mercoledì 14 maggio 2008

Linneo, lo scienziato che sfidò il colonialismo

l’Unità 10.8.07
Linneo, lo scienziato che sfidò il colonialismo
di Franco Farinelli

Terzo centenario della nascita del naturalista, la cui fama è legata al sistema di classificazione. Ma, con gli occhi di oggi, i suoi studi ci dicono di più: in un’epoca di ideologia di rapina, sognava una Svezia che auto-producesse perle e cannella

Per lui i bisogni umani potevano conciliarsi col mondo naturale
Un pensiero opposto alle teorie di Smith e dei mercantilisti

La sua nomenclatura in base alla forma degli organi sessuali fece scandalo. Kant invececriticò la sua «economia della natura»

Spiegava Matisse ai giovani artisti che per apprendere qualcosa da un maestro bisognava studiare i suoi fallimenti e i suoi tentativi, non i successi e le riuscite. La stessa cosa sosteneva, in fondo, Alexandre Koyré nel negare ogni validità, nella storiografia scientifica, all’idea di «precursore»: indicare qualcuno come tale rispetto a qualcun altro comporta inevitabilmente l’impossibilità di comprendere ambedue. Ne consegue che la migliore e più efficace valutazione del ruolo e della funzione di uno scienziato dipende prima d’altro dall’intelligenza di quelli che oggi sembrano i suoi errori e dalla spiegazione del perché non ha scoperto quello che pure avrebbe potuto: soltanto in tal modo, paradossalmente, può emergere la sua attualità, l’interesse e l’utilità ai giorni nostri di quel che a suo tempo ha scritto e ha fatto. Com’è il caso di Linneo, il celebre naturalista svedese di cui ricorre quest’anno il terzo centenario della nascita e che tutto il mondo occidentale in queste settimane festeggia.
Ancora adesso la fama di Linneo resta legata all’uso della nomenclatura binomiale, alla pratica di designare le specie della flora e della fauna con un codice formato da due parole in grado di indicarne il posto all’interno di una gerarchia, il nome del genere e l’attributo della specie, sicché ad esempio il comune orzo diventa, per distinguerlo dalle altre varietà, Hordeum vulgare. Anche le nuove forme di vita, più o meno chimeriche, che ogni giorno s’inventano nei laboratori di genetica vengono etichettate in questa maniera, secondo una tecnica che non ha mai smesso di essere funzionale, e che dipende da un’idea molto semplice, dalla riduzione dello spazio riempito di cose terrestri (come dicevano i geografi tedeschi) ad un’unica mappa, anzi alla mappa politica della Terra stessa - sorprenderà qualcuno apprendere che ancora nel Settecento di nessun paese esistevano carte soltanto fisiche ma ogni rappresentazione cartografica, diretta emanazione del potere esistente, riproduceva anzitutto il volto di quest’ultimo, sicché ogni mappa delineava prima d’altro i confini degli stati aristocratici: la carta fisica cioè spoglia di ogni elemento che non fosse naturale, quella su cui per prima a scuola abbiamo appreso da piccoli la geografia, è stata la faticosa conquista ottocentesca, scientifica ed insieme politica, delle borghesie nazionali. Nella sua più importante opera teorica, la Philosophia Botanica del 1751, Linneo non potrebbe essere più perentorio e preciso: i cinque livelli in cui si articola il proprio sistema di classificazione (le classi, gli ordini, i generi, le specie, le varietà) altro non sono che la traduzione, termine a termine, del sistema amministrativo dei primi stati moderni così come raffigurato sulle mappe, dove ogni formazione politica appariva suddivisa in cinque ambiti via via più ristretti, vale a dire il regno, la provincia, il territorio, il circondario, il villaggio.
Così il sistema di Linneo rivela in controluce tutte le caratteristiche della logica cartografica da cui immediatamente deriva, come una specie di consapevole e ragionata esplicitazione: 1) tutti i nomi sono nomi propri, come soltanto su di una mappa può accadere, e questo in un’epoca e in un paese in cui i nomi propri delle persone erano ancora quasi soltanto dei patronimici come ad esempio Pietro (figlio) di Giovanni e gli equivoci erano perciò normali, sicché la nomenclatura degli esseri umani non poteva costituire il modello perché lo stesso nome veniva riferito ad individui diversi; 2) il procedimento è dicotomico cioè binario (o A o B, o qui o là), come accade soltanto al segno grafico su una carta, dove esso o c’è o non c’è. L’efficacia di tale sistema, pensato come universale, e dunque il suo successo, riposava sulla sua semplicità e praticità, sulla forma antiretorica della sua retorica. Anche per tal motivo non mancarono critiche, sebbene già alla metà del secolo Linneo fosse generalmente riconosciuto in tutta Europa come il più grande botanico mai esistito. Non mancò chi lo accusò di immoralità, poiché il criterio di distinzione dei vegetali riguardava la forma dell’organo sessuale. Altri ritennero impossibile la messa a punto di un ordine uniforme e pronto all’uso relativo alla straordinaria diversità dei lineamenti terrestri, e se per caso possibile comunque non comunicabile ad altri. La critica più sottile e ficcante gliela rivolse per anni, all’inizio delle sue lezioni di geografia, Emanuele Kant, in modo