lunedì 12 maggio 2008

Identikit di un popolo fantasma

Identikit di un popolo fantasma
di Sergio Frau - 10/05/2008
La Repubblica

Alla luce dei reperti esposti nella mostra Potere e splendore: gli antichi Piceni a Matelica, appena inaugurata nelle Marche, Sergio Frau presenta le nuove scoperte e i vecchi interrogativi sui Piceni, uno dei popoli che abitarono la penisola italica nell’età antica.
Tramontata l’idea ottocentesca di una derivazione dalla civiltà villanoviana, non si può per ora chiarire l’origine dei Piceni, attestati nel medio Adriatico dal IX secolo a.C., ma i manufatti in mostra evidenziano forti legami con gli etruschi, non solo toscani e umbri, ma anche campani. Secondo Frau, l’analisi delle centinaia di tombe circolari a tumulo scavate nella piana di Matelica e dei loro corredi permettono di capire meglio un passaggio fondamentale della religiosità italica: quello dalle tombe a incinerazione a quelle a inumazione.

Questa mostra appena inaugurata nel cuore delle Marche, nell’entroterra maceratese - Potere e splendore: gli antichi Piceni a Matelica, fino al 31 ottobre - si può guardare e godere anche solo per quel che si vede lì, esposto con cura e buon gusto, nei sotterranei di Palazzo Ottoni. E lasciarsi affascinare dall’abbondanza di questa etnia: da quelle loro enormi olle brune, decorate con sapienza trattenuta [...], o da tutti quei bronzi fuori dall’ordinario, anche istoriati all’orientale, con quei soliti motivi che li fanno belli e sacri. E dagli elmi, dagli scettri, dalle lance, dai carri, dalle cascate di monili: tanto che, poi, a un certo punto, non sai più dove sei - se in un museo d’Etruria; o ad Hallstatt; o a Pontecagnano; o in Basilicata - tanto gli oggetti si somigliano e sembrano trasmettere gli stessi messaggi, ancora segreti. [...]
Si può visitare questa mostra così: anche solo per stupire degli esotismi che - scavallando montagne e mari - arrivarono fin quassù, per esser poi sepolte accanto ai morti di qui. Robe da Wunderkammer: c’è un uovo di struzzo, quasi gemello di quelli che si trovano in necropoli etrusche e fenicie, ricamato da tali ghirigori che la dice lunga sui contatti internazionali di questi Piceni, insediatisi in zona intorno al IX secolo avanti Cristo. E ci sono anche pezzi balcanici, e avori africani lavorati ad arte (per farne pissidi o per rendere eccelsa l’impugnatura di una spada ad antenne), e, in grandi quantità, ambre baltiche, montate con gli spilloni dei mantelli, o a far da collier alle dame di qui, fin dopo la morte. Proprio come avveniva - in quegli stessi secoli - nella Verucchio etrusca o nelle necropoli lucane. Ma si tratta dei Piceni.
Ci hanno messo un po’ gli archeologi a scegliere per loro questo nome, visto che le fonti classiche, per chiamarli, alternavano i termini «Picenti», «Piceni», «Picentini» & C. Alla fine si optò per «Piceni» e - come al solito, nel XX secolo - li si fece discendere da quei Villanoviani che, scoperti nel 1853, in un’altura sopra Bologna, sono attualmente ritenuti i progenitori del fenomeno etrusco che permeò l’entroterra appenninico d’Italia da nord a sud. Divenne un dogma, questo dei Villanoviani. Sacrilego persino dubitarne e chiedersi cosa mai ci fosse a Villanova di tanto consistente nel II millennio a. C. per spiegare una colossale diaspora come quella ipotizzata. La nascita degli insediamenti villanoviani è, infatti, avvolta in un mistero doloroso, rassegnato: ci si convive con vaghezza, nebulosi, e ci si giustifica tirando in ballo la Dark Age, quell’età buia che spostò negli entroterra molti popoli del Mediterraneo, senza che ancora ne sia stato neppure ipotizzato un perché.
