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sabato 10 dicembre 2011

Hillman: “Sto morendo ma non potrei essere più impegnato a vivere”

La Stampa TuttoLibri 29.10.11
Hillman: “Sto morendo ma non potrei essere più impegnato a vivere”
“Con la morte vicina, la vita si esalta”
Silvia Ronchey

L’ultima intervista Al capezzale dello psicoanalista che ha domato il dolore per ragionare sulla propria fine
Hillman «Guardando la mia fine ad occhi aperti, e riflettendoci sopra, mi rendo conto di realizzare qualcosa di molto prezioso»

«Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere». Così aveva scritto, nella sua ultima mail. E così l’ho trovato, quando sono andata a salutarlo per l’ultima volta nella sua casa di Thompson, nel Connecticut, pochi giorni prima che morisse: il fantasma di se stesso, ma incredibilmente vitale; il corpo fisico ridotto al minimo, quasi mummificato, tutto testa, pura volontà pensante. Restare pensante era la sua scommessa, la sua sfida. Per questo aveva ridotto al minimo la morfina, a prezzo di un’atroce sofferenza sopportata con quella che gli antichi stoici chiamavano apatheia : un apparente distacco dalla paura e dal dolore che traduceva in realtà un calarsi più profondo in quelle emozioni. L’unica cosa che contava era analizzare istante dopo istante se stesso e quindi la morte come atto oltre che nella sua essenza. Se Steve Jobs, morendo, ha lasciato detto «stay hungry, stay foolish», l’ultimo insegnamento di James Hillman può riassumersi così: «Resta pensante» fino all’ultima soglia dell’essere.
Il tempo qui sembra fermo, le lancette puntate sull’essenza ultima.
«Oh, sì. Morire è l’essenza della vita».
Com’è morire?
«Uno svuotamento. Si comincia svuotandosi. Ma, si potrebbe chiedere, che cos’è o dov’è il vuoto? Il vuoto è nella perdita. E che cosa si perde? Io non ho “perso” nel senso comune di “perdere”. Non c’è perdita in quel senso. C’è la fine dell’ambizione. La fine di ciò che si chiede a se stessi. E’ molto importante. Non si chiede più niente a se stessi. Si comincia a svuotarsi degli obblighi e dei vincoli, delle necessità che si pensavano importanti. E quando queste cose cominciano a sparire, resta un’enorme quantità di tempo. E poi scivola via anche il tempo. E si vive senza tempo. Che ore sono? Le nove e mezza. Di mattina o di sera? Non lo so».
E’ una condizione perseguita dai mistici.
«Oh sì, dall’induismo per esempio, gli induisti ne scrivono. Ma in questo caso è tutto unwillkürlich , involontario. E’ accidentale».
Comunque non credo non ti sia rimasta nessuna ambizione.
«Davvero?» [Apre di scatto gli occhi finora socchiusi, con un lampo azzurro di sfida].
Ti resta quella degli antichi romani: lasciare il tuo pensiero ai posteri.
«E’ vero. E’ molto importante per me che il mio pensiero rimanga. Ma la parola posteri mi rimanda a postea , a un dopo, a un futuro, in cui non voglio essere trasportato adesso».
Perché esisti solo al presente.
«Sì, e voglio tenere chiusa la porta con il cartellino “Exitus”. La potrò aprire a un certo punto, quando capirò come farlo nel modo giusto. [Tenta di scuotere il capo, ma il dolore lo ferma]. Non saprei ora come aprire quella porta senza che ne dilaghi una folla di creaturine che vogliono qualcosa. Molti degli antichi filosofi ne sono stati catturati, probabilmente tu sai chi lo è stato più degli altri. Io non voglio. Il mio compito è dialogare e tenere il dialogo aperto su quel che accade momento per momento. Il mio è piuttosto un reportage. Dal vivo. Dal vero».
Non potrebbe essere altrimenti: o non fai il reportage - come la maggior parte di chi si trova nella tua condizione - oppure ciò che riferisci è la verità. E penso che tutti siano affamati di questa verità.
«Tutti sono affamati di morte. La nostra cultura lo è. Io, qui, come vedi, ne parlo continuamente. Ma non la esprimo. Perché nella morte io sono impegnato. Non voglio uscirne, per esprimerla, per vederla o guardarla in trasparenza. Non cerco di formularla. Ogni tanto si realizza qualcosa che mi porta in un altro luogo dal quale posso osservarla. Magari anche di riflesso. Ogni sorta di cose si riflettono in questa introspezione, ma non l’attività essenziale di ciò in cui sono impegnato [ossia l’atto del morire]. Il tempo che mi dò è il qui e ora».
Capisco «E’ molto importante ciò che semplicemente il giorno ci dà, ogni singola cosa che si realizza durante il giorno. La persona, l’osservazione che ha fatto, l’odore dell’aria in quel momento.
"«Non si chiede più niente a se stessi si comincia a svuotarsi dei vincoli che parevano importanti» «Le persone vengono da me per parlare e quando troviamo le parole giuste la sofferenza si allevia»"
E queste cose hanno bisogno di accettazione, di ricognizione, di riconoscimento... Adesso non ho ancora la parola giusta. Ma trovare le parole è magnifico. Trovare la parola giusta è così importante. Le parole sono come cuscini: quando sono disposte nel modo giusto alleviano il dolore».
E il dialogo aiuta a trovarle?
«Sì, e mi rende così felice.
Sai, da qualche tempo le persone vengono da me come se avvertissero in me il richiamo di quel vuoto di cui parlavo. Se io non fossi così vuoto, non verrebbero».
Come un risucchio che attira.
«Dev’essere così».
O una condizione di saggezza?
«No. Una calamita. Cercano qualcosa cui attaccarsi. Vogliono qualcosa, ed è la mia capacità di cristallizzare e formulare. Due parole che sono usate per una delle ultime fasi dell’alchimia. Cristallizzazione e formulazione. Le persone sono in pessima forma di questi tempi, il mondo è in pessima forma. E in qualche modo il mio avere trovato qualche solidità li attrae».
Ma non parlavi di vuoto?
«Sì. Il mio stato di svuotamento esprime qualcosa che non avevo finora realizzato e che può riassumersi nella parola coagulatio . Due princìpi governano tutti i processi alchemici: la coagulatio e la dissolutio . Coagulatio in alchimia significa rapprendersi in un punto, diventare più solidi, più definiti, formati, dotati di morphe . Ora l’intero processo che sto attraversando è la coagulazione della mia vita nel tempo . Ma la coagulatio è sempre seguita dalla dissolutio . Che è esattamente il contrario: dissoluzione, le cose che si separano, si sciolgono, perdono la loro capacità di definirsi. La cosa interessante è che improvvisamente questo spiega i miei sintomi. Non faccio che pensare, morbosamente, che sto affondando sempre di più, che mi sto dissolvendo. Ma le due cose, dissoluzione e coagulazione, sono inscindibili. Non è fantastico? Non ci avevo riflettuto finché non mi è venuta per la prima volta in mente la coagulatio . E la rubefactio , che permette alla bellezza di mostrarsi. Così ora sono una persona diversa. Non avevo mai percepito queste cose dentro di me. O non le avevo mai riconosciute. Prima, non avevo mai saputo chi ero».
Da dove viene questa consapevolezza?
«Oh, decisamente dal morire».
Ti dici «impegnato nel morire». Vuoi arrivare alla morte in piena consapevolezza. Ma, come diceva Epicuro cercando di spiegare perché non bisogna averne paura, «se ci sei tu non c’è la morte, e se c’è la morte non ci sei tu».
«Esatto».
Mi sto domandando se allora questo tuo morire non sia un’intensificazione del vivere.
«Assolutamente sì, non c’è il minimo dubbio. Quando la morte è così vicina la vita cresce, si esalta. Ne sono certo. Ma non vorrei essere presuntuoso».
In che senso?
«Orgoglio, arroganza, hybris : attenzione a non peccare contro gli dèi. Mai, in nessuna occasione».
Certo, ma non credo che la tua sia hybris . Credo sia puro coraggio affrontare la morte a occhi aperti. E’ raro, ed è per questo che il tuo reportage è così prezioso.
«E’ prezioso, sì. Mi sto rendendo conto di qualcosa che non avevo mai realizzato prima. Ha a che fare con un certo argomento di cui Margot ed io dovremo parlare prima, una certa decisione che io potrei prendere. Sai, nel mondo di oggi mi è consentito, come lo sarebbe stato nel mondo greco».
Capisco a cosa alludi.
«Ma il punto è che dovrei mettermi nelle loro mani, e sarebbero loro a decidere. In qualche modo io sarei il loro strumento, non loro il mio. Intendiamoci, lo spero. Ma sarebbero loro a informarmi quand’è il mio momento. Oppure potrei prenderlo nelle mie mani, che sono lo strumento classico: la mano [Hillman fa il gesto di trafiggersi il petto], o la vasca da bagno, come Petronio. Ma il fatto è che l’intera cerimonia - perché la definirei così non è ancora lontanamente immaginabile. O meglio, l’idea è immaginabile, dato che ne sto parlando ora. Ma c’è un’altra idea, sempre antica, che in qualche modo contrasta. Primum nil nocere . Primo, non fare del male. [Si tratta del giuramento di Ippocrate]. E allora, qual è la decisione migliore? che ne pensi?».
Gli antichi stoici dicevano, a proposito del suicidio: «C’è del fumo in casa? Se non è troppo resto, se è troppo esco. Bisogna ricordarsi che la porta è sempre aperta». Evidentemente, la tua casa non è ancora piena di fumo. Quando lo sarà, lo sentirai.
«Riuscirò a sentirlo?».
Forse ti sentirai confuso. Quello che so è che ora stai respirando, non c’è fumo nel tuo cervello, nella tua psiche, nella tua anima. Quando ci sarà, forse prenderai in considerazione il suggerimento degli stoici. Non sei forse un pagano? Non hai allenato per tutta la vita il tuo istinto a percepire le epifanie degli dèi?.
«Oh sì che sono un pagano. E’ questo il punto».
E’ pagana anche la tua percezione della bellezza, del grande teatro verde della natura che hai scelto per questa tua ars moriendi, questa tua arte pagana del morire che è anche, o anzi è soprattutto un’arte estrema del vivere.
«Non mi piace definirla un’ars moriendi. E’ piuttosto un’arte dello stare in prossimità dell’essere, tenersi più stretti possibili a ciò che è».
"«Non mi piace definirla un’ars moriendi ma un tenersi più stretti possibili a ciò che è» «Sono un pagano e non vorrei essere presuntuoso o arrogante Non bisogna mai peccare contro gli dèi»"

I suoi testi fondamentali
Il suicidio e l’anima Adelphi 2010
In questo libro Hillman ha restituito l’idea di anima a un secolo, il Novecento, dominato dalla psiche. «Prima di allora l’anima la si trovava o al cimitero o in chiesa, non era un concetto psicologico. Reintroducendo l’anima recuperavo anche tutta la sua tradizione».

