domenica 14 novembre 2010

In un paese come l´Italia, ricchissimo di vestigia della storia, sono le scelte degli uomini che valorizzano un sito archeologico invece che un altro. E forniscono alle pietre emerse dall´oblio un significato culturale

La Repubblica 11.11.10
Il passato messo in scena. Intervista con Marc Augé
In un paese come l´Italia, ricchissimo di vestigia della storia, sono le scelte degli uomini che valorizzano un sito archeologico invece che un altro. E forniscono alle pietre emerse dall´oblio un significato culturale

PARIGI «Più che indicarci il senso della storia, le rovine ci consentono di provare il sentimento di un tempo puro, quasi indefinito. Esse, infatti, pur facendo riferimento ad un passato storico, si presentano come un frammento di tempo immobile, sottratto ad ogni divenire.» Al tema delle rovine l´antropologo Marc Augé ha dedicato un affascinante saggio intitolato Rovine e macerie (Bollati Boringhieri), in cui s´interroga sul loro significato simbolico e temporale: «Le rovine contribuiscono alla spettacolarizzazione del mondo. Sono un luogo ridotto a spettacolo, di fronte al quale rimaniamo affascinati dall´immagine del tempo cristallizzata in uno spazio definito. Le rovine sono sempre una ricostruzione, una messinscena che produce un paesaggio diverso da quello originario, proponendone un uso inedito. Insomma, quello delle rovine non è un paesaggio storico, ma solo un´immagine irrigidita del tempo. Le rovine più che un non luogo, sono un falso luogo».
In che modo le macerie diventano rovine?
«È il nostro sguardo che le rende tali. Soprattutto in un paese come l´Italia, ricchissimo di vestigia del passato, sono le scelte degli uomini che valorizzano un sito archeologico invece di un altro, trasformando le pietre emerse dall´oblio in rovine dotate di un significato culturale. Senza il nostro lavoro di valorizzazione, i resti del passato rimarrebbero semplici macerie. Le rovine nascono da un intervento umano che modella uno spazio ad uso del presente. Naturalmente, può anche accadere l´inverso. Le rovine possono ridiventare macerie, come è accaduto a Pompei. D´altronde, le rovine sono fragili, hanno bisogno di cure e attenzioni. Sul piano simbolico, le rovine che ritornano ad essere macerie, sono un segno della nostra incapacità di prenderci cura del passato, ma anche una conferma di quell´impressione di degrado generalizzato oggi molto diffusa».
Le rovine possono avere una funzione pedagogica?
«Più che altro, l´uso e la valorizzazione delle rovine contiene spesso un´intenzione politica, che sfrutta l´immagine del passato per finalità molto contemporanee. Ad esempio, attraverso le rovine prende corpo l´ideologia della continuità e del radicamento, anche perché quasi sempre le rovine sono letteralmente strappate alla terra, come delle radici».
Gli edifici di oggi saranno le rovine del futuro?
«Non penso che la storia futura produrrà nuove rovine. Non ne avrà più il tempo. Gli edifici costruiti oggi non sono concepiti per durare. Non appena invecchiano, vengono demoliti e sostituiti da nuove costruzioni. Il ritmo delle ricostruzioni è ormai diventato troppo veloce perché un edificio abbia il tempo di trasformarsi in rovina. L´accelerazione generalizzata dei ritmi di vita e il bisogno di ricambio continuo non consentono più alle cose d´invecchiare. Noi produciamo macerie, non rovine».
Una società che non produce rovine è schiava del presente?
«Probabilmente sì. Quella che si va delineando è una società che non avrà più bisogno di memoria, vera o falsa che sia. Farà a meno della spettacolarizzazione del passato, poiché vivrà in un presente assoluto dominato dalle immagini, dove le nuove Disneyland si faranno carico di riprodurre integralmente i monumenti andati persi. Un po´ come a Las Vegas. Noi siamo gli ultimi figli della cultura classica che ha prodotto un vero e proprio culto del passato. Oggi però viviamo in una società che non pensa più che dal passato si possano trarre utili lezioni».

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