sabato 15 marzo 2008

Il volto segreto e l'anima di Mozart

La Repubblica 15.3.08
Scriveva: "Tutto è freddo"
Quelle piroette per mascherare l'eterna ansia
Il volto segreto e l'anima di Mozart
di Pietro Citati

Non so dirvi se il ritratto, pubblicato su Times, sia il vero ritratto di Mozart. Posso dirvi soltanto come appariva alla moglie e agli amici nei suoi ultimi anni di vita.
I suoi slanci d´amore verso la moglie ci ricordano sovente le tenerezze di Papageno piuttosto che i sublimi ardori di Tamino: «Cara donnina del mio cuore», così chiamava la moglie, con le stesse parole usate dal suo uccellatore; «Acchiappa - acchiappa! bs-bs-bs-bs-bs - bacini volano nell´aria verso di te - bs - ecco ne trotterella ancora un altro». «O stru! stri! - ti bacio e ti stringo 1095060437082 volte (così potrai esercitarti nella pronuncia) e sono il tuo eternamente fedele marito ed amico...». Poi, con il suo gusto per i giochi di parole senza senso, aggiungeva: «Sii eternamente la mia stanzi Marini, come io sarò eternamente il tuo Stru! - Knaller - paller-schnip-schnap-schnur-Schnepeperl». Faceva l´Arlecchino, il Pulcinella, il buffone salisburghese.
Mescolava la volgarità, che aveva appreso mangiando per tanti anni tra valletti e cocchieri, con le capriole delle maschere veneziane, e i giochi immateriali dell´elfo romantico.
Queste piroette gioiose ed infantili non riescono ad illuderci. Dietro di esse, si agitava un´ansia nevrotica, un amore che consumava e si consumava, una tensione spirituale che poteva distruggerlo. Le lettere alla moglie sono scritte sempre più velocemente, come se volessero sopravanzare il battito dei minuti. I nervi guizzano di continuo sulla carta: i temi vengono mutati ad ogni rigo, l´umore si innalza e si abbassa, si rallegra e si incupisce.
Qualche volta si confessava alla moglie: «Se la gente potesse vedere nel mio cuore, dovrei quasi vergognarmi. Tutto è freddo per me - freddo come il ghiaccio». «Non ti posso dire quello che provo, è un certo vuoto - che mi fa male - una certa nostalgia, che non viene mai appagata, che non cessa mai - continua sempre, anzi cresce di giorno in giorno... Vado al piano e canto qualcosa delle mie opere, ma debbo smettere subito - fa troppo impressione. Basta!». Questo gelo, questo vuoto, questa nostalgia, questa angoscia, nessuna parola, mai, avrebbe potuto colmarla.
Spesso la mattina alle cinque, dopo aver dormito pochissimo, lasciava il numero 970 della Rauhensteingasse, come se qualche demone lo trascinasse fuori casa. Qualcuno lo prendeva per un garzone di sartoria che si avviava al lavoro. Passeggiava a lungo per le strade, dove il sole cominciava a dorare gli alberi e le case di Vienna. Durante il giorno, l´inquietudine lo faceva correre attraverso la città, inseguito da torture reali ed immaginarie. Faceva visite, dava lezioni, andava a trovare gli amici, cercando danaro in prestito, con cui avrebbe pagato debiti, che aveva contratto pagando altri debiti. Ora dormiva nella propria casa: ora in quella di Leitgeb o di Schikaneder.
Mangiava al ristorante, perché aveva paura di restare solo: o da qualche amico, che preparava in onor suo un piccolo banchetto, dove Mozart beveva champagne e dei grandi bicchieri di punch. La sera giocava a biliardo: talvolta a casa, da solo, «assieme al signor von Mozart collaboratore di Schikaneder», più spesso in un caffè presso casa, dove trovava quel calore umano di cui aveva così perdutamente bisogno.
Qualche volta, gli amici guardavano con ansia quell´uomo piccolo e magro, dal viso un po´ gonfio, dagli occhi azzurri sbiaditi, con i bei capelli biondi, fini e ondulati che gli scendevano sulle spalle. Era sempre di buon umore. Ma anche quando si abbandonava alla più estrema allegria, sembrava che pensasse a qualche altra cosa, che lo assorbiva del tutto. Quale essa fosse, nessuno poteva dire. Poi, all´improvviso, diventava molto sereno e grave.
Andava alla finestra, suonando con le dita sul davanzale, e dava risposte sempre più vaghe ed indifferenti, finché non udiva più nulla, quasi fosse senza coscienza. Non restava mai fermo. La mattina, mentre si lavava il viso, andava e veniva per la stanza, battendo un tallone contro l´altro. A tavola prendeva un angolo del tovagliolo, lo torceva e se lo passava e ripassava sotto il naso, e intanto faceva una strana smorfia con la bocca. Muoveva di continuo le piccole, mobilissime mani: le strisciava sopra i polsini, sopra una gamba o un braccio: giocava con il cappello, con la catena dell´orologio, con lo schienale di una seggiola, con la tastiera del piano; e infilava e sfilava le mani dalle tasche, come se soltanto così potesse mitigare la sua inquietudine.

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