sabato 31 maggio 2008

BIOTERRORISTI CON I MONTONI I MAESTRI FURONO I GENERALI ITTITI

Tst tutto Scienze e tecnologia 14-05-2008

BIOTERRORISTI CON I MONTONI I MAESTRI FURONO I GENERALI ITTITI

Usarono il batterio della Tularemia per difendere il proprio impero

EUGENIA TOGNOTTI UNIVERSITA'DI SASSARI
La prima arma biologica della storia sarebbe stato un batterio, il Francisella arensis: responsabile di una zoonosi, la Tulare è tuttora considerato come una possibile e micidiale arma utilizzabile dai fanatici del bioterrorismo.
La suggestiva teoria - corredata di dati e cronologie - ha trovato ospitalità nella prestigiosa rivista «Journal of Medical Hypotheses». La storia della guerra batteriologica avrebbe avuto inizio più di 3 mila anni fa con gli ittiti, abitanti del potente impero che, all'epoca, dall'attuale Turchia stava estendendo il proprio dominio e affrontando una lunga serie di guerre con popoli di varia provenienza. Proprio in uno di questi conflitti avrebbero utilizzato contro i loro nemici pecore e montoni affetti da Tularemia - o febbre dei conigli - una malattia estremamente contagiosa e in grado di trasmettersi dagli animali agli uomini: questi, infatti, possono infettarsi sia ingerendo acque o carni contaminate sia inalando materiale infetto sia, ancora, maneggiando animali malati oppure attraverso punture di zecche, zanzare e tafani.
ANTICHI DOCUMENTI
Rara, ma ancora presente in alcuni Paesi dell'Europa dell'Est come la Bulgaria,
l'infezione - che presenta una grande varietà di manifestazioni cliniche legate
alla via di introduzione e alla virulenza del ceppo - può essere fatale nel 15
per cento dei casi senza un adeguato trattamento antibiotico.
Ammesso che sia corretta l'interpretazione degli antichi documenti da parte
dell'autore, Siro Trevisanato, un ex microbiologo (studioso di Oakville,
Ontario, Canada) e con la passione della storia,
tutto sarebbe cominciato con una devastante epidemia scoppiata in Medio Oriente
nel XIV secolo a.C., ricordata come «La peste ittita». Da quanto si evince dalle
lettere al faraone egiziano Akhenaton (1359 a.C. - 1342 a.C. circa), il
perdurare della pestilenza, che infieriva nella città fenicia di Simyra, ai
confini tra il Libano e la Siria, aveva consigliato alle autorità di vietare che
nelle carovane che entravano in città fossero utilizzati gli asini (tra i 150
mammiferi soggetti all'infezione): è una decisione che farebbe pensare proprio a
un collegamento tra questi animali e la vasta crisi epidemica provocata dalla
Tularemia. Dieci anni più tardi gli ittiti attaccarono quella città e con il
bottino si portarono dietro anche l'infezione degli animali razziati. Quasi
subito, infatti, la popolazione fu colpita dalla malattia, che uccise anche il
loro sovrano. Fu un periodo di emergenza: delle condizioni di debolezza che si
crearono nell'impero approfittarono i popoli confinanti di Arzawa, stanziati
nell'Anatolia occidentale, e intenzionati ad estendere i loro confini.
Negli scontri che seguirono, tra il 1320 e il 1318 a.C, cominciarono ad
apparire, misteriosamente, in molte zone del loro territorio dei montoni. Furono
catturati, trasportati nei villaggi, macellati o inseriti negli allevamenti. Ma
questi animali - secondo Trevisanato - erano i micidiali vettori della prima
arma biologica della storia, proprio il batterio Francisella tularensis.
Trasmessa per contatto diretto con gli animali infetti o per mezzo di insetti,
la Tularemia si diffuse quindi rapidamente tra la p"obáu ne, che cominciò a
collegare la strana comparsa degli animali, intenzionalmente inviati nelle loro
terre, con la diffusione della malattia.
Il risultato fu quello sperato dagli ittiti: riuscirono a battere i nemici.
Loro, perciò, potrebbero fregiarsi del titolo di primi bioterroristi: avevano
avuto l'intuizione di indebolire il nemico con un'epidemia, inducendolo ad
abbandonare la guerra di aggressione.
Ripresi da innumerevoli giornali, d'informazione e scientifici, i risultati
dello studio hanno fatto il giro del mondo, sebbene con i limiti che ricercatori
ed esperti di armi chimiche e biologiche non hanno mancato di segnalare. Per
esempio il microbiologo Mark Wheelis: professore all'Università della California e autore di un libro sulla guerra biologica prima del 1914 («Biological warfare before 1914») ha osservato che per considerare i montoni una possibile arma «alternativa» si dovrebbe trovare la prova che l'intento degli ittiti fosse esattamente quello di trasmettere la malattia.
Fino a che questo obiettivo non sarà dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio, si resta ancora nel campo della teoria e della speculazione. E questa - aggiungono altri ricercatori - presta il fianco a una serie di critiche, anche riguardo all'interpretazione retrospettiva dei documenti storici e all'identificazione della «peste ittita» con la Tularemia, che presenta almeno sei forme cliniche, tra cui quelle polmonare e tifoidea, che possono essere confuse con quelle di altre patologie. E infatti si deve tenere conto degli enormi problemi correlati alla difficoltà d'identificazione delle malattie del passato solo sulla base di fonti storico-letterarie, con tutte le incertezze derivanti da successive traduzioni di sintomi e segni.
MANUALE DEI CINQUECENTO
In attesa di nuove informazioni dovremmo forse restare, per quanto riguarda le prime prove delle guerre batteriologiche, a un manuale di guerra italiano del Cinquecento: descriveva come preparare «misture» atte a produrre gravi malattie nel nemico attraverso l'avvelenamento di acque e alimenti.

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