martedì 29 gennaio 2008

Sessant'anni fa moriva per mano di un fanatico il Mahatma

La Repubblica 29.1.08
La lezione che l’Occidente ignora
Sessant'anni fa moriva per mano di un fanatico il Mahatma
di Federico Rampini

Aveva 78 anni e pesava 49 chili quando un fondamentalista gli sparò tre colpi
Che cosa resta dell´artefice della nonviolenza in un mondo che ama pochissimo la pace

«Il venerdì 30 gennaio 1948 - racconta Rajmohan Gandhi - cominciò come tutti gli altri giorni per mio nonno. Si svegliò alle tre e mezzo del mattino, recitò la sua preghiera preferita: Perdonami, o Dio misericordioso, per tutti i miei peccati. Non chiedo il paradiso né la mia liberazione ma la fine del dolore per tutti coloro che soffrono...». A 78 anni, stremato dai ripetuti digiuni di protesta, Gandhi era ormai ridotto a uno scheletro: pesava 49 chili. «Quel pomeriggio alle cinque uscì per andare al terreno di preghiera. Camminava appoggiandosi alle nipotine Abha e Manu, in mezzo a due ali di folla. Un giovanotto, Nathuram Godse, arrivò di corsa, diede uno spintone a Manu, si piazzò di fronte a Gandhi puntando una pistola. Tre colpi in rapida successione, uno allo stomaco e due al petto. Mio nonno si accasciò tra le braccia di Abha. Mormorò soltanto He Rama: oh Dio. Una macchia rossa di sangue sporcò il vestito di cotone candido. Con le mani giunte in un ultimo segno di saluto e di preghiera, si accasciò per terra». Godse era un giovane giornalista militante, della corrente più fanatica del nazionalismo indù. Venne arrestato, condannato a morte e giustiziato. Membro della casta braminica, odiava in Gandhi il fautore della riconciliazione con i musulmani. Molti come Godse avevano giurato di eliminare il Mahatma. L´inventore della resistenza passiva, il leader del più grande movimento di liberazione nella storia umana, il padre dell´India indipendente che aveva messo in ginocchio l´impero britannico, era ormai da tempo lui stesso un condannato a morte in attesa di esecuzione.
Il calvario di Gandhi comincia almeno un anno prima del suo assassinio. Già all´inizio del 1947, mentre gli inglesi devono rassegnarsi all´inevitabile indipendenza indiana, accettano anche il diktat della comunità musulmana: il leader Mohammed Ali Jinnah vuole la secessione delle regioni settentrionali a maggioranza islamica. L´indipendenza deve coincidere con la spartizione e la nascita del Pakistan. Ma la fondazione di uno Stato islamico, che Gandhi ha avversato fino all´ultimo, non sarà indolore. In tutte le zone del subcontinente le comunità religiose sono mescolate da sempre. Rancori ancestrali che covano da secoli tornano a galla, i leader integralisti soffiano sul fuoco della tensione. Ha inizio la più vasta tragedia di "pulizia etnica" mai accaduta: un esodo di milioni di persone in preda al panico, tra regolamenti di conti, vendette e massacri.
Profeta dell´amore, Gandhi si aggira per il paese cercando di placare gli animi. Spende il suo enorme carisma rivolgendosi soprattutto alla maggioranza induista perché cessi il genocidio. Nell´agosto 1947, proprio mentre a New Delhi il premier Nehru si appresta a celebrare la "mezzanotte della libertà", il Mahatma si dirige dall´altra parte del paese, nel Bengala, dove la popolazione islamica è numerosa. Arriva a Calcutta dove le autorità sono latitanti, le strade sono in mano a bande armate. Inizia un digiuno che grazie alla diffusione della radio viene seguito con trepidazione da tutta l´India. Sembra che gli riesca un nuovo miracolo, Calcutta vive sospesa in una calma irreale grazie alla sua presenza. I leader delle diverse comunità indù, musulmana e sikh vengono in pellegrinaggio al suo capezzale. S´impegnano solennemente a mantenere la pace, iniziano a disarmare le loro milizie. Lo supplicano d´interrompere il digiuno che lo sta riducendo a un cadavere.
Lord Mountbatten, l´ultimo viceré inglese che nell´interregno comanda ancora l´esercito locale, in quei giorni scrive: «Nel Punjab ho 500 mila soldati eppure ci sono disordini gravi. Nel Bengala le nostre forze sono fatte di un uomo solo, e non ci sono disordini. Gandhi ha ottenuto con la persuasione morale ciò che quattro divisioni militari non avrebbero ottenuto con la forza».