allusivo ma non per questo meno preciso. Per Kant, che a Linneo in ogni caso fin dall’inizio fa tanto di cappello, esistono due tipi di classificazione, logica o fisica. La prima, appunto quella della «grande economia della natura» di marca linneana, è come un registro o un inventario di cose isolate, cioè deportate dal loro contesto e artificialmente raggruppate secondo il principio della somiglianza o dell’affinità (nel caso particolare: forme simili dell’apparato di riproduzione) in un sistema, al cui interno possono trovarsi piante che sulla Terra crescono agli antipodi, l’una poniamo nei deserti caldi e l’altra nella semicongelata tundra artica. Kant non contesta affatto che debba essere questo il metodo della classificazione scientifica: esso ha prevalso, e sta bene così. Però egli avanza un’altra possibilità, quella appunto della classificazione fisica che è dei saperi come la storia e la geografia e non delle scienze, e che «segue nella descrizione delle parti le leggi e l’ ordine della Natura stessa», cioè «rappresenta le cose naturali secondo il luogo della loro nascita, o i luoghi sui quali la natura le ha collocate»: insomma, così come davvero esse esistono l’una accanto all’altra. Si prenda ad esempio, per fare prima, la macchia mediterranea: le sue essenze, gli arbusti e gli alberi di cui si compone, appartengono secondo il sistema botanico, la cui logica è ancora quella di Linneo, a classi, ordini eccetera differenti; ma secondo la classificazione pensata da Kant dovrebbero formare un’unica famiglia, perché di fatto vivono insieme.
Ne va, come si comprende, di una questione decisiva, della ragione della differenza tra la visione scientifica del mondo e quella che invece abbiamo al mattino spalancando la finestra, quella della gente che scienziata non è. Ma adesso importa altro. Il riserbo di Kant, il suo limitarsi a porre il problema, risentiva della centralità nel pensiero di Linneo di una convinzione fondamentale e che giustificava l’intero suo studio: che tutte le piante o quasi fossero globalmente adattabili, che dunque quelle del Mediterraneo e dei Tropici potessero acclimatarsi, con il tempo e le cure, nelle zone boreali. Davvero Linneo credeva che le coste del Baltico, la Finlandia, la Lapponia potessero un giorno coprirsi di piantagioni di tè, di campi di riso, foreste di cedro, distese di zafferano- che dunque ogni pianta potesse stare vicino a qualsiasi altra. E credeva questo perché convinto, a differenza dei mercantilisti e di Adam Smith, che la grandezza dell’economia globale fosse statica, il commercio e in genere il terziario qualcosa di superfluo anzi parassitico, che il gioco economico fosse in fin dei conti a somma zero e che in ogni caso esso non consisteva nell’efficiente allocazione di risorse scarse a fronte di una domanda infinita bensì nella conciliazione, tecnologicamente avanzata, dei bisogni umani con il mondo naturale. Perciò invece di suggerire al proprio paese la conquista di un impero transoceanico, sull’esempio delle altre potenze coloniali come l’Olanda e l’Inghilterra, egli convinse la corte, il parlamento, le università e la società svedesi della bontà e della fattibilità del processo esattamente inverso: coltivare in Svezia le piante asiatiche e americane, e anche le perle, sostituendo in tal modo le importazioni con la produzione domestica. Invece di proiettare una piccolissima parte della Terra sulla Terra intera, si trattava di fare il contrario, far entrare la seconda dentro la prima. Naturalmente (e su questo avverbio vi sarebbe da riflettere) non funzionò, e una dozzina d’anni dopo la morte di Linneo, avvenuta nel 1778, anche la Svezia si convertì all’imperialismo economico. Proprio perché già sentiva l’odore dei boschetti di cannella lappone Linneo non perse tempo ad approfondire quel che aveva per primo compreso (i meccanismi dell’interdipendenza tra le specie, come riconobbe Darwin), pensato (la lotta integrata, vale a dire la distruzione degli insetti nocivi alle piante attraverso altri insetti), scoperto (la dendrocronologia, cioè il fatto che gli anelli interni alle piante registrano l’età dell’individuo e i modelli d’evoluzione del clima). Ma questo soltanto perché il problema di Linneo era esattamente quello che oggi abbiamo di fronte, e richiede con urgenza una soluzione: la mediazione tra la sfera economica del globale e quella del locale. La risposta di Linneo fu il tentativo di costruzione di una modernità al cui interno il primo fosse per così dire sottomesso al secondo, contenuto in esso, all’opposto di quel che poi di fatto avvenne. Celebrare oggi la sua opera vuol dire anzitutto ricordare che, comunque, nel passato le cose sarebbero potuto andare diversamente, e che bisogna sempre pensare possibilità opposte a quel che sembra assodato: oggi che i progressi della genetica rendono molto più plausibile pensare la convivenza tra renne e cannella e abbiamo il disperato bisogno di pensare che le cose in futuro potranno andare in un altro modo, che un altro mondo è ancora possibile. La storia è una grande improvvisatrice, insegnava Cinzio Violante. Figuriamoci la geografia.

Nessun commento: