martedì 1 luglio 2008

Boccaccio, quel simpatico sporcaccione

Corriere Fiorentino 1.7.08
Boccaccio, quel simpatico sporcaccione
di Antonella Landi

«A Giovanni piaceva più che altro affondare le mani. Seni, fianchi, natiche, cosce: gli andava bene tutto, bastava trovarci roba»

(...) Boccaccio, di Firenze, non voleva sentir parlare. Egli era uno dei quei pochi, pochissimi fiorentini che non si vantavano del fatto di essere nativi della città gigliata. Napoli gli piaceva assaje e per nulla al mondo avrebbe voluto tornare a casa sua, in punta a quel cocuzzolo di Certaldo, e tantomeno in quella città di presuntuosi. Anche perché, a Napoli, sentit'a mme, aveva trovato...l'ammore. Maria dei Conti d'Aquino, figlia illegittima del re Roberto d'Angiò, in realtà già sposata, non fu insensibile al fascino del mancato trovatello toscano.
Lui, da parte sua, l'adorava. «Maremma come tusse' bella tonda e soda!» le diceva lui strizzandole le braccia là dove esse si fanno più cicciotte, vicino all'attaccatura delle spalle. «Uè, tien'e mani a pposto, scostumato!» rideva lei. Poi nell'intimità delle loro stanze, non le pareva vero sbottonarsi quei bustini stretti e fargli assaporare le sue grazie.
Boccaccio aveva una passione incontenibile per la ciccia delle donne. Ma il bello, poi, era che non se ne pentiva mai. Non faceva come Petrarca (‘‘l'amo'', ‘‘non l'amo'', ‘‘l'amo'', ‘‘non l'amo''): lui amava. Senza riserve, senza ritegno. Di pancia. Di brutto. Ma soprattutto amava carnalmente. Sarebbe stato impensabile, per lui, amare solo spiritualmente, come aveva fatto Dante con Beatrice, o come aveva provato a fare Francesco con Laura. A Giovanni piaceva più che altro affondare le mani. Seni, fianchi, natiche, cosce: gli andava bene tutto, bastava trovarci roba. Quando giunse il giorno in cui, per motivi di forza maggiore, dovette smettere di affondarcele e, rifatte in fretta le valigie, si rimise obbligatoriamente in viaggio in direzione nord, credé di morire di crepacuore. «Come fo? Come fo? Come fo?» ripeté ad libitum fino a Firenze, dove il babbo lo aveva urgentemente convocato. «Giovanni, c'ho da dirtene una brutta» annunciò Boccaccino col muso lungo, appena il giovane scene da cavallo: «il Banco ha fallito: s'è perso tutto, da ricchi siamo doventati miserabili, bisogna arricciarsi le maniche e darsi da fare ». «Io 'un so mica fare nulla» rispose suo figlio, «al massimo ti posso dedicare una poesia di consolazione». Invece dovette mettersi a lavorare e smettere di fare il creativo (oltre che lo spiritoso) perché il pane mancava davvero e le rime, la pancia, non l'hanno empita mai. Fino a quel momento aveva coltivato il suo spirito sensibile nello Studio napoletano, all'epoca il più importante centro culturale italiano, frequentando la biblioteca reale e anche la corte angioina, che rappresentava il punto d'incontro tra la cultura arabo-bizantina e quella italo-francese. Da quel momento in poi, invece, strinse la cinghia e accantonò i sogni di gloria poetica, sperando che la fase più brutta della sua vita coincidesse almeno con la più breve. La terribile peste del Trecento intanto giunse a Firenze e si portò via suo padre. «Che meraviglia, qui c'è il materiale per scrivere un centinaio di novelle! » pensava Boccaccio intingendo il pennino nell'inchiostro e attaccando il Decameron, la sua opera più inclita, per stendere la quale gli ci vollero tre anni di studio matto e disperatissimo (o era un altro?!). Con la diffusione della grande raccolta di novelle, rapida giunse per lui la fama letteraria (...).

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