sabato 19 aprile 2008

Schopenhauer. Il mondo non ha senso

La Repubblica 19.4.08
Festival della filosofia
Schopenhauer. Il mondo non ha senso
di Franco Cordero

La parabola del filosofo Schopenhauer, artista della lingua viva capace di svelare i verminai della storia
La Germania 1813 è l´epicentro del collasso napoleonico e il filosofo non è certo un patriota
La sua opera dissona dai tempi quindi cade e qualche recensore fa dello spirito
Nel 1848 l´hegelismo più cortigiano ha perso l´appeal ed emerge il buio

Quando nasce Sainte-Beuve, controllore della bienséance letteraria francese (Boulogne-sur-Mer 1804), viaggiava nel continente e oltre Manica il figlio appena adolescente d´un facoltoso mercante tedesco: Arthur Schopenhauer (Danzica, 22 febbraio 1788) conosceva la Francia del Direttorio avendo abitato due anni a Le Havre; nei Reisetagebücher appare già pensatore introverso. Dal 17º anno fa pratica commerciale in una Casa d´affari amburghese, non avendo la stoffa dei Buddenbrook, e anche Heinrich Floris, suo padre, nasconde punti fragili se, come pare, muore suicida senza motivo perché gli affari vanno bene nell´Europa 1805. Johanna Troisiener è una fredda e vanitosa «précieuse ridicule»: rimasta vedova, trasloca da Amburgo a Weimar aprendo un salotto; tra gli ospiti annovera Goethe, gli Schlegel, i Grimm, Wieland; scrive romanzi à la page.
Stupisce che Arthur resista due anni nella Casa Jenisch, poi coltiva lettere classiche tra Gotha e Weimar. Nell´autunno 1809 studiava medicina: filosofo d´istinto, cambia Facoltà; a Göttingen coniuga Platone e Kant, non trascurando gl´inglesi, specie Hume. Due anni dopo sperimenta l´insegnamento berlinese d´un Fichte profeta della riscossa tedesca: la Germania 1813 è l´epicentro del collasso napoleonico ma non esiste tedesco meno patriota d´Arthur; s´addottora, 2 ottobre, discutendo i quattro fondamenti della ragione sufficiente. Tornato a Weimar, frequenta Goethe, sulla cui teoria dei colori pubblicherà una memoria. Lì scopre fonti buddistiche e indiane, guidato dall´orientalista Friedrich Mayer. Madre letterata e figlio in rotta col mondo sono incompatibili: dalla primavera 1814 s´asserraglia in Dresda, immerso nell´opus, finché nasce Die Welt als Wille und Vorstellung (Brockaus, Leipzig 1819); tre nomi, il mondo come volontà e immagine. Nella premessa, agosto 1818, indica i percorsi d´una lettura seria. Chi cerca svago vada altrove. Cos´è il mondo: «Vorstellung» significa quel che percepiamo; «Wille» denomina l´oscuro substrato, in lingua kantiana «fenomeno» e «noumeno». Sotto i fenomeni batte un impulso senza senso, privo d´ogni fine: nell´animale umano lo chiamiamo Es, da cui affiora precariamente l´Io; ed è anche gravità, cristalli, magnete, materia viva, poussées vegetali, catena biologica.
«Die Welt» svela un pensatore artista dalla lingua viva, immaginosa, moderna, e scoperchia i verminai della storia, contro l´ottimismo hegeliano (Spirito=Stato prussiano). Libro choquant, dissona dai tempi, quindi cade piatto. Qualche recensore fa dello spirito. Dal 1820 è Privatdozent: Hegel l´ha beccato nella discussione; e lui lancia una sfida fissando le sue lezioni nelle stesse ore; vanno deserte; invano bussa a Heidelberg e Würzburg. Con eguale sfortuna ritenta la scena accademica 1825-31. Infine, abbandona Berlino infetta dal colera, del quale muore l´antagonista soverchiante; e trasloca sul Meno, fermo nell´assunto che la storia non meriti credito: l´Io spunti dal Wille, motore del nonsenso cosmico, donde cannibalismo, omicidio, asservimento, rapina, invidia, gusto del male; l´animale umano patisca bisogno, desideri, conflitti, delusione, sospeso tra dolore e noia, in una sequela stupidamente meccanica alla cui fine «ricomincia il ballo» (ed it. Laterza, 1968, 416, 57; ivi, C. Vasoli, viii-liii); l´arte apra intervalli quieti; sia raccomandabile la compassione; e l´unica terapia radicale consista nel rinnegare l´impulso egotistico, ma non è chiaro come, se regna una ferrea causalità.
L´autore violava la consegna ascetica nella guerra accademica: insegue premi banditi da accademie scandinave; ne ottiene uno («la mia premiata monografia: ivi, 385, 55); e diamogli atto d´essere tutto fuorché narciso; anzi, intrattiene con l´Io rapporti d´irsuta antipatia. L´opera era finita al macero: dopo 24 anni la ristampa con dei Supplementi, forse sentendo aria nuova, sebbene la prefazione deprechi i tempi. Manca ancora qualche anno. L´ultimo capoverso denuncia le manovre omertose d´una filosofia ridotta ad affare pratico: gl´integrati tengono d´occhio ministero, Chiese, profitto editoriale, afflusso studentesco, solidarietà corporativa; scambiano lodi; inscenano rumorose feste; aborrono chiunque pensi, salvo strappargli qualche piuma adoperabile nel loro mercato verbale; sinora è riuscita la politica del silenzio, prima o poi però le idee importanti emergono. L´explicit è un´allegoria: l´aerostato sale dall´aria caliginosa nell´atmosfera pura restandovi; niente l´abbasserà (Francoforte sul Meno, febbraio 1844: ivi, 11-23).
