giovedì 18 settembre 2008

La storia Le decorazioni che Correggio realizzò per Giovanna da Piacenza andarono ben oltre le richieste

Corriere della Sera 18.9.08
La storia Le decorazioni che Correggio realizzò per Giovanna da Piacenza andarono ben oltre le richieste
E la badessa arrossì: festa dei sensi in camera
di Francesca Bonazzoli

Arrossire! Proprio lei che per difendere i suoi privilegi di badessa si era destreggiata fra le faide delle famiglie parmensi culminate addirittura in un omicidio. Proprio a lei toccava ora sentire il sangue fluire improvviso sulle guance immacolate, lei che si era appellata niente meno che al papa finché Giulio II — quello che si faceva dipingere le stanze da Raffaello e scolpire la tomba da Michelangelo, quello che, come lei stessa, si preoccupava più del potere temporale che di fare la guida spirituale — non le rilasciò una bolla che la autorizzava ad esautorare l'amministratore del convento sostituendolo con il proprio cognato.
Non era certo tipo da arrossire, lei, Giovanna da Piacenza, entrata nel monastero benedettino di San Paolo a diciannove anni e divenutane badessa a vita a soli ventotto.
Eppure, probabilmente, un lieve rossore comparve sul volto di Donna Giovanna quando vide quale spregiudicata decorazione il giovane pittore Antonio, allora quasi sconosciuto, aveva apparecchiato nella stanza dove riceveva amici e letterati come a corte, vestita di abiti sfarzosi. Quel trentenne che lei aveva chiamato a Parma dal paese di Correggio l'aveva superata nelle intenzioni andando a indovinare fantasie che teneva ben nascoste anche a se stessa: lei, è vero, gli aveva detto cosa dipingere, e cioè un programma di motti latini ed exempla classici, secondo il gusto degli umanisti; ma quel pittore timido e male in arnese ne aveva tirato fuori un'atmosfera birichina che circolava adesso nella stanza passando dagli amorini intenti a giocare, nudi e felici, alla figura di Diana, in piedi sul cocchio mentre si gode il vento che le scompiglia vesti e capelli. Non solo: aveva aggiunto una tenerezza di cera fusa persino a quelle figure che lei aveva immaginato come statue così che le tre Grazie, il giovane nudo con la lancia o il satiro, sembravano scaldate dall'interno e fremere come fossero di carne e ossa. Come avevano potuto le sue indicazioni su un programma iconografico cristiano trasformarsi in una meravigliosa festa dei sensi pagana? Forse ora quella stanza si sarebbe rivelata un po' imbarazzante, ma che gioia rispetto a quella accanto, affrescata solo pochi anni prima da Alessandro Araldi con figure rigide e convenzionali: sembrava che nel frattempo fosse passata un'epoca! .
Che genio quel ragazzo gracilino; gli erano bastati un viaggio a Milano, dove aveva visto il gran pergolato che Leonardo da Vinci aveva dipinto nel Castello di Ludovico il Moro, e un secondo a Roma dove si era intrufolato nei cantieri di Raffaello in Vaticano e alla villa Farnesina, per capire che aria tirava: dolcezza dei sensi, voluttà, libertà delle figure di muoversi nello spazio senza più bisogno delle rigide briglie della prospettiva. Ora tutto si poteva giocare sulla luce e i suoi ambigui chiaro scuri, sui trapassi tonali, sui moti dell'animo, ovvero sulle espressioni degli occhi o di un sorriso. E lui, tornato a Parma, ne aveva subito approfittato per trasformare la vecchia volta goticheggiante del soffitto in un fresco pergolato dalle cui aperture ovali si intravedevano putti irrequieti dai capelli dorati, più simili agli erotes dell'antica Grecia che agli angeli cristiani. Sotto di loro, nelle lunette, aveva affrescato divinità classiche in finto marmo ma che in realtà palpitavano di sensualità e bellezza classica da far innamorare. E infine, sopra il camino, aveva dipinto lei, Giovanna da Piacenza nelle vesti di Diana, con la mezzaluna sulla testa, simbolo della dea ma anche emblema araldico di famiglia perché fosse chiaro che la badessa, come la dea, era una vergine combattiva, pronta a difendere le donne, ovvero le consorelle, dalle insidie esterne.
Insidie che si chiamavano clausura, comunione dei beni ed elezione annuale della badessa. Alla fine la riforma passò, ma alla combattiva Donna Giovanna venne concesso il privilegio di rimanere badessa fino alla morte che la portò via a soli 45 anni, la stessa età in cui la Parca recise il filo della vita anche del suo pittore Antonio che le aveva apparecchiato la sua ultima festa pagana.

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