Lo stesso Massimo Pallottino, padre dell’etruscologia italiana, nel 1975 confessò: «Noi abbiamo un grande fantasma che ci perseguita da molti decenni: sull’Adriatico, nel centro dell’area adriatica, questo fantasma sono i Piceni». Oggi, però - con l’exploit delle restituzioni dalla Piana di Matelica che questa mostra fa conoscere alla comunità scientifica internazionale - quel fantasma, d’improvviso, prende corpo e segnala quanti elementi lo imparentino non solo alle popolazioni etrusche umbre e toscane, ma anche a quegli Etruschi del Sud che da poco hanno trovato casa nel loro nuovo museo di Pontecagnano. E a questo punto, però, c’è senz’altro un altro modo per guardarsela questa mostra - che da sola impone vistosamente una realtà locale fino a venti anni fa quasi sconosciuta: come fosse un anello mancante - e ragionarci su. Sapendo infatti che anche tutti questi tesori sono stati restituiti da centinaia e centinaia di tombe circolari a tumulo di questa grande piana, freddissima l’inverno - 80 chilometri quadri, blindati da due dorsali appenniniche parallele alte 1000 metri che si chiudono, sigillandola - si può anche tentare di analizzare nel suo complesso il big bang di quella religiosità italica che, dal primo millennio a. C. in poi, convertì l’intera penisola prima all’incinerazione, con le ceneri conservate in urne biconiche, poi a questo tipo di sepolture per inumazioni. [...]
Da almeno 40 mila anni l’Homo sapiens sapiens aveva già molte delicatezze verso i suoi morti, tingendoli di ocra purificante e accompagnandoli con strumenti di lavoro o di caccia: segnali di vita, utili alla «sopravvivenza». Ma qui, ormai, ci sono veri e propri tesori sepolti con il morto: carri interi, servizi rituali grondanti di tazze, tessuti ricamati con migliaia di perline di vetro, bronzo e ambra, ma anche vettovaglie, e, addirittura, un cagnetto sepolto affiancato al suo padrone per nuove cacce ultraterrene. Una fede, questa loro, che doveva regalare mille speranze e lenire il dolore.
[...] Scavare e trovarsi di fronte cose così. E trovare altre tombe lì accanto, e altre ancora, a centinaia. E poterle, poi, anche indagare, come Dio comanda. E restaurarne i pezzi per metterli in mostra, in modo che tanti possano ragionarci su, sapendo già che, poi, finiranno nel museo locale, orgogliosamente inaugurato quattro anni fa: in Italia, dove i reperti spesso attendono decenni sepolti nei magazzini, tutto questo è quasi un miracolo.
Questa è l’archeologia, quand’è ben fatta.
Te ne accorgi ascoltando - davanti alle vetrine che presentano più di 350 pezzi, per lo più inediti, scavati negli ultimi 20 anni - Mara Silvestrini, curatrice della mostra, e lo staff di giovani archeologi che lei, con la sua soprintendenza, e Tommasso Sabbatini, e il sindaco-archeologo di Matelica, Patrizio Gagliardi, sono riusciti a coinvolgere in quest’operazione di conoscenza e documentazione del territorio che non ha molti precedenti in Italia.
Questa di Matelica - e di questa sua fascinosa avventura - è, tutto sommato, storia recente e insolita. La si deve a un codicillo che proprio il sindaco riuscì a inserire, anni fa, nei regolamenti comunali. Recita: «Eventuali operazioni di scavo, di qualsiasi tipo, che si rendessero necessarie in tutto il territorio comunale dovranno essere eseguite sotto la direzione della competente Soprintendenza archeologica. Pertanto l’inizio dei lavori relativo a tali operazioni dovrà essere comunicato con congruo anticipo alla sunnominata Soprintendenza».
Dopo qualche bizza iniziale, ormai, in zona ci si sono abituati. Il soprindente delle Marche, Giuliano de Marinis, e la Silvestrini, sua responsabile di zona, da una decina d’anni hanno messo su uno squadrone di pronto intervento e così - man mano che la zona industriale si mangiava la piana con i suoi centri commerciali e i nuovi opifici, non essendoci architetture da salvare, ma solo tumuli di fango, ormai disfatti, ognuno però con la sua tomba sepolta lì - hanno potuto tesaurizzare i corredi di centinaia e centinaia di sepolcri, che ora, in gran parte restaurati, fanno di Matelica una tappa d’obbligo per chi ha passione per la prima storia d’Italia.

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