La scossa sopravviene nel 1848: convulsioni, reazione, arcigno ordine borghese; l´hegelismo cortigiano ha perso l´appeal; il malato non crede più al medico imbroglione che lo convinceva d´essere sano; va fuori legge la sinistra hegeliana, parente dello spettro comunista. Smontata la fiera d´una finta razionalità, emergono fondali bui. L´irregolare post-kantiano offre un diversivo anestetico e l´establishment cambia cavallo, dall´ottimismo filisteo alla mistica del Nulla. Piacciono i Parerga und Paralipomena, 1851.
«Die Welt» va muovendosi. L´ormai vecchio libero docente rentier senza uditorio ha rotto le chiavarde.
Settembre 1859, nuova edizione accresciuta: l´autentico pensiero, nota malinconicamente, avrebbe vita meno dura se gl´inetti a produrlo non impedissero che nasca, congiurati; ci sono voluti 41 anni perché fosse letto; cita Petrarca, De vera sapientia; è tanto vedere la sera, avendo corso l´intero giorno. Nella fortuna tardiva rimane eremita. Muore venerdì 21 settembre 1860 lasciando erede universale un fondo berlinese pro vittime 1848-49, dalla parte dell´ordine, beninteso.
Nietzsche gli rende onore (terza Inattuale, autunno 1874): sotto il geroglifico mondano ha scoperto un teatro futile col quale mascheriamo la paura d´essere soli (vedi Pensées, sub Misère de l´homme e Divertissement); l´educato pratica un´impavida scepsi; non sa essere invidioso né maligno; ammira le qualità eminenti; lavora al perfezionamento della natura (Schopenhauer come educatore, Opere, III.1, 406-12). Era ignoto, adesso l´adoperano quale «pepe metafisico» (ivi, 435). In mano d´una cultura versipelle «Die Welt» diventa narcotico, evasione, fantasia quietistica, ma l´antistoria è angoscia luterana: Doctor Martinus la grida negli opuscoli contro i contadini, e qui c´entra poco il capitalismo tirato in ballo dagli scoliasti marxisti; secondo tutt´e due, i ribelli aggravano l´infelicità dello stare al mondo. Misantropo, orfico litigioso, profeta del disimpegno, anticipa Freud e continua Pascal, sulla «misère de l´homme» tra bisogno, desiderio, dolore, falso piacere, noia mortale. L´analisi schopenhaueriana è ferro acuminato. L´effetto varia secondo le mani.
Non s´era mai visto l´analogo tra i filosofi tedeschi: impara le lingue, viaggia; sperimenta commercio, vanità letterarie, faide accademiche; ignora le guerre patriottiche; detesta Fichte imbonitore del germanesimo; rifiuta i cagliostrismi hegeliani; vede chiaro negl´instrumenta regni. Insomma, è l´antipode dell´intellettuale organico: gli adepti spendono quel tanto d´acume che l´autorità permette, e del mestiere nelle «mosse volpine»; promuovendosi servono persone, caste, chiese, governi dominanti; sono «pensatori riconosciuti dallo Stato»; «non ha mai turbato nessuno» è l´epitaffio da scolpire sulla loro tomba (ivi, 422s., 451, 457).
Nietzsche appartiene alla stessa famiglia, malvista da chi pensa disciplinatamente, spesso fraintesa e presentata a testa in giù, infatti György Lukács li classifica «distruttori della ragione», agenti imperialisti, come Kafka. Le sue plumbee glosse applicano i canoni d´un marx-leninisno staliniano, quindi lasciamolo da parte: è Sainte-Beuve stile Politburo, ancora vivo quando i giovani inalberano l´»imagination au pouvoir»; partendo dall´ebreo maledetto Baruch Spinoza, siamo scesi all´annus mirabilis 1968. Tentiamo un consuntivo. La sagra ha inciso nel costume, dalla moda alla vita familiare (due anni dopo viene il divorzio). In politica genera dei gruppuscoli, equivoca rivolta senza fondamenti né prospettive.
Aveva il fiato corto l´»imagination» i cui corifei aspiravano al potere: «nte toi que je m´y mets moi»; quel rissoso verbiage ha lasciato idee importanti? L´assalto era innocuo. Colpiva duro Papini, stroncatore cortese della crociana Logica come scienza del concetto puro (Leonardo, III, 1905, 115-20), idem contro l´Estetica (Lacerba, I, 1 giugno 1913, 116-19). Gli scorridori 1968 sono logomachi dall´eloquio gestuale, aggressivo, molto adoperabile nelle battaglie assembleari, dove raccoglie noia o ringhi chi porti idee chiare, sintassi, parsimonia verbale. I media, poi, scatenano sinergie i cui spettacoli abbiamo sotto gli occhi. Infine la jacquerie causa danni permanenti ispirando riforme scolastiche dall´abbecedario all´Università. Dopo quarant´anni è impopolare l´arte del pensare.

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