domenica 28 dicembre 2008

Bisanzio Londra: 340 fra icone, pitture murali, avori, smalti alla Royal Academy

Corriere della Sera 28.12.08
Bisanzio Londra: 340 fra icone, pitture murali, avori, smalti alla Royal Academy
Teodora, una prostituta sul trono
di Flaminio Gualdoni

L'imperatore Costantino, che con l'editto del 313 ufficializza la religione cristiana in Roma, nel 330 decide di lasciare un altro segno indelebile del suo straordinario genio politico. Sul Bosforo, dove da secoli sorgeva la città di Bisanzio e dove oggi è Istanbul, egli fonda la città di Costantinopoli, destinata a diventare la «nova Roma», capitale dell'impero d'Oriente, e a sopravvivere anche quando, nel 476, Roma capitola alle invasioni barbariche.
Per oltre un millennio, sino al 1453 e alla presa da parte degli Ottomani, Costantinopoli è, a tutti gli effetti, la capitale del Mediterraneo, quella in cui la civiltà ellenistica e la romana sopravvivono fecondando la cultura moderna.
La rassegna londinese, ricca di ben 340 opere fra icone, pitture murali, mosaici, avori, smalti, oreficerie, sintetizza la vicenda di Bisanzio dal punto di vista della storia artistica e insieme di quella religiosa. Mentre la prima Roma collassa, è là che si giocano le grandi partite dei primi secoli della cristianità, dalla lotta tra gli iconoclasti che negano la possibilità di un'arte sacra figurativa e coloro che la ritengono lecita, conclusa dal secondo Concilio di Nicea nel 787, alla nascita dell'icona, forma d'arte sconosciuta in Occidente e che diviene tradizione vitalissima del cristianesimo ortodosso.
E poi, c'è la leggenda, quella di personaggi come il grande Giustiniano e la controversa moglie Teodora, prostituta ascesa al trono; quella di oggetti come il calice di Antiochia, del VI secolo, a lungo ritenuto il Santo Graal per la sua rappresentazione dell'Ultima cena; quella di luoghi come il monastero di Santa Caterina del Sinai, il più antico convento cristiano passato integro attraverso traversie plurisecolari: lo stesso Maometto in un editto si preoccupò di salvaguardarne la sacralità.
Da Santa Caterina vengono alcune opere straordinarie, icone trionfanti d'oro e d'una potente figurazione convenzionale. Le affiancano capolavori d'oreficeria come il bruciaincenso a forma di tempio proveniente dalla basilica veneziana di San Marco, la più vicina per storia al mondo bizantino, e come il Trittico Harbaville, straordinario rilievo in avorio commissionato dalla corte bizantina. Il Salterio Khludov e le Omelie di Giacomo Kokkinobaphos dicono, infine, della formidabile qualità dell'arte del libro bizantina.
Omelie di Giacomo Kokkinobaphos
BYZANTIUM 330-1453
Londra, Royal Academy of arts, sino al 22 marzo. Tel. +44/20-73008000

sabato 27 dicembre 2008

Il flop genoma. Siamo tutti diversi

l’Unità 27.12.08
Il flop genoma. Siamo tutti diversi
di Cristiana Pulcinelli

Dopo otto anni il primo screening della mappa genomica umana è una sorpresa. Il nostro Dna non è più grande di quello di un verme di un millimetro. Inutile anche la prevenzione per alcune malattie: più facile e meno costoso predire una «tendenza» analizzando la storia familiare. Come un tempo

Si è visto che il genoma si modifica da persona a persona e questo risponde alla domanda perché siamo diversi

In molti erano convinti che sarebbe bastato imparare a decifrare tutti i geni per sapere come siamo fatti. Poi si è scoperto che i geni non coprono che l’1,2% del genoma. Cosa c’è nel restante 98%?

Non c'è dubbio: dal 2001, anno in cui gli scienziati diedero notizia di aver decifrato una buona parte del genoma umano, di passi avanti ne sono stati fatti molti. Alcuni hanno confermato le aspettative degli scienziati, ma altri hanno stravolto le conoscenze in loro possesso. Quello che più ha lasciato sconcertati i biologi è il numero dei geni che il nostro Dna contiene: circa 20mila. Più o meno come il Caenorhabditis elegans, un simpatico vermetto lungo circa 1 millimetro che vive nella terra e si nutre di batteri. Imbarazzante. Niente di personale contro Caenorhabditis che sarà pure elegante, ma è pur sempre un organismo decisamente più semplice dell'homo sapiens sapiens. In effetti, quando il progetto genoma umano partì ci si aspettava di trovare un numero molto più alto di geni, nell'ordine di diverse centinaia di migliaia o addirittura di alcuni milioni. Ma le cose non stanno così.
Fino a poco tempo fa gli studenti di biologia apprendevano dai libri che il gene è quel pezzetto di Dna che codifica per una singola proteina, ovvero che contiene le istruzioni per costruire quella proteina e solo quella, ed è anche l'unità ereditaria fondamentale: quella per intenderci che ci trasmette gli occhi azzurri del nonno e i capelli ricci della mamma. Data la complessità del nostro organismo, si pensava che ci volessero molti geni per costruire tutte le proteine di cui ha bisogno. In molti erano convinti che sarebbe bastato imparare a decifrare tutti i geni e avremmo saputo come siamo fatti. Quando però, grazie al progetto genoma umano, si è andati a identificare i geni si è visto che non coprono che l'1,2% del genoma. Come possono da soli garantire il meccanismo dell'ereditarietà? E, soprattutto, cosa c'è nel restante 98,8% del nostro patrimonio genetico?
Il colpo è stato forte, tanto che si comincia a parlare di crisi d'identità per il gene. Proprio alla vigilia del suo centesimo compleanno. Il termine «gene» infatti fu usato per la prima volta dal danese Wilhelm Johanssen nel 1909 per descrivere ciò che i genitori trasmettevano ai figli (e all'epoca nessuno ne aveva la minima idea). Con l'intuizione di Watson e Crick sulla struttura del Dna, negli anni Cinquanta, il gene non era più solo una parola astratta, ma qualcosa di concreto. Il più era fatto, tanto che nel 1968 il biologo molecolare Gunther Stent dichiarò che i genetisti del futuro avrebbero dovuto accontentarsi di «mettere a punto i dettagli». Oggi, si è arrivati a decodificare circa il 92% del genoma. Possiamo dire di saperne abbastanza, ma siamo ancora lontani dal capire tutto. Si è visto ad esempio che il gene dell'essere umano svolge più di un singolo compito: può produrre più di una proteina oppure può produrre altre molecole che non sono proteine. Si è visto che solo il 6% dei geni sono fatti da un singolo lineare pezzo di Dna: la maggior parte è costituita da pezzi di Dna che si trovano molto distanti tra loro. Si è visto che altre strutture hanno un'importanza fondamentale perché le cellule prendano la loro giusta forma nel nostro corpo: ad esempio l'epigenoma, ovvero quelle parti del genoma che non sono geni ma alterano la funzione dei geni, o le molecole di Rna che vengono prodotte probabilmente dal 92% del genoma. Si è visto anche che il genoma si modifica da persona a persona. E questo è il lato forse più interessante della faccenda non solo perché risponde ad una domanda antica (come è possibile che noi esseri umani siamo tutti uguali e tutti diversi?), ma anche perché ha dei risvolti pratici. Alcuni hanno ipotizzato che analizzando il genoma di una persona e mettendolo a confronto con un genoma "standard" si possa capire qual è la predisposizione di quella persona ad ammalarsi. Si è visto infatti che molte variazioni nel genoma sono collegate all'emergere di patologie. Si è così pensato di poter utilizzare questa informazione a fini medici. Ad esempio, sapere se siamo a rischio di sviluppare il diabete o una malattia cardiaca o un certo tipo di cancro potrebbe farci modificare il nostro stile di vita. O ancora, si può pensare di creare farmaci che interferiscano proprio con quella variante genetica: i cosiddetti farmaci personalizzati. In alcuni casi sembra che la cosa funzioni, ma le cose si sono rivelate più difficili del previsto. Innanzitutto, spesso la variante genetica influisce solo per una piccola percentuale sull'ereditarietà di un certo carattere. In sostanza, è più facile predire se un bambino diventerà alto o svilupperà una certa malattia raccogliendo la sua storia familiare che analizzando il suo genoma. E senz'altro costa meno. Anche le industrie farmaceutiche sono perplesse. Dopo aver speso moltissimo denaro per mettere in piedi strutture di ricerca sulla genomica, si accorgono che ci sono degli imprevisti. Un esempio per tutti: la multinazionale Merck ha trovato un gene legato al diabete. Quando il gene viene reso silente, il diabete migliora. Purtroppo però questo gene è legato anche all'obesità e alla pressione. Metterlo fuori gioco vuol dire anche far aumentare il peso della persona e la sua pressione. Il gioco non vale la candela. Insomma, sembra che per ora quello sappiamo soprattutto è di non sapere.

lunedì 15 dicembre 2008

Il Centro Te torna a Giulio Romano

Il Centro Te torna a Giulio Romano
La Gazzetta di Mantova 14/12/2008

Nel ventennale della sua fondazione il Centro Te potrebbe tornare a Giulio Romano, con una mostra a tutto campo, che metterà a confronto i disegni preparatori con gli affreschi realizzati nella villa. Disegni dispersi in numerosi musei e collezioni di tutto il mondo, che finalmente saranno censiti, digitalizzati e archiviati a Mantova. È terminata ieri la sessione conclusiva del primo incontro del nuovo comitato scientifico del Centro. Il presidente Salvatore Settis, che ha riunito il gruppo di studiosi, ha portato a compimento la ricognizione sulla futura attività espositiva del Te. Il principio che sottende le scelte sul campo è il connubio tra studio e creatività operativa, sottolineando l’identità di Mantova. Ricerca scientifica e mostre, quindi, unitamente indirizzate ad esplorare alcuni temi, in modo che la programmazione si muova lungo linee di ricerca chiaramente visibili. La discussione ha portato alla definizione di un secondo appuntamento a breve termine, fissato per il 6 e 7 marzo 2009. È emersa l’opportunità di costruire una grande mostra su Giulio Romano, su basi totalmente innovative, prevista nel 2010, che verrà compiutamente annunciata durante il convegno Giulio Romano e l’Arte del Cinquecento che si terrà a Palazzo Te nei giorni 28, 29, 30 maggio 2009, già annunciato dal direttore del Museo di Palazzo Te Ugo Bazzotti e dall’assessore comunale alla cultura Paolo Gianolio. L’anno prossimo ricorre il ventennale della conclusione del recupero di Palazzo Te e della mostra dedicata a Giulio. Nel 2010, invece, il Centro compirà i due decenni d’attività. L’affascinante proposta discussa ieri consiste innanzitutto nel mostrare i disegni preparatori di Giulio accanto agli affreschi da lui e dai suoi discepoli poi realizzati, partendo da qui per una ricognizione tra i rapporti tra antichità e rinascimento. L’esposizione, pensata con l’apporto significativo di Palazzo Ducale e della sovrintendenza, si collegherà all’inizio del progetto di digitalizzazione di tutti i disegni del Maestro, oggi dispersi nelle varie collezioni mondiali. Il sindaco Fiorenza Brioni, cha ha partecipato alla riunione del comitato scientifico ha dichiarato che la discussione è stata intensa e «Dopo questo momento di approfondimento intellettuale - ha aggiunto - sono ancora più fiduciosa sul futuro del Centro Te e delle istituzioni culturali cittadine». Il presidente Enrico Voceri ha osservato che il «lavoro è stato molto proficuo. Marzo - evidenzia - segnerà un passo decisivo nell’esame concreto delle proposte». E per il 2009 l’amministrazione compirà ulteriori approfondimenti, così da porre il Centro Te nella migliore condizione per realizzare, già a partire dal prossimo anno, un programma di elevato spessore qualitativo. Il comitato ha poi vagliato altri progetti espositivi, tra cui l’Arte ai tempi dei Comuni, riservandosi di meglio esaminarli a marzo. Hanno preso parte alla discussione di ieri il sindaco Fiorenza Brioni, il presidente del Centro Te Enrico Voceri, il presidente del comitato scientifico Salvatore Settis, Ugo Bazzotti, direttore del Museo di Palazzo Te, Stefano Benetti, direttore del Museo della Città, Arturo Calzona, presidente del Centro Leon Battista Alberti, Cesare Guerra, responsabile del Sistema biblioteche civiche mantovane, Giovanni Pasetti, presidente di Mantova Capitale Europea dello Spettacolo, il sovrintendente Filippo Trevisani, Giovanni Agosti, dell’Università Statale di Milano, Stefano Baia Curioni, Università Bocconi di Milano, Gabriella Belli, direttore del Mart di Rovereto, Bruce Boucher, curatore della sezione Sculture e dipinti europei dell’Art Institute di Chicago, Horst Bredekamp, Ordinario di Storia dell’Arte all’Humboldt-Universitat di Berlino, Howard Burns, ordinario di Storia dell’Architettura della Scuola Normale Superiore di Pisa. E ancora Marzia Faietti, direttore del Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi, Sylvia Ferino, Curatore della sezione Pittura rinascimentale italiana del Kunsthistorisches Museum di Vienna, Alessandro Nova, direttore del Kunsthistorisches Institut di Firenze. A causa degli scioperi, il presidente del Louvre Loyrette, non ha potuto raggiungere Mantova in tempo utile.

