venerdì 3 ottobre 2008

Una mostra al Colosseo celebra 100 anni di tutela del patrimonio nazionale

l'Unità 3.10.08
Tesori sottratti al saccheggio
Una mostra al Colosseo celebra 100 anni di tutela del patrimonio nazionale
di Adele Cambria

LE EMOZIONI si sprigionano subito, appena comincia la visita-guidata da Adriano La Regina e dalle giovani archeologhe (e curatrici del catalogo) Elena Cagiano de Azevedo e Roberta Geremia Nucci. La prima sosta è a un meraviglioso altorilievo marmoreo che costituiva la fronte di un sarcofago romano del I°-II° sec.d.C. Si intrecciano, in una plastica raffigurazione quasi carnale, i giovani corpi dei figli e delle figlie di Niobe,(i Niobidi) mentre si consuma su di loro, fra loro, la strage provocata dall'invidia di Latona/Giunone: che invia sulla terra i propri figli, Apollo ed Artemide, con il compito di ucciderli tutti,7 maschi e 7 femmine, per punire Niobe di essersi vantata di una prole più numerosa, e più ardita e splendente, di quella della Dea. Il mito che Ovidio ci trasmette nelle Metamorfosi contiene un monito primario: avverte i mortali di non suscitare mai l'invidia degli Dei..
Quest'opera d'arte sta qui, a documentare la prima sezione della mostra e ha come titolo: «Alle origini della tutela». Infatti la sorte di questo capolavoro si intreccia attraverso i secoli con quella di un altro rilievo con scena di sacrificio (qui rappresentato da un calco): che, nonostante esaltasse il rito pagano del sacrificio di un toro, decorava la porta della Biblioteca di San Marco a Venezia. Ma l'originale fu prelevato dai francesi nel 1797, e mai più restituito.(Si trova al Louvre). In compenso, tuttavia, Venezia, nel 1816 inclusa nell'impero austro-ungarico, si ebbe, dai francesi, lo splendido altorilievo della strage dei Niobidi, murato su una porta del "gran salone" della Villa Borghese, ed anch'esso asportato dai francesi, in periodo napoleonico. «Perché secondo il gusto dell'epoca, nella prima metà dell'Ottocento - spiega La Regina - il sarcofago Borghese era ritenuto di minor valore.
Sosta successiva, davanti alla incantevole statua della Ninfa (anch'essa databile alla fine del I° sec.d.C., ma la testa è più antica), ritrovata nel cortile di Palazzo Carafa Colubrano, a Napoli: i Borboni tentarono di far restare quel capolavoro a Napoli senza riuscirci. La statua fu offerta in vendita J.Wolfang Goethe. E lui seppe resistere alla tentazione di impossessarsi del capolavoro, passato alla storia come "La ballerina di Goethe", accettando il prudente consiglio dell'amica pittrice Angelica Kaufmann. Rivedendo poi la sua "ballerina" nel Museo Pio Clementino in Vaticano(dove si trova tuttora), Goethe espresse rimpianto per «non essere riuscito a portarla in Germania, per associarla a qualche grande raccolta patria».
Recentissime invece le avventure della delicata «Divinità femminile in trono», in argilla rosata, di produzione etrusca del III-I sec. a.C., ritrovata nel corso degli scavi a Luco dei Marsi(L'Aquila), e che è stata scelta come logo della mostra. La dea madre - forse Angizia(Demetra-Cerere) - fu prelevata (e salvata dai tombaroli) al lume delle torce elettriche, dagli archeologi della Soprintendenza d'Abruzzo, scortati dai carabinieri, nella notte del 18 luglio 2003. Ora si trova nel Museo Archeologico "La Civitella" di Chieti.
Tutt'altro capitolo, e drammatico, quello delle esportazioni in Germania fra il 1937 e il 1944. Scrive, nel catalogo, Roberta Geremia Nucci: «Il saccheggio cominciò nel 1937, quando giunse in Italia la prima Commissione del governo tedesco, presieduta dal principe Filippo d'Assia, per la selezione delle opere da 'acquistare', con l'assenso del ministro degli Esteri Ciano o di Mussolini, nonostante i pareri negativi del Ministro dell'Educazione Nazionale Bottai. Singolare la sorte del "Dioniso", una statua gigantesca che fu consegnata all'Ambasciata tedesca il 15 gennaio 1944, e trasferita a Weimar per servire al culto di Nietzsche-Dionysos. Recuperata nel 1991, si trova ora nel Museo Nazionale Romano a Palazzo Massimo alle Terme. Ma la testa originale di "Dioniso" è, dal 1966, nel Ashmolean Museum di Oxford.

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