domenica 6 aprile 2008

Piotrovsky: «L'Ermitage apre all'Italia e combatterà i musei-Disneyland»

Corriere della Sera 5.4.08
Garofalo, l'ambasciatore
Piotrovsky: «L'Ermitage apre all'Italia e combatterà i musei-Disneyland»
di Stefano Bucci

Intervista al direttore della prestigiosa istituzione di San Pietroburgo.
L'esposizione sul pittore emiliano del Cinquecento inaugura una nuova stagione di studi e collaborazioni

Certi edifici seducono più per la caffetteria o il bookshop. Recuperiamo lo spirito del Grand Tour
Le collezioni universalistiche hanno il dovere di valorizzare gli artisti poco conosciuti

SAN PIETROBURGO — Toccherà in qualche modo al Garofalo, «pittore della Ferrara estense», il difficile compito di far conoscere al mondo il futuro dell'Ermitage. Almeno quello immaginato dal suo attuale direttore, Mikhail Borisovich Piotrovsky: la mostra di Ferrara, la prima della neonata fondazione Ermitage- Italia, «non è che una piccola parte di un progetto ben più ampio — spiega Piotrovosky —, quello destinato alla creazione di uno museo universale, nel quale possano convivere le più differenti culture, dove lo scambio tra "piccoli" e "grandi" sia costante e continuo». Guai, dunque, a parlare di una semplice mostra, anche se dedicata a quello che viene definito il «Raffaello ferrarese »: «La mostra su Garofalo sarà la nostra «chiave di volta» per cambiare il futuro dei musei, di tutti i musei» tiene subito a precisare. A cominciare proprio dal «suo» Ermitage.
Piotrovosky, d'altra parte, conosce bene questo mondo fatto di tesori «a volte fin troppo esposti» e di altri, al contrario, «troppo a lungo dimenticati nei depositi». Nato a Yerevan (in Armenia) nel 1944, Mikhail è figlio di quel Boris Borisovich Piotrovsky che aveva diretto l'Ermitage dal 1964 al 1990.
Si laurea con lode nella Facoltà di Studi orientali dell'Università di Stato di Leningrado con specializzazione in studi arabi; frequenta l'Università del Cairo, partecipa a numerosissime spedizioni archeologiche; entra nell'Istituto di Studi orientali di Leningrado. Poi, nel 1992, il grande salto: viene nominato direttore dell'Ermitage «per decreto governativo ». Mikhail è ancora lì (sono passati ventisei anni): con la sua faccia da professore attento segnata dagli occhiali, con le rughe che sempre più numerose circondano gli occhi chiari, con i suoi (foltissimi) capelli bianchi pettinati all'indietro, con i suoi vestiti (giacca e pantaloni grigi, camicia azzurra, golfino blu, cravatta bordeaux) certo non molto à la page (piuttosto old russian style).
Tecnologia e design ultramoderno sembrano lontanissimi dal suo ufficio affacciato sulla Neva dove spicca un tavolone lunghissimo di legno scuro (è quella la sua postazione di lavoro) sommerso di carte, libri, fogli, appunti, quaderni (alle pareti ci sono però bellissimi arazzi d'Aubusson con scene di ninfe, pastori, foreste lussureggianti e animali fantastici). Da lì Piotrovsky regge un vero e proprio impero dell'arte: tre milioni di oggetti (16.783 quadri, 621.274 opere di grafica, 12.556 sculture, 298.775 manufatti archeologici, oltre un milione e 200mila monete); 374 sale aperte al pubblico; dieci palazzi; cinquantamila metri quadrati di esposizione; ventiquattro chilometri di percorso; in ordine sparso (tra l'altro) trentotto Rubens, ventiquattro Van Dyck, dieci Tiepolo, la Danse di Matisse, la Madonna dell'Annunciazione di Simone Martini. E soprattutto quasi quattro milioni di visitatori ogni anno.