Il codice dell’anima: Carattere vocazione, destino Adelphi 1997
Qui, accanto alla nozione di anima, ha introdotto quella, altrettanto antica, di demone individuale. «E’ un’idea che deriva da un mito esistente in tutto il mondo: entriamo in questo mondo con una vocazione particolare e un particolare carattere. Socrate chiama questo nostro compagno demone - daimon».

Il mito dell’analisi Adelphi 1991
Introduce per la prima volta il concetto di «fare anima», partendo da una citazione di Keats: «Chiamate, vi prego, il mondo “la valle del fare anima”. Allora scoprirete a cosa serve il mondo». Un’idea che non ipotizza una salvezza, ma implica l’essere coinvolti nella sostanza del mondo.

Saggio su Pan Adelphi 1982
Perora il ritorno a quella «Grecia psichica», che «ci offre una possibilità per correggere le nostre anime», e ha esaltato il politeismo greco, «la più riccamente elaborata di tutte le culture», sostenendo la necessità di un ritorno dell’uomo contemporaneo a un’«anima politeista».

Fuochi blu Adelphi 1996
La metafora dell’alchimia è una delle più adatte a descrivere il processo interno di trasmutazione attraverso l’immaginazione che Hillman propone quale terapia dell’anima. Nel deserto americano, l’infelicità è blu alchemico. L’umore blue trasfigura le apparenze in realtà immaginali, il cielo azzurro richiama l’immaginazione mitica ai suoi ambiti più lontani.

mercoledì 7 dicembre 2011

L'arte eterna del potere temporale. La strumentalizzazione politica delle opere antiche scandisce la storia

Corriere della Sera 7.12.11
L'arte eterna del potere temporale. La strumentalizzazione politica delle opere antiche scandisce la storia
Francesca Bonazzoli

Ansioso di ricevere da Roma i marmi antichi dei Borghese, il direttore dei musei imperiali Vivant Denon ricordava al generale Bonaparte che doveva essere «il primo sovrano d'Europa» e che «il secolo di Napoleone deve essere il secolo delle belle arti come è quello degli eroi». Denon non faceva altro che riproporre l'uso dell'antico come prestigiosa patente di legittimazione del potere già praticato dagli stessi imperatori romani che importavano da Atene le statue greche e ne ordinavano copie per nobilitare la loro autoritas, così come Virgilio aveva fatto risalire la nascita di Roma al greco Enea.
Salvo la parentesi dell'alto Medio Evo (e quella dei nostri tempi), l'uso politico dell'arte antica non ha mai conosciuto interruzioni. Dopo la febbre della Roma imperiale, la mania antiquaria riesplose nel Quattrocento, quando vediamo Isabella d'Este impegnata «in recogliere cose antique per honorare el mio studio». Già all'epoca, però, non era facile procurarsi i marmi che si scavavano per lo più a Roma e avevano prezzi alti: per strappare al Mantegna il busto della Faustina che l'anziano pittore, oppresso dai debiti, si trovò costretto a vendere, alla marchesa servirono sei mesi di mercanteggiamenti. Fu allora che cominciò la fortuna dei copisti come Pier Jacopo Alari Bonacolsi, detto l'Antico proprio perché gettava copie in bronzo in scala ridotta degli originali antichi.
Anche a Firenze Cosimo de Medici «aveva avuto di Roma molte anticaglie» e suo nipote Lorenzo aveva collocato nei portici e nel giardino del palazzo le statue su cui si formò il giovane Michelangelo. Le raccolte cominciavano a ingrandirsi e, sul modello degli antichi horti e atria, i collezionisti allestivano nuovi spazi che, collocati all'esterno, conferivano lustro al proprietario. Anche l'allestimento diventava importante e spesso affidato a nomi prestigiosi come quello di Michelangelo che, per il palazzo Farnese, pensò ad appositi spazi che enfatizzassero i capolavori antichi come il Toro e l'Ercole Farnese che la famiglia raccoglieva per promuovere la romanità del casato.
A sua volta, nel 1503, Giulio II aveva incaricato Bramante di progettare un cortile destinato ad accogliere le statue più celebrate nell'intera Europa: l'Apollo, la Cleopatra, il Commodo-Ercole, l'Ercole e Anteo, il Laocoonte, il Tevere, il Nilo, il Torso, la Venus felix. Nelle mani dei papi finiva il meglio di tutto quello che si rinveniva nell'Urbe, come appunto il Laocoonte, scavato nel 1506 in una vigna vicino a Santa Maria Maggiore da tale Felice de Fredis. La scoperta fece subito il giro del mondo nelle corrispondenze degli ambasciatori e fu considerata eccezionale perché vi si riconobbe l'originale greco di cui Plinio aveva scritto nella Naturalis Historia affermando che si trovava nella villa dell'imperatore Tito. Nemmeno il re di Francia Francesco I, che pure si era affrettato ad avanzare offerte, riuscì a spuntarla sul Papa il quale, per non offenderlo, gli concesse una copia in marmo, la prima in scala al vero di una grande statua antica che però Clemente VII decise di tenere per sé. E proprio le repliche delle statue del cortile del Belvedere che si trovavano in tutti i più ricchi palazzi d'Europa dimostrano l'uso politico dell'antico che si serviva dell'esibizione di alcune statue esemplari, consacrate da una catena di prestigiosi possessori. Le stesse di cui Luigi XIV, quando trasferì la corte a Versailles, ordinava copie così come farà ancora Pietro il Grande alla ricerca, per fondare e dare lustro alla nuova capitale dell'Impero, dei capolavori più ammirati, come l'Antinoo del Belvedere. Nella sua Analysis of Beauty, Hogarth poteva così scrivere che certe statue antiche erano ben più conosciute di qualsiasi pezzo moderno e nel 1875 la guida Baedeker citava la Venere di Milo come «il più celebrato tra i tesori del Louvre», dedicandogli più spazio di quello riservato alla Gioconda.
Poi le fortune dell'antico cessarono. L'ultimo a subirne il fascino fu quell'Adolf Hitler che sognava la ricostruzione di Berlino come una nuova Atene: dopo un intero anno di insistenze e rifiuti, nel 1938 Galeazzo Ciano gli vendette finalmente il Discobolo, copia romana dell'originale greco di Mirone, scoperta nel 1871 sull'Esquilino, un simbolo dell'antichità con cui Hitler voleva legittimare il Terzo Reich come l'erede del prestigioso passato dell'Impero romano. Per la cronaca, il Discobolo è tornato in Italia nel '48 e si trova al Museo nazionale alle Terme, molto meno visitato della Gioconda.

Addio a Hillman così si muore da filosofo antico

La Stampa 28.10.11
Addio a Hillman così si muore da filosofo antico
Il grande psicanalista americano si è spento a 85 anni Malato di cancro, ha rinunciato alla morfina per ragionare fino all’ultimo con i discepoli sulla sua esperienza estrema
di Silvia Ronchey

UN NUOVO MODO DI PENSARE "Ci dava non solo le risposte ma le domande. Le correggeva, le guariva dalla loro inerzia"

UN TACCUINO VICINO AL LETTO La moglie trascriveva le parole che pronunciava nel sonno per poi analizzarle insieme

DOMANI SU TUTTOLIBRI L’ultima intervista di Hillman
L’ultima intervista con Hillman, realizzata tre settimane fa da Silvia Ronchey. Nel labirinto di Pahor: il sogno della doppia Trieste. Storia, mitologia, curiosità del telefono. La classifica dei libri. Le letture di Alessandro Spina, scrittoreimprenditore testimone della Libia.

