mercoledì 14 maggio 2008

Boccaccio e il trionfo della vita

La Repubblica 18.8.07
Un saggio di Franco Cardini sul “Decameron”
Boccaccio e il trionfo della vita
di Adriano Prosperi

Se nelle Mille e una notte il raccontar novelle è un buon modo per evitare la morte al narratore, si può immaginare che lo stesso espediente valga per allontanarne il pensiero nei lettori. E qui la scelta è varia e ognuno può provare a immaginare quale libro vorrebbe per compagno in simili frangenti. Viene in mente quel fabbro ligure del ´600 che, alla vigilia dell´esecuzione capitale, chiese alla moglie di portargli l´Orlando Furioso per rileggerlo durante quell´ultima notte. Se poi chi racconta le novelle è Giovanni Boccaccio gli si può far credito di meriti speciali nel portare la mente del lettore lontano da immagini di morte. Eppure il suo Decameron, avverte Franco Cardini (Le cento novelle contro la morte. Giovanni Boccaccio e la rifondazione cavalleresca del mondo, Salerno editrice, pagg. 160, euro 11) non fu un´opera di evasione. Nata nel contesto di una tragedia collettiva di proporzioni inaudite - la Peste Nera del 1348, il più spaventoso attacco da altre forme di vita subìto dalla specie umana nel corso della storia dell´Europa cristiana - quell´opera fu una meditata risposta alla tragedia. Con essa l´autore cercò di «rifondare il mondo» (così Cardini), cioè di trovare davanti alla violenza terribile della morte collettiva una ragione perché i dieci giovani rifugiatisi in villa potessero alla fine affrontare di nuovo la realtà armati di una ritrovata regola di vita.
Questo libro che l´autore presenta discretamente come un primo regesto di anni di studio e di amore per il grande capolavoro di Boccaccio, è un´occasione da non trascurare, non foss´altro che per rileggere il Decameron, capolavoro grandissimo e lettura tanto deliziosa quanto - temiamo - sempre meno familiare agli italiani. Ma Cardini va al di là del piacere della rilettura: la sua intenzione è quella di guidarci da storico a scoprire l´itinerario morale disegnato dall´autore nella tessitura delle dieci giornate, così come si studia il significato storico del viaggio dantesco nell´oltremondo della Divina Commedia.
Quel modello era ben presente alla mente di Boccaccio, come sappiamo; e la struttura del Decameron è chiaramente esemplata su quella della Commedia dantesca, amatissima e attentamente chiosata dallo scrittore di Certaldo. Una Commedia tutta umana la sua, si è detto spesso, un mondo borghese che guarda al sopramondo religioso con la spregiudicatezza di ser Ciappelletto. Nel momento in cui la peste appariva come lo strumento scelto da Dio per quella fine del mondo che i cristiani attendevano da secoli ecco farsi avanti con Boccaccio le seduzioni del mondo, le donne e i cavalieri, le cortesie, le amorose e audaci imprese.
Questa immagine vulgata di un Boccaccio narratore di un mondo moderno che si lascia alle spalle l´ascetismo medievale e inaugura una civiltà mercantile e borghese è qui messa in discussione da Franco Cardini. Il suo saggio richiama l´attenzione sulla struttura dell´opera, ne mette in evidenza la cornice, analizza il percorso dell´educazione sentimentale dei giovani intenti a raccontare storie sulla incantevole collina (quasi una «montagna incantata» ante litteram). Secondo lui, ben lungi dal guardare davanti a sé in direzione del mondo borghese il cui sangue pulsava già da tempo nelle vene di mercanti e banchieri, lo scrittore di Certaldo si volgeva indietro, verso i valori e gli ideali del mondo cavalleresco.
Leggendo le pagine di Cardini, come sempre narrativamente accattivanti e costruite capitalizzando lunghe frequentazioni dei testi, viene in mente il celebre affresco coetaneo del Decameron e dipinto sulle pareti del Camposanto di Pisa da un pittore che fu specialmente vicino a Boccaccio e al Decameron: la brigata di giovani riunita nel giardino fiorito è una precisa allusione al gruppo dei narratori messo in gioco dal Boccaccio. Giuliano Briganti individuò in Bruno Buffalmacco, l´eroe delle burle al povero Calandrino, il pittore di quello stupendo affresco: lì il trionfo della Morte davanti al cui potere si arresta la lieta cavalcata dei cacciatori incombe su di un paesaggio dove le vie di fuga suggerite sembrano essere quelle dei santi romiti che popolavano allora i gioghi dell´Appennino e vi rimasero fino ai tempi di Machiavelli.
E tuttavia non l´ascetismo dei romiti ma le regole di una superiore moralità cavalleresca trionfante nella sublimazione del desiderio amoroso (così in Matelda e in Federigo degli Alderighi), costituiscono secondo Franco Cardini le proposte avanzate da Boccaccio per la sua «rifondazione del mondo». Davanti alla spaventosa tragedia della Morte Nera l´opera di Boccaccio ritorna ai fondamenti morali elaborati nell´epoca ormai lontana della nobile cavalleria: e la primavera della modernità ha in lui i colori dell´autunno del Medioevo. Un fatto è certo: anche qui, come osservava Walter Benjamin commentando il dipinto di Paul Klee, l´angelo della storia investito dal vento del mutamento avanza verso l´ignoto futuro con lo sguardo fisso al mondo rimasto alle sue spalle.

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