sabato 13 settembre 2008

Da van Gogh a Picasso a caccia di capolavori

La Repubblica 12.9.08
Due secoli di tesori da lunedì a Perugia
Da van Gogh a Picasso a caccia di capolavori
di Paolo Vagheggi

PERUGIA - Da lunedì fino al 18 gennaio 2009 la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia propone, nella propria sede espositiva di Palazzo Baldeschi al Corso, il confronto tra le collezioni degli americani Duncan ed Elisa Phillips e del nobile piacentino Giuseppe Ricci Oddi. Il titolo dell´esposizione, allestita in Corso Vannucci 66, è Da Corot a Picasso, da Fattori a De Pisis. L´orario è dalle 10 alle 18. L´ingresso costa 8 euro, ridotti 6 euro, scuole 3 euro. La mostra è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, a cura di Vittorio Sgarbi. Catalogo Silvana Editoriale. L´organizzazione è di Civita.
Informazioni e prenotazioni: www. fondazionecrpg. it Telefono 199 199 111 E mail: servizicita. it

Due collezionisti a confronto, due uomini dai gusti simili e al contempo assai diversi: l´americano Duncan Phillips e l´italiano Giuseppe Ricci Oddi. Una selezione delle loro raccolte, assai note al pubblico, viene presentata a Perugia, a Palazzo Baldeschi al Corso, nella sede della Fondazione della locale Cassa di Risparmio che quest´anno festeggia un secolo di vita. L´esposizione, aperta al pubblico dal 15 settembre al 18 gennaio, ha un doppio titolo Da Corot a Picasso e Da Fattori a De Pisis. Dagli Stati Uniti arriva una selezione di opere dei maggiori maestri dell´impressionismo e delle avanguardie europee del Novecento, tra cui Corot, Courbet, Manet, Degas, Monet, Bonnard, Van Gogh, Cézanne, Modigliani, Kandinsky, Braque, Picasso.
Questi grandi maestri si confronteranno con le opere dei protagonisti dell´arte italiana tra Ottocento e Novecento tra cui Fattori, Sartorio, Carrà, Casorati, Campigli, De Pisis.

L´americano Phillips prestò attenzione alle radici della contemporaneità dalla luce candida di Corot ai ballerini di Manet
S´apre lunedì a Perugia un´esposizione che raccoglie le opere di due collezionisti di gusto di differente ma di eguale passione
L´italiano Ricci Oddi prediligeva dipinti d´aria divisionista e simbolista, da Previati a Sartorio, da Pellizza a Tito
Il punto d´incontro tra le due diverse raccolte è nel lavoro di Zandomeneghi influenzato dalla pittura impressionista, specie da Edgar Degas
Da Washington arriva anche una splendida "Natura morta" di Cézanne nella quale lo spazio è franto e moltiplicato