THOMPSON (CONNECTICUT) «James è morto questa mattina a casa, a Thompson. È rimasto fedele a se stesso fino alla fine». Così, dal Connecticut, in un messaggio email indirizzato ai famigliari e agli amici più stretti, Margot McLean ha annunciato ieri la scomparsa di suo marito, James Hillman. Il grande psicanalista americano, nato a Atlantic City 85 anni fa, era da tempo malato di cancro. In un altro messaggio di pochi giorni fa la moglie aveva informato che «James ci sta lasciando con magnifica grazia», e in un altro ancora aveva scritto che «parla in molte lingue, a volte per tutta la notte. Sorride e continua a essere incredibilmente spiritoso».
Lo psicanalista e filosofo americano James Hillman era nato nel 1926. Allievo di Carl Gustav Jung, è stato il fondatore della psicologia archetipica. È autore di oltre venti libri tradotti in 25 lingue I 10 libri fondamentali Il suicidio e l’anima (Suicide and the Soul, 1964), Astrolabio-Ubaldini 19992; Adelphi 2010 Saggio su Pan (An Essay on Pan, Adelphi 19822 1972), Il mito dell’analisi (The Myth Adelphi 19913 of Analysis, 1972), Re-visione della psicologia (Re-visioning Psychology, 1975), Adelphi 19922 Il sogno e il mondo infero (The Dream and the Underworld, 1979), a cura di Bianca Garufi, Ed. di Comunità, Milano 1984; Il Saggiatore, Milano 19962; Adelphi 2003 Il codice dell’anima: carattere, vocazione, destino (The Soul’s Code, 1996), Adelphi 1997 L’anima del mondo (con Silvia Ronchey), Rizzoli 1999; Bur 20042 La forza del carattere: la vita che dura (The Force of Character and the Lasting Life, 1999), Adelphi 2000 Il piacere di pensare (con Silvia Ronchey), Rizzoli 2001; Bur 2004 Un terribile amore per la guerra (A Terrible Love of War, 2004), Adelphi 2005
“Socrate, sei come una torpedine marina. Quando parli dai la scossa», è scritto in un dialogo di Platone. James Hillman, fra i massimi pensatori dei nostri tempi, aveva una personalità socratica. Ci insegnava a conoscere noi stessi, secondo il motto inciso sul marmo di Delfi. Si metteva sempre in contrasto con l’opinione corrente. E aveva una grande esperienza nel dialogo. Ogni volta che si dialogava con Hillman ci si trovava in contatto con quell’ironia socratica, quella capacità di rovesciare ed elettrizzare ogni discorso, che è propria di chi ha inventato un nuovo pensiero e un nuovo modo di far pensare gli altri, sovvertendo completamente le loro abitudini logiche e psicologiche. Hillman ci dava non solo e non tanto le risposte, Hillman ci dava le domande. Correggeva le nostre domande, le guariva dalla loro inerzia e dalla loro patologia.
Da anni aveva scelto di psicanalizzare non più singoli pazienti, ma tutti noi. Era un terapeuta della psiche collettiva, aveva preso in cura l’Anima del Mondo. Meraviglioso scrittore, ispirato oratore nelle prodigiose conferenze tenute per tutta la vita in tutto il mondo, Hillman era un cosmopolita. Aveva studiato alla Sorbona e a Dublino, era stato allievo di Jung a Zurigo, alla sua morte aveva diretto lo Jung Institut. Conosceva non solo molte lingue - incluse quelle morte, come il greco antico degli dèi pagani che amava e frequentava - ma anche il linguaggio dell’inconscio, la lingua dei sogni, il dialetto dei simboli e delle immagini. Non era solo «cittadino del kosmos », del mondo ordinato del visibile, ma anche e forse soprattutto un cittadino del sottomondo , di quell’universo di fantasie, archetipi e miti, di quell’universo sotterraneo, fatto a strati come le rovine dell’antica Troia scavata da Schliemann, che sta dentro ognuno di noi, e che sta anche intorno a noi, sebbene pochi sappiano vederlo.
A questo secondo kosmos di cui era cittadino Hillman aveva dedicato i suoi molti libri, pubblicati in tutte le lingue, che hanno fatto dell’autore stesso un mito. Sono veri capisaldi del Novecento libri come Il suicidio e l’anima o il Saggio su Pan oIl mito dell’analisi o la Re-visione della psicologia oIl sogno e il mondo infero , per non parlare degli ultimi grandi bestseller internazionali, dal Codice dell’anima aLa forza del carattere aUn terribile amore per la guerra . Chi ha letto i libri di Hillman sa che chi li aveva pensati e scritti non era solo uno scrittore e un pensatore, ma era, come lo aveva definito un celebre critico americano, «uno dei più veri e profondi guaritori spirituali del nostro tempo». Era questo che faceva, con i suoi libri, le sue conferenze, le verità aggressive, le idee sempre corrosive e eversive che ci offriva: vivificare le nostre menti e le nostre anime, rimetterle in contatto con le loro origini. Quando parlava o scriveva, rovesciando luoghi comuni e abitudini mentali, ci istigava a praticare una conoscenza che andasse anche al di là e al di qua del pensiero razionale.
Lo ha fatto fino all’ultimo istante della sua vita. Nella sua casa di Thompson, nel Connecticut, ha continuato a dialogare con una piccola cerchia di seguaci, amici e discepoli dalle estrazioni più varie, accomunati dalla pluriennale venerazione per lui e da quello che gli antichi greci avrebbero chiamato l’amore per la sophia , ossia, appunto, la filosofia. La sua è stata non solo una morte filosofica, ma da filosofo antico, l’ ars moriendi - anche se non voleva la si chiamasse così - di un laico, pagano maestro di intelletto e soprattutto di anima. Perché alla scommessa, pacata e implicita, di restare pensante, lucidamente pensante e dialogante, di spingere la ricerca razionale fino all’estrema soglia della biologia, si sommava un’incessante attività di ricerca interiore, di introspezione psicologica: un esercizio estremo di quella «visione in trasparenza» di cui aveva parlato nei suoi scritti, e che lo ha portato all’ultima frontiera dell’io in uno stato di continuo ascolto dei messaggi della psiche, e non solo di quella conscia. Uno stato infero, ma sublime, nel senso etimologico latino del termine, sub limine , alla soglia, sul confine.
L’inesauribile curiosità per quello stato, che lo animava e di cui continuamente parlava come di una condizione nuova e sorprendente, era mantenuta a prezzo di un ridotto dosaggio di morfina e dunque di una sofferenza fisica affrontata con assoluto coraggio ma senza ostentazione né retorica, per non rischiare, come diceva, di peccare di hybris . Del resto, con la concentrazione e la lucidità che perseguiva in modo tanto accanito quanto stupefacente, anche il dolore era analizzato in termini sia filosofici sia psicologici, e molto spesso - in sintonia con un altro dei suoi grandi interessi di studio - in termini alchemici. Le immagini del processo di dissolutio ecoagulatio e la descrizione in quel linguaggio di altre condizioni psichiche che via via si affacciavano - la rubefactio immaginativa, che precede la sublimazione nell’estrinsecazione della bellezza, la figura della rotatio , nel cui ciclo non si può mai dire cosa è superiore e cosa inferiore - dominavano spesso la parte più strettamente introspettiva e psicologica della sua analisi del morire.
Uno dei grandi blocchi americani di carta rigata gialla era sempre accanto al suo letto, perché chi si avvicendava a vegliare il suo sonno - Margot, la stoica, coraggiosa moglie, ma anche gli allievi e amici - potessero raccogliere e trascrivere le parole che pronunciava in sogno, per poi leggergliele al risveglio e analizzarle insieme a lui. Anche in questo esercizio adottava il sistema maieutico del dialogo, e l’ispezione del profondo portava a un’estroflessione e quasi condivisione dell’anima, a dimostrazione di un’altra delle grandi verità che aveva elaborato nella sua opera, prendendo spunto dai pensatori antichi, platonici e neoplatonici: che noi siamo dentro l’anima, e non l’anima in noi, che l’anima è uno spazio fluido che si può condividere. Se l’anima individuale si fa nel mondo (il concetto del «fare anima», tratto dalla definizione che Keats aveva dato del mondo come «la valle del fare anima»), noi tutti partecipiamo dell’Anima del Mondo.
Diceva che le parole gli alleviavano i dolori delle ossa come i cuscini che gli venivano continuamente sistemati nel letto da cui, come sapeva, non si sarebbe più rialzato, e che era stato portato in salotto, al centro della casa, di fronte alla grande vetrata aperta sull’abbagliante autunno del New England. Su un tavolino, a disposizione di chiunque volesse leggerle, una raccolta di poesie giapponesi sulla morte scritte da monaci zen o da autori di haiku. «Una radiosa gradevole / giornata d’autunno per viaggiare / incontro alla morte».

lunedì 5 dicembre 2011

Hillman, il profeta dell’Anima

il Fatto 29.10.11
Hillman, il profeta dell’Anima
Franca D’Agostini

La morte di James Hillman spinge a riflettere sulla grande vague anti-teoretica, anti-logica, anti-concettuale che ha attraversato la cultura europea e nordamericana a partire dagli anni Ottanta dello scorso secolo, e di cui Hillman è stato un illustre e raffinato esponente. La formidabile carenza di logica e di sensatezza di cui è afflitto il linguaggio pubblico recente, specie italiano (ma anche il dibattito di lingua inglese non scherza, a giudicare da quanto scrive Julian Baggini nel suo repertorio di assurdità Do They Think You’re Stupid?, Granta), ci dice che l’operazione culturale di svilimento del logos a vantaggio del pathos perseguita da Hillman e da molti altri ha avuto gran successo. Ma ci dice anche che forse èilcasodichiuderequelcapitolo e che concetti come anima, cuore, emozione interiorità e amore possono tornare tranquilli a fare il loro dovere, senza bisogno di essere lanciati come cubetti di porfido contro il contrafforte del logos che – secondo il paradigma emozionalista – ospiterebbe la potente e venefica città della Scienza, della Tecnica, e (per gli americani) della Filosofia.
PER COMPRENDERE l’operazione di Hillman credo sia necessario collocarla in due contesti ben definiti: il tramonto della psicoanalisi, e la latitanza culturale della filosofia. La psicanalisi nelle diverse forme inizia un suo chiaro e vistoso declino in Europa già negli anni Settanta dello scorso secolo, le psichiatrie alternative e antiedipiche segnalano con chiarezza che il paradigma freudiano, anche nella versione lacaniana, regge male le nuove condizioni dell’immaginario e del linguaggio condiviso, mentre la versione junghiana sempre più chiaramente trascolora in terapeutica culturale astratta. La situazione non è chiara per il grosso pubblico che ancora pensa a Freud, Jung e Lacan come un’avanguardia culturale, ma non sfugge alla sensibilità di Hillman cheprocedesenz’altroarivoltare la psicologia analitica come un guanto e a riciclarla come filosofia. La psiche, insegna Jung è abitata e sovrastata dal collettivo, e dai contenuti mitici immaginativi archetipici che l’umanità intera condivide. Perché allora curare i singoli?
La psicanalisi di Hillman esce dallo studio e dalla clinica individuale e diventa terapeutica delle idee, dell’umanità intera, e non delle singole persone. Programma tipicamente filosofico: ecco Hillman incamminato a svolgere il ruolo husserliano di “funzionario dell’umanità”. Il programma destinato a fare di Hillman il maestro e profeta degli animisti mitomani e antilogici di tutto il mondo si annuncia nel Mito dell’analisi del 1972. L’Occidente, così si spiega nel libro, avrebbe umiliato e assoggettato l’immaginazione e l’anima, e in generale il femminile (anima junghianamente è per l’appunto il femminile). Di qui il rilancio dell’idea di Keats, secondo cui il mondo è la “valle del fare anima”. Cosa si deve fare in questa vita? Semplice: making soul, contro una cultura che ha dimenticato gli dei e l’anima e il potere fantastico dell’invenzione creati-va umana. La critica naturalmente era rivolta al tendenziale positivismo della psicanalisi, specie freudiana, ma il making soul divenne una cifra importante della psicologia archetipica hillmaniana, facendone il paradiso del femminismo differenzialista. Americano di nascita, ma europeo di formazione (studia alla Sorbona e a Dublino) Hillman torna in America nel 1984, e qui ha una visione chiara del gioco che contrappone i cosiddetti techies e i fuzzies, i tecnocrati e i vaghi, si direbbe. È una guerra politico-culturale che infuria nei tardi anni ottanta, ed è tipica di contesti e culture dove la filosofia (che appunto dovrebbe chiarire le idee sull’irrilevanza della dicotomia: essendo la tecnica stessa estremamente vaga, e le vaghezze necessariamente determinate , dovendo dirsi in parole) è povera o assente.
IN QUESTA GUERRA l’anti-positivismo di Hillman ha buon gioco. Il suo progetto a mano a mano (e con lieve contraddizione rispetto all’assunto) diventa un vero e proprio sistema filosofico, dotato di una metafisica, un’antropologia, un’etica, e ancheinprospettivaunapolitica.In breve quella hillmaniana è una metafisica panteistica, e panpsichistica. Il mondo “è pieno di dèi”, Hermes, Afrodite, Ares sono le immagini archetipiche che ci guidano nel vivere amare e soffrire. La psiche inoltre non è solo dentro di noi, è tutto intorno a noi. All’uomo psicologico (che vive “facendo anima”) Hillman oppone l’uomo spirituale (mirante a una perfezione trascendente) e l’uomo normale (che si identifica con l’adattamento pratico e sociale). Il codice dell’anima del 1997, rivede la terapia: si tratta non di crescere ma di decrescere, tornare alle nostre radici, vedere da vicino quale sia il mito o il dio che ci guida, e così conoscere la nostra “vocazione”. Naturalmente, non è filosofia vera, e pertanto originale e intellettualmente esigente, ma una popularphilosophie gentile, che rielabora materiali largamente presenti nella tradizione della filosofia pratica, ed è piena di colore, di narrazioni, miti e figure. Un fenomeno editoriale insomma (il suo Codice dell’anima fu un best seller in tutto il mondo). Hillman è stato in definitiva un grande divulgatore e grande narratore dell’inconscio. Ma i contenuti per così dire politici della sua dottrina – al di là delle sue intenzioni – hanno fatto non poco danno in un’epoca che certo aveva bisogno di filosofia, ma non di quella filosofia, e che voleva una scossa da torpedine marina, ma non quella scossa emozionalistica e psichistica. Coloro che hanno fatto del socratismo visionario di Hillman una ideologia a volte sono andati troppo in là. In un libro di un intellettuale hillmaniano, di cui non farò il nome, si legge che le donne sarebbero superiori in quanto avrebbero l’intelligenza dei sentimenti, “e come dice l’etimo della parola stessa, ‘sentimento’ vuol dire: avere il senso, il sentire, nella mente” (?!). Il povero Hillman, conoscitore di molte lingue ed esperto di etimi ingegnosi e sottili, come avrebbe valutato una simile idiozia?
*Docente di Filosofia della Scienza al Politecnico di Torino

