venerdì 22 luglio 2011

Un Eldorado di quadrati nel cuore dell’Amazzonia

La Stampa TuttoScienze 20.7.11
Un Eldorado di quadrati nel cuore dell’Amazzonia
Geoglifi giganteschi, che ricordano le famose figure di Nazca
il popolo della foresta
di Cinzia Di Cianni

Gli studi e gli interrogativi «Forse erano aree sacre, collegate da strade Furono edificate nel primo millennio a.C.»
Opere di ingegneria Quadrati ma anche cerchi e figure regolari: i geoglifi dell’ Amazzonia rivelano capacità costruttive superiori
PAESAGGI MANIPOLATI «Il disboscamento potrebbe essere un processo più antico di quanto si pensi»

Un bisogno antico, come la fame di terra, e conquiste recenti come il traffico aereo e il voyeurismo dei satelliti hanno messo a nudo l'Amazzonia. Pezzi di foresta brasiliana sono svaniti, ma, in compenso, le terre spogliate hanno confidato al cielo una storia dimenticata. Il suolo ha mostrato misteriose cicatrici: enormi motivi geometrici scavati nel terreno. Che cosa sono? Trincee della rivoluzione Acriana contro la Bolivia d'inizio Novecento? Resti del leggendario regno di Eldorado? Basi aliene? Infastiditi, gli allevatori propendono per il soprannaturale: il 93enne Jacob Queiroz dice che lì, quando piove, il terreno non assorbe l'acqua ed emette un ronzio. Intanto, queste opere hanno conquistato l'attenzione degli studiosi, ma nessuno ha ancora svelato i loro segreti.
I primi «segni» furono scoperti nel 1977 dall'archeologo brasiliano Ondemar Dias, ma fu il paleontologo Alceu Ranzi a battezzarli «geoglifi» e a farli conoscere al mondo. Per Ranzi, che insegna all'Università di Florianòpolis e ne è uno dei massimi esperti, hanno in comune con quelli peruviani di Nasca il fatto che sono stati osservati casualmente da un aereo e sono visibili nella loro interezza solo dal cielo. Nell'ambito del «Projeto Geoglifos», Ranzi e alcuni archeologi finlandesi hanno esplorato - soprattutto con i satelliti - i bacini del Purús e dell'Acre, affluenti del Rio delle Amazzoni, e alcune aree limitrofe in Bolivia. Se le linee di Nasca sono superficiali, qui si tratta di figure geometriche, formate da fossati profondi da uno a tre metri e larghi una decina, che corrono per centinaia di metri fino a coprire un'area di 250 km x 80. I geoglifi sono in gran parte quadrati e rettangolari e a volte cerchi, ma anche ottagoni e figure composte. Alcuni anelli misurano 300 metri di diametro. Spesso le figure sono presenti in sequenza e sono collegate da strade. Finora sono stati individuati 200 siti, forse il 10% di quanto sarebbe ancora nascosto. Solo pochi geoglifi sono stati raggiunti dai ricercatori e quindi i dati sono scarsi, ma tre studi di imminente pubblicazione - firmati dagli archeologi Sanna Saunaluoma (Università di Helsinki), Martti Pärssinen (Instituto Iberoamericano de Finlandia), Denise Schaan (Università del Parà) e Alceu Ranzi - promettono di fare un po' di luce su un mistero fitto come la foresta superstite.
I primi geoglifi furono localizzati sugli altipiani. Sono lontani almeno 2-5 km dai principali corsi d'acqua, ma non da piccole sorgenti. Si è sempre creduto che queste terre fossero troppo «magre», diverse dai fertili terreni alluvionali che costeggiano i fiumi, ma forse non è così. La terra argillosa veniva accumulata lungo il bordo esterno dei fossati, fino a formare un muro di circa un metro, Il solco, che ancora oggi ha una buona tenuta stagna, era forse usato per la raccolta dell'acqua piovana o l'allevamento di pesci e tartarughe.
Un periodo di siccità Ma come si potevano scavare opere tanto grandi in mezzo alla vegetazione? Semplice! Non c'era la foresta. Un periodo di siccità potrebbe aver trasformato l'Amazzonia in una savana. O forse il disboscamento di oggi non è che il ripetersi di una vecchia storia: nell'area occupata dai geoglifi gli alberi potrebbero avere non più di un migliaio d'anni. Un'altra sorpresa, poi, riguarda gli abitanti. Era opinione comune che, all'epoca dello sbarco del portoghese Cabral, l'Amazzonia ospitasse solo clan nomadi e primitivi, mentre sulle Ande fioriva la civiltà Inca. Ma i geoglifi raccontano una storia diversa, quella di un popolo numeroso e organizzato. Secondo Love Eriksen e Alf Hornborg, dell'Università svedese di Lund, parlava la lingua Arawak, la stessa degli indios emigrati nelle regioni sub-andine del Perù. Un popolo di agricoltori-guerrieri, spesso in guerra con i gruppi Panoani e Tupí per il dominio del bacino del Rio Purús.
Basandosi su una nuova serie di scavi, Saunaluoma non ha dubbi: i geoglifi erano aree cerimoniali pubbliche, create a partire dal primo millennio a.C. «Anche a mio avviso la loro realizzazione era finalizzata alla delimitazione di spazi sacri - precisa Giuseppe Orefici, esperto della cultura Nasca, che ha lavorato con Ranzi -. Sicuramente erano in relazione ad aree agricole di grandi dimensioni, caratterizzate da sistemi per l'irrigazione e la coltivazione di aree soprelevate». In uno studio del 2009 Pärssinen, Schaan e Ranzi calcolavano che, per realizzare un geoglifo di 200 metri, fosse necessario scavare 8 mila metri cubi di terra. Se la media giornaliera era di un metro cubo a persona, erano necessarie 80 persone per 100 giorni. E, visto che questa gente doveva sostentarsi, si suppone che ogni gruppo contasse circa 300 individui e che l'intera regione fosse abitata da almeno 60 mila persone.
I nuovi scavi Purtroppo gli scavi hanno fornito pochi indizi: niente sepolture o manufatti integri. L'unica datazione al radiocarbonio, realizzata dall'Università di Helsinki su un pezzo di carbone, lo colloca nel 1283 d.C., epoca di probabile declino dei siti. I pochi frammenti di vasellame rinvenuti, in stile Quinari, sono di forma cilindrica o sferica e presentano motivi rossi su fondo bianco o incisioni geometriche. «Purtroppo non abbiamo trovato nessun oggetto che ci riempia gli occhi», ha commentato Ranzi. «Ma - aggiunge Orefici - abbiamo rilevato che il materiale ceramico si trovava solo nel solco e all'esterno della figura. Pärssinen l’ha datato ai primi secoli a.C., mentre secondo noi è più certa una collocazione intorno ai secoli VI-VII della nostra era».
Ora si punta a nuove ricerche, ricorrendo al telerilevamento come il «Lidar» (Laser imaging detection and ranging), che vedono sotto la coltre verde. «Forse non sarà il mitico l'Eldorado - ricorda Ranzi - ma ciò che appare è la punta di un iceberg, un vero Eldorado per la scienza».

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