lunedì 7 aprile 2008

Parole, struttura linguistica, clima retorico del proemio: la ricostruzione filologica di un «documento non autentico»

Corriere della Sera 7.4.08
Parole, struttura linguistica, clima retorico del proemio: la ricostruzione filologica di un «documento non autentico»
«Canfora ha ragione. Quel papiro non è di Artemidoro»
di Maurizio Calvesi

La tesi di Calvesi: ha ragione Canfora. Simonidis copiò un testo dell'800 del tedesco Carl Ritter

Il testo del discusso «papiro di Artemidoro» venne presentato per la prima volta nel 1998 dalla rivista specializzata «Archiv für Papyrusforschung»

La vicenda del papiro cosiddetto di Artemidoro (che conterrebbe frammenti di una sua opera di geografia, preceduti da un proemio tra il mistico e il filosofico, risalendo al I secolo a.C.) è ben nota ai lettori del Corriere dopo la sua esposizione a Torino e a Berlino.Ma penso che la difficoltà di districarsi tra lemmi di greco antico non abbia consentito ancora a tutti di comprendere, pienamente, le pur indiscutibili ragioni di Luciano Canfora, che ha scoperto la non autenticità del manufatto. Ineccepibile è anche la sua attribuzione del papiro al famoso e abilissimo falsario greco Costantino Simonidis, nato nell'isola di Simi nel 1820 e morto in Egitto nel 1890. Ciò che ora ho trovato, in una mia autonoma ricerca, potrà forse consentire un più agevole orientamento del lettore, giacché si tratta del testo moderno da cui il falsario sembra aver tratto alcuni concetti e alcune parole, nonché lo stesso clima retorico, del solennissimo «proemio».
Questo testo è opera del grande scienziato tedesco Carl Ritter (1779-1859) che, famoso per la sua monumentale Erdkunde di vocazione storico-umanistica, ovvero un'opera di geografia correlata all'uomo, fu uno degli artefici della «rinascita » della geografia nel XIX secolo. Nel 1836 ebbe larga diffusione la pubblicazione in francese della sua Géographie générale comparée, le cui primissime righe introduttive trovano un pronto riscontro nelle primissime righe dell'introduzione, o «proemio», del sedicente trattato di geografia di Artemidoro. Il confronto tra un testo francese ed uno in greco antico non risulterebbe facilmente accessibile, trascrivo dunque entrambi gli incipit in lingua italiana.
Così, nel suo enfatico scritto, il Ritter esordisce: «Nell'introduzione a un'opera che ha per scopo di accogliere, in un corpo intimamente unito nelle sue parti, le diverse nozioni sulla terra, prima di esporre il piano è indispensabile che si indichi ciò che ha rapporto, in questa scienza, con l'uomo. (…) L'uomo morale, l'uomo che vuole agire in modo efficace, deve avere l'intima coscienza delle proprie forze (…); ogni società di uomini deve misurare anche le proprie forze interiori ed esteriori».
E così esordisce il «proemio»: «Chi intende dedicarsi a un'opera geografica è indispensabile che, prima, mostri la propria scienza (o "il proprio sapere") in tutta la sua interezza misurando il peso della propria anima (ovvero: "plasmando la propria anima") in rapporto a tale impegno e preparandosi con gli strumenti dello spirito preposti alla volontà per quanto lo consenta la sua forza, senza che l'anima ela volontà vengano meno».
Ho girato in corsivo «volontà», «forza », «anima» perché ci sono anche queste parole, e c'è anche il divino, subito dopo, nell'introduzione del Ritter: «È l'accordo della volontà con la forza che, laddove la chiarezza si unisce alla verità, si manifestano in atti sublimi ed eterni» e «fanno fremere la nostra anima nel presentimento di un Dio. Ma quale è la vera volontà dell'uomo? (…) In che modo la volontà e la forza si compenetrano?». A sua volta, poi, il papiro fa appello al divino, invocando «le divine Muse» (letteralmente «dee del pensiero», maestose, eterne) e «la divina filosofia».
Il tono predicatorio, mistico e quasi esaltato del Ritter è lo stesso del proemio di Simonidis, ma soprattutto ricorrono alcune parole, e alcuni dei concetti sono analoghi. (Fermo restando che altre idee di Simonidis discendono da Strabone e che il lessico è debitore al vescovo bizantino Eustazio, come dimostrato nel recente libro di Canfora).