Ma quella vittoria è effimera, i focolai di violenza continuano a moltiplicarsi in tutto il paese, il terrore dilaga. Gandhi decide di rientrare a Delhi dove il conflitto religioso imperversa. La capitale è invasa dai campi profughi dove si accalcano gli induisti e i sikh sfollati dal Pakistan: gonfi di risentimento, premono per "ripulire" il vecchio quartiere islamico e impadronirsi di quelle abitazioni. I musulmani in fuga verso il Pakistan sono a loro volta bersaglio di rappresaglie atroci. I treni degli sfollati vengono assaltati nottetempo dalle bande che li aspettano al varco e macellano orrendamente i passeggeri. Interi convogli silenziosi arrivano di giorno nelle stazioni offrendo uno spettacolo macabro: sono carichi di soli cadaveri.
A Delhi il 13 gennaio 1948 Gandhi comincia un nuovo digiuno. «Sarà il più grande», confida ai suoi cari. Sarà l´ultimo. Ancora una volta è verso i fratelli di fede induisti che rivolge tutta la sua forza di pressione, la stessa arma della non violenza che per decenni ha usato per piegare gli inglesi. «Metto Delhi alla prova - dichiara - Quali che siano i massacri che avvengono nel resto dell´India o nel Pakistan, imploro il popolo della capitale di non lasciarsi fuorviare dal suo dovere. Anche se tutti gli indù e i sikh del Pakistan dovessero essere sgozzati, la vita del più miserabile bambino musulmano che abita nel nostro paese deve essere salvata». Aggiunge un´invocazione urgente al governo Nehru: deve versare subito al Pakistan la quota che gli spetta delle riserve della banca centrale che gli inglesi hanno lasciato a Delhi.
Sono richieste dure, impopolari. Alimentano la rabbia e i complotti contro di lui. Mentre una parte della popolazione segue con trepidazione il bollettino medico del suo ultimo digiuno, i gesti di ostilità si fanno più frequenti. Un giorno che giace sul letto sfinito dalla fame, un corteo vociferante sfila davanti a casa sua. «Non sento bene», chiede al suo segretario Pyarelal, «cosa dicono?». L´assistente esita a lungo prima di rivelargli la verità: «Urlano: lasciamo che muoia Gandhi». Le forze sembrano abbandonarlo, i medici perdono ogni speranza, il Mahatma è ormai un moribondo. Dal suo letto di dolore con un filo di voce fa giungere ogni giorno i suoi messaggi alla nazione. La commozione sale di nuovo nel paese, che assiste al sacrificio supremo del leader spirituale.
Il 17 gennaio accade ancora una volta il miracolo. 130 rappresentanti delle diverse comunità religiose votano una mozione per ristabilire la pace sociale. Una delegazione raggiunge la capanna di Gandhi e gli legge «il desiderio sincero espresso da indù, musulmani, sikh, di vivere a Delhi nell´amicizia perfetta». Al sesto giorno Gandhi interrompe il suo digiuno. Paradossalmente i festeggiamenti sono più forti in Pakistan: Nehru ha ceduto alle richieste del Mahatma, lo Stato islamico è salvato dalla bancarotta. Ma il 20 gennaio una bomba esplode proprio sul terreno di preghiera dove Gandhi si reca quotidianamente. Lui si salva per caso dall´attentato. Sa che i suoi giorni sono contati, le trame per eliminarlo si moltiplicano: «Alla fine sarà quel che Rama comanda. Io danzo come un burattino, lui tira i fili». Sul giornale dell´estremismo indù dove scrive Nathuram Godse il pacifismo gandhiano è accusato di «evirare la nazione».
Rajmohan Gandhi ricorda il giorno della morte citando il poeta-sarto Kabir: cinque secoli prima aveva paragonato l´anima umana a una chadariya, un panno di cotone tessuto a mano secondo la tradizione indiana. «Per più di 40 anni, prima in Sudafrica e poi in India, questa chadariya che è l´anima di mio nonno guidò eserciti di donne e uomini disarmati verso la conquista della dignità. Le pallottole non uccisero quel Gandhi. Lo consegnarono all´eternità dei tempi e ai popoli di tutti i continenti».

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