venerdì 12 dicembre 2008

Una passeggiata nel ventre della città da Augusta Taurinorum al Medioevo

Una passeggiata nel ventre della città da Augusta Taurinorum al Medioevo
MARINA PAGLIERI
VENERDÌ, 12 DICEMBRE 2008 la repubblica-TORINO


Per l´Ostensione del 2010 sarà realizzato un passaggio ipogeo che collegherà la cripta di San Giovanni col Museo di Antichità E un´altra galleria sbucherà sotto le Porte Palatine
"Il collegamento sotterraneo sarà la nuova carta da giocare per creare una grande area archeologica nel Polo Reale"
Firmato da Aimaro Isola il secondo tunnel che unirà il Teatro Romano con il giardino bypassando via XX Settembre


Un percorso archeologico sotterraneo che colleghi il Museo Diocesano, che si è aperto ieri nella cripta del Duomo, con quello di Antichità, costeggiando i resti della basilica paleocristiana del Salvatore, fino a inglobare l´antico teatro, e percorrendo un tratto della strada romana in basolato. Mettendo dunque in relazione con una sorta di tunnel ipogeo piazza del Duomo con corso Regina Margherita e, soprattutto, fino a fonderle in un´unica realtà, le due entità museali. È per ora solo una suggestiva ipotesi, che potrebbe divenire realtà se si arrivasse a un accordo tra la Curia e la Direzione regionale per i beni culturali, i due padroni di casa. E si trovassero i 700/800 mila euro che mancano al completamento e alla messa in sicurezza del tracciato, per cui già esiste lo scavo, e che si spera di realizzare per il 2010, anno dell´ostensione della Sindone. Ipotesi emersa ieri quando, durante la presentazione del nuovo museo, Luisella Peyrani della Soprintendenza archeologica ha mostrato da una vetrata il punto da cui partirà il percorso sotterraneo, nell´area nord della cripta e in prossimità della salita al campanile del Duomo, che potrebbe rientrare nelle visite.
Il tracciato, che già esiste, accessibile anche ai disabili («ma ci sono problemi - ha spiegato Peyrani - legati alla permeabilità delle strutture, perché dal solaio cola acqua, e questo confesso talvolta non mi fa dormire di notte, bisognerà trovare una soluzione») costeggia la navata centrale e sinistra della basilica del Salvatore, penetrando poi nei segreti della città romana. E mostrando così quello che resta delle stratificazioni che si sono avvicendate dall´età di Augusta Taurinorum, all´epoca medievale con la nascita dei tre edifici romanici del Salvatore, di Santa Maria e San Giovanni, primo nucleo del futuro complesso episcopale torinese, fino alla costruzione del Duomo rinascimentale, a opera del cardinale Domenico della Rovere.
«Il collegamento sotterraneo è la nuova carta da giocare e su cui scommettere - ha detto l´architetto Maurizio Momo, progettista e "anima" del Museo diocesano, che dal ?98 segue i lavori e i restauri - Questo progetto si inserisce nella creazione di un´unica grande area archeologica all´interno del sistema del Polo reale. Si tratta di un nuovo elemento di quel percorso che da corso Regina arriva fino a piazza Castello, in attesa del trasferimento della Galleria Sabauda nella Manica nuova di Palazzo reale».
Ma c´è un altro «tunnel» in attesa di taglio del nastro, un ulteriore tassello per completare la visita ipogea di quest´area della Torino più antica. Parte dal Teatro romano e arriva al giardino antistante le Porte Palatine, passando sotto via XX Settembre, ed è inserito nel progetto di riqualificazione dell´area, promosso dal Comune e firmato dall´architetto Aimaro Isola. «Noi prevedevamo questo passaggio sotterraneo, ma ci sono state battute d´arresto perché dalla Soprintendenza temevano di interferire con un tratto originale di basolato romano, che però in quel preciso punto non è stato trovato - dice Isola - Poi non ne abbiamo saputo più nulla, a questo punto la parola spetta al Comune».
Negli uffici comunali assicurano che il tunnel è stato completato, manca però l´agibilità dell´area del teatro romano: «La nostra parte l´abbiamo fatta, al momento si è solo coperto lo scavo per motivi di sicurezza, non ci vorrebbe molto a riaprirlo - dice l´architetto Egidio Cupolillo, dell´Arredo urbano del Comune. - Non si può però percorrere il tunnel, va completata la parte che ha a che fare con il Teatro romano. Lì infatti, attraverso un arco nel muro di contenimento di fronte, si trova il punto di partenza. Ma quello spazio non è casa nostra, appartiene alla Soprintendenza». Se si troveranno gli accordi, e i finanziamenti che ancora mancano, si potranno probabilmente collegare anche i due percorsi sotterranei fra di loro, offrendo un´inedita visita in una città che non c´era più.

giovedì 11 dicembre 2008

Risorgono i giganti di Monte Prama

Risorgono i giganti di Monte Prama
Federico Spano
La Nuova Sardegna 10/12/2008

SASSARI. I giganti di Monte Prama risorgono dopo tremila anni. Le statue e i modellini di nuraghe trovati a Cabras nel 1974 e per decenni custoditi dalla soprintendenza in attesa del restauro, potranno finalmente essere ammirati così come appavano prima della loro distruzione, tra il 7º e l’11º secolo prima di Cristo. Il gruppo di restauratori, coordinato dall’archeologo Roberto Nardi, da quasi un anno sta lavorando per ricomporre quello che è, a tutti gli effetti, un puzzle di dimensioni colossali. I 4880 frammenti ritrovati a Cabras, per un totale di dieci tonnellate di pietra, dopo essere stati ripuliti, sono stati catalogati e pian piano ricollegati l’uno all’altro. Fino alla settimana scorsa sono stati ritrovati 780 «attacchi». L’obiettivo principale dei restauratori, oltre ovviamente alla salvaguardia dei preziosissimi reperti, è quello di poter rimettere in piedi il maggior numero possibile di statue e di modellini di nuraghe. Si stima che, al termine dell’intervento, si potranno esporre ben 75 elementi, nessuno dei quali, probabilmente, sarà completo al 100 per cento. Basti pensare che al centro di restauro della Soprintendenza, a Li Punti, ci sono dieci teste e ben venti busti (quattordici pugilatori, quattro arcieri, due guerrieri e due frammenti). A questo si deve aggiungere il fatto che per alcune delle teste a disposizione, non si sono conservati i busti. In questi giorni, a Roma, è arrivata nelle fasi finali la realizzazione dei supporti per le statue e per i modellini. Si tratta di leggerissimi ma estremamente potenti scheletri, realizzati con una speciale lega metallica, che manterrano in posizione i vari frammenti di pietra, senza che sia necessario forarli. Nei giorni scorsi, il centro di restauro di Li Punti è stato visitato da uno dei più grandi esperti al mondo di scultura antica: Peter Rockwell. Figlio di Norman Rockwell, uno dei più noti illustratori americani del Novecento, Peter è rimasto così impressionato dalle statue nuragiche di Monte Prama, che si è fermato nei laboratori di restauro per una settimana. Secondo Rockwell è difficile riscontrare in statue di dimensioni così imponenti, una qualità esecutiva così elevata come quella dei giganti di Cabras. In effetti, la cura dei dettagli è impressionante. Da un grosso frammento si può capire addirittura in che modo venissero costruiti gli scudi: più strati di legno e cuoio, tenuti insieme da graffette metalliche. Secondo Peter Rockwell, infine, sarà necessario riscrivere la storia della scultura antica, dando il giusto spazio alle statue di Monte Prama. Se le statue e i modelli di nuraghe (alti fino a due metri) nella realtà non potranno essere ricomposti completamente, verranno ricostruiti virtualmente, per dare l’idea di come dovevano apparire quasi tremila anni fa. Quando verrà concluso il restauro e il lavoro verrà esposto nell’immensa galleria di Li Punti, accanto a ogni statua ci sarà un grande monitor, in cui verrà trasmessa l’immagine tridimensionale. I punti mancanti verranno integrati graficamente. In questo modo si eviteranno «integrazioni» alle sculture reali e, in futuro, qualora dovessero saltare fuori nuovi attacchi tra i vari frammenti, sarà possibile aggiornare il restauro, senza bisogno di interventi troppo invasivi. «Il restauro delle statue di Monte Prama rappresenta un esempio importante dal punto di vista della comunicazione - spiega Roberto Nardi -. Perché il pubblico ha potuto assistere a ogni singolo passaggio dell’intervento. E non è un caso che oltre tremila persone, dallo scorso marzo, abbiano preso parte alle visite guidate. Su questo lavoro c’era il rischio di polemiche, ma noi abbiamo fatto tutto sempre alla luce del sole e questo ha fatto sì che l’interesse verso il nostro lavoro fosse sempre altissimo».

La variante di Artemidoro

La variante di Artemidoro
ERNESTO FERRERO
La Stampa 11/12/2008

Sono ormai quasi tre anni che infuria lo scontro scientifico sul «Papiro di Artemidoro». Partito dalle riviste specializzate, il dibattito sulla sua autenticità - o, meglio, la rivendicazione della sua inautenticità - è proseguito sui quotidiani, ha nutrito libri, discussioni e seminari internazionali, si è trasformato in un complicato giallo archeologico.
Una pirotecnia fatta di alta erudizione, sottigliezze filologiche, raffinati strumenti d`indagine, ingegnose ricostruzioni storiche e archeologiche. Non poteva essere diversamente, visto il calibro dei duellanti: Salvatore Settis e i papirologi Claudio Gallazzi e Bàrbel Kramer da una parte, Luciano Canfora e i suoi allievi dall`altra.
Ma, uscita la monumentale, attrezzatissima edizione critica a febbraio 2008 (edizioni Led, Milano), è ora di fare ordine e chiarezza, senza rinunciare a coinvolgere anche i non specialisti. È quello che fa Settis con il suo agile e denso Artemidoro. Un papiro dal I al XXI secolo (Einaudi, pp. 126, €26), che ripercorre le complesse questioni legate a questo singolare rotolo «interruptus», uno e trino: copia (arenata misteriosamente dopo cinque colonne di testo) del secondo libro della Geografia di Artemidoro già andata perduta, per di più arricchita (caso rarissimo) da mappe il cui disegno è rimasto anch`esso allo stato d`abbozzo; poi usata in epoche successive come album da disegno che porta sul verso una quarantina di animali, e sul recto (ma di mano diversa) figure anatomiche: sei teste, nove mani, sette piedi. Un fascinoso intreccio di temi, problemi, datazioni, confronti, tra arte, letteratura e cartografia, pratiche di bottega, tecniche di scrittura, pittura e disegno, statue, calchi in gesso e mosaici. Naturalmente non poteva mancare la risposta di Settis ai suoi oppositori: ferma e misurata, ma dura nella sostanza.
«Impazienze». Così, con ironica sprezzatura, Settis intitola il capitolo in cui procede a smontare le contestazioni: «Più impaziente degli altri [papirologi e studiosi, ndr], uno solo (L. Canfora) non ha saputo attendere; e contro le buone pratiche e il buon senso si è sforzato di "anticipare" l`edizione principe con non meno di 1400 pagine, sue e di alcuni collaboratori, pubblicate da tre diverse case editrici di Bari». In questi scritti si attribuisce la confezione a un noto falsario dell`Ottocento, il greco Costantinos Simonidis, morto nel 1867 (secondo alcuni nel 1890). Avendo rinunciato a conoscere i dati che solo l`edizione poteva offrire, «naturale che questi studiosi abbiano spesso mancato il bersaglio».
Segue campionatura. La parola che avrebbe dovuto dimostrare la falsità del papiro perché anacronistica, in quanto accertata solo in età tardo-antica e bizantina, è stata letta male. Come non è anacronistico il riferimento alla Lusitania, conquistata per intero solo da Augusto, ma ben nota anche prima come generica entità geografica. La copiatura di mani e piedi non ha per modello le tavole dell`Enciclopedia, ma fa parte di una pratica artistica di lunghissimo periodo. Così come non lasciano scampo il raffronto tra le lettere greche usate dal copista e quella di documenti coevi; il nome della città di Ipsa, citata da Artemidoro, non è attestato nelle fonti letterarie, ma solo in tre monete scoperte nel 1986; l`uso di un particolare segno alfabetico per indicare i multipli è emerso solo nel 1907.
Gli inchiostri sono identici a quelli vegetali antichi, mentre Simonidis si accontentava di rozze imitazioni fatte con ruggine e acqua.
Ma al di là di prove scientifiche e riscontri puntuali, resta poco credibile l`ipotesi di un falsario che congegni un papiro così macchinoso, tra testo (di un autore tutto sommato minore), mappe e disegni (di mani diverse); che riesca a procurarsi un rotolo originale e intonso lungo tre metri e dopo averlo istoriato lo faccia a pezzi per mescolarlo con altri documenti (autentici); che prima di ridurlo a un conglomerato da imbottitura lo esponga all`umidità, così che parti del testo finiscono per stampigliarsi sul verso; che addirittura reincolli due fogli che si erano staccati. Il tutto a beneficio di qualcuno che cento anni dopo riesca a farne un affare lucroso ingannando mecenati e studiosi.
Il falsario agisce per lucro e/o per l`acre piacere della beffa, come nel caso celebre di Vermeer. Ma qui? Non è la prima volta che un filologo, lavorando esclusivamente sul testo, sulla sua lingua e sulla sua sintassi, senza affrontare il documento della sua fisicità tutta intera, finisce per forzare prove presunte a vantaggio di una tesi prefissata (pensiamo alla querelle Maria Corti/Dante Isella sul Partigiano Johnny di Fenoglio). La vera carriera scientifica del papiro di Artemidoro comincia adesso, come auspica lo stesso Settis, sollecitando nuove indagini e approfondimenti che ne svelino i molti misteri, compreso quello della provenienza.

