domenica 23 marzo 2008

Il Duca e il mistero del lago fantasma, I paesaggi di Piero

La Repubblica 23.3.08
Il Duca e il mistero del lago fantasma, I paesaggi di Piero
di Michele Smargiassi

Piero della Francesca è il pittore degli enigmi: i suoi dipinti sono pieni di simboli, allusioni, dettagli che rimandano a intrighi e perfino ad autentici "gialli". Ma nessuno finora aveva provato a sovrapporre i suoi panorami di fantasia a quelli reali e attuali. Ora la lacuna è stata colmata da due appassionate "cacciatrici di sfondi" che hanno percorso il Montefeltro in lungo e in largo fino a trovare le "location" che fanno da fondale al "Dittico degli Uffizi"
Nel baule dell´auto Rosetta Borchia tiene sempre un binocolo, una macchina fotografica, una mappa dettagliata della zona e l´opera omnia del pittore Da mesi la vedono girare con qualsiasi tempo

Urbino. Li hanno sotto il naso da mezzo millennio e non se n´erano accorti. I paesaggi di Piero. Proprio come li hanno letteralmente sotto il naso i due duchi, Federico da Montefeltro e la sua consorte Battista, nei ritratti gemelli che ce ne tramandano i profili, robusto e roccioso lui, levigata ed opalescente lei. Quelle colline verdastre, quegli specchi d´acqua, quei campi trapunti di alberelli non sono sfondi immaginari, non sono paesaggi idealizzati e simbolici come tanti critici hanno detto e scritto: quei rilievi e quei fiumi hanno un nome, un´identità, un indirizzo. Li si può andare a trovare, ancora oggi. Li stiamo andando a trovare, in effetti. Eccoli. Coi talloni nel fango di una vecchia carraia che s´inerpica sopra l´abitato di Urbania, in mano le riproduzioni del Dittico degli Uffizi, frughiamo con gli occhi la piana dove il Metauro, in meandri alberati, svanisce verso l´orizzonte. Dal paradiso dei pittori, Piero della Francesca ci vuol bene: ci ha prenotato una giornata fresca, luminosa, rugiadosa, c´è persino quella leggera foschia bassa, come nel mattino eterno delle sue tavole.
E lo vediamo. Si chiama monte Fronzoso. Il suo profilo a piramide è più netto a sinistra, appoggiato a un colle più basso sulla destra. Nella tavola, proprio sulla verticale del nasone aquilino di Federico, il colle dipinto ha lo stesso, identico aspetto. Bisogna ammetterlo. Persino le stesse ombre. «Convinto adesso?», sorride di soddisfazione Rosetta, la cacciatrice di paesaggi. «Quando l´ho trovato, per l´emozione non ho dormito tre notti».
Nel baule della macchina Rosetta Borchia tiene sempre un binocolo, una macchina fotografica, una mappa dettagliata del Montefeltro, e l´opera omnia di Piero nelle migliori riproduzioni disponibili. Da mesi la vedono girare con qualsiasi tempo per strade improbabili, fermarsi, scendere, scrutare, confrontare, fotografare. È bello essere un´ex dirigente comunale in pensione, una sessantenne piena di energia. Che voleva dedicare al suo splendido giardino-museo di rose antiche (seicento varietà) oppure ai suoi quadri, paesaggi marchigiani, naturalmente. Ma un giorno, mentre girava un video promozionale per l´agriturismo di un amico, di colpo il deja-vu: «Io qui vedo Piero». Piero chi, chiese l´amico. Piero l´unico, il grande, il "monarca della pittura". Rosetta non per nulla ha un diploma di Belle arti. E ha un´eccellente memoria visiva. La sera a casa, davanti al computer, il confronto tra le foto e i dipinti la convinse di aver visto giusto. «Ma io lo sapevo. Piero era innamorato del mondo che vedeva. Se fu capace di dipingere i nei sulla guancia di Federico, non poteva accontentarsi di uno sfondo di fantasia». Non restava che cercarli, rintracciarli uno per uno, i paesaggi "fotografati" da Piero, e rifotografarli dal punto esatto in cui li vide lui. «Qui ho fatto tagliare due alberi dal contadino, per avere la visuale libera». Tutto pur di strappare a Piero uno dei suoi segreti.