mercoledì 30 novembre 2011

lunedì 28 novembre 2011

sabato 26 novembre 2011

Blog Antichi Disegni

Blog Antichi Disegni

http://antichidisegni.blogspot.com


disegno ripreso dal blog intitolato:
difesa contro i malefici e in favore della vita.jpg

mercoledì 23 novembre 2011

martedì 22 novembre 2011

martedì 15 novembre 2011

Hillman, lo sciamano dell’anima

l’Unità 29.10.11
Hillman, lo sciamano dell’anima
È morto a 85 anni lo psicoanalista e filosofo americano. Allievo di Jung ha re-immaginato l’analisi junghiana riportandola nel mondo. Paladino di una psicologia ecologica non voleva curare i singoli, ma «la civiltà»
di Romano Màdera

Nel 1989 lascia l’attività: basta parlare all’io, vuole la città come interlocutore

È morto James Hillman, uno dei pochi psicoanalisti che si era impegnato in un’impresa straordinaria quanto stravagante, forse infantile o donchisciottesca: curare la civiltà, non più i singoli pazienti! Si può dire che la psicoanalisi ci ha sempre provato, ma senza dirselo, perché in fondo il cambiamento di pochi individui, diventati più attenti alle proiezioni del male sugli altri, più disposti a cercare faticosamente la verità su se stessi, dovrebbero essere anche più capaci di autocritica e di tolleranza. Ma insomma, cambiare il mondo non è compito di un analista, la politica deve rimanere fuori dallo studio.
E invece, all’apice del successo, Hillman, nel 1993, ha osato scrivere Cento anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio. Si è interrogato su quello sguardo psicologico che chiude le finestre sul mondo, separa il paziente dalla sua storia, dalla sua cultura, dalle immagini che ne hanno modellato la percezione, e poi rovescia tutto e fa nascere il mondo dai seni della mamma e dalla camera da letto dei genitori. Hillman si è chiesto se la psicopatologia dei singoli non contenesse invece la sofferenza (pathos) dell’anima (psiche) che cerca di articolare un’espressione, un discorso (logos). Il singolo non è messo al mondo dalla famiglia, in realtà la sua nascita avviene nel mondo che dà forma e voce al carattere e alla vocazione di ciascuno, ed è nel mondo che ciascuno incontra il suo destino.
Quali sono le forme e le voci del mondo? Chi ascolto quando ascolto un sintomo, per esempio quando qualcuno è ossessionato da internet, dal telefonino, dal traffico, dagli appuntamenti di lavoro? Hillman è stato capace di divinare, nell’accelerazione del tempo e nella contrazione dello spazio, così tipici della nostra epoca, una epifania drogata di Ermes-Mercurio il dio degli scambi, dei confini, dei commerci. Certo è la storia che mi parla in un soggetto, e nella storia la sua biografia, e tuttavia c’è qualcosa che evoca, da dentro quella stessa esperienza, un modo di essere e di costruire la realtà che intesse i fili del tempo, che collega le civiltà, che è vasto e profondo quanto solo l’immagine può suggerire senza mai chiudersi in una definizione esaustiva. L’immagine porta nei pressi dell’anima del mondo, della matrice dei nostri vissuti, delle nostre fantasie, delle psicopatologie.
Si tratta allora di rimanere aderenti alle immagini, di farle dialogare tra loro senza costringerle nella camicia di forza riduttiva delle spiegazioni, di dischiuderne la forma che le apparenta: queste forme sono archetipali, in se stesse inattingibili, proprio perché origini comuni capaci di generare immagini sempre diverse, per tempi e per culture diverse.
L’anima del mondo è intessuta, secondo HIllman, da queste energie formatrici che si condensano, volta a volta, in immagini guida di altri immagini: gli dei.
Il politeismo di Hillman non ha però niente di teologico: nella mitologia greco-romana, lui, ebreo americano educato in Europa, trova un repertorio che, rivisto come sguardo psicologico, può curare un mondo afflitto da una postura monoteistica, e quindi intollerante, insofferente delle differenze, incapace di scorgere divinità e bellezza nelle infinite variazioni della natura e dell’arte, senza irrigidirle in qualche direttiva moraleggiante.
Tutto si potrà rimproverare a Hillman, tranne il fatto che abbia solo teorizzato la terapia della civiltà, senza provare di persona a imboccare questa diversa strada. Nel 1989, nel bel mezzo di una carriera professionale ricca di riconoscimenti, abbandona la pratica analitica privata e si dedica allo sviluppo della sua idea di psicologia archetipica, cerca di parlare il suo linguaggio fuori dallo studio, di fare della città il suo interlocutore. Hillman ha scritto di questa decisione come di una profonda «crisi morale». Andava tutto bene con i pazienti, ma sentiva che non stava facendo la cosa giusta, che ritagliare il proprio intervento sul soggetto umano significa rimanere in una prospettiva di tipo cartesiano: voler dedurre la realtà dall’io, per quanto corretto con l’aggiunta dell’inconscio.
IL SUO «POLITEISMO»
Avrebbe potuto però fermarsi a questa critica e continuare a praticare l’analisi junghiana, della quale era uno dei più importanti esponenti nel mondo. Neppure Jung, il suo maestro, gli è bastato: sì, Jung era andato in una direzione che potremmo chiamare terapia delle idee, e non più solo del singolo, ma rimaneva nel solco della tradizione cristiana e monoteista: la sua direzione guardava all’asse che congiunge l’io al Sé, dove il Sé è il nuovo centro unitario del rapporto fra coscienza e inconscio. Troppa unità, troppo «io» ancora. La varietà del mostrarsi dell’anima del mondo è irriducibile alle nostre pretese di afferrarla in una qualche rappresentazione unitaria, per quanto complessa essa voglia essere.
E poi via dall’antropocentrismo della nostra civiltà, dalla sua malattia che infetta le architetture delle nostre città insieme alla devastazione delle foreste e degli oceani: Hillman si è fatto paladino di una nuova psicologia ecologica.
Le rutilanti idee-provocazione di Hillman sono state coraggiose e affascinanti, hanno proposto la via di un pensiero psicologico capace di superare il romanzo familiare.
Rimane oggi da vedere se il suo radicale antiumanesimo, la sua celebrazione del differire infinito, non sia però, anch’esso, troppo figlio del nostro tempo, troppo post-moderno, troppo collusivo con le varie morti di Dio, dell’uomo, del soggetto, dell’io, della morale, dell’unità ... troppo neonietzscheano, insomma.
Forse il corpo del mondo, e quello degli individui, ha invece un disperato bisogno di unità, di progetto, di gerarchie di senso, di ordinato equilibrio.

