domenica 25 gennaio 2009

Le meraviglie del marmo

La Repubblica 23.1.09
Le meraviglie del marmo

Fu idolatrato per aver riportato la statuaria ai fasti dell´antichità, poi giudicato retorico dai romantici, e infine ora riportato in auge
L´"Ebe" scolpita a Forlì è esposta accanto a quella sulla nuvola dell´Ermitage e messa a paragone con il "Mercurio" del Giambologna
Il percorso espositivo confronta le sculture dell´artista con capolavori antichi o con maestri come Raffaello

FORLI. Prima sugli altari, poi nella polvere, quindi di nuovo sugli altari: come la fenice che muore per rinascere dalle proprie ceneri, Canova assurge ad emblema di quanto repentini possano essere i capovolgimenti del gusto e le conseguenti oscillazioni della fama di un artista. Idolatrato in vita per aver riportato la statuaria alle altezze siderali cui l´avevano innalzata Fidia e Prassitele, poco dopo la sua morte, che fu vissuta dall´Europa tutta come un lutto universale, cominciò ad attirare su di sé gli strali più avvelenati di una critica alimentata dal dilagare del Romanticismo, che compendiava nel disprezzo per la sua scultura, giudicata insincera, retorica e gelidamente accademica, la propria indomabile ostilità nei confronti dell´intera esperienza neoclassica. Ma da qualche decennio in qua, dopo esser stato il bersaglio preferito delle stroncature di alcuni tra i più brillanti storici dell´arte del secolo scorso - a cominciare dal sarcastico epitaffio che gli riservò Longhi, liquidandolo come «lo scultore nato morto, il cui cuore è ai Frari, la cui mano è all´Accademia e il resto non so dove» - il moto della ruota della fortuna si è finalmente invertito, riportando in auge il Neoclassicismo, e di conseguenze lui, Canova. Anzi, soprattutto lui. Di qui un crescendo di saggi, monografie e, in special modo, di mostre, tra le quali spicca la memorabile rassegna monografica che si tenne a Venezia nel �92, cui intende programmaticamente richiamarsi, per impegno critico e mobilitazione di capolavori, l´imponente mostra vese (ben 160 opere, tra marmi, gessi, bozzetti, dipinti e disegni), che si accinge ad aprire i battenti (Canova. L´ideale classico tra scultura e pittura, a cura di A. Paolucci, F. Mazzocca e S. Androsov, fino al 21 giugno).
Ci sono almeno cinque buone ragioni per definire Forli «città canoviana». Le prime due riguardano la scultura di Canova solo indirettamente, ma non vanno trascurate: è custodito nella Biblioteca civica forlivese quel Fondo Piancastelli che è forse il maggior deposito italiano di cultura neoclassica, messo insieme all´inizio del secolo scorso dal bibliofilo fusignanese Carlo Piancastelli, ed era di Forlì quell´abate Melchiorre Missirini, che a partire dal 1816 divenne segretario e biografo ufficiale di Canova, trascrivendo ogni sua lettera o intrattenendolo quotidianamente con la lettura di testi classici mentre egli disegnava o modellava, ed infine votando tutto se stesso alla fama postuma dello scultore.
Ma le tre ragioni più sostanziali - che di fatto costituiscono il movente primo dell´odierna mostra - sono altrettante opere che Canova scolpì per tre personaggi forlivesi. La più nota, e tuttora conservata a Forlì, è una statua di Ebe, realizzata nel 1816-17 per la contessa Veronica Guarini, che replica una delle più celebri invenzioni dell´artista, ma introducendovi varianti di rilievo, tra le quali un buon numero di accessori in bronzo dorato, sfavillante omaggio alla polimatericità della statuaria antica che proprio in quegli anni andava riscoprendo il suo grande amico Quatremère de Quincy, e la sostituzione con un più convenzionale tronco d´albero dell´audace ma criticata nuvola su cui poggiava l´Ebe di due precedenti versioni. Neppure il caustico Karl Ludwig Fernow, che fu l´unico critico ad avere il coraggio di dissociarsi dal coro compatto di lodi che sempre accompagnava ogni nuovo exploit del «divino scultore», riuscì a sottrarsi al fascino aurorale dell´Ebe canoviana, che incede leggera posandosi in volo per versare il suo nettare a Zeus, mentre la veste le si incolla al corpo o le fluttua attorno («è raffigurata in quell´età in cui germoglia il fiore della leggiadria virginale: dal suo corpo esile, dalle dolci colline dei seni acerbi, dalle guance piene e rotonde, dal viso serenamene innocente emana il fascino fresco e fiorente della gioventù»).