domenica 23 novembre 2008

Stop all’Europeana, il superprogetto di Bruxelles per la cultura dell'Unione

Stop all’Europeana, il superprogetto di Bruxelles per la cultura dell'Unione
Marco Zatterin
La Stampa 22/11/2008

La biblioteca virtuale chiude dopo 24 ore
Doveva diventare l’alternativa a Google
E’ crollata sotto il peso di troppi visitatori il sito rimarrà chiuso fino a metà dicembre
Bruxelles si difende: «Segno di successo»

«Europeana è temporaneamente fuori servizio sino a metà di dicembre». L’ha stesa una sbornia da troppo successo, i dieci milioni di click all’ora che giovedì si sono rovesciati sulla prima grande biblioteca virtuale europea, all’indirizzo www.europeana.eu. L’involontaria contraddizione che appare sullo schermo a chi tenti di accendervi ora - frutto del desiderio di fare in fretta a rimettere tutto a posto e della consapevolezza che la terapia informatica non sarà breve segnala un collasso inatteso che Bruxelles si sforza di vendere come un risultato da incorniciare. «Vuol dire che c’è un grande interesse per il sito», dice convinto un portavoce della Commissione Ue, madrina dell’iniziativa. In realtà è una figuraccia che solo il tempo, e una maggiore efficienza, potranno cancellare. Gli esperti avevano previsto che i contatti sarebbero stati al massimo 5 milioni, cifra del tutto rilevante di questi tempi per un progetto culturale. Nel pomeriggio si è arrivati a 13 milioni e alcune icone sono state cliccate quattromila volte nello stesso istante. Tilt! Il sito ha cominciato a bloccarsi. Prima per qualche minuto, quindi per ore intere. Poi più nulla. I tre server che all’Aia fanno girare i 2 milioni di libri, manoscritti, dipinti, cartine, fotografie, documenti audio, sono stati spenti. Chiusi «per troppo interesse». Meglio, comunque, che andare deserti, salvo che questo è il genere di cose che uno si aspetta funzionino come orologi tedeschi. La Commissione Europea ora sottolinea l’aspetto più confortante dell’incidente, cioè che la conoscenza su Internet è un genere appetito. Resta da capire perché il soggetto più richiesto sia stata la Gioconda, dipinto celeberrimo e noto ai più. Grande affluenza per i simboli della letteratura continentale, Franz Kafka, Miguel Cervantes e James Joyce. Erano i tentativi di prova, sottolinea- no le fonti di Bruxelles, «l’approfondimento sarebbe venuto in seguito se ci fosse stata l’occasione». C’è chi parla di un virus che ha generato contatti simultanei, ma non ci sono prove. Europeana - che fra l’altro è il titolo di un discusso interessante quanto controverso dell’eclettico scrittore ceco Patrik Ourednik - è la risposta comunitaria al progetto di digitalizzazione di libri messo in piedi da Google. L’obiettivo è diffondere il sapere digitale mettendo a disposizione opere letterarie come «La Divina Commedia» di Dante, riproduzioni di dipinti come «La ragazza con l’orecchino di perla» dell’olandese Jan Vermeer, documenti storici come la Magna Carta, registrazioni o manoscritti di Beethoven o Mozart, o ancora le immagini della caduta del muro di Berlino. La Francia ha fornito la metà dei contenuti, sfruttando la banca dati già resa disponibile negli archivi transalpini. Gli altri paesi si sono accodati in fretta, sottoscrivendo l’impegno di arrivare a 10 milioni di «item» fra due anni. «Non è esatto che vogliamo competere con Google», tiene a precisare Jill Cugini, un funzionario della fondazione che gestisce il progetto. Sarà. Per costruire Europeana sono stati comunque investiti 350 milioni di euro, somma ingente eppure insufficiente. Servono altri fondi. «Ci piacerebbe anche un sostegno da parte del settore privato», confessano a Bruxelles. Perché accada bisognerà che il sito funzioni, così occorrerà attendere Natale. Nell’attesa, non resta che dilettarsi a studiare la lista dei cercatori di cultura online che hanno fatto in tempo ad accedervi. Giovedì 20 novembre il 17% dei click è arrivato dalla Germania, il 10% dalla Francia, e il 6% dall’Italia (che per adesso offre appena l’l% dei contenuti). Il 4% dei visitatori è stato americano. Un numero che sarebbe stato certamente più alto se il blackout non si fosse verificato quando a San Francisco era ancora mattina. Inutile ogni sforzo. La tecnologia, ancora una volta, ha gabbato il mago.

Rubati i segreti della Chiesa Spariti dal Capitolo carteggi, bolle papali e scomuniche della metà del'700.

Rubati i segreti della Chiesa Spariti dal Capitolo carteggi, bolle papali e scomuniche della metà del'700.
GAIA RAU
IL TIRRENO - 23 nov. 2008

Di valore inestimabile

Due filze contenenti manoscritti del Settecento sono state rubate dall´archivio del Capitolo metropolitano fiorentino. Ognuna di esse raccoglie circa 500 documenti redatti tra il 1750 e il 1755: bolle papali, scomuniche, carteggi fondamentali per la storia della Chiesa. Il loro valore, secondo l´amministratore Luca Barletta, è inestimabile: «Un collezionista sarebbe disposto a pagare anche 200mila euro per un solo documento».
La biblioteca del Capitolo, che ha sede nella piazzetta omonima a due passi dal Duomo ed è pressoché sconosciuta ai fiorentini, è frequentata da ricercatori per la maggior parte stranieri, referenziatissimi. «Ma le due filze, la R93 e la R96, non erano in libera consultazione. Alla sala dell´archivio abbiamo accesso solo io, i canonici, due bibliotecari e due archivisti, questi ultimi impegnati in un lavoro di catalogazione permesso da un finanziamento ottenuto due anni fa dall´Ente Cassa di Risparmio», spiega Barretta. «Chi le ha rubate - continua - è andato a colpo sicuro: doveva sapere cosa contengono e quanto valgono, il che richiede una profonda conoscenza della materia». Il furto è stato scoperto martedì. Nei giorni successivi, le filze sono state cercate dappertutto. Ieri, alla fine, il rappresentante legale del Capitolo, monsignor Sergio Guidotti, ha sporto denuncia a carico di ignoti. «Non possiamo offrire un compenso adeguato, ma facciamo appello a chiunque si trovi in possesso di quei documenti affinché li restituisca all´archivio».

venerdì 21 novembre 2008

Cosa vuol dire ragionare in termini di millenni

La Repubblica 21.11.08
Cosa vuol dire ragionare in termini di millenni
Un pomeriggio col professore
di Bernardo Valli

Prima di raggiungere l´appartamento del Sedicesimo Arrondissement, a due passi dalla Senna e dalla Maison de la Radio, sfogliai Tristi Tropici, e ne rilessi alcuni passaggi. Non avevo detto a Claude Lévi-Strauss il motivo dell´incontro. Né lui si era dimostrato curioso. Era un puntuale collaboratore di Repubblica (era stato Pietro Citati a convincere lui e il medievalista Georges Duby a scrivere per le nostre pagine culturali), e con la redazione parigina, che faceva da tramite, aveva ormai un rapporto se non assiduo garbato. È dunque approfittando di questo modesto legame che quel giorno di dicembre andai a casa di Lévi-Strauss armato di numerose e ambiziose intenzioni.
Avrei voluto anzitutto che mi parlasse del romanzo che aveva cominciato a scrivere a Parigi, di ritorno dal Brasile nei mesi precedenti alla guerra del ?39. Romanzo che avrebbe probabilmente avuto come titolo Tristi Tropici, lo stesso adottato quindici anni dopo per il saggio, in cui la magia della scrittura fa dimenticare facilmente che non si tratta di una fiction. Nelle prime pagine del romanzo abbandonato figurava la descrizione del tramonto («... ces cataclysmes surnaturels...») osservato dal ponte della nave diretta nell´America del Sud, descrizione poi recuperata, insieme al titolo, nel saggio pubblicato nel ?55. Lévi-Strauss trovò che le prime pagine del romanzo erano «un pessimo Conrad» e abbandonò per sempre l´idea di lanciarsi nella narrativa pura. La trama immaginata e gettata nel cestino era la vicenda di un viaggiatore che in Oceania usa un grammofono per ingannare gli indigeni e farsi passare per un dio.
Mi sarebbe piaciuto descrivere il «mancato Conrad» diventato uno dei grandi intellettuali del secolo. La prima domanda che mi proponevo di rivolgergli era dunque già pronta: «A trent´anni lei voleva usare i suoi viaggi tra gli indiani kaingang, caduveo e boroboro, come Conrad usò i suoi viaggi di mare nei romanzi? In questo caso, se avesse avuto successo come romanziere, il suo destino sarebbe radicalmente cambiato?». Mi affascinava appunto l´idea del mancato romanziere che per ripiego si dedica interamente all´etnologia, sia pur scrivendo, per nostra fortuna, anche di musica, di pittura, oltre che di letteratura. Qualche volta di poesia. Un Lévi-Strauss che ha rinunciato a inventare trame esotiche, ritenendo di non avere un talento adeguato, e che ha invece raccontato scientificamente civiltà «selvagge», traendone una morale irrinunciabile. Morale secondo la quale una società educata non può essere scusata per il solo crimine veramente inespiabile dell´uomo: peccato che consiste «nel credersi durevolmente o temporaneamente superiore e nel trattare degli uomini come oggetti: in nome della razza, della cultura, della conquista, della missione o semplicemente dell´espediente».
La mia ambizione si è sgonfiata in pochi secondi quando mi sono trovato davanti Lévi-Strauss, più che novantenne, ironico, forse divertito, del mio iniziale, prolungato silenzio, durante il quale valutavo l´opportunità di affrontare un tema tanto remoto e intimo. In definitiva gonfiato dalla mia immaginazione. Lasciai dunque cadere, saggiamente, il tema del mancato Conrad, e scivolai nel contrario: cioè nella stretta, banale attualità. Gli chiesi cosa pensasse della moneta unica europea che in quei giorni entrava o stava entrando in servizio. Rise. «Cosa c´entra un antropologo? Non sarebbe stato meglio rivolgersi a uno storico? Io mi occupo di selvaggi», si schernì. Per difendermi ricordai un vecchio testo di Merleau-Ponty, il filosofo amico di Lévi-Strauss, scritto in occasione della nomina di quest´ultimo al Collège de France. In quel testo si parlava di un´opera fondamentale per l´antropologia sociale: Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, di Marcel Mauss. Il tema ricorre ovviamente nelle opere di Lévi-Strauss. Perché non recuperare l´argomento e allacciarlo alla vita d´oggi?
Alla mia candida, ingenua reazione il padrone di casa venne in mio soccorso. Mi disse: «Allo scoppio della guerra, nel ?14, avevo sei anni e andai in banca a offrire le monetine che possedevo per la difesa della patria. I franchi erano allora d´oro». Per lui la svolta nel rapporto col denaro è avvenuta quando si è passati dalle monete metalliche a quelle di carta. Quella è stata la vera rottura. Quanto a una moneta indipendente dai governi nazionali, era a suo avviso una fortuna. Può darsi che tutto finisca in un disastro, ma non sarà un disastro peggiore di quello provocato puntualmente dai politici sul piano monetario.
«Vede - aggiunse - il mestiere di etnologo mi ha insegnato progressivamente a pensare non in termini di decenni, e neppure di secoli, ma di millenni, anzi di decine di millenni, dunque quando parlo di questo secolo penso che tra due o tremila anni non se ne saprà più nulla. Immagini tra venti o trentamila. Pensiamo a tante cose come importanti ma se le collochiamo nel tempo scompaiono. Ciò non toglie che mi interessino».
Gli chiesi allora cosa era stato fatto, ad esempio, di tanto importante decine di migliaia di anni fa da esserlo ancora oggi. Disse: «Certamente l´invenzione del vasellame, della ciotola per prima, e del tessuto che usiamo ancora. Sono cose più importanti di quelle che si scoprono adesso e di cui non sappiamo se resteranno tali, cioè importanti, nei millenni a venire». Neppure la bomba atomica con la quale l´uomo ha costruito qualcosa che può distruggere l´umanità? «Non sono sicuro che sia vero. Anche se si fanno esplodere tante atomiche insieme non sono certo che si distruggerebbe l´umanità intera». Non resteranno neppure le scoperte nella genetica? «Si, penso che resteranno. Ma via via che si faranno delle scoperte ci si accorgerà che è molto più complicato di quel che si immaginava. Il mondo, la vita sono assai più misteriosi oggi di quanto lo fossero uno o due secoli fa. Perché allora si pensava che fossero semplici».
E la cosiddetta globalizzazione, che rimpicciolisce il mondo, sul piano economico e su quello dell´informazione, diventata simultanea sull´intero pianeta? «Non è una cosa che mi rallegra - mi disse Lévi-Strauss-. Penso che le differenze siano più interessanti. Quando era tutto molto diverso, il cinese poteva aspettarsi molte cose da noi, e noi da lui. Adesso che siamo quasi uguali possiamo aspettarci molto poco uno dall´altro. Immagino che tante differenze riaffioreranno. Presto». Il mondo rimpicciolito dalla velocità delle comunicazioni, dei trasporti, ha ucciso, per lui, anche il viaggio esotico, come esisteva un tempo. Era già minacciato al tempo di Tristi Tropici.