“Più veloci della luce, abbiamo nuovi dati”

La Repubblica 9.11.11
Mostre e incontri a "Futuro remoto"
Fidatevi del super neutrino
“Più veloci della luce, abbiamo nuovi dati”
di Luca Fraioli

Parla Antonio Ereditato, del Cern di Ginevra, responsabile del celebre esperimento che può cambiare la fisica
"A noi scienziati piace costruire meravigliosi castelli di sabbia che poi distruggiamo per farne di nuovi"
"Finora abbiamo avuto solo conferme. E anche americani e giapponesi stanno lavorando nella stessa direzione"

A fine settembre ha sconvolto il mondo della scienza. Ha "osato" sfidare Albert Einstein e la sua Teoria della relatività, dimostrando, dati alla mano, che quella della luce potrebbe non essere la massima velocità raggiungibile in natura: i neutrini sparati dal Cern di Ginevra verso i laboratori del Gran Sasso vanno più forte, molto più forte. La comunità dei fisici è andata in fibrillazione: c´è chi ha iniziato la caccia all´errore (nell´esperimento) e chi la caccia alla teoria alternativa, capace di spiegare un fenomeno imprevisto. Ma l´annuncio di Antonio Ereditato, 56enne napoletano trapiantato all´Università di Berna, ha scatenato anche la fantasia della gente comune. «Abbiamo ricevuto centinaia di mail con le più disparate spiegazioni di ciò che avevamo osservato» conferma il fisico responsabile dell´esperimento Opera al Cern.
Chi vi ha scritto, professor Ereditato?
«I soliti mitomani che si credono novelli Einstein. Ma soprattutto tanti, tantissimi giovani. Ed è la cosa più bella di questa storia, comunque vada a finire: i neutrini più veloci della luce hanno risvegliato l´interesse dei ragazzi per la scienza. Ed è su di loro che bisogna investire, perché hanno la curiosità e la voglia di cambiare che è il motore del progresso».
Cosa suggeriscono questi giovani aspiranti scienziati ai fisici del Cern?
«Un ragazzo americano all´ultimo anno di high school mi ha chiesto se avevamo tenuto conto della curvatura della superficie terrestre. Un altro voleva sapere se nel calcolare la velocità dei neutrini avevamo tenuto conto della rotazione terrestre. Altri ancora ci hanno ricordato che la velocità della luce è diversa a seconda che viaggi nel vuoto o in un materiale, con tanto di calcoli matematici. Insomma, considerazioni un po´ ingenue, ma li abbiamo comunque ringraziati dell´aiuto».
A un mese e mezzo di distanza i vostri neutrini continuano ad andare più veloci della luce?
«Sì, l´effetto che abbiamo registrato è ancora lì. L´esperimento è stato passato di nuovo al setaccio ma finora non è stato trovato alcun "errore". Quindi al momento la bontà del risultato è confermata».
Oltre a ricontrollare i vecchi dati, avete fatto nuove misurazioni? Avete sparato nuovi fasci di neutrini verso il Gran Sasso?
«Sì, l´ultimo un test si è concluso domenica scorsa. Abbiamo inviato neutrini in un "formato" diverso rispetto a quello usato nel corso dei mesi precedenti. È una prova importante perché ci permetterà di studiare meglio tutti i dati che abbiamo raccolto in passato, ma i risultati li conosceremo nei prossimi giorni».
E per il futuro avete in programma nuove "campagne" di misurazione della velocità dei neutrini?
«Certo, non ci fermeremo finché non avremo la spiegazione di questo fenomeno. Avendo sollevato noi il problema, abbiamo il diritto-dovere di fare ulteriori verifiche».
Anche i fisici americani e giapponesi si stanno mettendo all´opera.
«Ed è giusto che sia così. Nella comunità scientifica c´è sì competizione, ma soprattutto grande collaborazione. Dopo il nostro annuncio, gli americani hanno iniziato a riesaminare i vecchi dati in loro possesso che mostravano un effetto simile. E presto dovrebbero ricominciare a misurare la velocità dei neutrini sparati dal Fermilab di Chicago. Anche i colleghi giapponesi hanno la tecnologia per ripetere il nostro esperimento. Li ho incontrati nei giorni scorsi e mi hanno confermato che stanno procedendo, anche se c´è qualche problema con i finanziamenti».
Torniamo ai giorni dell´annuncio: si è polemizzato sul fatto che alcuni fisici, pur avendo partecipando all´esperimento, non hanno firmato la ricerca.
«La classica tempesta in un bicchier d´acqua. Sono stato io a chiedere, conscio della delicatezza dell´annuncio, di sottoscrivere l´articolo solo se si era davvero convinti. Il risultato è che su un gruppo di 160 ricercatori sei o sette hanno preferito non firmare».
Ma ora quei sei o sette cosa fanno?
«Lavorano con noi per cercare una soluzione a questo rompicapo, naturalmente».
Lei che idea si è fatto? Perché i neutrini vanno più veloci della luce?
«Sono concentrato nel consolidare i dati raccolti, preferisco non addentrarmi nella loro interpretazione. E c´è un motivo».
Quale?
«Le interpretazioni possibili si dividono in due categorie. 1) l´effetto osservato è vero. 2) l´effetto osservato non è vero perché c´è un "inghippo" nell´esperimento. Ma siamo troppo lontani dalla prima ipotesi, abbiamo ancora moltissimo da fare prima di poter dire con certezza che i neutrini vanno più veloci della luce. E d´altra parte, la seconda ipotesi non sta in piedi, perché finora, nonostante le ripetute verifiche, non è stato trovato alcun "inghippo". Ecco perché preferisco girare alla larga delle interpretazioni. Mi sono imposto di non pensarci».
Non sarà che vuole evitare di pensare alle "conseguenze"? Se i suoi risultati fossero confermati farebbero crollare il mito di Einstein e della Relatività. Una bella responsabilità.
«Non è detto. Einstein formulando la Relatività non ha affatto sancito che Newton aveva sbagliato, ha solo esteso il raggio d´azione della teoria. Tanto è vero che se dobbiamo calcolare le traiettorie dei pianeti continuiamo a usare le formule di Newton, mica quelle di Einstein. Alle stesso modo il nostro risultato potrebbe portare non alla cancellazione della Relatività, ma a un suo ampliamento».
Ci sono due possibilità: che la comunità scientifica trovi l´"inghippo" nell´esperimento, confermando la validità delle teorie attuali, oppure che il vostro risultato resista alle verifiche e apra una fase completamente nuova. In tal caso sarebbe una scoperta da Nobel. In cuor suo cosa si augura?
«Faccio il fisico da trent´anni, mi considero un professionista e voglio conservare un certo distacco. Il nostro mestiere è quello di fare misure: più siamo distaccati e meglio le facciamo. Noi scienziati siamo come i bambini sulla spiaggia: costruiamo bellissimi castelli di sabbia, ma siamo pronti a saltarci su e a disfarli per andare oltre, per costruirne di nuovi».
Domani racconterà tutto questo per la prima volta davanti a un pubblico italiano di non addetti ai lavori: la sua conferenza inaugurerà a Napoli la manifestazione Futuro Remoto. La verità sui neutrini superveloci la conosceremo in un futuro prossimo?
«La scienza ha i suoi tempi, a volte anche molto lenti. In questo caso spero proprio non siano remoti».

Medieval music - Saltarello by Arany Zoltán

lunedì 31 ottobre 2011

domenica 30 ottobre 2011

sabato 29 ottobre 2011

venerdì 28 ottobre 2011

Immortals - Trailer italiano HD



In uno scenario mitologico dominato da forze ancestrali, il titano Iperione setaccia la Grecia alla ricerca del leggendario Arco di Epiro, creato da Ares per liberare i Titani dalla prigionia degli Dei e annientare l'umanità. Una sacerdotessa di nome Fedra e un contadino scelto da Zeus per proteggere la patria, Teseo, si cimentano in un'avventura da cui dipenderanno le sorti del mondo.

Le avventure di Tintin: il segreto dell'unicorno - Video-recensioni di M...

Arazzo - Bacca e Arianna


Arazzo - Bacca e Arianna.

martedì 11 ottobre 2011

Cinquant'anni dopo l'uscita, torna aggiornato un saggio fondamentale per l'urbanistica della capitale

La Repubblica 11.10.11
Cinquant'anni dopo l'uscita, torna aggiornato un saggio fondamentale per l'urbanistica della capitale
Perché Roma non è moderna
di francesco Erbani

