giovedì 28 febbraio 2008

Bonnefoy nel corpo infinito del Louvre

l’Unità 28.2.08
Bonnefoy nel corpo infinito del Louvre
di Yves Bonnefoy

IL POETA FRANCESE narra in un racconto poetico «a quadri» una visita al museo parigino: dallo stupore per la sua grandezza al perdersi nel guazzabuglio dei capolavori: la Nike di Samotracia, la Gioconda, i visitatori, le luci, le ombre

Il Museo
Avrei voluto entrare da bambino in un luogo così.
Non perché io sapessi e neppure presentissi le opere che sono esposte al Louvre o negli altri musei del mondo.
Ma è che lo spirito di un bambino è ossessionato da immagini ancora incompiute benché intense. Non sono le parole che hanno valore per lui, sono le immagini che vi intravede oltre. Di immagini non ne incontra mai che non lo turbino, lo spaventino, oppure che non lo attirino, che non lo seducano. E vorrà andare là dove - gli si dice - vi sono immagini, come oltre se stesso.
Salendo le grandi scale contro corrente a queste ombre che vengono giù per i gradini.
E andando su come sarebbe stato bello per lui sedersi vicino alle ginocchia di una grande Isis sorridente, che gli avrebbe aperto un libro di segni e di figure, tutto a colori, con le pagine innumeri di ciò che è.
Dunque è stata splendida, al Louvre, questa intuizione: collocare in cima alle scale d’accesso la Vittoria di Samotracia, e le sue ali spiegate al di sopra del mondo.
In piedi sulla prua di una nave conquistata, saccheggiata. Ma è parimenti la giovane madre dalla veste leggera e aderente al corpo. La dolcezza in persona, la pace.
Sulla spalla il fermaglio si è aperto, la stoffa è gonfiata dal vento. Il grande segreto già quasi detto.

La Grecia, 1
Mallarmé ha scritto che la Venere di Milo è la bellezza completa, unica, immutabile, ma senza ancor coscienza di sé. Lei sorride - ci dice - «eternamente serena» poiché l’umanità di cui si fa immagine nello specchio del bel marmo levigato, non è stata «morsicata al cuore» dal cristianesimo, che fu la grande chimera.
Ma è possibile parlare di incoscienza davanti a un’opera di questo genere? Ciò che questo scultore dalla suprema attenzione fece, fu di verificare che la forma - del viso o del torso, forma della spalla, forma dei ventri, talora gravidi - può liberarsi dai corpi senza incontrare ostacolo nella materia, mentre i vuoti seguono ai pieni, alla superficie di una vita così fedelmente imitata, con una modulazione tanto perfetta e infinita quanto agevole. Fidia, Prassitele, Scopa hanno riflettuto, e hanno concluso: l’essere sensibile, anche se offuscato dal caso, anche se privato - nei nostri sguardi - della sua ricchezza a causa della cecità smaniosa e frettolosa del desiderio, può essere un luogo di risoluzione, di armonia. Essi pensano che per accedere al nostro culmine basterebbe contemplare la forma che alberga in noi come si fa con quei cieli notturni d’estate quando le nuvole svaporano da ogni sguardo.

La Gioconda
Questo quadro è il più famoso dei quadri, ma è anche il massimo enigma. Infatti ecco un artista che ha sognato, grazie alla sua scienza finalmente veritiera, di rappresentare in maniera perfetta, senza niente che turbi l’illusione, la giovane donna che ha accettato di sedersi davanti a lui per tutto il tempo necessario, le mani a riposo, lo sguardo pieno di attenzione al suo gesto, a questo strano lavoro di cui lei intuisce soltanto l’intensità silenziosa. Leonardo da Vinci voleva liberare la natura da ogni pregiudizio, da ogni mito che ne ha velato la figura. Ma noi, cosa vediamo su questo viso dai colori leggermente crinati?
Solo questo strano sguardo, che ci dice come la figura dove compare sia anche lei solo un velo; che ci fa capire come questi occhi, questa bocca, e queste due mani incrociate, e queste montagne in lontananza, e questo cielo, non siano che dipinti sulla notte di un sottile sorriso che viene da altrove, quale prova di un altro mondo.
Ecco dunque la pittura! Più si va avanti con l’illusione, più il simulacro parla di assenza. Più è precisa l’apparenza, e più profondamente si rivela il velame nelle sue pieghe che appena si muovono.

