martedì 23 settembre 2008

Si sono riaperte, a Pompei, undici domus

CAMPANIA - Si sono riaperte, a Pompei, undici domus
22/09/2008 il mattino

Si sono riaperte, a Pompei, undici domus, negate ai visitatori da oltre 20 anni, altre otto si riapriranno a novembre per la gioia dei turisti (3 milioni annui). Finalmente possiamo ammirare la casa di Diomede, di Meleagro, del Menandro, del Chirurgo, del Profumiere, del Principe di Napoli ecc. Col ritorno delle nuove domus, dal primo settembre si possono acquistare on line i biglietti d’ingresso al sito archeologico più suggestivo del mondo, la città antica, per la quale il 24 agosto del 79 d. C. scoccava l’ora fatale. Plinio il Giovane fu l’unico testimone di quella tragedia (tragedia, si fa per dire, oggi mette conto chiamarla «fortuna»). Egli ce ne lasciava la cronaca in 2 lettere, inviate allo storico Tacito, nelle quali narra pure la morte dello zio, Plinio il Vecchio, che s’era spinto fino a Stabia, per soccorrere amici in pericolo e osservare il fenomeno da vicino. Allora Plinio il Giovane aveva 18 anni e si trovava a Miseno, da dove la paura lo costrinse a fuggire. Dirà: «Credevo di dover morire anch’io. Poi quella caligine si rischiarò, uscì il sole e al nostro sguardo apparve tutto mutato, ricoperto da una spessa coltre di cenere, come neve». Ma da sotto quella cenere, alta 3 metri, ecco Pompei ridestarsi con uno sbadiglio, dopo un sonno così lungo, per mostrarci la sua bellezza e la sua storia, i suoi tesori di arte, e più ancora gli abitanti con le loro abitudini di vita quotidiana, gli strumenti e i segni delle loro attività, il tipo di alimentazione, gli svaghi, i malesseri fisici, da cui erano affetti e tante altre cose, molte delle quali ci affascinano, proprio perché ancora avvolte dal mistero. Pareva che il vulcano con i suoi spaventosi boati volesse prendere di mira solo Pompei e Oplonti, bersagliandole con una pioggia di cenere e lapilli, il cui peso faceva crollare gli edifici. Almeno così credevano gli ercolanesi, che guardavano l’orrendo spettacolo da sotto i portici o in riva al mare, sperando di farsela franca. Invece, la notte seguente, toccò pure a loro. Le centinaia di scheletri, trovati nei fornici del borgo marinaro dimostrano che risultò del tutto vano tentare la fuga con le barche. Li stroncarono i gas venefici, il fango bollente e le temperature infernali. Era come se il Vesuvio, 1929 anni fa, avesse voluto fermare il tempo, per custodire quasi in uno scrigno le sue città più belle e restituircele, dopo circa 2 millenni, così palpitanti, che oggi ci pare ancora di assistere a quella catastrofe con le sue scene apocalittiche e di vedere quella gente scappare terrorizzata, prendendo la via del mare o immettendosi sulla strada, che univa Nocera a Napoli, per piombare giù, poco dopo, a 2 passi dalla salvezza. Come quella intera famiglia, trovata dal Maiuri in una casa presso Porta Nuceria: una donna che stringe la mano del suo bambino, mentre l’uomo, proteso verso di loro, facendo leva col braccio, cerca di resistere al tetto che viene giù per il peso della cenere. O l’altra famiglia, rinvenuta tra Porta Nuceria e Porta Stabia: 2 bambini, una donna incinta e un uomo in atto di proteggerli. O i 5 scheletri, scoperti a pochi metri da Porta Stabia, quasi abbracciati. O i 2 corpi aggrovigliati, rinvenuti nella Villa di Diomede, di cui uno aveva un anello d’oro al dito, in mano una chiave d’argento e una grande quantità di sesterzi. Abbracci, che sbucavano da sotto terra, a testimoniare l’aiuto disperato, che l’uomo cerca nel pericolo, l’estrema solidarietà nella sventura, di leopardiana memoria, quando egli avverte la sua fragilità davanti a una Natura possente, inesorabile, rappresentata qui dallo «Sterminator Vesevo». Luigino Piccirilli - AFRAGOLA

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