domenica 27 gennaio 2008

Un mito da riscrivere «Re Artù era un eroe dell’antica Grecia»

Un mito da riscrivere «Re Artù era un eroe dell’antica Grecia»
A cura di David Keys
Tratto da "La Stampa" del 23 luglio 2004
LONDRA - E’ una delle leggende più fortunate del Medioevo, è la storia di Re Artù. In realtà, sarebbe molto più remota di quanto si è sempre pensato: è nata nella Grecia antica, oppure in Turchia o in Mesopotamia. Lo sostiene Graham Anderson, professore di studi classici all’Università del Kent, e autore del saggio «King Arthur in Antiquity», con una numerosa serie di prove: il suo studio lega direttamente la mitologia classica con le leggende arturiane del Medioevo, legando così per la prima volta in un tutto unico i grandi racconti epici che caratterizzano la grande tradizione dell’Europa. Anderson ha scoperto due proto-Artù: il primo risale alla Grecia dell’Età del Bronzo, mentre il secondo compare nella Lidia dell’VIII secolo prima di Cristo. «La mia ricerca - spiega - vuole dimostrare che Artù è molto più antico, di almeno un millennio». Il primo è Re Arkas, sovrano del regno di Arcadia, in Grecia: a lui era associata una leggenda che parla di una città, «Il Tavolo», e di un’arma, una clava, nota come Kalabrops. E’ significativo che la spada magica di Artù, Excalibur, fosse inizialmente nota come Caliburnus. Quanto alla città, aveva un grande altare (o tavolo), dedicato a Zeus. Lì i primi abitanti dell’Arcadia avevano deciso di elevare alcuni sacrifici umani in onore del dio, ma Zeus si infuriò e, sconvolto dalla loro crudeltà, rovesciò l’altare e provò ad annegare tutti i suoi fedeli con un diluvio in stile Noè. Arkas (che sarebbe più tardi divenuto Arcturus) e Artù (derivato dal nome latino Artorius e da quello più arcaico Arctus, che significa orso) hanno anche un altro punto in comune: entrambi erano considerati depositari delle conoscenze dell’agricoltura. Ma Anderson è convinto di aver risolto il mistero maggiore, vale a dire le origini mitologiche della famiglia di Artù e della sua regina, Ginevra. Ha scoperto che il proto-Artù dell’Arcadia, Arkas, era figlio di una donna di stirpe reale chiamata «La Più Grande» e «Figlia dell’Uomo Drago». Nelle storie arturiane il re è noto come Artù «Pen Dragon», capo-drago. Inoltre, una delle mogli di Arkas era Ganeira (probabilmente Gwaneira in greco antico): significa «Fantasma splendente» in greco antico, proprio come nel nome scozzese Gwenhwyfar. Altre «declinazioni» di questo nome si trovano in numerose storie medievali, non solo francesi, come Ginover e Guenievre, mentre in Inghilterra gli equivalenti sono Gaynor e Waynor. Il secondo proto-Artù - quello anatolico, vale a dire Re Ardus - era conosciuto nella storiografia greca come «Il più grande di tutti i cavalieri». Il suo nome risulta molto simile alla versione francese di Artù, vale a dire Artus. Come se non bastasse, se uno dei nemici di Ardus era Kerses, uno degli avversari di Artù è Cerses. D’altra parte, la Lidia dell’VIII secolo a.C. era dominata da un sovrano chiamato Myrtilus (il sempreverde), che presenta una serie di straordinarie somiglianze con Bertilak, il Cavaliere Verde del ciclo arturiano. L’uno e l’altro avrebbero incoraggiato un personaggio noto come «Il Falco» a tessere una relazione clandestina con la propria moglie. Sia la Lidia antica che il ciclo medievale arturiano condividono poi il tema della «Waste Land», la terra perdura, un territorio condannato a restare un deserto, finché non venga cancellata una terribile maledizione. Per Artù la possibilità di salvezza è legata alla ricerca del Santo Graal. Ultima prova: la mitica città di Sarras, dove termina proprio la ricerca del Graal, deriverebbe dell’antica capitale della Lidia Xuaris (pronunciata Swarris). Sia gli abitanti della Lidia che i Greci avrebbero ereditato alcuni aspetti dei loro proto-Artù da una serie di leggende mediorientali. Queste storie si sarebbero trasmesse oralmente fino al VII-VI secolo a.C. e sarebbero poi state registrate da vari autori in forma scritta tra il V e il III secolo, e tra questi Erastotene. Furono i Romani - come Plauto e Ovidio - a rielaborarle ulteriormente, finché furono assorbite dai Britanni, che le traghettarono fino all’alba del Medioevo.

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