martedì 29 gennaio 2008

I modi del gandhismo di dire no alla guerra

La Repubblica 29.1.08
I modi del gandhismo di dire no alla guerra
di Guido Rampoldi

Winston Churchill disse: «È nauseante vedere un avvocato sedizioso salire a gran passi e mezzo nudo la scalinata del palazzo per conferire alla pari con il rappresentate del Re»
Il clamoroso trionfo del Mahatma rovesciò l´immagine sommaria che voleva il pacifismo pauroso, fiacco e perdente, Occorreva un coraggio sovrumano per sfidare i fucili di un impero
Una tradizione pacifista che in Italia soprattutto si è intrecciata con il cristianesimo

Quando la nonviolenza gandhiana mandò al tappeto l´impero britannico, a quel tempo già terminale ma ancora poderoso, il pacifismo non godeva di buona fama. E tutto sommato con ragione. Pesava il ricordo di Monaco. Al grido di "Pace, pace!" nel settembre del 1938 folle entusiastiche avevano accolto il britannico Chamberlain e il francese Daladier, che a Monaco avevano sì evitato la guerra, ma al prezzo di consegnare a Hitler la Cecoslovacchia. A Parigi Daladier aveva salutato il tripudio pacifista con gesti larghi del braccio e il più amorevole dei sorrisi; poi, rivolto al suo segretario, aveva mormorato: «Che idioti! se sapessero...» (il testuale fu più pesante). Non sappiamo cosa Chamberlain abbia detto in privato, ma in pubblico si sbilanciò: garantì di essere tornato in patria con una pace onorevole e rassicurò i londinesi, «Andate a casa e fatevi un sonno tranquillo». Un anno dopo il fragore dei cingolati tedeschi che invadevano la Polonia risvegliarono i britannici da quel "sonno tranquillo" e anticiparono ai francesi l´occupazione nazista.
Il clamoroso trionfo del Mahatma rovesciò l´immagine sommaria che voleva il pacifismo pauroso, egoista, fiacco e perdente come lo era stato nel 1938. Occorreva un coraggio sovrumano per sfidare i fucili di un impero che non aveva esitato a sparare a freddo sulle folle; e una formidabile disciplina per non cedere al desiderio di vendetta. Inoltre quel pacifismo patriottico di mostrava il rigore etico invece mancato alla gran parte dei movimenti anti-coloniali, i quali, strappata la frusta dalla mano dei loro oppressori, l´abbattevano con la medesima ferocia sulla schiena di minoranze ostili. Ma soprattutto, la resistenza non violenta si dimostrò un metodo di lotta straordinariamente efficace. Quale altro movimento di liberazione era riuscito a piegare un impero agguerrito semplicemente con l´arma della propria superiorità morale?
Quella vittoria nobilissima non poteva non colpire l´immaginazione di un´Europa che era stata il campo di battaglia di due conflitti mondiali e ne rischiava un terzo, combattuto con armi atomiche. Con il tempo il gandhismo fascinò e contaminò culture politiche diverse, spesso per il tramite di un cristianesimo eterodosso. In Italia fu immediatamente intercettato dal Partito radicale, rapidamente convinse almeno una parte del cattolicesimo sociale, si saldò con naturalezza al femminismo e alla critica del militarismo, e tre anni fa rappresentò, con l´audace svolta non violenta di Rifondazione, l´ultimo approdo del comunismo riformato. Diede origine al movimento degli obiettori di coscienza. Ebbe tra i suoi alfieri figure straordinarie per tenacia e per coraggio: Aldo Capitini, Danilo Dolci, Ernesto Balducci, Primo Mazzolari, don Milani... Oggi se ne può trovare un´eco nella critica all´interventismo umanitario, che se condotta da una sinistra rigorosa (la Fondazione Basso, Danilo Zolo, Alessandro Colombo) o perlomeno animata da una compassione autentica (Vauro), svolge un ruolo comunque prezioso: ci invita a diffidare sistematicamente della guerra. Ma più spesso il pacifismo gandhiano sembra diventata la griffe di una sinistra sgangherata, la posa accigliata di un puritanesimo vanitoso e vacuo, insomma una finzione.