Lévi-Strauss, una rivoluzionaria idea di uomo

La Repubblica 21.11.08
Lévi-Strauss, una rivoluzionaria idea di uomo
Il grande antropologo compie cent’anni il 28 novembre
di Marino Niola

Il padre dello strutturalismo non è diventato famoso per aver descritto popoli primitivi, ma per le implicazioni generali del suo pensiero che incidono profondamente sul rapporto natura-cultura aprendo strade del tutto nuove
Il suo è un attacco frontale alla concezione antropocentrica dell´universo
Ad essere scardinata è la storia della metafisica e dei suoi concetti

Il 28 novembre si festeggia il centesimo compleanno di Claude Lévi-Strauss. L´ultimo dei maîtres à penser. L´uomo che ha fatto dell´antropologia quel che Freud fece della psicoanalisi, cioè uno dei grandi saperi del Novecento. Non solo una disciplina specialistica, per pochi esploratori di mondi esotici, ma un nuovo modo di vedere l´uomo.
Nessun antropologo ha esercitato un´influenza altrettanto vasta al di fuori del proprio campo. Con questo moralista classico in presa diretta sullo stato d´urgenza planetaria l´antropologia va fuori di sé per diventare scommessa filosofica in grado di revocare in questione l´opposizione tra natura e cultura, e la definizione stessa dell´umano. A differenza di altri grandi antropologi come Franz Boas, Bronislaw Malinowski, Margaret Mead e Gregory Bateson, il padre dello strutturalismo non è divenuto celebre per aver descritto popoli primitivi ma piuttosto per le implicazioni generali del suo pensiero. E proprio in questo ampio respiro stanno il fascino e la sfida dell´impresa teorica levistraussiana.
L´antropologo francese non è stato il primo né il solo a sottolineare il carattere strutturale dei fenomeni sociali, ma la sua originalità sta nel prendere questo carattere sul serio e trarne imperturbabilmente le conseguenze. È naturale che una ricerca di questo tipo abbia suscitato discussioni e polemiche non fosse altro che per il fatto di condurre ad una messa in discussione di certe categorie tipiche dell´umanesimo occidentale, non ultimi i concetti di «uomo» e di «umanità». E d´altra parte in un celebre passo del Pensiero selvaggio Lévi-Strauss ha affermato che «il fine ultimo delle scienze umane non consiste nel costituire l´uomo ma nel dissolverlo».
La conoscenza dell´alterità, che rappresenta il compito dell´etnologia, è solo la prima tappa di un itinerario di ricerca delle invarianti che consentono di riassorbire «talune umanità particolari in una umanità generale». E dunque di «reintegrare la cultura nella natura e, in sostanza, la vita nell´insieme delle sue condizioni fisico-chimiche». Il vero oggetto della polemica levistraussiana è con tutta evidenza quell´umanismo che fonda i diritti dell´uomo sul carattere unico e privilegiato di una specie vivente, quella umana, anziché vedere in tale carattere un caso particolare dei diritti di tutte le specie. Più che di una professione di antiumanesimo si tratta di un attacco frontale portato alla sua declinazione antropocentrica, alla metafisica umanistica del soggetto. A questo insopportabile enfant gaté delle scienze umane, il grande antropologo oppone una concezione dell´uomo «che pone l´altro prima dell´io, e una concezione dell´umanità che, prima degli uomini, pone la vita». In questo senso è stato osservato che Lévi-Strauss ha contribuito a decostruire «la convinzione giudaico-cristiana e cartesiana secondo la quale la creatura umana è la sola ad essere stata creata ad immagine e somiglianza di Dio».
* * *
Se si chiede ad un Indiano americano cosa sia un mito, ci sono molte probabilità che risponda: «una storia dei tempi in cui gli uomini e gli animali non erano ancora distinti». Questa definizione appare a Lévi-Strauss di grande profondità perché «malgrado le nuvole d´inchiostro sollevate dalla tradizione ebraico-cristiana per mascherarla, nessuna situazione pare più tragica, più offensiva per il cuore e per l´intelligenza, di quella di una umanità che coesiste con altre specie viventi su una terra di cui queste ultime condividono l´usufrutto e con le quali non può comunicare». Affiora qui il pessimismo dell´autore di Tristi Tropici che all´idea prometeica dell´uomo che assoggetta la natura, sostituisce una visione tragica del soggetto e di una natura entrambi mutilati, perché separati dall´altra parte di sé.
Un decentramento del soggetto che riflette l´idea di un rapporto non strumentale con la natura in cui, per dirla con Adorno, questa non è mero oggetto, Gegenstand, ma piuttosto partner, Gegenspieler. Già nei primi anni Cinquanta, con una sensibilità ecologista in largo anticipo sui movimenti ambientalisti attuali, l´antropologo francese denunciava il pericolo di un umanesimo narcisisticamente antropocentrico, e per ciò stesso etnocentrico, che dimentica i diritti del vivente in nome di un´idea astratta della vita, che fa dell´uomo il signore unico del pianeta e della sua riproduzione il fine ultimo della natura. In questo senso Michel Maffessoli ha ritenuto di poter accostare la denuncia levistraussiana del saccheggio del mondo alla critica heideggeriana della devastazione della terra da parte della metafisica.
Per Derrida la nascita stessa dell´antropologia è stata possibile a condizione di questo decentramento del soggetto che ha inizio «nel momento in cui la cultura europea - e di conseguenza la storia della metafisica e dei suoi concetti - è stata scardinata, scacciata dal suo posto, costretta quindi a non considerarsi più come cultura di riferimento». La critica dell´etnocentrismo, che è stata, e resta, la condizione stessa dei saperi antropologici è, per l´autore de La scrittura e la differenza, contemporanea, addirittura simultanea alla distruzione della storia della metafisica.
In un celebre testo dedicato a Jean-Jacques Rousseau, Lévi-Strauss istituisce una relazione tra l´identificazione agli altri, e addirittura «al più "altro" fra tutti gli altri, l´animale», e il rifiuto di tutto ciò che può rendere accettabile l´io. Il rifiuto insomma di quella trascendenza di ripiego che resta, a suo avviso, profondamente insediata nell´umanesimo. In molte occasioni il padre dello strutturalismo rimprovera infatti ai filosofi, in particolare agli esistenzialisti, di aver operato un rovesciamento prospettico, dando prova di un´autentica perversione epistemologica, pur di costruire un rifugio per l´io «nel quale quel misero tesoro che è l´identità personale tenda a essere protetto e dato che le due cose insieme sono impossibili essi preferiscono un soggetto senza razionalità a una razionalità senza soggetto». In questa idea di una razionalità senza soggetto affiora proprio quel «kantismo senza soggetto trascendentale» attribuito a Lévi-Strauss da Paul Ricoeur a proposito dell´analisi dei miti con la quale il grande antropologo ha offerto la formulazione più radicale delle sue tesi sull´accordo esistente tra cultura e natura, fra spirito e mondo.
E a quei filosofi che lo accusano di avere abolito il significato dei miti e di averne ridotto lo studio a sintassi di un discorso che non dice niente, Lévi-Strauss, nelle ultime pagine de L´uomo nudo, riserva una risposta a dir poco tranchante. Le mitologie, egli afferma, non nascondono nessuna verità metafisica né ideologica ma in compenso ci insegnano, per un verso, molte cose sulle società che le tramandano e per l´altro verso ci offrono l´accesso a certe modalità operative dello spirito così stabili nel tempo e ricorrenti nello spazio da poterle considerare basilari. E conclude con una suprema sprezzatura: «lungi dall´averne abolito il senso, la mia analisi dei miti di un pugno di tribù americane ne ha tratto più significato di quanto se ne trovi nelle banalità e nei luoghi comuni a cui si riducono, da circa duemilacinquecento anni, le riflessioni dei filosofi sulla mitologia, a eccezione di quelle di Plutarco».
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Molti hanno rimproverato allo strutturalismo un atteggiamento antistorico, ma in realtà Lévi-Strauss ha sempre tenuto a distinguere nettamente la storia, alla quale attribuisce un´importanza straordinaria, dalla filosofia della storia à la Sartre, una pseudo-storia che, in ogni sua versione, laica o confessionale, evoluzionista o storicista, costituisce un tentativo di sopprimere i problemi posti dalla diversità delle culture pur fingendo di riconoscerli in pieno. Tale filosofia della storia - che appare a Lévi-Strauss della medesima natura del mito - deriva dalla fede biblica in un compimento futuro e finisce con la secolarizzazione del suo modello escatologico che si muta in teoria del progresso. Il vizio costitutivo di tale filosofia, che rivolge verso il futuro il concetto classico di istorein e trasforma il racconto del passato in previsione del futuro, un futuro oggetto di un´attesa fideistica. In questo senso Lévi-Strauss non si limita a respingere l´accusa di antistoricismo ma, quel che più conta, rivendica all´antropologia un modo tutto proprio di interrogare i materiali storici, con quell´attenzione ai fatti minuti della vita quotidiana che fa degli etnologi gli «straccivendoli» della storia, quelli che rimestano nelle sue pattumiere.
E una vera e propria eterologia quella messa in opera da Claude Lévi-Strauss, in grado di farci cogliere quanto di noi stessi c´è nell´altro e quanto di altro si trova in fondo a noi stessi. Quel fondo che ci fa tutti parenti perché tutti differenti e che qualcuno continua a chiamare umanità.

mercoledì 19 novembre 2008

La scoperta dei fiori e del paesaggio leonardesco

La scoperta dei fiori e del paesaggio leonardesco
MERCOLEDÌ, 19 NOVEMBRE 2008 LA REPUBBLICA

Il recupero è stato curato da Marco Ciatti e Patrizia Riitano ed è durato otto anni

Dopo dieci anni passati all´Opificio delle Pietre Dure di Firenze, dove è stata analizzata e studiata con accurate indagini scientifiche prima di essere sottoposta ad un millimetrico intervento di restauro, la Madonna del cardellino di Raffaello, una delle opere del maestro urbinate più conosciute e riprodotte, verrà esposta al pubblico a Palazzo Medici Riccardi dal 23 novembre al 1 marzo 2009. Un evento che susciterà sorpresa tra i tanti che hanno ammirato il quadro alla Galleria degli Uffizi, da sempre coperto da una patina scura di vernici. Perché la rivedranno piena di luce e colori, con dettagli tornati leggibili sullo sfondo del paesaggio leonardesco, compresi i piccoli mazzetti di fiori ai piedi della Madonna, del Bambino e San Giovannino.
Una metamorfosi e un recupero della superficie pittorica realizzati nel laboratorio dell´Opificio sotto la direzione di Marco Ciatti, con l´intervento della restauratrice Patrizia Riitano, che per otto anni ha lavorato sul dipinto, sottraendo millimetro per millimetro, strati di patine e vernici giallastre.
«Si è trattato di una pulitura selettiva e non invasiva fatta costantemente al microscopio - spiega Ciatti - che ha permesso di ritrovare lo strato di Raffaello, la sua bella patina. Solo successivamente siamo passati all´intervento di ridipintura, per riarmonizzare le varie parti». La tavola, dipinta dall´artista di Urbino durante la sua permanenza a Firenze (1504-1508) su commissione dell´amico e ricco mercante Lorenzo Nasi intorno al 1505, è stata sottoposta prima ancora ad un sofisticato intervento di risanamento ligneo, poiché nel 1547 fu danneggiata e ridotta in frammenti nel rovinoso crollo per lo smottamento della collina di San Giorgio, dove si trovava appunto la casa del mercante Lorenzo Nasi, che l´aveva collocata a capoletto.
Recuperata da Ridolfo del Ghirlandaio, dopo questo primo restauro cinquecentesco che ne ricompose i pezzi e la pittura, la tavola subì pesanti verniciature, due delle quali nell´800.
Il progetto di conservazione dell´Opificio ha permesso innanzitutto il recupero della parte lignea, dopo di che la restauratrice Patrizia Riitano ha lavorato per assottigliare le ridipinture e recuperare la policromia di Raffaello, togliendo le aggiunte che via via evidenziavano perdite di colore lungo le parti danneggiate. Infine il recupero «con piccole pennellate per ricoprire le lacune della superficie pittorica - racconta Riitano -ma si è trattato di un intervento reversibile, che può essere tolto in un quarto d´ora da un restauratore». Leggibilità e integrità sono così state recuperate completamente. Tanto da lasciare stupiti. E chissà se l´intervento farà discutere gli esperti di storia dell´arte. «Quello che è stato cancellato - osserva Ciatti - è solo il sovrappiù, i depositi del tempo. Con l´attenzione, la sensibilità e la professionalità che caratterizzano da sempre la tradizione e gli interventi dell´Opificio delle Pietre Dure». Dopo la mostra a Palazzo Medici Riccardi, il capolavoro sarà ricollocato agli Uffizi. «E da qui non uscirà mai più», assicura la soprintendente Cristina Acidini.

