domenica 27 gennaio 2008

Cagnacci, la via romagnola a Caravaggio

l’Unità 27.1.08
Cagnacci, la via romagnola a Caravaggio
di Renato Barilli

SEICENTO A differenza del più aulico Furini in mostra a Firenze, l’artista di Romagna in mostra a Forlì segue la lezione del grande Merisi con un’inflessione tutta particolare, carnale e «quotidiana»

Ho già segnalato la fortunata circostanza che consente di visitare in contemporanea mostre dedicate al fiorentino Francesco Furini e al romagnolo Guido Cagnacci, l’uno proprio a Firenze, Palazzo Pitti, l’altro nel complesso monumentale del S. Domenico a Forlì. A unirli, quel dato curioso dei seni femminili nudi al vento di cui furono strenui ed efficaci cultori, riscuotendo ai loro tempi ammirazione e riprovazione in parti uguali. Ma visti da vicino, i due inevitabilmente si differenziano, come permette di constatare la mostra che al Cagnacci (1601-1663) ora viene dedicata appunto a Forlì (a cura di Daniele Benati e a Antonio Paolucci, fino al 22 giugno, cat. Silvana). A fare la differenza, contribuiscono intanto i ben diversi contesti culturali e geografici. Il Furini vive quella sorta di autunno delle passate grandezze, e di tramonto delle glorie medicee, da cui è dominato il Seicento fiorentino. Si devono apprezzare gli sforzi di una studiosa come Mina Gregari impegnata a dimostrare che il Seicento toscano non è poi del tutto indegno della grandeur trascorsa, e così è senza dubbio, ma ciò non toglie che Firenze in quegli anni ceda la leadership detenuta invariabilmente per alcuni secoli, e ad approfittarne è il territorio emiliano-romagnolo, che forse per la prima e unica volta nella sua storia assurge a un primato nazionale, e perfino europeo, non solo per virtù propria, ma beneficiando del fatto, per altri aspetti infelice, di essere all’ombra della Roma papale. Si aggiunga a questa liaison, felice almeno sul piano pittorico, il dato etnico, perfino con qualche rischio folclorico, insito nel tradizionale «sangue romagnolo». Infatti i nudi, le immagini erotiche del Furini si collocano in un clima nevrotico, perfino malato, anche per la curiosa doppiezza dell’artista che divenne sacerdote, vivendo sulla propria pelle un contrasto tra il diavolo e l’acqua santa. Al contrario le nudità di Cagnacci si pongono in un contesto più sano, tranquillo, perfino casalingo, come se fossero di buone massaie, di «rezdore», come si dice da quelle parti, disposte a denudarsi nell’intimità delle proprie stanze per resistere all’afa, cedendo a deliqui, a svenimenti, ma forse anche a salutari pennichelle.
Ad accostare i due rispettivi percorsi c’è attorno ai loro vent’anni d’età, e negli anni ’20 del secolo, un comune inevitabile soggiorno a Roma, dove furono entrambi colpiti dalla rivoluzione caravaggesca, ma mentre di questa nel Fiorentino ci sono tracce effimere, l’altro la intende più da vicino, traendo profitto proprio da un Caravaggio giovanile, quale ben attestato, in mostra, dalla Maddalena penitente. È il Caravaggio «pittore della realtà», nell’accezione più stretta, in quanto il suo occhio viene calamitato da una singola figura, non ancora avvolta nelle tenebre, ma al contrario nitidamente colta, quasi con sharp focus. Una sorta di precisionismo avanti lettera che il giovane rivoluzionario condivide col più anziano Orazio Gentileschi, anche lui giustamente documentato in mostra con una sua Maddalena. Tra parentesi, l’intera vicenda tra Cagnacci e Furini e loro maestri si può ben ridurre a una storia di Maddalene, e di Cleopatre, condite dall’uno e dall’altro in salse diverse. Ma il romagnolo, colpito da un autentico caravaggismo, trae dal maestro una sodezza di carni, e una capacità di fare il vuoto attorno alle figure. A Roma egli condivide l’abitazione addirittura col Guercino, uno dei grandi interpreti della Scuola bolognese, e alla sua formazione non è stato indifferente neppure il padre fondatore, Ludovico Carracci, e beninteso da tutti loro egli si sente vieppiù indotto a dipingere con colori densi, grassi, fortemente sensuali. Ma non li segue affatto nella propensione a comporre «macchine» gremite di figure, secondo i ritmi industriosi e agitati del barocco. Vale davvero quel calamitarsi su una figura per volta che egli ha tratto dal primo Caravaggio, e che poi va a conciliarsi con l’insegnamento di un altro Bolognese di razza, Guido Reni.
E dunque risulta davvero esemplare il sottotitolo della mostra, che pone il Nostro tra Caravaggio e Guido Reni, se solo si precisa che il Divino Guido giunge a influenzarlo per i suoi esiti finali, quando il Reni scioglie i gruppi, dandoci singole immagini, busti, volti, ma resi pallidi, opalescenti, lunari. Il Cagnacci lo segue nell’appuntarsi su protagonisti isolati, «uno per volta per carità», ma mantiene, della iniziale partenza caravaggesca, una consistenza piena di carni. Che l’artista romagnolo non ami affatto le composizioni gremite e intricate, le «macchine» stupefacenti, lo si vede dai due quadroni realizzati per il S. Mercuriale della sua città. Gli angeli si librano nel cielo azzurro, ma si sente che non sono affatto disposti a rinunciare alla propria individualità per fare gruppo, preferirebbero atterrare, essere inquadrati entro uno spazio fatto su misura, meglio insomma il dipinto da cavalletto che la pala d’altare. E infatti il clou della mostra forlivese sta nella galleria finale, allestita in un soppalco, dove sfilano i busti delle brave massaie, di appartenenza sacra o profana, che amano tanto alleggerirsi, dare aria alle pelli roride di sudore, quasi senza malizia. Tanto è vero che la galleria non è solo al femminile, il Nostro ama spogliare anche santi e guerrieri, come sgusciare dei gamberoni fuori dalle corazze e farli apparire a nudo, rosei e paffuti.

Guido Cagnacci Protagonista del Seicento tra Caravaggio e Reni Forlì Musei San Domenico Fino al 22 giugno

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