lunedì 12 maggio 2008

Se la psicoanalisi volta le spalle a Edipo

il manifesto 19.10.07
Se la psicoanalisi volta le spalle a Edipo
Non è certo un caso se la distruttività che impedisce lo sviluppo del pensiero e dei processi simbolici finisce oggi per preoccupare più delle vicissitudini conflittuali legate all'oggetto del desiderio
di Fausto Petrella

Il grande mitografo Karol Kerényi mostra, in due importanti saggi del 1966 e del 1968, la persistente presenza del mito di Edipo nella cultura occidentale, a partire dalla più illustre tra le sue espressioni che l'antichità ci ha rimandato, la tragedia di Sofocle, Edipo re. A subire il fascino di un mito le cui origini si perdono nell'oscurità del passato più remoto, e a garantirne la continuità, sono stati moltissimi scrittori e poeti ai quali Kerényi fa riferimento: da Seneca a Hölderlin, sino a Hofmansthal, Cocteau e Gide nel '900. Ma furono profondamente attratti da Edipo anche Thomas Mann, Borges, Dürrenmatt, ognuno introducendo nuove varianti, adattando il mito al proprio tempo e al proprio sentire. Naturalmente, nel lungo tragitto percorso dal mito edipico nei secoli, lo spartiacque fondamentale resta l'incontro di Sigmund Freud con la tragedia di Sofocle: era questo il «classico» che studiò nel suo ultimo anno di liceo e dal quale avrebbe sviluppato, dopo una gestazione straordinariamente laboriosa, la nozione di «complesso edipico», formulata nella sua versione completa a ben dieci anni di distanza dall'Interpretazione dei sogni.
Slittamento di attenzione
La mossa freudiana fondamentale fu quella di vedere nel mito edipico l'esteriorizzazione e la messa in scena narrativa di quelle vicissitudini emotive che rispecchiano i desideri infantili, sia amorosi che ostili, presenti nei rapporti inconsci che governano la famiglia e le generazioni. La psicoanalisi ha insomma psicologizzato il mito, facendolo diventare l'espressione di processi e affetti presenti, in gran parte inconsciamente, in ogni bambino, e quindi in ogni genitore.
Nella seconda metà del '900, tuttavia, la grande narrazione edipica, con il suo potenziale emancipante, ha lasciato il posto a micronarrazioni locali, a oggetti parziali frammentari e all'iconografia relativa, evidenziando la tendenza a dimenticarsi dell'Edipo o a attribuirgli un valore scontato. Le ragioni di questo progressivo oblio sono molteplici, a partire dall'evidenza per cui la crisi del modello familiare non impedisce che i genitori - queste «due sfingi presenti alle soglie della vita», come scriveva Peter Weiss nella sua autobiografia - continuino a svolgere le loro funzioni strutturanti nella crescita del bambino, ma in un registro svalutato e incerto, spesso distorto e meno appariscente di quanto non lo fosse in passato.
Del resto, fa parte del mito di Edipo, e del suo crudele antefatto, anche il nostro destino di «navi lasciate all'abbandono» in acque gelide, come cantava Metastasio, nell'aria di un suo libretto d'opera. Resta vero, comunque, che gli psicoanalisti farebbero bene a non allontanare Edipo dalla loro cittadella teorica e clinica, perché anche se rischiamo di non vederlo, accecati come lui, il complesso che ne porta il nome è ancora presente fra noi.
E se è evidente che il superamento della fase edipica comporta ancora oggi il suo attraversamento, la sua messa in scena nei sogni e il suo rendersi attivo nelle dinamiche della vita, altrettanto chiaro è il fatto che la sua mancata o abortita costituzione caratterizzano molte personalità patologiche gravi e, tipicamente, le perversioni. D'altra parte, il deperimento odierno dell'Edipo nella teoria e nella clinica psicoanalitica impedisce di vedervi il complesso nucleare delle nevrosi.
Da vari decenni, come è noto, ci si concentra più volentieri sulle fasi pre-edipiche e pregenitali, nonché sul funzionamento della coppia madre-bambino - sulla diade, dunque, e non sul triangolo tipico del complesso edipico - quando si analizza la costruzione del sé del bambino e la formazione del suo senso di realtà. Ma questa unità rappresentata dalla coppia madre-bambino è continuamente esposta a una cesura obbligata, entro la quale fa la sua comparsa il fantasma del terzo, che sia o meno il vero padre.
Più che uno spostamento di accento, i modelli psicoanalitici hanno dunque subito uno spostamento del loro fulcro: dalla considerazione primaria attribuita all'eros e al soddisfacimento pulsionale sono passati alla valorizzazione dei processi relazionali che mirano a mitigare la distruttività emergente, sacrificando la vita amorosa e la relazione con l'altro.
Un compito ineludibile
Non è certo un caso se la distruttività che impedisce lo sviluppo del pensiero e dei processi simbolici finisce oggi per preoccupare più delle vicissitudini conflittuali legate all'oggetto del desiderio. Infatti, sembra sia tramontata quella valorizzazione del piacere che corrispondeva a una concezione dello sviluppo umano nata nella sicurezza del contenimento familiare e nella costanza dell'«ambiente» morale; questo processo era ritenuto essenziale per potere procedere alla identificazione di sé con esempi positivi, per fondare la calma interiore, per ritrovare la quiete dopo le tempeste. E mentre, nel corso del secolo passato, simili sicurezze sono andate perdute, nella teoria e nella pratica della psicoanalisi si è fatta strada l'idea che piacere e sicurezza (due funzioni garantite, per il bambino piccolo, dalle figure dei genitori) non trovino più una chiara integrazione, anzi divorzino. La psicoanalisi odierna ha una vocazione spiccata per tutto ciò che è elementare, per i momenti più infantili dello sviluppo, mentre rischia di far mancare il suo impegno nell'analisi e nello smontaggio dei dispositivi del carattere, che si concretano dopo l'età della latenza e nella ripresa adolescenziale del conflitto edipico.
Patologie identitarie
Salutiamo con gioia i momenti in cui nell'analisi si fa strada un'idea di sé più libera, una superiore visione dell'amore, capace di opporsi al super-Io sociale e al senso di colpa: è qualcosa che si può sviluppare tanto nell'analisi individuale quanto in quella di gruppo, è un bene difficile da conquistare nella realtà, ma che è anche facile perdere per via.
Però, la necessità di pensare sempre più profondamente l'ingranaggio psicologico e sociale che ci circonda impone alla psicoanalisi il compito, non più eludibile, di ripensare l'Edipo, perché la sua latitanza non significa che sia scomparso, bensì che viene evitato, sia dal paziente che dal terapeuta. Ne deriva, se ci guardiamo intorno, il proliferare di disturbi dell'identità e di grandi fenomeni di patologia collettiva.
Forse questo cuore pulsante della vita emotiva non batte più, o più probabilmente nessuno lo prende in considerazione e lo ascolta.

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