Uscito cinquant'anni fa, torna Roma moderna, il libro di Italo Insolera sulla storia urbanistica della capitale (Einaudi, pagg. 403, euro 25), da molti giudicato fondamentale anche per la storia in generale di Roma da Porta Pia in poi. La nuova edizione è aggiornata: inizia con la Roma napoleonica e in quattro capitoli finali racconta la Roma dagli anni Ottanta a oggi (con Insolera ha collaborato Paolo Berdini). Ma la vera novità sta in un punto interrogativo che nella premessa Insolera giustappone al titolo: Roma moderna? È da qui che comincia la chiacchierata con l'urbanista, classe 1929, insegnante a Venezia e a Ginevra e autore di numerosi saggi.
Alla domanda se Roma sia una città moderna e, se non lo sia, perché non lo è, Insolera apre a caso le pagine dello stradario. L'occhio casca su una delle borgate abusive della zona orientale, poi assorbita nello sviluppo tumultuoso dell'abitato. Il dito seguei tracciatie si perde su vie che si aggrovigliano, si allargano a circonvallazione e poi finiscono nel nulla. Insolera scuote la testa, alza lo sguardo: «Non può definirsi moderna una città che ammette questo disordine». Ma questa è la città abusiva.
«È vero. Però casualità e insensatezza le troviamo anche in quartieri sorti legalmente, ma frutto di speculazione, dove si è pensato ai palazzi e non alle strade. E poi l'abusivismo edilizio non è stato solo un fenomeno che ha interessato la città in alcune parti».
E che cosa è stato? «Per molti aspetti è il modo d'essere della città. Si calcola che il venti per cento del territorio edificato sia abusivo (diecimila ettari su cinquantamila). Sono stati spesi tanti soldi per riagganciare questi nuclei alla città. Tutta Roma è stata investita da simili tentativi. I risultati sono stati però scarsi.È un problema politico, ma anche dell'architettura». In che senso c'entra l'architettura? «Che l'architettura possa riscattare la società è cosa da dimostrare: soprattutto quando è solo disegno di forme e non ricerca dei valori di cui le forme sono espres sione. Vista dall'alto, la metropoli abusivae poi sanata dai condoni si presenta come una massa continua, compatta, indifferente. Come d'altronde si presentava cinquant'anni fa la città delle palazzine». Lei pone uno spartiacque nell'immediato dopoguerra.
«Fino ad allora troviamo un impianto stradale e un'architettura discutibili quanto si vuole. Ma funzionanti. Andando ancora indietro nel tempo vediamo piazze disegnate in modo esemplare, come piazza Mazzinio piazza Verbano. Alcuni insediamenti popolari sono all'altezza di una città moderna. Poi questa sapienza urbanistica viene sovrastata dagli interessi speculativi».
Torniamo ancora più indietro.
Finora lei cominciava la storia di Roma moderna con il 1870. Ora con Napoleone. Perché? «Potrei cavarmela con la battuta che Napoleone è meglio di Raffaele Cadorna. Napoleone è comunque uno dei pochi grandi che si occupino di Roma. Dal 1809 al 1814 Roma è annessa all'impero napoleonico e il prefetto De Tournon elabora un progetto per scavi archeologici e due grandi parchi, uno a Piazza del Popolo, l'altro nell'area fra i Fori, il Colosseo e il Palatino...» Nasce allora l'idea che verrà ripresa negli anni Settanta del Novecento da Leonardo Benevolo, Antonio Cederna, Adriano La Regina, da lei e dal sindaco Petroselli? «Nasce allora. Non se ne fece niente. Se Napoleone non fosse stato sconfitto, questi progetti sarebbero stati alla base del primo piano regolatore di Roma moderna». Napoleone va bene, ma Pio IX? «Si deve al ministro del papa, monsignor De Mérode, l'istituzione della stazione Termini e l'avvio dell'espansione cittadina verso nord-est, che verrà poi realizzata dal Regno d'Italia. Sebbene De Mérode avesse acquistato quei terreni e dunque fosse uno speculatore, anche quella fu una scelta da città moderna».
Veniamo di nuovo a un periodo più vicino a noi. La sua ricostruzione della speculazione anni nel Novecento ha fatto scuola.
Una prima svolta si registra con Argan e Petroselli fra il 1976 e il 1981. Poi nel 1993 inizia la stagione del centrosinistra.
«Nel programma di Francesco Rutelli c'era un capitolo intitolato "Una rivoluzione urbanistica".
Una rivoluzione rispetto alle pratiche dominanti a Roma, resa necessaria anche perché la città aveva smesso di crescere demograficamente». Ed è stata compiuta questa rivoluzione? «L'attività di quell'amministrazione si è caratterizzata per la discontinuità con una consolidata cultura urbana progressista».
Quindi si è andati in una direzione diversa.
«Partirei da un episodio specifico. A Tor Marancia, un'area grande 120 ettari di meravigliosa campagna romana vicina all'Appia Antica, erano previste enormi cubature, ma il soprintendente La Regina pose un vincolo che avrebbe impedito di costruire. I proprietari si sarebbero dovuti rassegnare». E invece? «E invece grazie a uno strumento appena introdotto, quello della compensazione urbanistica, quel milione e ottocentomila metri cubi di case furono trasferiti altrove, ma diventarono cinque milioni e duecentomila. L'amministrazione comunale riconosceva ai proprietari un "diritto edificatorio" che se non esercitato in quello veniva spostato in un altro luogo, ma con un enorme incremento. Insomma, si stabiliva l'intangibilità della rendita fondiaria, nonostante importanti giuristi avessero sostenuto che quel tipo di "diritto edificatorio" non esiste».
Quella scelta che conseguenze ha avuto? «Si è stabilito un principio, poi adottato altre volte, per cui molti costruttori hanno potuto invadere la campagna romana con insediamenti anche enormi, non raggiunti da un trasporto pubblico adeguato, in una città che perdeva residenti ma che si disperdeva sempre di più. Quella norma, che in teoria è anche corretta, ha accompagnato l'urbanistica romana da Rutelli a Veltroni. Ed è il segno di un'involuzione culturale.
L'urbanistica e la pianificazione del territorio sono state accantonate: il mercato non ne ha avuto bisogno e non ha più trovato ostacoli». Poi è arrivato Gianni Alemanno. «E con lui il progetto di trasformare l'Eur in pista per la Formula 1 con invasione di cemento. Contemporaneamente arriva il "piano casa", un ulteriore colpo alla cultura urbanistica. Ognuno si fa la sopraelevazione che vuole, consuma suolo e verde. Il progetto della città non è al centro degli interessi dei legislatori nazionali e regionali». Roma può tornare a essere una città moderna? «Sì, ad alcune condizioni. La prima è che non cresca più. La seconda, gettando lo sguardo oltre le questioni urbanistiche, è che faccia leva sulla cultura multietnica.
Una cultura che si esprime simbolicamente intorno a Piazza Vittorio Emanuele, ora luogo popolato da immigrati e che fu costruita e abitata dagli immigrati di allora, i piemontesi venuti a Roma dopo il 1870».

domenica 2 ottobre 2011

Sulla strada di Eleusi - - - Endymione (Algorithmic Progressive Sound 2009)



Chiamami Verde-Spiga mietuta,
scottato da un umido fuoco.
Io mi perderò nelle tue sinapsi
come il sale nelle acque oscure.
Ma sono solo sulla strada di Eleusi.
Vagabondare smarrito,
andare in cerchio,
con le tracce del tuo odore
nel mio sistema limbico.
Memorie di vampe notturne,
la pioggia sul grano.
Gocce d'ambrosia tra i pensieri bagnati di te,
percorrendo la terra e le sue zolle ferite.
Brividi lungo la spina dorsale,
nei labirinti della vita,
nel tuo regno di miele e di sale.
Torna,
nel pulviscolo del mattino,
lungo i fili dorati dal sole.
Luce chiara alla finestra socchiusa,
nutrice e amante che inebri la terra e le stelle.

Esperimento italiano fra Ginevra e il Gran Sasso: in dubbio la teoria della relatività

La Stampa 23.9.11
Esperimento italiano fra Ginevra e il Gran Sasso: in dubbio la teoria della relatività
Il neutrino che batte la luce e sfida Einstein
di Giovanni Bignami

Chissà cosa è successo davvero tra Ginevra e il Gran Sasso. Certo i neutrini non si sono fermati a bere un caffè, anzi, sembra che, come nei fumetti, siano andati più veloce della luce. Ci vorrà un po’ di tempo per capire cosa è successo davvero. Perché, anche se piccola, i neutrini una massa ce l’hanno. Anzi, proprio questa è stata una scoperta recente, premiata con un Nobel nel 2002.
Ma Einstein ci ha insegnato che un corpo con massa non può andare al di là della velocità della luce, anzi neanche uguagliarla. E allora? Ai posteri l’ardua sentenza. Il risultato, se di risultato si tratta, si gioca sulla precisione della misurazione dei tempi di transito. E qui la fisica non perdona: la luce avanza a 300 mila km al secondo e, per decidere chi arriva prima tra fotoni e neutrini, bisogna avere un fotofinish di straordinaria precisione.
Per il momento, si tratta di un passa-parola tra fisici a metà tra lo scettico e l’entusiasta. Noi, però, non possiamo non notare l’importanza sempre maggiore dei neutrini per il futuro della comprensione dell’universo. Se i neutrini italo-svizzeri fossero davvero superluminali, cambierebbero non solo fondamentali paradigmi della fisica, ma forse anche alcune nostre idee sulla formazione e composizione dell’universo. Penso soprattutto alla materia oscura, il grandissimo problema della cosmologia moderna. Ma penso anche ai neutrini viaggiatori, portatori di messaggi ancora non letti dal cielo.
Finora abbiamo visto solo due sorgenti celesti di neutrini: il nostro Sole ed una Supernova nella Grande Nube di Magellano. Proprio dalle osservazioni del Sole abbiamo capito che i neutrini devono avere una massa e che perciò, fino a ieri, non potevano andare alla velocità della luce. Vien da pensare al risultato annunciato due giorni fa a Bradford, Inghilterra, da Carlos Frenk, grande cosmologo anglomessicano, che mette in dubbio le poche idee che ci eravamo fatti sulla natura delle particelle responsabili della materia oscura. Potrebbero non essere quello che pensavamo e potrebbero anche non essere alla portata del Cern. E allora? Non ho la minima idea se i due risultati siano connessi e comunque entrambi hanno bisogno di conferma. Certo, parlando dei neutrini e delle loro strane proprietà, viene voglia di spalancare il cielo ad una nuova astronomia, fatta appunto con i neutrini, dopo che da migliaia di anni ci accontentiamo dei messaggi portati dal fotone viaggiatore.
E’ la fine del monopolio dell’astronomia elettromagnetica, cioè quella fatta con i fotoni che anche i nostri occhi possono vedere? Sarebbe affascinante fare astronomia con i neutrini, perché intorno a noi c’è un universo dove vanno e vengono neutrini senza che riusciamo a cogliere il messaggio che portano. Se poi fossero più veloci della luce, sarebbe anche più divertente. Ma attenzione: tutte le volte che abbiamo messo seriamente alla prova la relatività generale di Einstein, il vecchio Albert è uscito vincitore.

Vicenza in Cartolina

Vicenza in Cartolina

giovedì 29 settembre 2011

Il restauratore dell’affresco “castrato”: siamo pronti a metterlo a posto

Il restauratore dell’affresco “castrato”: siamo pronti a metterlo a posto
VENERDÌ, 19 AGOSTO 2011 IL TIRRENO - Grosseto

Durante il restauro dell’Albero della fecondità, affresco medievale di Massa Marittima (risale al 1265), è stato “castrato” il frutto-fallico che pendeva dalla pianta? «Con tutte le autorizzazioni del caso, e senza costi aggiuntivi, possiamo reintegrare quanto manca», dice candidamente il restauratore Giuseppe Gavazzi, raggiunto per telefono.
Nessuna volontà di censurare, insomma: la cancellazione dal frutto di alcuni dettagli che lo rendono fallico «potrebbe essere stata provocata dall’aggressione di alcune sostanze chimiche», dice Gavazzi. «Dobbiamo considerare - aggiunge - che abbiamo lavorato su un’opera molto deteriorata». Il restauratore precisa che «i lavori sono stati comunque eseguiti così come scelto dalla Sovrintendenza che li ha costantemente monitorati».
Del resto, il 6 agosto scorso, quando l’opera è stata esposta di nuovo al pubblico, tutti i soggetti coinvolti nel restauro hanno dato il via libera. Ma quando l’affresco è stato di nuovo visibile, Gabriele Galeotti, del movimento civico Massa Comune, si è accorto dei particolari mancanti e ha subito presentato un esposto alla Procura, ai carabinieri, al ministero e alla Sovrintendenza perché l’affresco appare «fortemente compromesso».



