martedì 13 maggio 2008

Van Gogh, genio a prescindere (dalla sregolatezza)

il Riformista 28.7.07
Van Gogh, genio a prescindere (dalla sregolatezza)
Una nuova teoria contro il binomio creatività/follia
Secondo la psichiatra Annelore Homberg bisogna distinguere la dimensione artistica dalla malattia mentale
di Livia Profeti

Van Gogh muore il 29 luglio del 1890, due giorni dopo essersi sparato su un fianco. Tra gli ultimi dipinti quel Campo di grano con corvi dove un cielo tormentato e nero invade minaccioso il giallo solare di ben altri campi, dipinti solo un anno prima. Al fianco il fratello Theo, al quale era molto legato e che non gli sopravviverà a lungo, morendo anch’egli sei mesi dopo in una clinica psichiatrica, in preda a misteriosi sensi di colpa.
Figlio di un pastore protestante, Van Gogh diventa pittore relativamente tardi, a 26 anni, dopo il tentativo fallito di intraprendere la carriera ecclesiastica e la rottura del rapporto con i genitori. Theo, che si era schierato dalla sua parte, gli suggerì di guadagnarsi da vivere facendo il litografo o il bibliotecario, ma fortunatamente Vincent non accettò il consiglio. Si isolò per un anno nell’insopprimibile «necessità di conoscere più profondamente se stesso», racconta al fratello nel luglio 1880 in una lettera piena d’inquietudine: «se non faccio nulla, se non studio, se smetto di cercare, sono perduto (…) c’è qualcosa in me, ma cos’é? ». Troverà la risposta un mese dopo, quando, nel farsi inviare le stampe di Jean-François Millet per copiare i dipinti sui contadini, gli scriverà: «fino a quando riuscirò a lavorare supererò in un modo o nell’altro tutto quanto». Aveva compreso di essere un artista.
Nel 1885 con I mangiatori di patate il primo capolavoro, ma nel 1888 non aveva ancora venduto un solo quadro, conservava comunque un certo ottimismo che scomparirà invece a dicembre, dopo la lite con Paul Gauguin, l’automutilazione dell’orecchio sinistro e l’inizio della malattia, che lo accompagnerà a fasi alterne sino alla tragica fine.
La malattia del genio olandese è stata sempre presentata come un emblema del binomio arte e follia, tanto misterioso quanto indissolubile, e del prezzo che un genio pagherebbe per la propria “diversità”. Solo recentemente è stata osservata da un nuovo punto di vista secondo il quale gli artisti non sarebbero in realtà così diversi dagli altri, nel senso che la loro capacità corrisponde ad una condizione universale di creatività, esclusivamente e “sanamente” umana. Ne ha parlato la psichiatra Annelore Homberg in un recente intervento in Cina, presso la Facoltà di architettura e l’Accademia di arte contemporanea di Tianjin, riportato sul n. 2/07 de Il sogno della farfalla (NER).
Per la Homberg la dimensione artistica è un’esigenza che «esprime l’identità umana», tant’é che «non esiste consorzio umano in cui non si canti, non si faccia musica, non si balli o non si rappresenti con il corpo. In cui non si creino immagini: dipingendo, decorando, scolpendo o costruendo case». Un’identità che però in Occidente è stata ostacolata da 2500 anni di razionalismo, che con la filosofia greca ha dapprima condannato l’irrazionale come residuo animale e poi, con la fusione di elementi ebraico-cristiani, lo ha trasformato in nucleo congenito di malvagità, male originario e radicale. Un solco sul quale la psicanalisi, la psichiatria e la filosofia moderne si sono inserite senza grosse variazioni, associando ambiguamente l’irrazionale artistico al termine “follia” e finendo con il confondere la creatività umana con la malattia mentale.
Diversamente, gli artisti del secolo scorso hanno avuto il coraggio di fare una ricerca originale sulla creatività inconscia, abbandonando la rappresentazione della figura definita, troppo legata alla memoria cosciente. Una ricerca il cui pioniere è stato proprio Van Gogh, che nel dipingere faceva emergere l’immagine direttamente dal colore senza prima disegnarne i contorni. Secondo la Homberg - che confessa anche un proprio passato artistico - con l’olandese è venuta alla luce la possibilità di «ricreare e rappresentare, con tela e colori, una realtà umana molto nascosta e lontana nel tempo». Van Gogh, precisa la psichiatra tedesca facendo riferimento alla teoria fagioliana della nascita, «allude ad un’uguaglianza di tutti: perché tutti hanno un inizio della vita che si nutre di luce e colore». La sofferenza psichica o l’autodistruzione nelle quali spesso un artista cade fanno parte di una problematica molto complessa, ma non è a loro che si deve la riuscita di un’opera d’arte.
Laurence Madeline, ex curatrice del museo Picasso di Parigi, ha sostenuto che la vicenda di Van Gogh è stata sempre presente nello spagnolo, con una drammatica domanda esistenziale: «fino a che punto un artista deve mettere se stesso e la sua vita nella sua opera? Fino alla pazzia, fino alla morte? » (Van Gogh Picasso, Reliè). Un corpo a corpo con il suo geniale predecessore durato un’intera lunghissima vita, compiuta sul filo della regressione nel non cosciente forse ancora maggiore, senza però pagare alcun dazio a quella malattia nella quale era invece caduto il grande olandese. Un parallelo affascinante senza alcuna risposta facile, solo le due vicende umane di due geni straordinari, da studiare con calma, senza credenze di origine antica che negano all’arte il suo coraggioso contributo alla conoscenza.

1 commento:

marcella candido cianchetti ha detto...

complimenti gran bel ed interessante blog che stò leggendo buon fine settimana