giovedì 5 febbraio 2009

Tuscania, gli strati della Storia terra di draghi, frati e pellegrini

Tuscania, gli strati della Storia terra di draghi, frati e pellegrini
GABRIELLA SICA
GIOVEDÌ, 05 FEBBRAIO 2009 LA REPUBBLICA - Roma

Fuori raccordo

Dal Belvedere si contempla un paesaggio straordinario quello tipico italiano, tra i più belli e apprezzati dai viaggiatori dell´ 800
Quel comune duecentesco in rovina, con la cresta merlettata di un´unica alta parete superstite, è un esemplare magnifico in tufo


E´ il paesaggio vivo e fertile, tutto verde di foglie e giallo, con il cielo maiolicato azzurro, il prezioso paesaggio rurale che nell´Alto Lazio è rimasto intatto. Più lontano, quando lo spazio si apre, si vedono il profilo dell´Argentario e di Montefiascone. Se apparisse un uomo sarebbe un classico, come gli alberi. Tante volte ho percorso questa strada che pare immersa in un quieto stupore, molte proprio per gustare di questa vista laggiù in fondo alla strada, l´apparizione strepitosa di quello che può fare e rivelare la natura, il tempo e la mano dell´uomo insieme. Sulla curva per salire al paese, l´altra bellissima chiesa di S. Maria Maggiore, l´altra perla di Tuscania, con lo stesso rosone bianco, piena di animali e di simboli da decifrare. Si trovano subito le due chiese, a portata evidente dei pellegrini d´un tempo di passaggio verso Roma. Sono in una posizione che appare enigmatica, l´una in cima e l´altra alle pendici del colle. Non solo di spalle, facciata verso abside, perché orientate a nord, ma la chiesa in basso ha davanti, a un paio di metri, una tozza torre campanaria che toglie la vista. Forse costruita dai muratori per impedire ai muratori dell´altra chiesa di essere visti e copiati, secondo una leggenda locale, anche se il periodo di costruzione non fu proprio lo stesso. E su base etrusca naturalmente, perché qui è tutto etrusco.
Mi fermo, ma la chiesa è chiusa. Il cartello con gli orari appare generico e vecchio. La chiesa di San Pietro è invece aperta. La gestisce Paoletta, una giovane donna di Tuscania dall´enorme massa di capelli nerissimi, lunghi e ricci, che sembra uscita da un film di Pier Paolo Pasolini, come il marito, tuscanese dalla faccia autentica, magari da Uccellacci e uccellini, girato proprio sullo spiazzo erboso davanti alla chiesa, con comparse che erano tutte del paese. C´erano anche la madre e la zia, mi dice Paoletta, che hanno fatto nella chiesa il suo stesso lavoro con l´inconsueto e strano titolo di "assuntore di custodia". In pratica, per mezzo secolo la sua famiglia ha gestito la chiesa, con un guadagno annuale davvero simbolico. Ancora è così. Le diatribe tra Ministero dei Beni Culturali, Curia, Soprintendenze e Comune non hanno mai avuto fine. E Paoletta per ora ha lasciato la chiesa di San Maria Maggiore, che infatti è chiusa da otto mesi. Sembra impossibile. Ma è così. E ora anche il Comune è commissariato. Impossibile che un angolo di paradiso in terra sia preda di una politica che non è mai, in Italia, all´altezza della situazione. San Francesco, davvero passato a Tuscania, parlava con gli uccelli. Ma i due frati francescani di Pasolini, Totò e Davoli, che cercano di parlare con i falchi e i passeri e mettere pace tra loro non ci riescono, allora come oggi, in un mondo fatto di candidi uccellini e impietosi uccellacci. Anche sulla splendida facciata di San Pietro due draghi alati in rilievo inseguono la preda-agnello, dall´alto in basso. Rimane la bellezza di una terra, lo sforzo di un bue e di una giovenca, aggettanti sulla facciata della chiesa, che trascinano a fatica l´aratro mistico.