È una “castrazione chimica” Ma i restauratori sono pronti a ridare gli attributi al frutto

Agenti erosivi potrebbero aver nascosto le tracce originali «In ogni caso è possibile riparare, senza costi ulteriori»



Parla l’esperto che ha curato il restyling: «Lavori attenti e scrupolosi, con l’ok delle autorità»

ALFREDO FAETTI
MASSA MARITTIMA. Potrebbe esserci un’aggressione di fattori chimici dietro alla “castrazione” di quel frutto che pende dall’Albero della Fecondità a Massa Marittima. Lo spiega il restauratore, Giuseppe Gavazzi, che sottolinea come «i lavori siano stati eseguiti così come scelto dalla Soprintendenza».
«Dobbiamo considerare che abbiamo lavorato in funzione di uno stato di forte deterioramento», spiega il restauratore che ha sede aziendale a Siena. E potrebbe essere stato proprio questo fattore ad aver cancellato dal frutto dell’affresco quei dettagli che - per volontà dell’antico autore - di fatto lo rendevano un fallo.
Gavazzi, raggiunto al telefono, spiega di non aver ben presente a quale dettaglio ci si riferisca. Vuole però precisare che «il restauro ha seguito quanto è stato deciso dalla Sovrintendenza di Siena, che ha monitorato costantemente i lavori». Del resto, quando il 6 agosto scorso l’affresco del XIII secolo è stato riconsegnato al pubblico, tutti i soggetti coinvolti nel restauro hanno dato il via libera. «Se è stato esposto vuol dire che si è deciso di farlo rimanere quello attuale». Che però ha dei difetti rispetto al disegno originale. «Se qualcuno è andato a vedere il dettaglio possiamo comunque, con tutte le autorizzazioni del caso, reintegrare quanto manca».
Qualcuno in effetti è andato a vedere, e ha trovato un particolare indigesto. Spedendo persino un esposto alle autorità perché a suo parere «l’affresco è fortemente compromesso nella sua autenticità».
Ma cosa ha portato alla “castrazione” di quel frutto? «I lavori sono stati fatti con grande cura e attenzione», garantisce Gavazzi, che nel settore è un’autorità. «È probabile che questa mancanza di foglie e particolari del frutto possa essere dovuto all’aggressione che l’affresco ha subito negli anni». L’aggressione di cui parla il restauratore riguarda alcune sostanze chimiche che hanno creato un problema alla superficie del muro, minando sia il colore che le forme dell’opera. «Noi abbiamo installato degli impacchi perché il disegno fosse protetto, ma a quanto pare queste sostanze sono riuscite a oltrepassarli». Del resto, il disegno è alla base di un palazzo medievale, quello dell’Abbondanza, raffigurato proprio sopra delle fonti. Di acqua attraverso quel muro, insomma, ne passa tanta. «Noi non potevamo aspettarci un’aggressione simile all’opera».
Tirando le fila, quindi, l’Albero della Fecondità potrebbe aver subito modifiche da agenti chimici presenti nella sua superficie, senza che nessuno dei soggetti, dagli stessi restauratori alla Sovrintendenza, abbia notato (oppure abbia deciso di lasciar correre) il ramo su cui pende il frutto non più fertile come un tempo. «Comunque, se sarà deciso, non ci saranno problemi a fare l’integrazione a quanto scomparso, senza costi aggiuntivi», conclude Gavazzi.

Itaca (Costantino Kavafis)

Itaca (Costantino Kavafis)

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d'incontri
se il pensiero resta alto e il sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga
che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche aromi
penetranti d'ogni sorta, più aromi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca
- raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo,per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

“I neutrini superveloci smentiscono Einstein”

La Stampa 23.9.11
“I neutrini superveloci smentiscono Einstein”
“Sembrano più rapidi della luce”. Oggi l’annuncio del test italiano al Gran Sasso
di Valentina Arcovio

I neutrini sono più veloci della luce, almeno secondo i dati dell’esperimento italiano «Opera», nel quale un fascio di neutrini viene lanciato dal Cern di Ginevra e raggiunge, dopo 730 km, i Laboratori Nazionali del Gran Sasso.
Questa è la notizia che da giorni circolava nella comunità scientifica. Poi, ieri, Antonino Zichichi, rompendo a sorpresa il rigoroso embargo imposto alla comunità scientifica internazionale, ne ha dato conferma, anticipando lo scienziato che è il portavoce del team internazionale che ha effettuato l’osservazione. Si tratta di Antonio Ereditato, un cervello italiano che lavora all’Università di Berna. Il fisico ha ammesso che i neutrini, nel corso di 3 diverse misurazioni, sono arrivati sull’obiettivo con un anticipo di 60 nanosecondi rispetto a quanto avrebbero fatto, se avessero viaggiato alla velocità della luce.
L’Infn e il Cern, però, rispondono con un secco «no comment». Senza un «paper» ufficiale i due enti di ricerca optano per un prudente silenzio. I dati dovrebbero essere diffusi dal sito www.arxiv. org, ma, più importante, oggi è previsto un seminario al Cern di Ginevra, in cui gli scienziati autori della scoperta presenteranno i loro dati, confrontandosi con la comunità scientifica internazionale. La posta in gioco, infatti, è troppo alta per permettersi falsi passi: questa scoperta farebbe crollare uno dei pezzi più importanti della fisica attuale.
Lo stesso Albert Einstein verrebbe messo in discussione. Se i neutrini sono per davvero più veloci della luce, la teoria della Relatività speciale subirebbe un duro colpo. Nella concezione relativistica lo spazio ed il tempo formano un’unica entità, il «continuo spazio-tempo», con quattro dimensioni: tre dimensioni spaziali ed una temporale.Se gli scienziati dovessero confermare l’osservazione, questo «continuo» non esisterebbe, così come il «principio di casualità», e si aprirebbero scenari inediti.
Fino ad oggi si riteneva impossibile che i neutrini, particelle con una massa infinitesimale, potessero viaggiare più veloci dei fotoni, particelle senza massa che raggiungono una velocità di circa un miliardo di chilometri l’ora. Adesso - ci si chiede - tutta la fisica moderna è destinata a cambiare? E con questa anche il lavoro, presente e futuro, dei laboratori di ricerca di tutto il mondo?
Ora, comunque, la palla passa alla comunità scientifica che, con i dati alla mano, dovrà capire se confermare o smentire l’osservazione. E’ inevitabile che a questo esperimento, destinato a far discutere, dovrannoseguirne molti altri prima di arrivare a una risposta che si possa definire certa. «Siamo piuttosto sicuri dei nostri risultati - ha detto, laconico, Ereditato -. Ma abbiamo bisogno che altri colleghi li confermino».

martedì 27 settembre 2011

Neutrini birichini. Anche Einstein non si sente troppo bene

il Fatto 24.9.11
Neutrini birichini. Anche Einstein non si sente troppo bene
Margherita Hack: per la prima volta la relatività è messa in discussione
di Francesca Gambarini

Cosa vuol dire questa scoperta? Che anche Einstein non era perfetto”, ride Margherita Hack, 89 anni, con quel suo caldo accento toscano che ti fa sentire subito a casa tua anche quando si parla di fotoni, acceleratori, relatività, neutrini e nanosecondi. Ieri, alla conferenza stampa internazionale convocata nel Cern, il più grande laboratorio scientifico del mondo, è arrivata la conferma di ciò che da qualche giorno si vociferava nei corridoi di Ginevra. La velocità della luce è stata superata. La Teoria della Relatività, figlia prediletta del papà della fisica moderna, si sarebbe frantumata, sbriciolata, disintegrata di fronte ai risultati raggiunti dopo tre anni di esperi-menti che dimostrano che sì, c’è qualcosa, nell’universo mondo, che va più veloce di 300 mila chilometri al secondo. Qualcosa di infinitamente piccolo, i neutrini, inafferrabili particelle elementari, che possono viaggiare a una velocità stimata di due millesimi di percento superiore a quella della luce. Eppure la celebre astrofisica, stuzzicata sull’incredibile rivelazione, che da un paio di giorni ha messo in subbuglio l’intera comunità scientifica internazionale, non si scompone.
Qual è la sua prima considerazione, professoressa?
Io la vedo così. Penso che l’uomo sia indissolubilmente legato al concetto di infinito, di immenso. Siamo attratti da ciò che non possiamo spiegare. La scienza non è niente altro che questo bisogno tradotto in formule ed equazioni, teorie e manuali. Ecco perché uno scienziato vero non si preoccupa di mettere in dubbio qualunque teoria, sempre e comunque. Anche quando si tratta di Einstein .
Come hanno appena fatto gli scienziati del Cern di Ginevra.
Il loro studio potrebbe, in futuro e, attenzione, qui lo dico e lo ridico, solo se confermato e riconfermato, aprire ma anche spalancare nuovi universi.
Ci faccia anche un solo esempio.
Oggi, per esempio, si pensa che non sia possibile percorrere le enormi distanze cosmiche che separano un sistema solare da un altro, proprio perché si considerava che non fosse possibile andare oltre la velocità dei fotoni, superando la barriera della luce.
E domani?
Domani chissà... Chissà che, dopo questo esperimento, tra qualche anno, non cambi davvero la geografia astronomica e che non si riesca a coprirle, quelle distanze. Ma è presto per dirlo.
Per i profani della fisica, a parte lo stordimento iniziale, la questione è difficile da capire.
Sì, lo comprendo. Avvicinarsi a queste cifre, ponderare questi dati, immaginarsi, anche solo per gioco, che cosa significhino, è estremamente difficile.
Quasi impossibile. In sintesi estrema che cosa cambia nella nostra percezione?
Secondo Einstein, nessun corpo dotato di materia può andare oltre la velocità della luce, anzi, nemmeno eguagliarla. Per farlo, dovrebbe avere una massa infinitamente grande, in base alla formula E=mc². Il che ovviamente è assurdo. Invece i neutrini, che hanno una massa, seppur minima, questa velocità se la sono mangiata.
E quindi?
È la prima volta che la teoria del vecchio Albert non viene confermata. È dal 1905, l’anno in cui la elaborò, chiamandola Teoria della relatività ristretta, che si prova e si riprova a montarla e smontarla. L’abbiamo messa in discussione non so nemmeno dirle quante volte, ma i dati sperimentali gli hanno sempre dato ragione. Inequivocabilmente.
Se si confermeranno per veri i risultati del Cern, bisognerà riconsiderare quella che finora era stata ritenuta da tutti gli scienziati la teoria dell’universo, e riscrivere i libri di fisica?
Ma questo non vuol dire che la vecchia relatività sia tutta da buttare. Può darsi che si dimostri una teoria imperfetta, come molte altre. E il genio di Einstein rimarrebbe comunque intatto.
Certo, si tratta di una di quelle scoperte che colpiscono l’immaginario collettivo: c’è già chi parla di viaggi nel tempo, chi di inesplorati universi paralleli ora finalmente alla portata umana...
Suvvia (ridacchia un poco, ma subito si fa seria, ndr). Questa è fantascienza, divertissement, semplice pour parler. Con la scienza si deve sempre aspettare prima di gridare al miracolo. Il punto di partenza, e non è male, è che i dati ci sono. E da ieri sono a disposizione della comunità scientifica perché li verifichi. Intanto c’è subito una cosa da fare. Provare di nuovo. Uno degli assiomi della scienza è la riproducibilità dell’esperi-mento. È un passo fondamentale. Se un dato è verificato una sola volta, il risultato a cui porta non esiste, per la scienza.
Allora mi vuole dire che c’è molto da aspettare e niente nel mondo cambierà dopo tutto questo stupirsi e sconvolgersi?
Certo che sì. La scienza ha bisogno dei suoi tempi. E infatti nessuno degli scienziati del Cern ha azzardato interpretazioni teoriche. Bisogna incrociare i dati tra loro, magari studiare lo stesso esperimento su altre particelle dotate di massa più grande, come l’elettrone, capire come sono stati misurati i neutrini. C’è n’è di lavoro...

