martedì 29 gennaio 2008

L’India britannica sconfitta da un uomo

La Repubblica 29.1.08
L’India britannica sconfitta da un uomo
di John Lloyd

Disobbedienza.Gandhi fu uno stratega raffinato che trovò la maniera di combattere l´impero

Si dice che quando nel 1930 il Mahatma Gandhi visitò l´India, già da leader del movimento nazionalista indiano contro la Gran Bretagna, gli fu chiesto che cosa ne pensasse della civiltà occidentale ed egli rispose: «Sarebbe una buona idea». Si tratta di una battuta di spirito che rifletteva l´amarezza sarcastica di chi, avendo già trascorso due anni di prigione, aveva assaggiato il lato sgradevole dell´imperialismo britannico. Era tuttavia impropria nel suo sottintendere che la Gran Bretagna non aveva portato alcuna influenza civilizzatrice e nessuna istituzione in India - ivi incluse la democrazia parlamentare e la legalità. Ma per un verso la frase di Gandhi era sicuramente legittima: faceva chiaramente intendere ai britannici e al mondo occidentale che i loro principi liberali e democratici non erano stati esportati nel Paese sul quale governavano.
La genialità di Gandhi era consistita nel maturare, durante i 21 anni da lui trascorsi in Sudafrica dal 1893 al 1914, la strategia della resistenza non violenta, nota anche come resistenza passiva: uno scontro con l´autorità di masse di persone che si rifiutavano di lavorare, di muoversi e tanto meno di obbedire agli ordini, ma attuato pacificamente, senza offrire alcuna resistenza attiva alla polizia o all´esercito. Questa sua strategia lo ha reso un modello per molti protagonisti della resistenza pacifica del XX secolo, tra i quali Martin Luther King negli Stati Uniti e Aung San Suu Kyi in Birmania; ha garantito che il movimento popolare contro gli inglesi fosse per buona parte non violento e ha offerto un´alternativa positiva alle rivoluzioni e ai colpi di Stato che hanno contrassegnato il secolo scorso. Ma, più di ogni altra cosa, la sua strategia ha raggiunto lo scopo che si era prefissa: disonorare l´impero britannico.
L´imperialismo britannico in India risultava inammissibile in particolar modo a tutti gli indiani che avevano completato i loro studi in Gran Bretagna - come Nehru, il Primo ministro indiano, Muhammad Ali Jinnah, il fondatore del Pakistan, e Gandhi stesso, che avevano tutti studiato giurisprudenza a Londra. I principi da loro acquisiti di giustizia, eguaglianza e diritti erano in aperto conflitto con la palese esclusione degli indiani dalla maggior parte delle questioni di governo del loro Paese. Gandhi, consapevole delle divergenze di opinione presenti anche in Gran Bretagna, sapeva di avere davanti a sé due platee differenti: da un lato quella dei suoi compatrioti, che egli aveva persuaso a opporre resistenza agli inglesi, e dall´altro quella formata dai liberali e socialisti britannici sempre più contagiati dall´opinione che l´Impero era una pesante responsabilità e al contempo una vergogna.
La seconda di queste platee crebbe lentamente. Era l´India, più di qualsiasi altro territorio dell´Impero britannico, a dare alla Gran Bretagna il suo status di superpotenza mondiale, negli anni prima della guerra. Churchill si oppose accanitamente a qualsiasi iniziativa volta a concedere l´indipendenza: in una serie di discorsi degli anni Trenta, quando non era al governo ed era fuori dalle grazie del Partito conservatore al quale apparteneva, si scagliò apertamente contro Gandhi. In un discorso del 1931 denunciò pubblicamente il viceré indiano di aver scarcerato Gandhi per lasciarlo negoziare la fine della sua campagna di disobbedienza non violenta. Disse: «È nauseante vedere Gandhi, un avvocato sedizioso che ora si atteggia a quel genere di fakir (asceta indu) ben noto in Oriente, salire a gran passi e mezzo nudo la scalinata del palazzo del viceré per conferire alla pari con il rappresentante del nostro Re». Questa dichiarazione segna il punto più basso raggiunto da Churchill, incapace di comprendere gli argomenti e le motivazioni alla base dell´indipendenza e dell´auto-governo, determinato a considerare l´India niente più di un possedimento, a garanzia della potenza e del commercio britannici. Nondimeno, la sua era una posizione condivisa e molto popolare.
Le cose cambiarono: perfino i governi conservatori di prima della guerra iniziarono a prendere in considerazione l´idea di concedere all´India lo stesso status di autogoverno accordato ad Australia, Canada e Nuova Zelanda. Scoppiò la guerra e Gandhi si oppose a che l´India inviasse sue truppe ad aiutare lo sforzo di guerra, organizzando invece il movimento "Quit India" che si prefiggeva di obbligare i britannici ad andarsene. Quantunque non avesse sottoscritto le posizioni di Subhas Chandra Bose - che influenzato dal fascismo aveva fondato l´Esercito nazionale indiano per combattere con i giapponesi contro gli inglesi - tuttavia vide nella guerra l´occasione giusta per conquistare l´indipendenza, e si batté ancor più fermamente per essa. Fu imprigionato ancora una volta, anche se nel lusso relativo del Palazzo dell´Aga Khan di Pune (dove morì sua moglie). Il governo Labour del Dopoguerra, non senza incontrare una forte opposizione, si adoperò rapidamente per concedere l´indipendenza nel 1946, alla quale fece poi seguito la separazione dell´India in due Stati distinti, uno indu (India) e uno musulmano (Pakistan) - partizione alla quale Gandhi si oppose energicamente - e che creò forti ostilità ancor oggi fonte di pericolo e tensioni.
Come modello ispiratore e simbolo Gandhi non ha avuto equivalenti nel XX secolo. Come politico fu invece la disperazione del movimento nazionalista indiano. Durante la guerra arrivò a esortare i britannici a «invitare Herr Hitler e il Signor Mussolini a prendersi tutto ciò che vogliono dei Paesi che voi chiamate vostri possedimenti... e se questi gentiluomini decideranno di occupare le vostre case, voi le evacuerete; se non vi permetteranno di andarvene, lascerete che vi massacrino tutti, ma vi rifiuterete categoricamente di giurar loro fedeltà». In un´intervista rilasciata alla fine della guerra, si spinse ancora oltre, dichiarando che «gli ebrei in Europa avrebbero dovuto offrirsi al coltello del carnefice. Avrebbero dovuto lasciarsi cadere in mare dalle scogliere». Per Gandhi, tentare di rovesciare una tirannia, o opporsi a un genocidio, equivaleva a commettere un gesto tanto esecrabile quanto la tirannia o il genocidio stessi - opinione che pare ripresa oggi da coloro che si oppongono a qualsivoglia intervento per porre fine a un genocidio. Malgrado ciò, Gandhi mandò in briciole non solo l´Impero britannico, ma l´idea stessa di impero. Lo fece opponendo resistenza ai britannici e al mondo, fungendo da specchio nel quale potessero riflettersi mentre predicavano la legalità, la democrazia e i diritti civili in patria, opprimendo gli altri popoli all´estero. E nella seconda metà del XX secolo fu questa sua visione a trionfare.

(traduzione di Anna Bissanti)

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