lunedì 17 marzo 2008

Renoir. I preziosi tesori impressionisti

La Repubblica 17.3.08
Renoir. I preziosi tesori impressionisti

Al Complesso del Vittoriano a Roma la grande rassegna "La maturità tra classico e moderno"
Alla fine degli anni Ottanta il suo viaggio in Italia da Venezia fino in Sicilia
Già nel 1869 dipingeva fianco a fianco a Monet sulle rive della Senna
Aveva sposato con entusiasmo la causa di quella che all´inizio fu detta "nuova pittura"

ROMA. Al Complesso del Vittoriano s´è aperta la mostra "Renoir. La maturità tra classico e moderno" (a cura di Kathleen Adler, catalogo Skira): e già il primo giorno d´apertura al pubblico, lunghe file all´ingresso preannunciano un successo dell´esposizione, come è d´obbligo per uno dei maggiori nomi dell´impressionismo. Centotrenta opere, fra le quali oltre sessanta dipinti, affiancati da disegni, incisioni e qualcuna (per fortuna non troppe) fra le ultime sculture eseguite in collaborazione con Richard Guino, si stringono nello spazio espositivo, di recente ampliato. La mostra è dunque vasta, e si avvale di prestiti provenienti da molti musei internazionali; nonostante ciò, essa è ben lungi dall´essere la mostra in grado di rappresentare congruamente il tema del rapporto che legò il Renoir post-impressionista all´idea del classico e del museo. Fatalmente, occorre dire, giacché a rappresentarlo idoneamente, quel grande tema, un´esposizione non può fare a meno di presentare opere - come Madame Charpentier e i figli o La bagnante bionda, Gli ombrelli o I bambini a Wagermont, per finire con le Grandi bagnanti di Filadelfia - che sono le bandiere che il Renoir orgogliosamente ingresque, devoto alla composizione e al disegno, innalzò nei suoi magici anni Ottanta. Opere tutte, d´altronde, che non sono di fatto oggi spostabili, e che - se mai lo fossero - non andrebbero altro che a una mostra organizzata dai musei nazionali francesi, da Londra o da New York.
Renoir aveva sposato con entusiasmo la causa della "nuova pittura", come fu detta, prima di prendere fra mille dubbi il nome con cui sarà più nota, la pittura impressionista. Già alla fine degli anni Sessanta, dipingeva fianco a fianco a Monet sulle rive della Senna, alla Grenouillère, luogo di gite domenicali della borghesia parigina sotto l´Impero di Napoleone III: e ritraeva con l´amico i riflessi mobili della luce sull´acqua, e le acconciature delle signore che si confondevano nell´atmosfera. Poi aveva partecipato alla prima mostra (1874, dal fotografo Nadar) dei futuri impressionisti: e di lì in avanti, per un pugno d´anni, aveva dipinto capolavori indimenticabili - Il palco, Sentiero che sale tra l´erba, L´altalena - in cui la luce, scendendo dall´alto, lenta e trepida, spesso attraverso una fronda di verzura, bagnava le cose togliendo loro, con la nitidezza dei contorni, il peso e la fatica dell´esistenza.
Sul finire degli anni Settanta, però, la solidarietà che aveva stretto l´animo e l´azione dei giovani impressionisti va rapidamente scemando: e, per ragioni prevalentemente strategiche, l´uno dopo l´altro si sottrarranno alle esposizioni di gruppo, che proseguiranno con sempre minor entusiasmo fino al 1886. Una fra le ragioni delle prime defezioni risale al 1878: quando Degas riuscì a far approvare la determinazione che rendeva inconciliabile l´invio contemporaneo di opere al Salon ufficiale e alle mostre impressioniste. Renoir fu il primo, allora, a scegliere la grande manifestazione dell´Accademia, condividendo la convinzione che era stata sempre di Manet, che «si vinca o si perda solo al Salon»; inviò già all´edizione del 1879, e in quella successiva ottenne uno strepitoso successo con il quadro di grandi dimensioni raffigurante una signora dell´alta borghesia, Madame Charpentier, circondata dai suoi figli e dalle stoffe, dai tappeti, dai mobili del suo salotto.
Quel dipinto, che pur ancora rinserrava piccoli tesori "impressionisti" soprattutto nei volti e nelle vesti delle due piccole figlie, aveva un sapore d´antico: per le sue grandi dimensioni, per la studiatissima composizione, per la sua ordinata spazialità, per l´analisi degli "affetti" che vi si legge. Renoir vi ripercorreva esplicitamente la tradizione accademica del "ritratto di famiglia in un interno". Il successo che ottenne lo convinse che la conversione alla nuova forma era la via da perseguire; e non appena le condizioni economiche glielo consentirono, egli intraprese quel viaggio in Italia che, riconducendolo alle fonti dell´arte classica, era in grado di nutrirne l´inclinazione a rivisitare il più illustre passato della pittura. Fu in Italia alla fine del 1881. Partì da Venezia e arrivò sino in Sicilia, dove ritrasse Wagner che vi aveva appena portato a compimento il Parsifal (una replica di questo celebre dipinto è oggi in mostra a Roma). E nel febbraio dell´anno seguente, appena rientrato in Francia, scriveva dall´Estaque, dove s´era fermato a rendere visita a Cézanne, proprio a Madame Charpentier del «museo di Napoli», delle «pitture di Pompei» e di Raffaello, concludendo che «guardando molto, credo potrei conquistare la grandezza e la semplicità dei pittori antichi».
Da lì in avanti, disseminati per il decennio, sarebbero venuti i dipinti con cui Renoir riformava se stesso e i suoi anni, diversamente meravigliosi, della giovinezza impressionista. La mostra di oggi li ripercorre, con le inevitabili lacune di cui s´è detto, ma anche con soste preziose (La zingarella, del 1879; Il bagno della Thyssen-Bornemisza; la Donna con fiocco bianco del museo de Il Cairo; il Ritratto di Paul Haviland di Kansas City; le Fanciulle al piano di Omaha).
E va oltre, a cercare nell´età tarda ed estrema quella nuova dissoluzione della forma salda e chiusa del tempo "classico" che caratterizzò gli ultimi anni del pittore, e che fu certo guardata dal Picasso "mediterraneo" al transito fra anni Dieci e anni Venti del nuovo secolo.

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