Salone quadrato
Delacroix, Manet, Cézanne, Van Gogh, Matisse con Picasso, Giacometti, quanti altri, sono passati, hanno indugiato in questa sala.
E anche Baudelaire, e Apollinaire. E ancora questi giovani d’oggi, che tengono in mano foglietti sui quali il pensiero di ieri è disconosciuto, insultato; ma è perché quel quadro o quella statua dell’altro ieri o del fondo dei secoli permangono come assoluti, e non si smette di amarli.
Quanti appuntamenti! È da uno di questi, con Tiziano, o Giorgione, che è nata la pittura moderna, nel 1863, con Manet.
È da un altro, di Giacometti con la Madonna in maestà, circondata da angeli di Cimabue, che si è formato L’oggetto invisibile.
Questo Tiziano che noi tutti amiamo, il Concerto campestre: Poussin avrebbe accettato un appuntamento davanti a lui con Cézanne giovane per una conversazione che l’entusiasta debuttante, irruente, maldestro, avrebbe, lì per lì, giudicata deludente.
Dopo di ciò, chiaritisi al giorno d’oggi i loro malintesi, li immaginiamo sotto un pergolato ai bordi dello Stige, mentre bevono in eterno un po’ di vino rosso scuro che reca loro un’ancella.

Essere al Louvre
Essere al Louvre, sapere che là ci sono tante di quelle sale che non si visiteranno né oggi né mai. E più lontano ancora, al termine di percorsi nascosti, questi depositi, uffici dei conservatori o dei fotografi, queste scale di cemento con tubi verso le sale macchine, questi armadi per scope o sacchi di gesso, queste cripte, questi sotterranei ora a contatto con la terra grezza informe, senza coscienza di sé, cieca ai nostri progetti, ai nostri sogni.
Perché si è voluto un secolo dopo l’altro questo luogo che ci stupisce e a volte ci spaventa, proprio quando noi cerchiamo di confidare il nostro desiderio di essere e di verità a pensieri benigni come quelli che ci promettono gli occhi attenti del Castiglione di Raffaello, o il corpo infinito della Venere di Correggio? Vado nel museo, ho l’impressione di scendere dentro le immagini, più giù del pensiero che ha loro assicurato la vita, anche più giù, in assoluto, del pensiero stesso. Credo di toccare nel guazzabuglio dei capolavori la stessa materia nera, impenetrata, che urta al di sotto del museo contro le acque del grande fiume.

Per favore...
Per favore, dove si va per la Morte della Vergine di Caravaggio, dove per il San Sebastiano di Mantegna, dove per l’Astronomo di Vermeer, la Battaglia di San Romano? Dove per Botticelli, da che corridoio si arriva a Georges de La Tour?
Per favore, lei saprebbe da che parte si deve andare per questo dipinto? Sì, dove le fiamme si agitano nella cornice, con ovunque del fumo sin nella sala attigua e l’inebriante odore dell’erba che brucia?

Il centro dov’è?
Il centro del Louvre, dov’è? Questo rettangolo dove i lati sono ovunque e le diagonali non si incrociano da nessuna parte, non nasconde comunque un punto dove si condensa il suo infinito, forse in un quadro o in un aspetto di un quadro?
Si può pensare così, e cercare. Si possono fare ipotesi, per il piacere di formularne altre.
Per un attimo mi dico che il centro metafisico del Louvre è il carro del sole come l’ha dipinto Delacroix: infatti il dio delle arti vi sta eretto a combattere i fantasmi vuoti di senso, emanazioni del caos, con questo fulmine di cui è baleno la bellezza delle opere.
Il dio frena i suoi destrieri ma al contempo li sprona. Sembra che gli sia necessario essere scosso da discordanti forze se vuol lanciare con precisione i suoi dardi contro l’abisso.

Tra poco si chiude
Tra poco chiudono, sarò chiamato in avanti, guidato, spinto, la folla mi si pigerà intorno, il rumore diverrà più intenso, la galleria grande, le sale innumerevoli, i corridoi, tutto ciò sarà come un fiume dentro di me.
E queste rive che scivoleranno sempre più veloci, il tempo oramai sta toccando la sua fine in questo crepuscolo ove si spengono i rossori delle immagini. Tiziano, Rubens, Poussin, Delacroix, riflessi nell’acqua dell’altro grande fiume. E sopra di loro queste stelle che saranno per sempre solo il polverio del loro semplice numero.

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