Però è una finzione di successo. Il marketing politico sconsiglia di smascherarla, e quasi nessuno a sinistra osa dire una cosa ovvia ma impopolare: la nonviolenza non può pretendersi metodo di lotta universale, applicabile in qualunque circostanza e contro qualsiasi avversario. Risulta efficace soltanto dove ricorrano alcune condizione, in primo luogo un contendente che riconosca determinati valori e per conseguenza accetti un limite "etico" ai propri metodi di lotta. Gandhi prevalse sulla patria della Magna Charta, una democrazia governata da un partito laburista. Un movimento di massa che si fosse opposto con metodi altrettanto pacifici a Hitler, a Stalin, a Pol Pot, perfino a Franco, sarebbe stato sterminato e avrebbe fallito miseramente. In altre parole la non-violenza esprime ciò di cui difetta l´interventismo umanitario, una coerenza tra la nobiltà dei fini e la purezza dei mezzi, ma è del tutto inefficace contro regimi o movimenti totalitari. Piaccia o no, soltanto una guerra giusta talvolta riesce a piegare quel nemico.
È il problema delle conseguenze e si pose già in quel 1947, subito dopo l´indipendenza all´India: Ghandi non riuscì a evitare il bagno di sangue che portò alla Partizione. Il trionfo della nonviolenza si ribaltò in un´orgia di violenze. Un milione di uccisi. Sarebbe stato un numero assai minore se l´esercito britannico avesse condotto per tempo una repressione spietata dei nazionalismi islamico e indu. Astenendosi (per calcolo politico), dimostrò quel che più tardi la storia ha confermato: anche la rinuncia alla violenza può uccidere. Lo potrebbero testimoniare, tra gli altri, i centomila bosniaci ammazzati durante una guerra che la Nato fermò con una settimana di bombardamenti, dopo tre anni di inazione. A sua volta anche un conflitto che persegua le motivazioni più nobili può rovesciarsi nel suo opposto e produrre risultati spaventosi.
Nel suo appassionante Chi è il mio prossimo, Adriano Sofri lo chiama «lo scacco della buona intenzione», e nota che non vi sfuggì Gandhi, ma neppure vi sfuggono gli interventismi occidentali, anche per risultato di una deriva "tecnica": nelle moderne guerre «gli "effetti collaterali" si ingrandiscono a dismisura, e sempre più spesso prendono il sopravvento sulla motivazione primaria e il suo frutto». Estremizzando questa giusta annotazione, oggi il neo-gandhismo sostiene che la "guerra aerea", cioè l´attuale modo di combattere degli occidentali, è intrinsecamente terroristica, in quanto si propone non più di sconfiggere l´esercito avversario, ma di rendere il conflitto insopportabile a un´intera società. In sostanza gli "effetti collaterali" sarebbero il mezzo adottato per piegare una volontà generale, non un risultato indesiderato. Ma ammesso che questo sia vero, e talvolta lo è, mezzi spuri, "sporchi", talvolta possono arrestare un´ecatombe; e all´opposto la nonviolenza può risultare del tutto inefficace. Dove si aprisse un conflitto tra i fini e i mezzi sarebbe preferibile salvare la coscienza e i principi oppure, concretamente, vite umane? Poiché il calcolo dei costi e dei benefici varia da situazione in situazione, questo dilemma non ha una risposta unica, applicabile sempre. Ma come spiega l´ambasciatore Robero Toscano nel saggio La violenza, le regole, non è affatto impossibile sottomettere la guerra ai limiti etici dello justum bellum, la guerra giusta, (Toscano cita in proposito un rapporto del 2001, Responsibility to Protect, finanziato dal governo canadese e da fondazione internazionali). Insomma c´è uno spazio tra la resa alla barbarie e la resa all´illusione.

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