lunedì 12 maggio 2008

Il Secolo breve? Hobsbawm sbaglia

La Repubblica 10.11.07
Quando comincia il Novecento: Emilio Gentile contesta lo storico inglese
Il Secolo breve? Hobsbawm sbaglia
di Simonetta Fiori

Ma tra le icone simboliche figura Peter Pan, contrario al cambiamento
Il nuovo evo inaugurato da Freud e Nietzsche: la modernità è di per sé apocalittica

«Novecento come secolo breve? È un´invenzione che non regge». Comincia da qui, dal rifiuto d´una periodizzazione ormai convenzionale inaugurata da Eric J. Hobsbawm nel suo The short twentieth century (1914-1991), la lezione-show del professor Emilio Gentile, pioniere della nuova serie di conferenze laterziane quest´anno dedicate al XX secolo. Ma se "corto" non va bene, neppure "lungo" gli si adatta. Bocciati dunque anche Charles Mayer e Giovanni Arrighi, che fissano intorno al 1870 gli albori del nuovo secolo.
Quando comincia il Novecento? Come tutte le domande semplici, anche questa nasconde delle insidie. «Sarebbe sbagliato farlo partire dal 1914, come propone il grande storico marxista», spiega Gentile. «Egli raffigura il Novecento come "l´età degli estremi" - questo è anche il titolo del suo lavoro - ossia come un lungo e tormentato conflitto tra nazifascismo, comunismo e capitalismo reso possibile dalla Grande Guerra che mette fine al vecchio mondo. Ma fissando il principio in quella data, si perdono le premesse fondamentali della deflagrazione bellica». Per coglierne appieno i prodromi, bisogna tornare indietro, «quando affiora la consapevolezza che qualcosa di nuovo e terribile sta per accadere. E questa sensibilità frammista di paura e speranza nasce proprio nel 1900 o al più tardi nel 1901. «Se abbiamo bisogno di due effigi simboliche per inaugurare il Novecento, ci soccorrono i busti di Sigmund Freud, autore nel 1900 di Le interpretazioni dei sogni, e di Friedrich Nietzsche, morto in quello stesso anno. Entrambi incarnano il significato fondamentale del nuovo secolo: la consapevolezza che la modernità è per sua essenza apocalittica, proprio perché sintesi di concezioni opposte e incompatibili dell´uomo e della vita». Una condizione antagonista e conflittuale che scuote la stessa coscienza individuale. «Altro medaglione emblematico è quello di Thomas Mann, che combatterà il nazismo nutrendo in sé le medesime componenti decadenti».
La modernità come sintesi tra vecchio e nuovo, tra razionale e irrazionale, tra individuo e massa, tra libertà e autorità. Pian piano ci si avvicina al gorgo di contraddizioni che inghiotte la storia novecentesca fino al suo epilogo, ma appare ben disegnato sin dagli albori. Come inoltrarsi in un arazzo intessuto di chiaroscuri, la luce del progresso e la tenebra della guerra, il nitore del floreale liberty e la disgregazione futurista, l´elettrizzante ballo Excelsior e l´annuncio sacrificale con Stravinsky, la scienza ottocentesca che tutto spiega e la teoria della relatività di Einstein che insieme ai "quanti" di Max Planck mette in crisi l´idea stessa d´una conoscenza razionale di leggi immutabili. Il XX secolo come cognizione del dolore palingenetico, della catastrofe quale necessaria apocalisse che apre al mondo nuovo. I paesaggi devastati di Ludwig Meidner ne sono il sigillo artistico. «Catastrofe è una parola chiave del Novecento», spiega lo studioso, non solo nel senso di sciagura ma in chiave aristotelica di rinnovamento, di profondo mutamento. «In fondo tutto il secolo è segnato da una reiterata catastrofe». Da Giovanni Pascoli ad Alexander Blok, nella poesia di tutta Europa riluce la Cometa di Halley, comparsa nei cieli del 1910 quale profezia dell´ignoto che avanza. Ma c´è anche chi si oppone ostinatamente al nuovo, rifiutandosi di crescere. E tra le dotte citazioni di Gentile fa capolino Peter Pan, l´eterno adolescente creato da James Matthew Barrie nel 1904, simbolo d´una umanità che si sottrae alla responsabilità del cambiamento.
Il 1901 è anche l´anno in cui scompare la regina Vittoria: con lei comincia il declino dell´universo di teste coronate. Ma il laboratorio del conflitto novecentesco è più che altrove l´Italia. «Al regicidio di Umberto I che dà avvio al secolo segue non un´involuzione reazionaria ma la più lunga stagione liberale che però si conclude con la settimana rossa, periodo tra i più rivoluzionari in Europa alla vigilia della Grande Guerra». Se anche per la storia esistesse la rubrica del "chi sale chi scende", nel 1912 declina Giolitti settantenne e comincia la sua ascesa un esuberante socialista romagnolo non ancora trentenne (un film del Luce mostra un inedito Mussolini con vesti e andatura borghesi). Si brinda al Novecento con le parole d´ordine del positivismo razionalistico e dopo pochi anni le nuove generazioni sono conquistate dal furore futurista e nazionalista. «Lo stesso Croce», postilla Gentile, «nel 1907 condanna come malattia morale il misticismo e l´irrazionalismo, ma l´anno successivo scrive l´introduzione alle Considerazioni sulla violenza di Georges Sorel, che di quelle tendenze è un maestro». L´Italia nel 1907 riceve il Nobel della Pace con Ernesto Teodoro Moneta, ma la maggior parte degli italiani vuole la guerra. È il trionfo della contraddizione.
Ed è facendosi largo tra pulsioni opposte, che ci si imbatte in umori non lontani dalla sensibilità di questo inizio XXI secolo. La democrazia produce noia, e la noia provoca ribellione. «S´afferma una generazione che sogna la guerra e la rivoluzione, mentre condanna la stabilità come fattore di noia e putrefazione. L´antiparlamentarismo nasce anche da lì, e attraversa tutta la cultura dell´epoca. Da Prezzolini ad Amendola e Salvemini, esplodono gli umori dell´antipolitica, in qualche caso per avere una democrazia più funzionante. Fu Salvemini a inventare per Giolitti l´epiteto di "ministro della malavita", ma poi si ricrederà: per creare il paradiso in terra si salta il purgatorio e si produce l´inferno». Continuando nel gioco delle analogie tra gli albori del secolo scorso e dell´attuale, ecco la rinascita del fervore religioso che reagisce alla morte di Dio sanzionata dall´Ottocento. «Una sensibilità vicina a fenomeni contemporanei: la rinuncia alla libertà della razionalità e il ritorno all´autorità della fede». Se il sentimento di catastrofe segna la nascita del Novecento, una catastrofe in diretta televisiva ha introdotto il nuovo secolo. La storia che si ripete? «No, la storia come una giostra in cui non cambiano i cavalli ma chi li cavalca. Tutti sono convinti di andare da qualche parte, ma tornano sempre al punto di partenza».

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