lunedì 17 novembre 2008

Settis contro Canfora: «Non è un falso»

Settis contro Canfora: «Non è un falso»
S.L.
Il Tirreno 16/11/2008

ROMA. Il Papiro di Artemidoro «non è un falso». Dopo le polemiche con Luciano Canfora, convinto dalla prima ora che si tratti del lavoro di un calligrafo greco della metà dell’Ottocento, ma soprattutto dopo la pubblicazione della corposa Edizione del testo, Salvatore Settis affida ad un nuovo libro le sue considerazioni sulla autenticità del reperto acquistato nel 2004 per 2,7 milioni di euro dalla Fondazione per l’Arte della Compagnia di San Paolo e poi affidato al Museo Egizio di Torino. In libreria dalla prossima settimana, “Artemidoro. Un papiro dal I secolo al XXI” (Einaudi, pp. 124, euro 26) è in realtà, con qualche ampliamento e ritocco, il testo della conferenza che il direttore della Normale tenne a marzo del 2008 a Berlino in apertura della mostra dedicata al Papiro, al centro da mesi di una animata querelle tra gli studiosi. All’epoca della conferenza, sottolinea Settis, era stata appena pubblicata l’Edizione del Papiro, firmata da lui insieme con Claudio Gallazzi e Barbel Kramer. E proprio questo lavoro ha permesso di trarre alcune conclusioni. A sostegno della autenticità del Papiro, lo studioso riporta prima di tutto le analisi chimiche e fisiche del documento, che circoscrivono all’ambito di un secolo, il I dopo Cristo la vita «attiva» del Papiro. In particolare, il test al carbonio 14 colloca con una approssimazione del 95,4% tra il 40 avanti Cristo ed il 130 dopo Cristo la fabbricazione del papiro bianco. Ma anche gli inchiostri vegetali usati per il testo scritto e per i disegni risultano di età greco-romana e l’analisi fisica del papiro, così come le indagini al microscopio, dimostrano secondo Settis che tutto quello che c’è sopra, quindi il testo ma anche i disegni e le mappe (la straordinarietà del Papiro di Artemidoro è legata per molti versi proprio alla presenza di quella che potrebbe essere la carta geografica più antica del mondo classico) è circoscrivibile nell’ambito del I secolo dopo Cristo. Per confutare l’attribuzione fatta da Canfora al falsario ottocentesco Costantino Simonidis, Settis sottolinea tra l’altro la citazione della città di Ipsa, che, spiega, non è citata da nessuna fonte letteraria antica e si ritrova invece per la prima volta su alcune monete del I sec. d.C., scoperte in Portogallo nel 1986, molto dopo quindi la morte di Simonidis. Ma questo è solo un esempio, perché nella lunga relazione, Settis confuta una per una le obiezioni mosse dal grecista Canfora (che definisce «impaziente», per sottolineare il fatto che abbia parlato prima che venisse pubblicata l’Edizione del testo). Approntato al principio del I secolo, secondo l’ipotesi di Settis, il Papiro ebbe almeno tre vite. Nella prima (inizio del I sec) venne scritto il testo, copiandolo dall’opera del geografo Artemidoro. Poi, attraverso varie fasi, nel 100 d.C, il papiro, che ormai era diventato carta da macero, venne riusato, insieme ad altri 25, forse per imbottire una piccola mummia. Il libro finisce con una elencazione dei problemi e dei temi aperti. «Pubblicare un papiro di tanto interesse e tanta complessità non è stata e non poteva essere un’impresa facile», sottolinea Settis. Che conclude: «la nostra speranza, nel licenziare l’editio princeps non è che essa “chiuda” i problemi, ma al contrario che apra una discussione scientifica basata sui dati». Il riferimento a Canfora, molto citato anche nel post scriptum, sembra chiaro.

«Un museo europeo per i marmi del Partenone»

«Un museo europeo per i marmi del Partenone»
Paolo Conti
Corriere della Sera 17/11/2008

E se l`antica vicenda dei marmi del Partenone esposti al British Museum, rivendicati da sempre dalla Grecia, si risolvesse con la nascita del primo, grande, vero Museo Europeo dotato di extraterritorialità dove la Gran Bretagna potrebbe esporli senza perderne la proprietà ma mettendoli a disposizione a tutti i cittadini europei in nome di un Continente finalmente unito grazie alle comuni radici culturali?
La proposta, completamente nuova e originale nella sua formulazione, verrà ufficializzata domani, martedì 18 novembre, nel Circolo dell`ambasciata croata presso la Santa Sede, in
via della Conciliazione 4,4 alle 18.3o durante la comunicazione scientifica di un`autorità neutra, al di sopra delle parti: cioè da Francesco Buranelli, segretario della Pontificia commissione
per i Beni culturali della Santa Sede, una sorta di ministro del settore per il Vaticano.
Ma cosa proporrà Buranelli? Partirà da una considerazione storico-giuridica. L`arrivo dei marmi portati da Lord Elgin a Londra nel 1801 è ormai un dato consolidato e «non sussiste alcuna legittimità giuridica alla richiesta del governo greco» soprattutto perché «gran parte dei Paesi ha oramai una propria legge di tutela sui beni culturali e in nessuno di essi vige il principio della retroattività». Problema che riguarda non solo la Gran Bretagna, che detiene massima parte dei marmi ateniesi, ma anche Francia, Italia (il presidente Giorgio Napolitano nel
suo viaggio in Grecia del settembre scorso ne ha restituito un piccolo pezzo al governo ellenico), Germania, Santa Sede, Danimarca che ne hanno altri, pur se minori.
Forse, dirà Buranelli, è arrivato il momento di «pensare di costituire il primo Museo Europeo con una forma di extraterritorialità assimilabile a quello riconosciuto alle ambasciate nel quale tutti gli Stati detentori di pezzi del Partenone possano esporre permanentemente le loro opere mantenendone la legittima proprietà e contribuendo alla ricomposizione di un patrimonio comune a tutti».
Secondo il funzionario vaticano quello spazio già esiste, e sta per essere inaugurato: ovvero il nuovo Museo dell`Acropoli ad Atene che verrà aper to entro la fine di quest`anno e dedicherà
un`ampia sezione alla straordinaria opera marmorea di Fidia.
Nello spazio destinato al Partenone del nuovo museo, che resterebbe ateniese ma non sarebbe più «greco» in senso nazionalistico, agirebbe uno staff europeo con uno statuto comunitario e la bandiera issata sull`edificio non sarebbe quella ellenica ma si tratterebbe del vessillo unitario europeo:
«Il British Museum, nel suo ruolo di detentore della maggior parte delle opere, avrebbe così la sua "sezione" ad Atene, con ben altro spessore culturale rispetto alle operazioni di "esportazione".
Superato il momento "egoistico" del possesso delle opere, i molteplici problemi gestionali potrebbero essere affrontati da un gruppo internazionale di studiosi sotto l`egida dell`Unione europea».

giovedì 6 novembre 2008

La cultura etrusca conquista Roma.

La cultura etrusca conquista Roma.
Anna Maria Vinci
CORRIERE DI VITERBO 04.11.2008

Al Palazzo delle esposizioni le bellezze di Tarquinia e Vulci in vetrina. L’assessore Centini: “Occasione unica per la nostra città”.

Al Palazzo delle Esposizioni della capitale, in vetrina la cultura etrusca della città insieme a Cerveteri, Vejo e Vulci. La mostra sarà fruibile fino al 6 gennaio. "Si tratta di un'importante occasione per la città - riferisce l'assessore alla cultura Angelo Centini - all'evento è stata data ampia diffusione su tutti i media. Auspichiamo che i tesori in mostra invoglino i turisti ad ammirare sul posto il nostro inestimabile patrimonio etrusco esposto al Museo Nazionale e a visitare la nostra Necropoli che per le sue meravigliose pitture parietali si è guadagnata la denominazione di Patrimonio Mondiale dell'Umanità. Ringraziamo il prof Torelli e la Soprintendente Moretti, come tutti gli enti organizzatori, per questa grande opportunità data alla città". Il progetto scientifico dell'esposizione è infatti del prof. Mario Torelli e della Soprintendente Anna Maria Moretti, l'evento è organizzato dalla Regione Lazio, assessorato alla cultura, dal Ministero per i Beni Culturali, dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Etruria Meridionale. La mostra racconta nella sua prima sezione l'eccellenza della civiltà etrusca del Lazio attraverso lo straordinario sviluppo dei suoi principali centri urbani: Veio, Cerveteri, Vulci, Tarquinia, mentre nella seconda sezione "si mette in luce la forte influenza esercitata dalla civiltà etrusca sul mondo romano quanto a pratiche religiose e simbologie del potere, illustrando continuità ma anche differenze tra le due culture". La cultura etrusca della città è sicuramente un'eccellenza: più di 100 sono infatti le tombe affrescate. Al Palazzo delle Esposizioni della capitale, a fare da vetrina, quali veri attrattori culturali, vi sono alcuni dei reperti più significativi della meravigliosa produzione pittorica parietale: in una prima sezione di parla di Tarquinia, nella seconda dell'emporio greco romano di Gravisca , ubicato al Lido di Tarquinia. L'area sacra di Gravisca è stata rinvenuta agli inizi degli anni '70 e si rivelò fondamentale per lo studio delle dinamiche economiche. Il santuario di Gravisca viene rievocato grazie all'esposizione dei molti ex-voto dedicati dai frequentatori, ma anche attraverso la ricostruzione a scala reale del sacello di Adone, dove si celebravano le feste, che scandivano annualmente il ciclo di morte e rinascita del giovane eroe. Presenti all'esposizione anche due affreschi parietali distaccati da due famose tombe della Necropoli cittadina.

lunedì 3 novembre 2008

SIRACUSA - tempio di Apollo

SIRACUSA - tempio di Apollo
02 novembre 2008, LA SICILIA

Raggi di luce sul tempio del dio del sole. E' stata inaugurata, con una cerimonia ufficiale, la nuova illuminazione artistica che rischiara, da venerdì sera, i resti del tempio di Apollo in largo XXV Luglio. A celebrare questo sofisticato sistema luminoso che simula i raggi solari, anche le note della Banda musicale cittadina, riunita per l'occasione insieme con le autorità.

Raggi di luce sul tempio del dio del sole. E' stata inaugurata, con una cerimonia ufficiale, la nuova illuminazione artistica che rischiara, da venerdì sera, i resti del tempio di Apollo in largo XXV Luglio. A celebrare questo sofisticato sistema luminoso che simula i raggi solari, anche le note della Banda musicale cittadina, riunita per l'occasione insieme con le autorità.
Di fronte alle vestigia dell'edificio templare che campeggia all'ingresso di Ortigia, erano presenti la soprintendente, Mariella Muti, il sindaco, Roberto Visentin, il presidente della Provincia, Nicola Bono, e il deputato nazionale Fabio Granata. Insieme con loro cittadini, turisti e curiosi assiepati dinanzi a un buio monumento che, d'improvviso, è stato illuminato da cinque scie soffuse. Un sistema di ultima generazione, regolato da un software che gestisce 54 lampade a basso consumo, per la cui realizzazione i tecnici, sotto la supervisione del servizio Archeologico della soprintendenza, hanno lavorato per sei mesi.
Soddisfazione dei presenti, tra cui il soprintendente emerito Giuseppe Voza, che ha sottolineato l'importanza di rendere pienamente fruibile il monumento architettonico anche nelle ore notturne. E così, grazie alla nuova «luce», il tempio potrà essere meglio ammirato dopo il tramonto, grazie ai fondi del Lotto nel biennio 2004-2006, per una somma di 230 mila euro con cui si realizzerà anche l'illuminazione del Tempio di Zeus di via Elorina. Lo ha assicurato la soprintendente Muti, che ha commentato l'iniziativa come un nuovo, ulteriore, tassello verso la piena valorizzazione dei siti archeologici cittadini.
Protagonisti della cerimonia anche i 50 volontari dell'associazione Nuova Acropoli, che ha adottato il monumento, ai quali è andato il ringraziamento della soprintendenza. E' infatti grazie al lavoro dei soci che il Tempio di Apollo è stato ripulito dalle erbacce e dai rifiuti che per mesi avevano fatto bella mostra di sé tra gli antichi resti.
«Abbiamo accolto l'appello della soprintendenza - affermano i responsabili, Lucia Sinnona e Sebastiano Scifo - che non poteva assicurare la pulizia del sito a causa della carenza di fondi, e quindi abbiamo voluto pulire l'area archeologica completando il lavoro proprio ieri mattina. Inoltre, grazie a una convenzione siglata con la soprintendenza, manterremo il Tempio di Apollo in condizioni decorose».
L'auspicio dei ragazzi di Nuova Acropoli è di ridare lustro a un altro edificio templare in condizioni di abbandono: il Tempio di Zeus. La speranza, tuttavia, è che il lavoro dei volontari possa affiancarsi a quello, legittimo, degli operai pagati dalla Regione, a cui compete la gestione, la cura e la salvaguardia del patrimonio culturale. Volontariato a parte.
isabella di bartolo

sabato 1 novembre 2008

Carlucci e l´archeocomplotto "Hanno falsificato la mia firma"