venerdì 16 settembre 2011

Storia dell’Arte, una riforma contro l’Italia

La Stampa 14.9.11
Storia dell’Arte, una riforma contro l’Italia
di Francesco Bonami

Per tutta la vita andando in giro per il mondo quando la gente scopriva che ero italiano, di Firenze, e per di più che lavoravo nel campo dell’arte regolarmente esclamava «Of course!», è ovvio che uno nato a Firenze abbia scelto come professione l’arte. Naturale, come per uno nato su un’isola fare il pescatore. Wonderful! Meraviglioso! Essere così nfortunato da nascere in un Paese dove a colazione si mangia pane e Rinascimento. Chissà come rimarrebbero delusi i miei interlocutori se avessi avuto il coraggio di confessare che in Italia Educazione Artistica e Storia dell’Arte sono da sempre, nelle scuole inferiori e superiori, materie considerate un gradino sopra l’Educazione Fisica.
Chissà come sarebbero delusi nel venire a sapere che oggi il ministro della Pubblica Istruzione ha fatto una riforma abbastanza confusa da rendere queste materie ancora meno essenziali all’insegnamento scolastico tanto che in alcuni istituti sono addirittura eliminate. Che situazione paradossale quella di vivere dentro un museo e non avere fin da piccolissimi la possibilità di conoscere gli strumenti per utilizzare la realtà che ci circonda al meglio. Pare che l’arte e la cultura siano quasi una seccatura dalle nostre parti. Ma guarda cosa ci è capitato! Nascere in una nazione piena di opere d’arte. Costretti a mantenerle. Obbligati a rispettarle. Per difendersi da questo mal di Dio allora l’unica strada è quella d’ignorarle, di non conoscerle, di disprezzarle e se nessuno ci vede anche di rovinarle.
A parte gli scherzi. La crisi economica ci devasta e ci fa perdere di vista molte altre cose non meno importanti del denaro e dei nostri risparmi. Tra queste cose la cultura e l’insegnamento. Due cose che vanno mano nella mano nella crescita di un individuo civile e responsabile e nella crescita del Paese dove vive. Un tempo l’ignoranza era una vergogna. Non a caso c’era il maestro Manzi che ci ricordava sulla Rai che non era mai troppo tardi per sconfiggere l’analfabetismo e quindi la nostra ignoranza. Poi, non so bene quando, essere ignoranti è diventato quasi un merito. Fare il «grano» è diventato più importante che studiare. Anzi studiare è stato considerato da molti quasi un intralcio al benessere economico. Perché mai tentare di fare il professore di scuola media, figuriamoci il maestro delle elementari, se con lo stipendio che guadagnerei non potrei mai permettermi quello che altre professioni possono offrirmi. Così la scuola è diventata quasi tempo buttato via. Figuriamoci la storia dell’arte. Sembrano essere di questa opinione un po’ tutti, dal ministro dell’Economia a quello della Pubblica Istruzione. Per fortuna il nuovo ministro dei Beni Culturali ha preso il suo incarico come una vera responsabilità, un lavoro difficile ma serio, non semplicemente come una poltrona da occupare. Davanti al vandalismo e l’ignoranza non alza le spalle ma reagisce. Chi deturpa un’opera d’arte, un monumento, non importa quanto famoso o importante sia, non compie uno scherzo di cattivo gusto, compie un crimine per il quale deve finire in galera. Ma questo crimine verso il patrimonio artistico è un crimine del quale sono responsabili tutti coloro che considerano la cultura poco più di una ginnastica. Coloro che ritengono l’arte ed il suo insegnamento una perdita di tempo e magari di denaro. E’ ora di cambiare rotta. Sarebbe triste se i nostri figli e nipoti davanti alla meraviglia di chi, più sfortunato di noi, è nato in un Paese senza un patrimonio artistico fossero costretti a dire «I am sorry», mi dispiace, io di arte non ne so niente. Sarebbe triste vivere fra gente cresciuta con la convinzione che Carpaccio è un antipasto e Bellini un cocktail leggero.

le who' s who de la mythologie indo-europeenne

le who' s who de la mythologie indo-europeenne

domenica 4 settembre 2011

Antichi Sepolcri

annunciamo la creazione di un blog specifico per la pubblicazione di testi, foto e disegni di antichi sepolcri.
http://antichisepolcri.blogspot.com
dal questo blog riportiamo il seguente disegno:

cerimonia funebre da un vaso greco.

sabato 3 settembre 2011

L´affresco perde gli attributi, scoppia la lite

L´affresco perde gli attributi, scoppia la lite
MARIA CRISTINA CARRATU
VENERDÌ, 19 AGOSTO 2011 LA REPUBBLICA - Firenze

Massa Marittima, l´esposto: è stato censurato. Il soprintendente: erano un´aggiunta

Dall´Albero della fecondità pendono organi sessuali maschili: sono spariti due testicoli

maria cristina carratù
Si è appena spenta la polemica sulla Torre di Pisa a forma di fallo, ed eccone un´altra sullo stesso tema, evidentemente, quest´anno, molto sentito. Ora tocca all´Albero della fecondità di Massa Marittima, capolavoro del 1265 unico nel suo genere, scoperto casualmente nel 1999 ai piedi del Palazzo dell´Abbondanza, mostrato al pubblico e poi chiuso per i danni causati da infiltrazioni d´acqua nella parete retrostante, in una zona piena di falde dove già si trovano delle vasche. Opera che raffigura una grande pianta da cui pendono come frutti tanti organi genitali maschili, con tanto di folla sottostante di donne, da poco tornata visibile dopo un lungo restauro promosso dal Comune e curato dalla Soprintendenza di Siena con la consulenza dell´Opificio delle pietre dure e del Cnr. Ed ecco il «dramma»: secondo Gabriele Galeotti, architetto e esponente del movimento civico Massa Comune, all´opposizione in Comune, dall´Albero restaurato mancherebbe qualcosa. Per la precisione, due testicoli, ben visibili, dopo il precedente restauro, ai lati di un pene-frutto pendente in alto a destra. Quanto basta per far diventare un (eventuale) errore di restauro un´(ennesima) arma politica contro l´amministrazione di centro sinistra guidata dal sindaco Lidia Bai: «L´affresco appare fortemente compromesso nella sua autenticità» ha tuonato Galeotti in un esposto inviato a Procura della Repubblica, carabinieri, Soprintendenza e ministero dei beni culturali, «a causa di una campagna di restauro irrispettosa dei caratteri artistici, tipologici e formali dell´opera» condotta «da una amministrazione inetta e incapace». Galeotti ne è convinto: l´assenza dei due testicoli «potrebbe configurare il reato di danneggiamento di opera pubblica», senza contare l´intento «censorio» ipotizzabile dietro l´incauta cancellazione.
Al Comune, però, di passare per danneggiatore di opere d´arte, nonché per bacchettone, non va giù per niente: «Ma se siamo stati noi i primi a portare alla luce e valorizzare l´Albero» protesta il sindaco Bai, Pd, nel ´99 assessore alla cultura. «Siamo inattaccabili, e del resto cos´altro dovrebbe fare un Comune se non affidarsi a tecnici del massimo valore?». Conferma Cecilia Frosinini, responsabile del settore affreschi dell´Opd: «E´ stato un intervento complesso, prima del restauro abbiamo dovuto analizzare, monitorare e rimuovere grossi strati di sali e calcari depositati dalle infiltrazioni d´acqua». Ed ecco il punto: cosa è accaduto a quel pene? Risponde il soprintendente per i beni artistici e storici di Siena, Mario Scalini: «Si è semplicemente tolta una parte non originale del dipinto» spiega, «che durante il primo intervento seguito alla scoperta dell´Albero era stata aggiunta seguendo le linee-guida del restauro integrativo», mentre oggi si preferisce «rispettare lo stato di fatto delle opere, lacune comprese». Il restauratore, insomma, dice Scalini (la Arc restauri di Giuseppe e Massimo Gavazzi) ha semplicemente tolto quello ciò che a suo tempo aveva aggiunto. Stop. Nessun danneggiamento, e nessuna censura, «visti i tanti altri �baccelli´ di forma inequivocabile» pendenti dalla pianta. Non resta, dunque, che l´ipotesi politica: «Evidentemente il partito di opposizione non ha altri argomenti che polemiche fini a se stesse» replica il sindaco, che per l´autunno annuncia un grande incontro pubblico sull´Albero dell´abbondanza, con esperti e studiosi. A parlare non di falli, ma di arte.