Se da una mostra attendete soprattutto il conforto per lo sguardo e l´incontro con il capolavoro, quella che sarà aperta lunedì a Palazzo Baldeschi di Perugia, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio della città umbra (Da Corot a Picasso. Da Fattori a De Pisis. La Phillips Collection di Washington e la Collezione Ricci Oddi di Piacenza, a cura di Vittorio Sgarbi, catalogo Silvana Editoriale), è la vostra mostra. Fianco a fianco vi sono esposte alcune opere di due storiche collezioni, l´una americana e l´altra italiana, che poco hanno in comune quanto a radici, possibilità economiche e prospettive, ma che sono nate entrambe, tanto tempo fa, dalla passione di due collezionisti, i quali le hanno poi donate generosamente alla collettività. Di Duncan Phillips e Giuseppe Ricci Oddi, che rispettivamente a Washington, una delle capitali del mondo, e nell´appartata Piacenza fondarono il loro sogno e le loro istituzioni nei primi decenni del XX secolo, dice più diffusamente in queste pagine Paolo Vagheggi. Vale qui soltanto ribadire il tratto precipuo che caratterizzò i due uomini, e che si riflette nelle loro vaste raccolte: l´uno, Phillips, volto a prestare orecchio alla contemporaneità più arrischiata, e alle radici d´essa più sbilanciate verso una lingua moderna; l´altro, Ricci Oddi, costituzionalmente alieno dagli azzardi di ogni avanguardia, ed anzi «moderatamente conservatore», come ha scritto Stefano Fugazza.
La selezione oggi compiuta rispetta questa distanza, e porta così a Perugia due gruppi d´opere diversamente orientati. Da Washington giungono alcuni capolavori assoluti, a partire da quelli nati nell´alveo della nouvelle peinture parigina. Muove anzi da una delle formulazioni più antiche del nuovo corso della pittura francese dell´Ottocento, con il prezioso Corot del 1826, Veduta dai giardini Farnese, un piccolo olio ancora dipinto su carta, come era d´uso in epoca neoclassica, seguendo una tradizione che risaliva almeno a Valenciennes, e che richiedeva all´artista di compiere rapidamente il primo studio del suo dipinto all´aperto, su un supporto facilmente trasportabile. Il dipinto risale al primo soggiorno a Roma di Corot (che tornerà in Italia altre due volte), e l´aria tersa, la luce candida e piena che lo imbevono ne fanno, già, un piccolo gioiello indimenticabile. Di qui, con un salto di cinquant´anni, si giunge a un Courbet tardo, risalente agli anni del doloroso esilio in Svizzera del pittore, dopo la Comune. Datato al sesto decennio del secolo, invece, un Daumier che basta a dire del grado in cui il maestro di Marsiglia può aver suggestionato la giovinezza di Cézanne.
Poi un nucleo d´impressionisti e postimpressionisti, introdotto dallo straordinario Balletto spagnolo di Manet, che si disse dipinto dal pittore convocando a studio l´intera compagnia di danzatori che, proveniente dal teatro reale di Madrid, aveva sedotto il pubblico parigino nel ‘62. In realtà qui Manet, che aveva assistito con Baudelaire a un loro spettacolo all´Hippodrome, ondeggia fra realtà e sogno, fra splendore e brutalità, seguendo forse la prima volta sino a tal segno la lezione di Velázquez e di Goya, ad una cui stampa egli s´ispira testualmente per alcune figure. Qui, come nella coeva Lola de Valence, Manet intride il pennello nel nero fiammante che sarà sempre suo, e costruisce con esso gli scoppi di luce del dipinto.
Neve a Louveciennes di Sisley (del 1874, l´anno della prima mostra impressionista) prelude poi alla Strada che porta a Vétheuil di Monet, del 1879: di un tempo in cui Monet può finalmente asserire con orgoglio il suo essere capofila del gruppo, ma insieme comincia a dubitare del dogma della pura impressione ottica.
E´ il tempo, questo, in cui la mostra trova un punto di tangenza fra le due collezioni che la costituiscono: viene dalla Ricci Oddi, infatti, la Piazza d´Anversa a Parigi, tela di Federico Zandomeneghi che usualmente s´ascrive al 1880. Il pittore veneziano era da qualche anno, allora, nella capitale francese, ove risentì subito e profondamente della lezione impressionista, soprattutto di quella di Degas e di Renoir. In questa tela importante, però, che segna un apice della sua produzione, Zandomeneghi sembra in più punti, e soprattutto nell´impianto nuovamente prospettico dello spazio, ascoltare la nuova rivoluzione che sarà portata da Seurat nel linguaggio dell´impressionismo, partecipando all´ultima mostra del gruppo, nel 1886, ed esponendovi la Grande Jatte, uno dei quadri cruciali della vicenda pittorica di quegli anni e dell´intera età moderna, di cui Piazza d´Anversa ripete anche molti particolari.
Resta dunque dubbia la data della stesura ultima del dipinto di Zandomeneghi; ma rimane egualmente certo il suo grande interesse.
Da Washington giungono ancora due Cézanne, fra i quali una splendida Natura morta dei primi anni Novanta, nella quale lo spazio è ormai franto e moltiplicato, in uno sguardo concitato sulla realtà che sarà via privilegiata per i cubisti, e - coevo - un bel Van Gogh, Casa ad Auvers. Poi il nuovo secolo: Rousseau e Modigliani, Kandinsky, Picasso, Braque e Juan Gris, Rouault e Utrillo, altri ancora.
A tanto rispondono, in tutt´altro clima, gli italiani della Ricci Oddi. Fra i quali giustamente s´è voluto sottolineare il rilievo che assume nella collezione piacentina il gruppo di dipinti d´aria divisionista e simbolista: del 1887 sono Le fumatrici di oppio di Previati, poi - a cavallo dei due secoli - la Sirena di Sartorio, La colonna di fumo di Nomellini, il Tramonto di Pellizza, Le ninfe di Ettore Tito, fino a L´alba domenicale di Angelo Morbelli e al Boccioni ancora prefuturista del Ritratto della madre. Negli stessi anni d´inizio secolo, fanno da contraltare a queste quasi astratte eleganze dei due dipinti turgidi di foga, di carnale sensualità e di materia di Antonio Mancini (Donna alla toeletta) e di Giacomo Grosso (Allo specchio). E, quasi a chiusura del percorso cronologico in un´Italia che Ricci Oddi vide aliena da troppo bruschi turbamenti, il bel Ritratto di Bruno Barilli d´un giovane Campigli.

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