Che Piero sia pittore enigmatico, è cosa nota. Scarne le notizie sulla sua vita, un rompicapo la cronologia delle sue opere, un mistero le allusioni, i simboli, i dettagli disseminati nei suoi dipinti. Sull´identità dei tre personaggi in primo piano nella Flagellazione, conservata proprio qui a Urbino, lo storico Carlo Ginzburg scrisse Indagini che fecero accapigliare le accademie. Al paragone, i paesaggi sullo sfondo del doppio ritratto dei duchi di Urbino (e dei loro allegorici Trionfi, dipinti sul retro delle due tavolette) sono sempre apparsi molto meno problematici ai grandi lettori d´arte. Piero, in fondo, è un maestro dei corpi e delle prospettive architettoniche. E l´invenzione del paesaggio come genere pittorico a pieno titolo doveva aspettare ancora qualche decennio, almeno fino alla Tempesta del Giorgione. Quegli sfondi monfeltrini sono un po´ diversi, è vero, dalle rocailles e dalle colline convenzionali degli altri rari scenari naturali dei dipinti di Piero. Ma anch´essi da liquidare in poche righe. Paesaggi «severi e dignitosi» ma impersonali, tagliò corto il Berenson. «Non uno scenario ma un luogo della mente», stabilì il Focillon. «Paesaggio simbolico» in cui «non si possono identificare precisi elementi topografici», riprese lo Hartt, per il quale anche le quattro barche dipinte dietro i Trionfi sono solo un´allegoria delle virtù cardinali.
Eppure è perfino ovvio che lo sfondo di un ritratto encomiastico debba avere qualche relazione con l´omaggiato. Il dittico di Urbino, oltretutto, era uno speciale oggetto d´affezione per Federico, duca guerriero, condottiero illuminato, sovrano umanista: lo aveva commissionato al suo protetto, amico e quasi coetaneo Petrus de Burgo Sancti Sepulchri, pittore già affermato, non per esporlo, ma per tenerlo vicino a sé, piegato in due come un libro, riposto in uno scaffale del suo meraviglioso studiolo intarsiato, da aprire in solitudine, tuttalpiù con gli intimi, sospirando di rimpianto per la sua amata Battista, morta prematuramente di parto nel 1472. Si può immaginare che Federico volesse avere sempre con sé non solo il volto dell´amata, ma anche il panorama che avevano condiviso, che adorava, le dolci colline del Montefeltro, i suoi possedimenti, i luoghi del riposo, della caccia, della sovranità. A questo, fin dai tempi di Plinio, servivano i parerga, paesaggi "proprietari", dipinti sulle pareti domestiche per deliziare ogni giorno l´occhio del loro padrone. Piero del resto, ce lo assicura Vasari, era il pittore più adeguato al compito, essendo il «miglior geometra che fusse ne´ tempi suoi». Sapendolo, alcuni studiosi hanno tentato di essere più precisi nell´identificazione: il Clark parla di «domini» ducali, Caldarelli di «terra di Urbino», Paolucci addita deciso il Montefeltro, Battisti azzarda, avvicinandosi alla verità, la valle del Metauro. Altri però si dirigono lontano, Bertelli pensa di vedere Volterra, Salmi addirittura il Trasimeno e la Valdichiana.
«Non voglio insegnare niente a nessuno, gli studiosi ne sanno più di me», ammette Rosetta, «ma non s´allontanano dalle loro scrivanie. Io quei paesaggi li ho cercati, trovati, e glieli metto volentieri a disposizione». Delle sue scoperte, Rosetta farà forse un libro. È preparata alle inevitabili contestazioni dei luminari: «Sono solo una cercatrice». Ma in fondo, perché tanti sforzi? Cosa cambia se Piero questi monti li ha visti, o solo immaginati? «Questo lo diranno gli studiosi. Noi pensiamo solo di avere trovato qualche elemento in più per i loro giudizi».
Non è stato difficile. Bastava ricalcare i passi di Piero. Che per andare dalla sua Sansepolcro a Urbino, dove arrivò la prima volta nel 1460 per soggiornarvi spesso, ospite del padre di Raffaello, aveva a disposizione un´unica strada: la via di San Pietro, delle Capute e di Monte Spadara. «I paesaggi che poi dipinse poteva averli visti solo lì, nei suoi lenti spostamenti, nelle soste su un poggio, all´apertura di una curva». Rosetta ha percorso avanti e indietro la stessa strada: e ha trovato per primo il paesaggio del duca. Poi ha seguito la via che portava Piero agli altri suoi mecenati, i Malatesta di Rimini: e quaranta chilometri più a nord ha pescato anche lo sfondo della duchessa. È l´orizzonte che si abbraccia dalla rocca di San Leo, guardando verso sud. O meglio si abbracciava, perché da allora una parte dello sperone è crollato, e il punto di vista preciso qui Rosetta non l´ha trovato, forse non esiste più. Ma quella collina sotto il mento della Battista, con il suo profilo singolare, c´è ancora: è il Maiolo, solo che c´è voluta una ripresa aerea per capirlo. Del resto, Rosetta non s´affida solo ai suoi occhi. Chiama in aiuto la scienza. Assieme a lei, coinvolta o meglio travolta dall´entusiasmo dell´amica, c´è spesso, come oggi, Olivia Nesci, geomorfologa all´università di Urbino. Tavolette dell´Igm con altimetrie e orografie alla mano, analisi della composizione dei suoli quando serve, accredita o smentisce le proposte di Rosetta. Sul Fronzoso, per esempio, dà semaforo verde: «Osservi, nel dipinto c´è un salto netto di colore fra un versante e l´altro; non sembra solo indicare un´ombra, ma una differenza nel manto vegetale. Ora guardi il monte: anche oggi da una parte c´è il bosco, dall´altra il prato, non è un caso, è l´effetto di una composizione del suolo che improvvisamente cambia, da un lato calcareo-marnoso, dall´altra argilloso...».