Carlucci e l´archeocomplotto "Hanno falsificato la mia firma"
ANTONELLO CAPORALE
VENERDÌ, 31 OTTOBRE 2008 la Republica

No del ministro

Una provocazione

La deputata forzista disconosce due emendamenti sul condono per i reperti

"È vero, ci avevo pensato, ma Bondi mi ha detto di stare ferma, e io ho desistito"

"Ho sporto denuncia, è una provocazione, magari è stato un funzionario"


L´Archeocomplotto di cui è rimasta vittima l´onorevole Gabriella Carlucci è storia forse minore ma ugualmente inquietante. Una mano di un deputato bilioso o di un funzionario sleale ha vergato non uno ma due emendamenti (intestandoli a lei) con i quali si chiedeva un archeocondono. I possessori di beni e reperti archeologici antecedenti all´anno 476 dopo Cristo, con un obolo versato allo Stato, avrebbero potuto valorizzare di molte migliaia di euro il proprio tesoro.
«Falsissimo, falsissimo. I due emendamenti non li ho scritti io, ho appena sporto denuncia».
Succedono cose gravissime in questo Palazzo.
«Vero, due anni fa mi venne l´idea del condono. L´ho riproposta a settembre scorso, che in quest´epoca velocissima è già l´età della pietra. Il ministro Bondi mi ha invitato a ritirarla e io ho acconsentito».
Lei è vittima di un sabotaggio legislativo.
«La firma non è assolutamente mia. Se vuole firmo e vede».
Non è necessario. La G di Gabriella è inesistente. La C è alta e snella ma la l è più larga di una donna di Botero.
«Avevo in mente il piccolo condono per fare cassa. Però poi ho desistito».
Mica ha tesori archeologici in casa da piazzare?
«Ma le pare!».
C´è un piano per screditarla.
«Bondi mi ha detto di stare ferma e io ferma sono stata»
Qualcuno vuole vederla nella polvere.
«Sempre in Parlamento, sempre al ministero, sempre pronta a raccogliere le necessità della Puglia (chissà perché mi hanno eletta lì ma oramai mi sono affezionata)».
Instancabile, iperattiva.
«Anche in casa cerco di dare un aiuto: il figlio, il marito. Poi c´è Mela Verde».
Il cane.
«La trasmissione televisiva. Diciotto per cento di share».
Che non ruba energie al suo lavoro.
«Esatto, studio anche di notte».
Pensi se il Parlamento avesse approvato un emendamento falso. Sospetti ne ha, vero?
«Nessuno»
Un deputato dell´opposizione.
«Magari un funzionario».
Infedele, traditore. Bisogna dirlo subito a Fini.
«Bondi mi ha chiamata: ma cosa hai fatto?».
L´archeocomplotto.
«Io??? Gli ho subito detto del falso».
C´è sicuramente una mano cattiva.
«Bado a me, alle cose che faccio. I miei genitori mi hanno invitato sempre a puntare sui miei passi».
In effetti porta tacchi altissimi.
«Non ci so stare con le ciabatte. Sono così. Però lavoro tanto, faccio un mucchio di cose e mi piace farle bene».
Ossessiva, ipercinetica, ma sempre sul punto.
«Preparata. Studio sempre».
E quando?
«Il lunedì: Mela Verde e poi studio».
S´era detto che Mela Verde va in onda la domenica.
«Ma registro il lunedì».
Comunque questa questione è veramente delicata.
«Faccio una vita di inferno. Su e giù, su e giù».
Successo e sudore.
«Bravo».
L´emendamento è di un agente provocatore.
«Veramente. Giuro. Ecco, se prendiamo la firma, anzi andiamo a vederla bene. Vuole che firmo?».

giovedì 30 ottobre 2008

La polemica sugli emendamenti alla Finanziaria. L'onorevole Carlucci e l´archeotruffa

La polemica sugli emendamenti alla Finanziaria. L'onorevole Carlucci e l´archeotruffa
LA REPUBBLICA, 30 OTTOBRE 2008

ROMA

Dopo la denuncia di Repubblica sull´archeo-condono, la Carlucci tenta la smentita. Eppure gli emendamenti ci sono. Due emendamenti, quelli presentati dalla parlamentare del Pdl alla legge Finanziaria in discussione in Parlamento, che avrebbero aperto la porta ad una mega sanatoria a vantaggio di tutti coloro che hanno in casa anfore, vasi e piatti di età precedente al 476 dc e che, con una modica somma, e soprattutto senza denunciare la provenienza dei reperti archeologici, avrebbero potuto mettersi in regola. Un regalo ai pochi fortunati con il vaso etrusco in casa, ma soprattutto un lasciapassare per tombaroli e trafficanti.
La denuncia di Salvatore Settis ha alzato il velo sulla manovra e ieri l´onorevole Carlucci ha inviato a Repubblica una lettera con una secca smentita: «Niente di più falso. I due emendamenti di cui si parla non esistono e ovviamente non sono mai stati presentati. Sfido chiunque a produrre documenti che attestino il contrario». La risposta di Settis non si è fatta attendere: «E´ bello che l´on. Carlucci sia così indignata di fronte all´accusa di aver ri-presentato nel 2008 una norma identica a quella da lei stessa presentata nel 2004: vuol dire che ci ha ripensato e che, a differenza di molti, è capace di vergognarsi».
E l´archeo-condono? La Carlucci nega addirittura l´esistenza degli emendamenti in questione: sul sito Internet della Camera, scrive, «non c´è traccia di alcuna proposta di modifica in materia, presentata dalla sottoscritta». Una rapida ricerca tuttavia ha consentito di appurare, come dimostrano le fotocopie che pubblichiamo, che gli emendamenti, con tanto di firma, ci sono: sono il 2.077 e il 2.076. Sono stati presentati prima della scadenza dei termini, avvenuta giovedì 23 alle ore 12 e figurano nel fascicolo provvisorio di fotocopie allestito dalla segreteria della Commissione Bilancio della Camera. Poi è arrivato il ripensamento della Carlucci ? avvenuto prima della mattina del 28 ? quando gli emendamenti sono stati stampati, distribuiti ai deputati e immessi ufficialmente nel sito. Dunque il tentativo c´è stato, come pure il dietrofront: del resto martedì 28 il presidente Giancarlo Giorgetti ha esplicitamente riferito in Commissione Bilancio del ritiro degli emendamenti Carlucci.
E così Settis ironizza: «E´ bello che l´onorevole Carlucci abbia deciso di ritirare i suoi emendamenti. Resta solo un piccolo appunto da farle: dopo aver presentato e ritirato questi emendamenti, l´on. Carlucci se ne è velocemente dimenticata».

mercoledì 29 ottobre 2008

Torna l´archeo-condono per i ladri dell´arte antica

Torna l´archeo-condono per i ladri dell´arte antica
SALVATORE SETTIS
MERCOLEDÌ, 29 OTTOBRE 2008 la Repubblica
La polemica

Ripresentato un emendamento che sana il possesso illegale

Non è vero che, dopo il blitz estivo della legge 133, la Finanziaria di fine anno non possa riserbarci più sorprese.
Una ce n´è, almeno stando alle intenzioni dell´onorevole Gabriella Carlucci, che ha presentato due versioni di uno stesso emendamento (nrr. 2076 e 2077), pudicamente etichettato «Riemersione di beni culturali in possesso di privati». Basta una scorsa per accorgersi di che si tratta.
una riedizione "dell´archeo-condono" già proposto dall´on. Gianfranco Conte, dalla stessa Carlucci e da altri deputati nel 2004 (nr. 5119), poi ritirato e ripresentato come emendamento alla Finanziaria 2005 (nr. 30.068), ma sconfitto, dopo una denuncia di questo giornale, anche per il deciso intervento di esponenti di spicco del governo Berlusconi di allora, come il ministro ai Beni Culturali Giuliano Urbani e il sottosegretario all´Economia Giuseppe Vegas. Vediamo di che si tratta: secondo la proposta Carlucci, «i privati possessori o detentori a qualsiasi titolo di beni mobili di interesse archeologico antecedenti al 476 d. C., non denunciati né consegnati a norma delle disposizioni del Codice dei Beni Culturali, ne acquisiscono la proprietà mediante comunicazione alla Soprintendenza competente per territorio».
Qualche documentazione che attesti la provenienza? Non c´è bisogno: basta che il dichiarante «attesti il possesso o la detenzione in buona fede», e paghi un piccolo balzello per le «spese di catalogazione». Ma niente paura, le spese di catalogazione non rovineranno nessuno, visto che vanno («in relazione al numero dei beni oggetto di comunicazione», e non al loro valore storico, artistico o archeologico) da un minimo di 300 euro a un massimo di 10.000. Non basta: con l´eccezione di quegli oggetti che la Soprintendenza dichiari di particolarissimo interesse culturale, tutti gli altri «possono essere oggetto di attività contrattuale a titolo gratuito o oneroso, e la loro circolazione è libera, in deroga alle disposizioni del Codice», e in particolare del Capo IV, sez. I (circolazione nel territorio nazionale) e del Capo V, sez. I e II (uscita dal territorio nazionale).
Inoltre, «il censimento è esteso a tutti gli oggetti che i collezionisti detengono all´estero, purché li facciano rientrare all´interno dei confini nazionali», e naturalmente sulla base di un generale «principio di depenalizzazione», che si applica anche ai «non cittadini italiani che detengono i beni suddetti all´interno dei confini italiani».
Poiché questa proposta null´altro è se non la fotocopia di quella del 2004, possiamo commentarla con le parole usate allora alla Camera da due esponenti del Pdl. Il senatore Giuseppe Vegas, allora come ora sottosegretario all´Economia, definì la proposta «una sanatoria per i tombaroli» e invitò l´onorevole Conte a ritirarla. L´onorevole Gioacchino Alfano espresse «il timore che la norma finisca di fatto con l´incentivare il saccheggio del sottosuolo alla ricerca di reperti dei quali legittima l´appropriazione».
Questa è infatti la ratio della proposta Carlucci: in deroga (o in barba) al Codice dei Beni Culturali firmato da Giuliano Urbani, che è, o dovrebbe essere, fra i massimi vanti del governo Berlusconi (anche perché consolidato in una logica bipartisan dai piccoli ritocchi dei ministri Buttiglione e Rutelli), si propone qui di sanare migliaia di reati con un sol colpo di spugna, e si invitano tombaroli, depredatori e trafficanti di antichità, collezionisti finti e mercanti disonesti a mettere in vendita in Italia e all´estero i beni archeologici che fino a ieri avevano dovuto nascondere, tremando al pensiero di esser colti in castagna dai Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio.
Questa "licenza di uccidere" il patrimonio archeologico, senza alcun limite e alcun discrimine se non la dichiarazione che tombaroli e ricettatori operano "in buona fede" non contrasta solo con le leggi e col Codice, ma anche con l´azione intrapresa dal ministro onorevole Sandro Bondi in favore del patrimonio archeologico. Giustamente egli può vantarsi di aver continuato l´opera intrapresa dai suoi predecessori Buttiglione e Rutelli nel recupero dei beni archeologici trafugati all´estero. Giustamente abbiamo celebrato nella grande mostra Nostoi, nelle nobili sale del Quirinale, il ritorno in Italia di pezzi illegalmente esportati e finiti nelle collezioni di grandi musei a New York, Boston, Los Angeles.
Ma il principio etico e giuridico in base al quale i musei stranieri hanno cominciato a restituire all´Italia il maltolto si fonda sul fatto che essi, dopo enormi fatiche della magistratura, del Ministero, dell´Avvocatura dello Stato e dei Carabinieri, hanno finito col riconoscere la solidità giuridica e culturale del principio normativo secondo cui in Italia i beni archeologici, in quanto testimonianza di civiltà che forma contesti non segmentabili, sono di pertinenza dello Stato. Se passasse la proposta Carlucci, che legittima ogni possibile traffico e consacra la clandestinità come una virtù, con quale faccia potremmo insistere per la restituzione di altri oggetti da parte dei musei stranieri?
Non è pensabile che il Governo, e in particolare il ministro Bondi, possa accogliere, in nessuna forma nemmeno truccata o mitigata, un principio che cancellerebbe di colpo ogni regolamentazione o prerogativa statale nella conduzione dell´attività di ricerca archeologica, aprendo su tutto il territorio nazionale una gigantesca caccia al tesoro. Non è possibile che un Ministero preposto alla tutela venga (come vuole la proposta Carlucci) obbligato per legge ad «assicurare la più sollecita ed ampia diffusione della conoscenza della presente legge presso l´opinione pubblica, avvalendosi anche dei mezzi di comunicazione di massa», cioè a spendere i pochi spiccioli che restano dopo i giganteschi tagli d´estate per reclamizzare il commercio di reperti illegali. E´ sperabile che l´onorevole Carlucci, dopo aver distrattamente ripescato nei suoi cassetti del 2004 una proposta già allora bollata come impraticabile dai suoi colleghi di partito, sappia comprendere che non è il caso di insistere. Non può che andare in questo senso, lo scriviamo con fiducia, l´azione del Governo e in particolare del ministro Bondi, che tanto si sta prodigando per dare respiro e progettualità al suo Ministero pur nelle gravi difficoltà di bilancio. Ogni forma di "archeo-condono" non solo delegittimerebbe in modo irreparabile il Ministero e i suoi funzionari, e dunque anche il ministro), ma offenderebbe la secolare storia della tutela in Italia e violerebbe la Costituzione.
Nel 2004, un´identica norma fu bocciata (nonostante la fievole opposizione delle sinistre) proprio per la sensibilità istituzionale di membri del Governo. Non si vede perché non dovrebbe accadere anche adesso.

lunedì 27 ottobre 2008

CAMPANIA - CASTELLAMMARE. Una vasta parte dell’area archeologica è ancora da recuperare.

