro per la tutela, cifra già allarmante, che per essere giudicata va comparata con la somma che l'istituzione era ed è in grado di spendere: circa 450 milioni l'anno in media per il 2005-2010. Ho sperato in un recupero o quantomeno in una assenza di tagli, come avvenuto per l'Università e la ricerca. Si sono succeduti, invece, tagli sempre più duri, che hanno leso la possibilità del Ministero di agire. Possiamo al momento contare solamente su 102 milioni per curare il paesaggio e il patrimonio storico e artistico, che è un obbligo imposto dalla Costituzione, cui il Ministero non è più in grado di ottemperare. E per questa ragione che mi sono appellato al presidente della Repubblica. A ciò oggi si aggiunge un congelamento del 10 per cento del finanziamento, a favore del digitale terrestre, per cui la disponibilità per gli investimenti è scesa a 92 milioni. Se dividiamo tale somma tra le 269 stazioni appaltanti otteniamo 340.000 euro per ciascuna. Rispetto a soli sei anni fa, il finanziamento è calato del 70 % e il nostro Ministero ha subito il taglio di risorse maggiore (31 %) nell'ultimo quadriennio, escluso il Ministero per l'Ambiente: altro che tagli lineari! Infine occorre l'assunzione di 8 dirigenti, 108 funzionari e 54 vigilanti. Possibili se non ci tagliano un ulteriore 10%. Il ministro Sandro Bondi è stato colpito, prima ancora che dall'opposizione, dal governo e dallo stesso partito di cui è il coordinatore nazionale. Governo che ha risposto alle reiterate richieste con altrettanti dinieghi, compresa una domanda di personale in favore di Pompei: a nulla sono valsi i crolli, il «vergogna» del presidente della Repubblica e le reazioni del mondo. Ho riflettuto su questi dinieghi e sono giunto alla conclusione, molto amara, che nella politica italiana hanno vinto, da ultimo e finora, gli avversari della cultura e dei beni culturali tutelati dallo Stato, che, non potendo abolire il Ministero (accusato fra l'altro di aver intralciato il Piano-Casa), sono riusciti a deprivarlo di uomini e mezzi per neutralizzarlo. A questi avversari della cultura rivolgo lo stesso monito del sottosegretario Francesco Maria Giro: «Fermatevi». Anche il ritardo nella nomina del nuovo ministro è un segnale che scoraggia. C'è bisogno enorme di orientamento. Confidando in una prossima nomina, ho affidato al Corriere le mie opinioni su un idealtipo di ministro, ma la scelta del successore continua a essere rimandata. Ora nessuno ci difende in Consiglio dei ministri. Credo che il Consiglio Superiore debba rappresentare un bastione tecnico da preservare fino in fondo. Il problema è che il fondo è stato raggiunto. In questa situazione miserevole ho perso la speranza. Se la nave fosse stata colpita da un nemico, rimarrei sulla tolda per dare man forte ai funzionari dediti al bene comune, ma qui è una parte rilevante della Repubblica che affonda sé medesima nella qualità e identità delle nostre vite. Per evitare questa auto-distruzione varrebbe la pena di scegliere, con più fatica e cura, dove premiare e dove tagliare più a .fondo, prendendo ad esempio di mira i costi immani della politica, da tutti denunciati ma da nessuno limitati, per salvare un patrimonio di storia e di arte, grazie a una somma contenuta e a un manipolo di assunzioni urgenti. Ho maturato così la decisione di dimettermi da presidente del Consiglio superiore. E bello servire lo Stato, quando sei messo nella condizione di farlo, e sarei ancora pronto a servirlo, ove un atto politico rilevante e concreto arrivasse a segnare una svolta — nella direzione, nei mezzi e negli uomini — senza la quale la prognosi per questo Ministero è la morte. Lancio un allarme: ci stiamo allontanando dalla patria, anche quella visibile fatta di paesaggio, storia e arte. Rischiamo di perderla, e non sono passate neppure cinque generazioni dalla fondazione dello Stato italiano.