Ma l'accostamento di singole frasi potrà far meglio percepire alcune sorprendenti affinità: «l'uomo che vuole» (Ritter) ha riscontro in «chi intende» (papiro). «Un'opera che ha per scopo di ricevere in un corpo intimamente unito nelle sue parti» (Ritter) corrisponde all'immagine offerta dal papiro di una «scienza in tutta la sua interezza», ovvero di un sapere umanisticamente integrale. (Luciano Bossina, in un intervento nel libro di Canfora, aveva parlato per questa frase di «affermazione dell'unità del sapere»).
«Prima è indispensabile che si indichi ciò che ha rapporto» (Ritter), viene quasi tradotto nel papiro in «prima è indispensabile che mostri (…) in rapporto». «Avere la coscienza intima delle proprie forze », «misurare le proprie forze interiori» (Ritter) andrà posto a riscontro con la frase del papiro «misurando (ovvero: "plasmando") il peso della propria anima», a proposito della quale Bossina aveva già scritto: «Al geografo è dunque richiesto di misurare preventivamente le proprie forze». «L'accordo della volontà con la forza», «la volontà e la forza» (Ritter), trovano eco in «la volontà per quanto lo consente la sua forza», «lo spirito e la volontà » (papiro).
La frase inizialmente citata del Ritter — «Nell'introduzione a un'opera che ha per scopo di accogliere (…) le diverse nozioni sulla terra, è prima indispensabile che si indichi ciò che ha rapporto con l'uomo» — torna a trovare riscontri anche nelle considerazioni finali del «Proemio ». Il Ritter intende dire che nell'introdurre un'opera che riunisce in un corpo di sapere unitario studi sulla terra e sulle varie terre, è necessario, prima di esporre il programma, indicare ciò che (ovvero "i luoghi che") ha ("hanno") un diretto rapporto con l'uomo. Ed ecco Simonidis: «L'uomo arriva a possedere tutte le parti del mondo e si consacra tutto intero al (…) divino parametro della filosofia. Allo stesso modo anche il geografo, approdato sulla terra ferma di un paese e conosciuta l'estensione del paese che gli sta intorno e dei paesi che stanno altrove (...), fermandosi si accinge a conciliare la propria anima ("a entrare in rapporto") con il paese che gli sta sotto gli occhi».
«Io — leggiamo nel papiro — sono pronto a porla (la geografia) sullo stesso piano della più divina filosofia»: è proprio questa in buona sostanza, anche se rudimentalmente espressa, la novità della concezione geografica di Karl Ritter, discepolo del filosofo e teologo J.G. Herder.
Di fronte a così sospette assonanze, sarà inutile invocare analisi scientifiche che rivelano l'antichità del papiro e la composizione degli inchiostri. Simonidis conosceva benissimo tale composizione chimica, come si legge in articoli a lui dedicati nel XIX secolo e resi noti dal Canfora, e ovviamente si serviva di papiri antichi.
C'è però, mescolata al suo animo truffaldino, una componente «risorgimentalmente » nobile (la Grecia ha avuto il suo Risorgimento, con moti d'indipendenza indirizzati anche contro un re proprio di ceppo tedesco, Ottone di Baviera). Si potrebbe arrivare a pensare che il «patriota » Simonidis, con il suo falso, volle dimostrare che non solo a Strabone, ma anche al suo precursore Artemidoro, ovvero a tutta l'antica cultura greca, risale il merito di aver precorso la concezione moderna (ottocentesca e soprattutto germanica) della geografia come «profonda » scienza umana.
In ogni caso il simulato Artemidoro è dunque un documento affascinante, come spia di uno degli aspetti più nascosti e intriganti della cultura nel XIX secolo. Chi ha acquistato, confidando nel parere di studiosi accreditati, il manoscritto di Simonidis si trova ora in possesso di un cimelio certo inferiore in termini economici alla stima iniziale, ma di non trascurabile interesse da un punto di vista culturale.

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