CAMPANIA - CASTELLAMMARE. Una vasta parte dell’area archeologica è ancora da recuperare.
Maria Elefante
26/10/2008 IL MATTINO

Una vasta parte dell’area archeologica è ancora sepolta a Castellammare e dovrà essere recuperata. Lo sostengono gli esperti che hanno già riportato alla luce l’entrata secondaria di villa San Marco e il grande peristilio di villa Arianna, recuperati dopo scavi e ricerche. Dalla teoria alla pratica per ammirare da vicino le colonne e i porticati. Così dopo il «Workshop nazionale sul patrimonio archeologico di Stabiae», sostenuto dalla Fondazione «Restoring Ancient Stabiae», in molti hanno potuto ammirare il risultato dei nuovi scavi archeologici. «La novità si può vedere alla destra dell’entrata di villa San Marco – spiega Gennaro Iovino, responsabile dello scavo archeologico - si tratta di un ingresso secondario accessibile dal lato Nord da una scalinata che proseguiva su un sentiero pedonale. Da studi geofisici abbiamo scoperto che questo lato della villa prosegue, altri resti di villa San Marco sono sepolti sotto un campo DI ortaggi». A percepire per primi l’esistenza di questi ambienti furono i Borbone, che con le loro ricerche disegnarono le piantine tutt’ora in uso. «Non erano segnati sulle carte - continua l’archeologo - la scala, il sentiero, i plutei e il giardino, con al centro un grosso olmo, trovato ricolmo di lapillo bianco e scoperto all’interno del piccolo peristilio dell’ingresso secondario della villa». Visibili anche i locali adibiti a depositi, due latrine (in una, l’iscrizione «Cacavi et culo non extersi», lasciata forse da un uomo recatosi in bagno dopo il terremoto per l’eruzione del Vesuvio) e un piccolo ambiente dove è stato individuato un incastro per il letto, un lavabo e un banco di cottura con una griglia in ferro. Ed è all’interno di questo piccolo ambiente che sono stati trovati alcuni oggetti, dentro una cassetta con la chiave in bronzo: due monete, una spatolina e un bottone in osso; oltre a tre brocche in restauro. Gli scavi a villa Arianna, che ne portarono alla luce una parte, furono condotti alla fine degli anni ’50 da Libero D’Orsi ma solo oggi si può ammirare la grandezza di quello che all’epoca romana era un giardino che dava sul mare. «Le ricerche hanno svelato il lato breve del grande peristilio - spiega Maria Vallifuoco, che ha seguito i lavori per la ditta Caccavo - sono così emersi tre ambienti, nove colonne due finestre e una porta. Così come a villa San Marco anche a villa Arianna le decorazioni appartengono al quarto stile, che dal punto di vista temporale non va oltre l’epoca di Nerone». Punta lontano la ricerca archeologica e il lavoro di tecnici, ma come spiega il soprintendente Pietro Giovanni Guzzo a margine del «Workshop» svoltosi con il contributo della Fondazione Ras «per scavare a Stabia occorrono molte risorse economiche». Magari, per alzare il numero di turisti dagli attuali 10mila annui a oltre 250mila, come prevede Thomas Noble Howe, coordinatore scientifico delle attività della Ras.

lunedì 20 ottobre 2008

Ercolano. Cinque sezioni di una grande mostra con 150 sculture recuperate in tre secoli di scavi.

Ercolano. Cinque sezioni di una grande mostra con 150 sculture recuperate in tre secoli di scavi.
18/10/2008 IL MATTINO

Una interessante appendice dedicata ai tessuti rinvenuti a Ercolano e Pompei. La mostra è inserita nel circuito Campania Artecard. Fino al 13 aprile 2009.

Orari: da lunedì a sabato ore 9-19,30. Martedì chiuso. Museo Archeologico Nazionale, piazza Museo Nazionale 19.

I colori del gusto. La civiltà della tavola nella pittura napoletana: un evento espositivo dedicato all’evoluzione del gusto e alla raffigurazione della cultura gastronomica partenopea con 35 dipinti e altrettanti pannelli celebra, da ieri a Villa Pignatelli, la Giornata mondiale dell’alimentazione indetta dall’Onu.

In mostra accurate riproduzioni fotografiche e numerosi dipinti di collezioni pubbliche e private, che dagli affreschi pompeiani attraverso il ’500-’600, fino al ’700-’800, tra tavole imbandite, ritratti, nature morte e composizioni allegoriche ricostruiscono una raffinata civiltà gastronomica e artistica. Fino al 16 novembre. Orari: tutti i giorni ore 8.30-13.30. Martedì chiuso. Museo Principe Aragona Pignatelli Cortes (Villa Pignatelli), Riviera di Chiaia 200. Museo Nitsch. Un’ex centrale elettrica ristrutturata nel cuore del centro storico: è la Stazione Bellini, ora sede del Museo Hermann Nitsch-Archivio Laboratorio per le Arti Contemporanee, che celebra l’artista con la mostra «Opere Recenti».

L’antico sodalizio tra Peppe Morra, ideatore del progetto e l’artista austriaco, famoso per le sue sperimentazioni, ha dato vita a uno spazio multimediale di documentazione e approfondimento dedicato alle arti plurime. Orari: da lunedì a domenica ore 10-19; martedì chiuso. Museo Hermann Nitsch, vico lungo Pontecorvo, 29/d. Camera con vista. «Camera con vista. Uno sguardo sulla videoarte a Napoli» è la mostra in corso al Palazzo delel Arti di Napoli nella nuova video-room. In rassegna le opere e i lavori di oltre venti artisti napoletani selezionati a cura di Eugenio Viola e Adriana Rispoli. Fino all’8 dicembre. Orari: da lunedì a domenica, ore 9-19 (domenica fino alle 14). Martedì chiuso. Pan-Palazzo Roccella. Via dei Mille 60

Parco di Veio, discariche ad ogni angolo

Parco di Veio, discariche ad ogni angolo
ELENA PANARELLA
Il Messaggero 20/10/2008

Un nuovo insulto nel Parco di Veio. Dopo le discariche a cielo aperto, gli abusi edilizi, gli scavi archeologici lasciati incustoditi, quest`area immensa di quindicimila ettari, e ricoperta
in gran parte da rifiuti di ogni genere. Materassi, frigoriferi, carcasse di auto, motorini, bombole del gas, divani. Ma anche mobili, reti, resti di cucine e pali della luce accatastati accanto alle tombe etrusche e alle bellezze naturali del Parco regionale di Veio. Montagne di rifiuti abbandonati persino all`ingresso della
strada che porta alla chiesa più significativa del parco, il Santuario della Madonna del Sorbo, tra Campagnano e Formello.
«E` veramente un peccato vedere questo luogo trasformarsi sempre più in una gigantesca discarica. Qualcuno salvi il parco», raccontano Marco e Sandra F., a passeggio all`interno del parco. «Non è bastato tutto lo scempio fatto negli anni - si sfogano entrambi - ora mentre cammini invece di imbatterti nelle splendide
necropoli, trovi solo rottami. E` una vergogna; nessuno interviene». C`è anche chi segue dei percorsi fai-da-te, in
bicicletta. «Questo patrimonio lo stiamo distruggendo - si
sfoga, Carlo Servi, che ogni domenica, percorre chilometri con la sua bici - Il valore storico, archeologico e paesaggistico deve fare purtroppo i conti con lo stato cronico di abbandono e con i continui scempi ambientali. Ma lo stato di abbandono di questo luogo sta anche nella completa mancanza di cartelli, di punti di riferimento».
L`attuale stato di abbandono e di degrado all`interno del Parco «impone una seria riflessione su come l`Ente di gestione intende perseguire i suoi scopi fondamentali di tutela e valorizzazione
dei territorio», ribadisce Luigi Camilloni, Presidente dell`Osservatorio Sociale.
«Il fenomeno dell`abbandono indiscriminato dei rifiuti sia speciali che ingombranti prosegue Camilloni - non risparmia neanche l`area archeologica di Veio (area urbana e necropoli monumentali circostanti) dove addirittura interi sentieri sono lastricati di calcinacci e a pochi passi dalla necropoli di Monte Michele si possono vedere carcasse di motorini, sedili e rottami di autoveicoli. Per non parlare dei frigoriferi, delle bombole del gas e di altro vario genere di rifiuti abbandonati all`interno dei sistemi di cunicoli di drenaggio e captazione che risalgono alla metà del VI secolo a.C. e che costituiscono ancora una peculiare e suggestiva caratterizzazione del paesaggio agrario antico della zona». E una vergogna a cielo aperto «che tonnellate e tonnellate di rifiuti di vario genere siano abbandonati ovunque all`interno del Parco ed anche in un`area di grande interesse nazionale come quella archeologica dell`antica città di Veio - continua il presidente dell`Osservatorio sociale - che la vede in gran parte ancora da scavare e studiare ma soprattutto da rendere fruibile in tutte le sue parti, perché in tutto il territorio sono state individuate una fitta maglia d`insediamenti antichi». Il Parco di Veio era sorto al fine di salvaguardare gli habitat naturali e la biodiversità delle aree a Nord di Roma, oltre che per tutelare e valorizzare i beni archeologici e le zone di valore storico artistico. I cittadini non vogliono ragsegiarsi, e sperano in un cambiamento. «Ogni tanto fanno piccoli interventi ma a poco servono,
visti i risultati. Non possiamo abbandonare il parco nelle mani
di chi vuole distruggerlo e far finta di niente», racconta un gruppo di anziani. Lo scorso maggio è stata scoperta dai guardiaparco nella zona di Pisciacavallo, in prossimità del torrente Fosso della Torraccia, all`altezza del ventunesimo chilometro della via Flaminia, una grossa discarica.
I guardiaparco avevano visto due camion in procinto di scaricare altro materiale. La scoperta della enorme discarica è avvenuta in seguito ad un controllo su un`area di circa 4 ettari che aveva già subito in passato sei sequestri cautelativi per opere abusive, All`origine dell`intervento c`era stato un esposto. Qualcuno aveva notato lavori abusivi, la modifica del livellamento del terreno. Nell`area sequestrata c`era anche una piazzola per il ricovero di autocarri, oltre ad una montagna di rifiuti costituita soprattutto da materiale proveniente da demolizioni: asfalto, cemento, calcinacci, traversine ferroviarie, ferro. Tutto materiale che avrebbe dovuto essere stoccato in una discarica per rifiuti speciali.

venerdì 10 ottobre 2008

Tarquinia. Ricostruito il Tempio di Apollo

La Repubblica Roma 10.10.08
Al Palazzo delle Esposizioni la grande mostra a cura di Mario Torelli e Anna Maria Moretti
Appuntamento martedì 21 ottobre con i capolavori da Veio, Cerveteri, Vulci e Tarquinia. Ricostruito il Tempio di Apollo
Le metropoli etrusche
di Carlo Alberto Bucci