«Convinto?», insiste Rosetta. Sì e no. Il Fronzoso lo vedo. Ma il lago dov´è? Si scambiano un´occhiata. Certo, il lago è stato un bel problema. Niente laghi con barche, in Montefeltro. E il Metauro è un torrente stretto, incavato e ghiaioso. Il Tasso diceva: più ricco di gloria che d´acqua. Ma non è sempre stato così. Nel Quattrocento era navigabile: lo dimostrano antichi toponimi (Barcaiola, Marecchia...) e alcune stampe antiche. «Proprio negli anni in cui Piero dipingeva era in atto una "piccola era glaciale" di tre secoli, con grandi piogge e fiumi straripanti», spiega la professoressa Nesci. Il duca, dicono le tradizioni, raggiungeva via acqua il Barco, la sua tenuta di caccia, che forse si intravede nel dipinto, là dove una linea più scura potrebbe essere un antico cerreto, storicamente documentato. Più che un grande lago, lo specchio d´acqua in primo piano potrebbe allora essere un bacino temporaneo, un allagamento accidentale, o magari anche programmato, per creare una zona umida favorevole all´uccellagione: a Urbania ci sono tracce di una chiusa, sotto il ponte antico. Un lago da loisir. «Vede questa sponda arrotondata? E questo sperone triangolare? Si vedono ancora, nei rilievi altimetrici». Non è troppo grande lo stesso, il lago? «Piero era un maestro della prospettiva: e la prospettiva esagera i primi piani». Il bacino sembra passare dietro la figura di Federico, alle cui spalle si nota un altro colle su cui pare d´intravedere una torre. Rosetta e Olivia pensano di riconoscerlo come il paesino di Peglio. Ma la veduta non combacia al cento per cento. Notti intere a incollare col Photoshop le fotografie sul dipinto, e il puzzle non viene mai. Poi una folgorazione: «È un montaggio quasi cubista. Quelle ai due lati del duca sono due vedute dello stesso paesaggio, ma prese da punti di vista diversi, accostate per dare l´impressione di continuità».
Ma ammettiamolo, non tutto torna. «Siamo solo all´inizio della ricerca». Il paesaggio dietro la Battista fa ancora resistenza. Se quello è Maiolo, attorno dovrebbero esserci rilievi un po´ più aspri di quelli che Piero ha dipinto. E di quelle strade e mura, di quella torre dipinta con precisione, non c´è traccia. «Be´, Piero non era davvero un fotografo. Lavorava in studio. Forse su schizzi presi dal vero, ma solo dei rilievi più significativi». Strade, costruzioni, edifici possono essere stati enfatizzati per sottolineare l´operoso buongoverno ducale. Un paesaggio è anche un documento politico. Nello sfondo di Federico, ad esempio, Piero ignora il Sasso Simone che apparteneva ai Medici, con cui il duca non era in splendidi rapporti. Forse per questo il paesaggio dietro ai Trionfi, che non sono più semplici ritratti ma allegorie, è un puzzle in cui si mescolano topografia e mito. Il monte al centro della doppia immagine è quasi certamente il Mont´Elce, sempre nella valle del Metauro, visto da Ovest. In passato si chiamava Mons Asdrubali, perché ai suoi piedi, secondo la tradizione, i romani sconfissero il fratello di Annibale durante la seconda guerra punica. Quale sfondo migliore per l´apoteosi del duca-guerriero in armatura lucente? Lo stiamo guardando nella stessa prospettiva, dalla sommità di Pieve del Colle: ma è tutto un po´ più aspro che nel dipinto. «Però vede? C´è la nebbiolina, nel quadro, che attenua i rilievi». Sì, ma c´è di nuovo un lago fantasma. Un altro, e questa volta sembra lungo lungo, e ha perfino un´isola. Un´altra alluvione? «Laggiù c´è una collinetta, proprio in mezzo alla piana, la chiamano ancora Isola». Non mollano mai, le due cacciatrici di paesaggi. «Faremo qualche rilievo sul fondovalle per vedere se c´è il letto fossile di un bacino fluviale più ampio di quello di oggi».
Ma la sera ormai incombe, e il paesaggio di Piero si va oscurando. La caccia riparte domani, Rosetta? «Non mi sono mai divertita tanto. Non credo che smetterò. Anzi, sa una cosa. Prima, dietro quella curva, penso proprio di avere intravisto un Raffaello».

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