venerdì 24 aprile 2009

NEI COLORI ACCESI LA MAGIA DI CARAVAGGIO

NEI COLORI ACCESI LA MAGIA DI CARAVAGGIO
P.V.
la Repubblica 24/07/2006

ROMA - Rappresenta la caduta sulla via di Damasco di Saulo, ovvero del futuro San Paolo, ed è una delle opere più misteriose di Caravaggio. Ma forse alcuni degli enigmi che circondano questo grande dipinto su tavola - misura 237 centimetri per 189 - stanno per essere svelati. E' infatti cominciato il restauro della Conversione di Saulo e i primi saggi di pulitura hanno mostrato i segni di un percorso che si annuncia carico di sorprese, a cominciare dai colori. In alcune zone è stata tolta la vernice protettiva stesa mezzo secolo fa, ingiallita dal tempo. Spunta una cromia accesa e inattesa: il bianco del manto del cavallo è sorprendente, il viola della veste del Cristo è di un cangiante alla Michelangelo, il mantello di Saulo è rosso infiammato. E l'uso dei chiaro scuri è eccezionalmente raffinato.
La Conversione di Saulo è di proprietà della principessa Nicoletta Odescalchi, che finanzia per intero l'intervento condotto sotto la vigilanza della soprintendenza per il patrimonio storico e artistico del Lazio guidata da Rossella Vodret, eseguito da Valeria Merlini e Daniela Storti. La tavola è tra le poche che non è stata ancora sottoposta ad approfondite indagini diagnostiche. Riflettografie e radiografie permetteranno di entrare nel processo creativo di questa Conversione che fu dipinta su tavola e non su tela e che fu rifiutata dal committente, monsignor Tiberio Cerasi, che forse giudicò l'iconografia poco ortodossa, e per il quale Caravaggio eseguì una seconda versione (su tela) ora nella chiesa di Santa Maria del Popolo, così come una splendida Crocefissione di San Pietro.
La prima versione della Conversione dunque fu acquistata dal cardinal Sannesio insieme ad una prima versione della Crocefissione non ancora ritrovata. Ma anche la scoperta della Conversione di Saulo è abbastanza recente. Il dipinto fu pubblicato dal Giulio Carlo Argan nel 1943 e inizialmente fu respinto da Roberto Longhi che lo definì «cosa fiamminga». Alla fine fu costretto ad ammettere l'autografia caravaggesca del quadro che nella preparazione, sotto il colore, sembra avere i segni tipici dell'artista: le incisioni lasciate con la punta del manico del pennello. La «guida» per dipingere di getto, senza disegno, le figure.

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