Nell´ottagono di Piacentini che al palazzo delle Esposizioni evoca il Pantheon di Roma, sta prendendo forma il tempio di Portonaccio a Veio. Lo stanno realizzando gli scenografi in vista dell´apertura, il 21 ottobre, della grande mostra "Etruschi, le antiche metropoli del Lazio". Il tempio è di cartapesta. Ma non si tratta delle prove generali per il parco a tema sulla romanità (archeologia virtuale e d´intrattenimento nella città che trabocca di antichità vere). Bensì della ricostruzione filologica, uno a uno, di parte dell´edificio, del VI secolo a. C., che sintetizza al meglio la peculiarità artistica di Veio, la coroplastica. Furono infatti plasmate nell´argilla le figure di Apollo, di Eracle e di Latona, condivise dagli etruschi, dai greci e dai romani. E i tre capolavori in terracotta policroma del museo di Valle Giulia, forse realizzati dallo stesso maestro cui Tarquinio il Superbo commissionò la quadriga in cima al tempio di Giove Capitolino, saranno esposti all´ingresso della mostra. Ma per terra perché saranno le copie delle tre divinità a salire sul tetto del tempio tuscanico.
Neanche il Mediterraneo riuscì a tenere separati i popoli che vi s´affacciavano. Tantomeno il Tevere fu un limite al confronto, in pace come in guerra, tra gli Etruschi, i Latini, i Sabini e gli Umbri. Ed è un fiume ricco di contaminazioni - e carico di importanti di riflessioni intrecciate tra aspetti culturali e cultuali, economici ed estetici - il percorso espositivo ideato da Mario Torelli (autore del progetto scientifico) e da Anna Maria Moretti (fino al 6 gennaio, biglietto 12,50 euro, ma il martedì 9 per i cittadini del Lazio). Una mostra promossa dalla Regione Lazio per raccontare le grandi città dell´Etruria meridionale: Veio, Cerveteri, Vulci e Tarquinia, ma nel loro rapporto, di amore e odio, con la metropoli nascente, Roma. E sono questi gli elementi caratterizzanti l´esposizione romana rispetto a quella veneziana, altrettanto grande, del 2001 a Palazzo Grassi.
Se Veio fu la perla nell´arte della terracotta policroma, Cerveteri - scomparsa l´architettura civile - è grande per la sua città dei morti scavata nel tufo: e la mostra proporrà la ricostruzione «di una delle più singolari realizzazione di questa architettura funeraria», spiega il professor Torelli, la stanza che ha dato il nome alla tomba delle Cinque sedie. Legata a Cerveteri per l´esibizione del lusso e della cultura proveniente dalla Grecia (e lo sfarzo ellenistico è documentato in mostra da monili, gioielli, metalli preziosi per le cerimonie delle nozze e del simposio) è Vulci la cui peculiarità fu però la scultura monumentale (come la "Testa di leone ruggente" che arriva da Berlino) scavata nel duro tufo locale, il nefro.
Infine Tarquinia, il regno della pittura. Dall´area sacra di Gravisca arrivano decine di ex voto che narrano dei riti di morte e resurrezione di Adone, il giovane amato e straziato da Afrodite, poi venerato dalle prostitute. Spazio anche agli affreschi, con scene di banchetto, strappati all´inizio del �900 dalla tomba di Tarantola: sparirono dopo il disastro dell´alluvione di Firenze ed è la prima volta che vengono proposti in pubblico (né mai sono stati fotografati), per di più nella disposizione originaria. Opera fondamentale per raccontare la monarchia etrusca che regnò sui sette colli - tema finale della mostra - è la tomba François da Vulci. Gli organizzatori avevano chiesto ai proprietari il prestito del ciclo con le storie di Mastarna (così gli etruschi chiamavano Servio Tullio) e dei due Vibenna. Ma i Torlonia non hanno neanche risposto alla lettera. E così sarà la ricostruzione virtuale (schermi/pareti con immagini proiettate sul retro) a portare il pubblico tra le storie e i fasti della Roma etruschizzata.

mercoledì 8 ottobre 2008

Botticelli e la «vera identità» di Pallade

Corriere della Sera 8.10.08
La donna che doma il Centauro sarebbe in realtà la vergine Camilla
Botticelli e la «vera identità» di Pallade
di Wanda Lattes

La notizia sorprenderà gli studiosi del Rinascimento e i milioni di pellegrini che vengono agli Uffizi per Botticelli: la donna biancovestita che doma il Centauro nella grande tela (due metri per un metro e 47, nella foto) dipinta da Sandro per la famiglia Medici, non è la dea Minerva ma Camilla, un'eroina celebrata da Virgilio nell'Eneide e ben conosciuta nella Firenze del Quattrocento.
Il quadro, esposto non lontano dalla «Venere » e dalla «Primavera», dovrebbe dunque cambiare il proprio titolo («Pallade e il Centauro »). L'ipotesi, già formulata in ambito accademico, trova ora ulteriori conferme che saranno illustrate venerdì prossimo a Firenze da Barbara Deimling, durante la prima giornata del convegno internazionale dedicato a Botticelli e a Herbert Horne, suo massimo studioso, dalla Harvard University, dalla Syracuse University e dalla stessa Fondazione Horne (l'occasione è il centenario della pubblicazione della fondamentale monografia sul Botticelli firmata da Horne).
Molti i temi che saranno affrontati durante il convegno (www.museohorne.it). Ma la relazione di Barbara Deimling, storica dell'arte e direttrice della Syracuse, sembra destinata a provocare vera emozione. Riassumendo i fatti bisogna ricordare come il titolo di «Pallade e il Centauro» sia stato attribuito soltanto nel 1895 da William Spencer, un amatore inglese, dopo che la tela, abbandonata a lungo in un corridoio di Palazzo Pitti, era stata riportata ai dovuti onori. La storia, narrata da Horne, ricorda come il riconoscimento di Pallade nella donna fino ad allora chiamata «Allegoria» fosse legata a un arazzo nel quale Botticelli riprendeva la leggenda di Minerva vittoriosa.
Ma la Deimling adesso porta elementi probanti. Camilla, il personaggio dell'«Eneide», la vergine combattente dei Volsci, è raffigurata con veste, acconciatura, armi, ornamenti, piante simboliche simili a quelle dipinte da Botticelli, in decine di cassoni, affreschi, ceramiche dell'epoca. E il suo gesto di dominio sul Centauro corrisponde alla leggenda di una donna che vince gli istinti bestiali.

venerdì 3 ottobre 2008

La Terra dei ghiacci torna verde

La Terra dei ghiacci torna verde
Il Messaggero del 3 ottobre 2008, pag. 19

di Riccardo De Palo

I primi vichinghi che la colonizzarono - alla fine del primo millennio dopo Cristo - la chiamarono "terra verde" perché d’estate, a quel tempo, era ricoperta di prati e di alberi come la Norvegia. Oggi la Groenlandia è una terra inospitale e sommersa dai ghiacci per buona parte dell’anno. Ma qualcosa, grazie al surriscaldamento globale, sta cambiando. Lo spesso strato gelato che la ricopre da secoli comincia a scomparire. Le balene, le foche e gli uccelli tradizionalmente cacciati dagli Inuit cambiano rotta, in cerca di climi più freddi. Ma, paradossalmente, sarà proprio grazie a questo rivolgimento epocale che, il prossimo 25 novembre i 57 mila abitanti dell’isola più grande del mondo potranno votare senza timori la propria indipendenza dalla Danimarca.



«Finora - spiega Alega Hammond, ministro groenlandese delle Finanze e degli Esteri - abbiamo rinunciato alla sovranità per ragioni economiche». Il Paese, infatti, dipende totalmente dagli aiuti di Copenaghen, che ogni anno versa nelle casse di Nuuk - la capitale - l’equivalente di 400 milioni di curo l’anno. E anche le derrate alimentari, in primis frutta e verdura fresca, sono sempre arrivate via mare da qualche Paese lontano.



Oggi questo popolo antico abituato a pescare tra i ghiacci e a correre su slitte trainate da cani ha capito che il surriscaldamento globale è un vero guaio che comporterà l’abbandono di tante sue tradizioni. Ma i pescatori hanno appena scoperto che banchi di merluzzi abituati a nuotare in acque ben più calde di queste cominciano a popolare le coste meridionali dell’isola. I negozi della capitale iniziano a offrire patate e broccoli di produzione locale, miracolosamente forniti da campi dove un tempo crescevano - si fa per dire soltanto gli igloo.



La sorpresa più grande è stata la ricchezza del sottosuolo, delle aree finalmente sgombre dai ghiacciai. Vicino alla città di Uummannaq, sono state scoperte miniere di piombo e di zinco. Specialisti nelle prospezioni di oro e diamanti hanno invaso il Sud dell’isola. La compagnia Alcoa sta per costruire un grande impianto per l’estrazione di alluminio. E, ciliegina sulla torta, i prezzi di queste materie prime stanno crescendo in maniera rilevante e su scala globale. Quando anche il restante ottanta per cento del territorio sarà (se lo sarà) disponibile per le ricerche minerarie, le casse del nuovo Stato potranno godere di entrate ingenti e ininterrotte.



Più in là, sotto le acque dell’Atlantico lasciate libere dai ghiacci, ci si aspettano sorprese ancora più ghiotte. L’Istituto geologico americano stima che al largo delle coste nordoccidentali della Groenlandia si trovino 31 miliardi di barili di petrolio e di gas non ancora scoperti. E da Ovest, tra le acque che dividono l’isola dal Canada, potrebbero arrivare altri miliardi di barili. Alcune multinazionali, Exxon e Chevron in testa, stanno già effettuando prospezioni petrolifere.



In novembre, il referendum sarà solo una formalità. Il piano che porrà porre fine alla sovranità "limitata" in vigore dal 1978, dovrebbe garantire al governo locale 16 milioni di dollari di entrate grazie ai giacimenti di petrolio e di minerali. Quando i proventi cresceranno, saranno divisi in parti uguali tra Danimarca e Groenlandia, fino al giorno in cui i sussidi dì Copenaghen non saranno più necessari. E Nuuk, la città del "Senso di Smilla per la neve" diventerà la capitale di uno Stato indipendente, sette volte più grande dell’Italia.

Venere, Apollo e la sua ninfa storie di straordinaria tutela

ROMA - Venere, Apollo e la sua ninfa storie di straordinaria tutela
RENATA MAMBELLI
VENERDÌ, 03 OTTOBRE 2008 LA REPUBBLICA - Roma

In mostra nell´Anfiteatro Flavio sessanta pezzi arrivati da tutto il mondo. In occasione del centenario del regolamento ministeriale
Le metope dei templi di Selinunte E un Canova mai visto

Sono capolavori che hanno attraversato i continenti, quelli esposti da ieri al Colosseo nella mostra "Rovine e rinascite dell´arte in Italia", organizzata dal Ministero per i Beni Culturali e in particolare dalla Soprintendenza speciale per i Beni Archeologici di Roma. C´è la Venere de´ Medici, uno splendido marmo di Antonio Canova, di cui Napoleone si era innamorato: fu nascosta a Palermo per sottrarla alle sue brame, ma invano. L´imperatore si decise alla fine a pagare una fortuna per portasela via. Nel 1815, però, la statua, tornò finalmente a Firenze, e per sempre. Ci sono le Metope dei templi di Selinunte, del 500 a. C., scoperte da due architetti inglesi nel 1823 mentre compivano uno scavo clandestino: non riuscirono a portarle a Londra, com´era loro intenzione, furono bloccati dalla polizia del Regno di Napoli e ora le Metope sono nel Museo archeologico di Palermo. Rubate, nascoste, vendute - Goethe si rimproverò per tutta la vita di non aver acquistato una statua di ninfa del 140 d. C., nota, appunto, come Ballerina di Goethe, anch´essa in questa mostra-, trafugate come bottino di guerra, soprattutto da Napoleone durante la campagna in Italia, ma anche dalle SS tra il ?40 e il ?45, che riempirono treni con statue, reperti, quadri. Oppure lasciate in eredità, regalate a qualche principe che non si fece remore di donarle a sua volta, mettendole a rischio in paesi poi travolti da guerre e rivoluzioni. Molti di questi capolavori hanno passato infinite dogane, abilmente nascoste, oppure sono finite nello zaino di qualche turista intraprendente. Avventurosa, in particolare, la storia dell´Apollo Citarista, splendido bronzo del I secolo a. C., nascosto durante la guerra nell´abbazia di Cassino, trafugata dai paracadutisti della Divisione Hermann Goering che volevano farne omaggio al loro maresciallo, nascosta dai nazisti prima della caduta in una miniera di sale presso Salisburgo dove alla fine fu trovata dagli Americani e restituita all´Italia.
C´è poco da stupirsi, d´altra parte, se si pensa che fino a un secolo fa - il primo regolamento organico di tutela, che si celebra con questa mostra, è del 1909 - le opere d´arte erano di chi se ne appropriava, e c´era già da ringraziare il cielo se chi lo faceva era un collezionista. Il capolavoro fuggiva all´estero, ma restava ben custodito. La storia dei secoli passati, per quanto riguarda l´arte, è piena di distruzioni. Basta pensare a quello che avvenne dopo la caduta dell´Impero Romano: quanto veniva risparmiato dalle distruzioni delle incursioni dei barbari - e spesso anche dei saraceni - veniva usato per fare calce, come toccò a molti marmi di pregio. I cristiani si intestardirono, per di più, a cancellare le tracce delle divinità "idolatre". In seguito, ci pensarono i bottini di guerra a fare piazza pulita dei capolavori.
Col Rinascimento, però, se le nuove scoperte attirarono a Roma torme di mercanti affamati di opere d´arte, cominciò anche un´attenzione diversa verso le antichità. E anche l´ingordigia dei francesi dell´età Napoleonica, per assurdo, insegnò ai popoli italici che quei marmi e quei bronzi erano un patrimonio. Da difendere, appunto. Le sessanta opere riunite nel Colosseo e provenienti dai maggiori musei italiani e stranieri, sono la testimonianza dei diversi livelli raggiunti nel nostro paese nella tutela del patrimonio storico e artistico del paese. Ed è interessante che il secolo che ha fatto di più, in questo senso, sia stato proprio il ?900, che ha visto anche tante ruberie e tanti furti. Ma c´è una statua, in questa mostra, che avrebbe dovuto esserci e invece non c´è, non a caso: è la Venere di Cirene, che è stata da poco restituita dall´Italia alla Libia. Un´altra preda di guerra che ha ripreso la strada del paese da dove era venuta.