Dal Belvedere di Tuscania non si chiede che di contemplare uno straordinario paesaggio, quello tipico italiano, tra i più belli e i più apprezzati dai viaggiatori ottocenteschi, che nelle rovine tra la natura vedevano il segno del tempo passato ma anche del futuro. Qui, accanto al colle di S. Pietro, il colle del Palazzo Rivellino, il comune duecentesco in rovina, con la nuda cresta merlettata di un´unica alta parete superstite, è un esemplare magnifico in tufo che spicca tra il verde cresciuto nei secoli. Sembra, a guardare bene, che da un momento all´altro possa spuntare dalla terra qualcuna di quelle donne agghindate e sdraiate mollemente al banchetto della vita, pronte a conversare, con le labbra strette ed enigmatiche, che ho appena visto al Museo Archeologico. Un patrimonio di corpi distesi sterminato e disperso nei musei di tutto il mondo. Qui è rimasto qualche cosa, ma niente rispetto al tesoro che Tuscania possedeva nelle sue terre.
Due giovani uomini, molto belli, passeggiano. Sono norvegesi, mi dicono, e hanno una casa in paese, dove vengono almeno quattro volte l´anno. "Un paese bellissimo e tranquillo", dicono. Da qui possono andare a Tarquinia o a Bolsena, al mare o al lago, e anche a Viterbo. Un´asse viaria privilegiata per un paese isolato eppure strategicamente importante. Un tempo erano i paesi confinanti con cui Tuscania ha dovuto competere per strappare un´identità di cui è stata sistematicamente depredata, forse per il suo nobile spirito d´indipendenza comunale. Ribelle al papato e a Viterbo, fu punita da Bonifacio VIII con il nome riduttivo di Toscanella, abbandonato solo da un secolo. Paese agricolo, che guardava più a coltivare un pezzo di terra, che ad altro, che provava magari fastidio per tutte quelle statue sottoterra solo ostacoli alla coltivazione. Eppure ora Tuscania, dopo l´ultima terribile ferita subita con il terremoto del 1971, sembra rinata. Anzi sono emersi tracce e affreschi che il tempo aveva coperto.
Il centro storico sembra mezzo addormentato, ma perfetto per nitore e pulizia. Complicata la conformazione e la rete di strade e stradine, tra scalette e fontane, salite e discese, case-torri e chiese tipicamente romaniche. Strade che sembrano bloccarsi in una specie di labirinto, con un centro dislocato. Riesco a individuare la parte medievale, con la chiesa della Rosa, e la parte cinquecentesca e farnesiana, con il duomo e, sulla piazza, una grande fontana con quattro sirenette che versano acqua dalla bocca-cannella, che ai tuscanesi piace pensare che sia berniana. Sulla piazza ora hanno aperto anche una libreria.
Dovrebbe abitare a Tuscania Alfonso Berardinelli, a quanto ne so. Ma non ne trovo traccia. Non c´è traccia neppure del libro che ho portato con me come guida: Benedetti italiani di Curzio Malaparte. Ci sono le più belle pagine scritte su Tuscania, che appare simile a "un alto pascolo dell´Asia" o alle "alte praterie" d´Etiopia", ma anche come "la Toscana vera, l´antica, quella dei padri etruschi" dove gira "gente dura, e feroce, e chiusa", un po´ di pietra ma virtuosa. Ci andò, racconta Malaparte, con Moravia piuttosto estraneo a un luogo simile. E anche con Arturo Martini, che invece tra quegli etruschi di pietra dovette trovare non poca della sua ispirazione, lui che in un sasso abbandonato, senza vita, vedeva la cosa più poetica. Tuscania è una calamita per gli scultori. C´era Giuseppe Cesetti. Ora vive qui Alessandro Kokocinski, che vado a trovare nel suo immenso studio, una chiesa sconsacrata davanti alle mura calde di tufo di Tuscania. Ho cominciato a lavorare con la creta, mi dice, da quando sono venuto a abitare qui. A Tuscania venivo con il mio maestro Tommasi Ferroni, a trovare l´armonia dell´anima e del corpo che questo luogo offre in abbondanza.

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