La seconda statua canoviana scolpita per un forlivese non è invece più nella città romagnola e - quel ch´è peggio - se ne sono addirittura perse le tracce. Nel senso che la conosciamo attraverso innumerevoli gessi e copie, ma l´originale sembra essersi dileguato nello sconfinato territorio russo, anche se qualche anno fa si credette di riconoscerlo in un esemplare che fa bella mostra di sé in un Ufficio di San Pietroburgo. Si tratta della Danzatrice con il dito al mento, deliziosa e civettuola variazione sul tema, assai caro e congeniale a Canova, della danzatrice in azione, che lo scultore, per interessamento dell´amico Pietro Giordani, destinò alla moglie del controverso banchiere Domenico Manzoni. Terminata nel �14, la statua però giunse a destinazione solo dopo l´assassinio, in un oscuro agguato, del committente, finendo per essere presto venduta ad un diplomatico russo. Comunque, la vedova Manzoni pregò Canova di eseguire la stele del marito, che è dunque la terza opera forlivese dello scultore, e la seconda tuttora conservata nella città romagnola.
Sviluppando attorno a queste opere forlivesi l´impianto concettuale della mostra e forte di prestiti eccezionali, cui altri curatori avrebbero avuto minor agio di accedere, il percorso espositivo si articola in nuclei tematici stimolanti e piuttosto innovativi. L´Ebe di Forlì è esposta accanto a quella sulla nuvola dell´Ermitage e confrontata con il Mercurio di Giambologna del Bargello e con due capolavori antichi, l´Arianna degli Uffizi e la Danzatrice di Tivoli, che non mancano di riecheggiare la Nike in volo di Peonio, aureo prototipo di ogni altro exploit nel campo delle «statue aeree».
Tra i tanti prestiti inviati dall´Ermitage, la Maddalena penitente si affianca alle steli e ai bassorilievi con la Morte e compianto di Socrate per esplorare le molte strade aperte dall´artista nel genere della scultura funebre, mentre la Danzatrice con le mani sui fianchi, confrontata con le Danzatrici di Hayez e con le tempere canoviane di Bassano, indagano quel rapporto tra Canova e la danza, cui ha dedicato studi fondamentali Lucia Capitani, il cui libro sul tema è da tempo in attesa dell´editore intelligente che vorrà pubblicarlo.
La rassegna sviluppa inoltre per la prima volta il rapporto tra scultura e pittura, non solo per quanto riguarda i dipinti dello stesso Canova, che si concedeva in questo campo vezzi e moine cui rinunciava nella più sorvegliata statuaria, ma anche degli artisti che gli fecero corona, da Gaspare Landi al giovane Hayez, mentre la presenza della Venere italica degli Uffizi, nata come variante moderna per compensare il trasferimento d´ufficio a Parigi dell´antica Venere medicea, ha il compito di smentire in via definitiva il fraintendimento novecentesco su Canova «frigorifero erotico», rammentandoci che Foscolo le dedicò un´infiammata ekfrasis erotica, confessando: «Io ho dunque visitata e rivisitata, e amoreggiata e baciata, e - ma che nessuno il sappia - ho anche una volta accarezzata questa Venere nuova. Insomma se la Venere dei Medici è bellissima Dea, questa che io guardo è bellissima donna; l´una mi faceva sperare il paradiso fuori di questo mondo e questa mi lusinga del Paradiso in questa valle di lacrime».

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