I grandi numeri (quelli dei visitatori in particolare) danno ragione a Piotrovsky. Che, però, chiarisce subito i suoi intenti: «I musei devono recuperare l'antico rigore scientifico, devono tornare ad essere luoghi per studiosi e per chi vuole crescere, chi vuole approfondire, chi vuole cambiare in meglio — dice —. Non voglio, certo, che l'Ermitage sia un santuario, tetro e inaccessibile, ma nemmeno che diventi una Disneyland ». Un rischio che gli deve sembrare davvero concreto: «Oggi troppo spesso i musei, a cominciare dai più grandi, inseguono il guadagno, vogliono avere sempre più visitatori dei loro concorrenti. Per farlo, però, devono offrire qualcosa che non rientra più nella natura stessa dei musei: il divertimento, il gioco, l'allegria, l'impegno per fare in modo che il visitatore esca sempre soddisfatto, non tanto per quello che ha visto, quanto perché, ad esempio, la caffetteria era buona o il bookshop era ben fornito» (e i «servizi» dell'Ermitage sono comunque efficienti pur non avendo niente di glamour).
E sempre per questa voglia di stupire il direttore boccia anche le architetture ad effetto (dal Guggenheim di Bilbao al nuovo museo «semovente» di Zaha Hadid) che «sembrano non tanto essere concepite per contenere opere d'arte» ma quanto per attirare visitatori «disattenti ». Il sogno di Piotrosvky? «Recuperare l'antico spirito del Grand Tour». Un sogno comunque difficile: «Oggi i musei sono diventati realtà anche economiche e politiche. Questo serve certo a potenziarne il ruolo sociale ma, dietro la facciata, si nascondono molte, moltissime insidie». Ad esempio «quella di perdere la propria missione storica o quella educativa, per diventare soltanto una sorta di lunapark, una macchina infernale buona per fare soldi».
Davanti alle parole di Piotrovsky viene così da pensare che non sia un caso che nelle sale dell'Ermitage sia ancora possibile trovare un attimo di tranquillità e di riflessione (cosa che al Louvre o agli Uffizi è ormai impossibile catturare). O che la custode blocchi immediatamente la turista che, armata di flash, cerca di immortalare la Madonna di Benois di Leonardo. Sembra tutto far parte di una strategia, non casuale, ma voluta dal direttore: «I musei come l'Ermitage, il Louvre, gli Uffizi, la National Gallery — chiarisce — sono musei universalistici che hanno come compito primario quello di insegnare la diversità delle culture, che abituano alla convivenza e al rispetto». Come? «Facendo conoscere i propri tesori ma non solo. Un momento importante, in questo processo di conoscenza, è lo studio delle collezioni, l'organizzazione secondo criteri puramente scientifici, l'esposizione di un quadro ritrovato oppure restaurato oppure di una nuova acquisizione». In questo contesto, l'esposizione di Ferrara dedicata a Benvenuto Tisi detto il Garofalo appare indicativa: «Una mostra che presenta opere uniche, un buon nucleo di queste viene appunto dalla nostra collezione, e che permette di scoprire un pittore a molti ancora sconosciuti». Su questa stessa linea si collocano la mostra che l'Ermitage di appresta a dedicare al mito di Danae o quella che viene, in questi giorni, dedicata invece all'arte islamica.
Piotrovsky è un uomo sempre in movimento (oltreché carico di onori, dalla Legion d'Honneur francese all'Ordine al Servizio della Madrepatria). Ma è granitico in questa sua idea di museo del futuro dove a fare i soldi (e ad attirare i visitatori) sembrano dover esser, prima di tutto, le mostre-evento. E dove, dice ancora, «mi piacerebbe tantissimo che si stringessero legami sempre più stretti fra grandi e piccoli musei. I grandi musei potrebbero trasformarsi in vere e proprie vetrine per tesori e realtà che ben pochi conoscono, uno scambio che servirebbe a renderci tutti più forti. Sarebbe bellissimo che il museo diventasse davvero universalistico, che non conoscesse insomma confini». Ma Piotrovsky non nasconde neppure le proprie paure: «Se il museo non sarà capace di diventare un'arma di dialogo, rischierà di trasformarsi in una pericolosissima "miccia" per futuri conflitti».

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